Washington Post

Facebook e prova di commissione del reato

Certe volte alla realtà si stenta a credere. C’è qualcosa di irrazionale nei comportamenti umani e occorrerebbe meditare su casi del genere per capire bene il rapporto tra azione criminale e social network.

Come riportato da AdnKronos, un

ladro era entrato nella casa di un giornalista del ‘Washington Post’, Marc Fisher, e aveva rubato due pc portatili, un cappotto invernale e 400 dollari in contanti. E l’avrebbe quasi certamente fatta franca se non fosse stato per la malsana idea che gli è venuta subito dopo. Prima di uscire dalla casa infatti, si è scattato una foto dal computer portatile che aveva rubato con addosso la ‘refurtiva’.

Come se non bastasse poi, ha deciso di pubblicare la foto ‘incriminata’ sul profilo Facebook del figlio della vittima, mostrandola così ad altri 400 ragazzini di Washington.

Queste le impressioni del giornalista, vittima del reato:

“Ho visto molte cose, ma questo è il più stupido criminale che abbia mai visto” ha detto il signor Fisher ad un agente.

Questo l’epilogo della vicenda:

La polizia ci ha messo una decina di giorni a rintracciare il ladro, trovato anche in possesso di una pistola senza la licenza.

A Rodney non è rimasto altro da fare che confessare il crimine.

In realtà casi in parte analoghi, in cui l’autore dell’illecito usa facebook durante la commissione del reato di furto in appartamento, se ne sono già visti.

Questo caso, però, è davvero singolare e la dice lunga sulle reali motivazioni nella commissione di taluni reati. Non ricorda un po’ l’azione di chi “buca” il sistema informatico di proprietà altrui per dimostrare, a se stessi e agli altri, di essere in grado di poterlo fare, a prescindere dal tornaconto economico dell’operazione?

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