Un indizio sulle possibili motivazioni dei fondatori del Gruppo di Facebook contro i bambini down

In questi giorni è stato aperto e chiuso il “Gruppo” della vergogna, quello attivato su Facebook ed avente per titolo “Giochiamo al tiro al bersaglio con i bambini down”.

Ne avevo già parlato con riguardo alle prospettive di risarcimento del danno.

Il caso sta facendo molto clamore.

A leggere gli articoli apparsi on-line, ad esempio quello de La Stampa, viene riportato che

Il gruppo (…) si è collocato nella categoria “Salute e benessere”. Fondatori e amministratori: “Il signore della notte” e “Il vendicatore mascherato”. Indirizzo e dati, ovviamente, sono di fantasia, in linea con lo “stile” del gruppo.

I nickname, a mio avviso, sono importanti per tentare di capire qualcosa in più.

Il sito è stato aperto e chiuso in poco tempo, praticamente nel giro di un giorno lavorativo, come ha precisato Anna Masera, considerando la domenica in mezzo.

Dunque, tutto in un week-end.

Sembra che l’azione posta in essere sia un’azione mediatica, di comunicazione, volta ad esprimere qualcosa che vada oltre alla gratuita offesa alal dignità dei bambini down.

Innanzitutto v’è da considerare la collocazione temporale.

Il sito è apparso nei giorni immediatamente precedenti a quello in cui è prevista la celebrazione dell’ultima udienza nel processo penale a carico di quattro dirigenti di Google, innanzi al Tribunale di Milano (24 febbraio 2010). Nell’ambito di tale processo un ruolo centrale è stato svolto dall’associazione Vividown, costituitasi parte civile insieme al Comune di Milano.

Si ricorderà che la costituzione di parte civile era dovuta al fatto che nel video incriminato uno dei ragazzi che vessava il compagno disabile aveva citato l’associazione Vividown in un contesto ravvisato da quest’ultima come diffamatorio.

Ebbene, la costituzione di parte civile dell’associazione, così come quella del Comune, non è stata ritirata neanche dopo la decisione, da parte della famiglia del ragazzo vessato, di ritirarsi dal processo per non subire gli effetti connessi al clamore mediatico delal vicenda.

Il ruolo giocato dall’associazione Vividown ed il risalto dato dagli autori del video all’associazione medesima nel filmato mandato in onda sulla nota piattaforma di videosharing ha fatto sì che il ragazzo disabile venisse inizialmente indicato come un ragazzo down, benché in realtà sia un soggetto autostico.

Ebbene, il nickname “Il signore della notte” sembrerebbe qusi alludere alla collocazione temporale dell’evento mediatico, come se dovesse celebrarsi in una notte o, meglio, come se si dovesse agire di notte per assistere, nel giorno dopo, al clamore suscitato dall’azione mediatica, in attesa della rimozione che in fin dei conti anche gli autori si aspettavano.

Che l’interpretazione di un simile gesto possa essere ravvisato nel richiamo dell’attenzione mediatica sul caso Google / Vividown emerge con un indizio meno evanescente da un altro elemento.

Il secondo nickname è “Il vendicatore mascherato”.

Mascherato, si capisce, allude al fatto che si vuole celare la propria identità nella “vendetta” proclamata; ma vendetta per che cosa? Da chi? Per quale ragione?

L’uso del termine “vendicatore” sembra, cioè, in linea con l’ipotesi che si sia voluto esprimere il dissenso aperto verso il rischio di incriminazione di “Google”, emblema di Internet nel suo complesso e, nel caso specifico, realizzatore dei diffusissimi servizi di videosharing (GoogleVideo, YouTube), che con l’esito del giudizio penale in corso potrebbero essere drasticamente compromessi per il mercato penale, in caso di condanna.

Non è un caso, mi sembra, che il Gruppo del “signore della notte” e del “vendicatore mascherato” abbiano indirizzato l’attenzione verso i bambini down e non verso i down in generale.

Non mi sembra, cioè, che abbia pesato la disabilità connessa all’aterazione cromosomica, quanto invece il fatto che si volesse colpire un target specifico (il minore down) come vittima celebrata, ossia come icona simbolo, da prendere come bersaglio.

Il bersaglio mediatico, probabilmente, è il ragazzo “down”, così come rappresentato dai media nel caso Google/Vividown.

Probabilmente in tale bersaglio è stata individuata dagli ideatori del Gruppo di Facebook in questione, in maniera avventata, la causa di tutti i mali che gli utenti Internet potrebbero subire a seguito dell’accanimento della giustizia penale italiana nei confronti di Google, provider dei servizi di viodesharing. O, più semplicemente, l’individuazione di tale causa, da prendere come bersaglio, sfuggendo ad una reale ricerca eziologica, è solamente il frutto del risentimento verso un sistema che rischia di compromettere il futuro sviluppo della rete, attraverso la (asseritamente facile) incriminazione dei provider da parte dell’autorità giudiziaria italiana a cui consegue quella che è stata indicata come “La sindrome dell’Intermediario“.

Al di là dei nicknames utilizzati, dagli asticoli di stampa sono emersi alcuni contenuti nelle pagine ora oscurate.

Riporto gli stralci di una ricostruzione giornalistica:

Sul sito ora oscurato si leggeva: «È così difficile da accettare questa malattia… perchè dovremmo convivere con questi ingnobili creature (…) io ho trovato la soluzione: consiste nell’usare questi esseri come bersagli, mobili o fissi, nei poligoni di tiro al bersaglio».

Ed ancora:

Si chiama «Giochiamo al tiro al bersaglio con i bambini down», e in home page pubblica la fotografia di un bambino portatore di handicap bollato come «scemo». «È l’unica fine che meritano questi parassiti», si legge nella didascalia sotto l’immagine.

Non emergono, a quanto pare, elementi espressamente volti ad indirizzare in altre direzioni la vendetta del vendicatore mascherato. La ricostruzione legata alla possibile connessione con il caso Google / Vividown, in altre parole, resta un’ipotesi probabile, anche se non è detto che sia neccessariamente così.

La connessione con tale caso è apparsa naturale e spontanea anche nel pensiero di Anna Masera, per la Stampa, là dove, evidenziando il rischio del clamore mediatico di tale azioni (“Non bisogna fare pubblicità ai gruppi di provocatori su Facebook”) precisa che

“(…) Dar peso a iniziative di questo genere (…) rischia di essere solo controproducente: perchè si tratta di troll, ovvero (la definizione è di Wikipedia) “individuo che interagisce con la comunità tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente stupidi, allo scopo di disturbare gli scambi normali e appropriati”.

Il risultato è contribuire al rumore di fondo mediatico e politico mettendo in cattiva luce le aziende che operano su Internet, anzichè i responsabili individuali di eventuali reati, in un momento in cui tutti gli occhi sono puntati sulla sentenza attesa per dopodomani che vede imputata Google nel noto caso di bullismo che ha visto dei ragazzi pubblicare un video su YouTube di molestie contro un ragazzino down.

Con il rischio che escano proposte di legge demenziali contro la libertà su Internet, che se venissero accolte, danneggerebbero tutti”.

Il rischio di una reazione non equilibrata della politica e, per suo tramite, del legislatore, sulla spinta emotica del clamore mediatico, da cavalcare anche alla ricerca di facili consensi elettorali, effettivamente c’è.

Se questo è l’effetto che ci si può aspettare, l’azione del “signore della notte” e del “vendicatore mascherato” finisce per minare alle fondamenta le stesse ragioni per cui, probabilmente, è stata posta in essere.

In ogni caso rimane un’azione deplorevole, esempio da non imitare.

Cercherò di seguire, nei prossimi post, anche il discorso relativo alle modalità di oscuramento ed alle investigazioni in atto.

Rimando quindi alle successive pagine di questo blog per altri commenti.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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