Vittorio Zambardino

YouTube e le segnalazioni degli utenti nel caso di Daniele Sensi. Quando il pollice verso determina la censura dal basso

Immaginiamo che un utente di YouTube carichi, sulla nota piattaforma di videosharing, materiale proveniente da altre fonti (dunque nella titolarità, quanto a diritti di proprietà intellettuale ed industriale, di altri soggetti) con l’intento di proporre un’azione di protesta o di denuncia di fronte all’opinione pubblica (alla net-community). Si pensi, ad esempio, a materiali radiofonici contenenti toni “aspri” nei confronti di immigrati, meridionali, etc.

Immaginiamo che la net-community, senza censurare la violazione del diritto di proprietà intellettuale ed industriale, assuma un atteggiamento di condanna nei confronti dei contenuti caricati a titolo di protesta o di denuncia dall’utente di YouTube e proceda a valutarli criticamente con commenti negativi e abbondanti clickate sul “pollice verso”, espressione di disapprovazione, non ovviamente indirizzati all’azione di denuncia in sè, ma al materiale che l’azione di denuncia mirava a condannare pubblicamente.

Immaginiamo dunque che qualcuno (forse distrattamente, forse volutamente) finisca anche per segnalare al provider come “illecito” o come espressione di “abuso” il materiale in questione, senza  badare all’intento di denuncia che ha mosso l’utente. Quest’ultimo, nel nostro esempio, ha voluto rendere pubblici i contenuti in questione, al solo fini di allertare l’opinione pubblica, che avrebbe potuto altrimenti ignorarli del tutto.

Immaginiamo ora che le segnalazioni giungano numerose al provider.

Cosa fa Google, nella gestione della piattaforma di videosharing denominata “YouTube”?

Controlla direttamente i contenuti e valuta la loro liceità o meno (ovvero, comunuque, la rispondenza dei contenuti alle disposizioni contrattuali, quali sono le condizioni generali di servizio, o alle policy, pur sempre richiamate contrattualmente?

Oppure finisce per fidarsi della segnalazione degli utenti e, magari per timore di una esposizione a possibili conseguenze sul piano processuale, come avvenne per il caso Google-Vividown, finisce per censurare comunque l’utente?

Il caso è reale ed è quanto avvenuto a Daniele Sensi (“Su YouTube il censore potresti essere tu“), che rimarca l’effettiva assenza di un sostanziale controllo da parte di Google, con l’effetto di praticare una censura dal basso, determinata dalle segnalazioni di utenti distratti, a suo dire incapaci di rendersi conto, nell’immediatezza della interazione telematica, che una cosa è produrre e divulgare i contenuti per scopi razziali, xenofobi, etc., ed un’altra cosa è pubblicarli per scopo di denuncia nei confronti dell’opinione pubblica.

Si aprono discorsi interessanti, sia sulle modalità con cui deve essere effettuato il controllo sostanziale dei contenuti ritenuti abusivi o illeciti, sia sulle modalità operative con cui giungere ai meccanismi “sanzionatori”, per giungere alla rimozione dei contenuti), sia sul limite di liceità di certi meccanismi di tutela attivati dal provider (es.: è lecito disattivare l’account? E’ lecito sospendere l’accesso all’account? In quest’ultimo caso però, osserva Daniele Sensi, si finirebbe per precludere al titolare del’account le repliche ai messaggi, talvolta dai contenuti forti, di chi, distrattamente o non distrattamente, non condivide i contenuti immessi su YouTube, a prescidnere o meno dalle finalità per cui siano stati caricati).

Sono temi interessanti su cui riflettere e le decisioni da adottare a livello giuridico (e che mi riprometto di esternare quanto prima in maniera articolata nell’ambito di una pubblicazione scientifica) saranno fondamentali per lo sviluppo futuro della rete.

A mio avviso non è così scontato che sia esente da rilievi l’uploading, anche per fini di denuncia, di materiale che altrimenti sarebbe andato incontro a sicure segnalazioni di abuso. La linea di confine non è netta e non si può procedere a giudizi in senso assoluto. Il caso, però, pone questioni interessanti e contribuisce ad arricchire l’analisi delle sfumature su cui il giurista deve soffermarsi.

Vi segnalo, oltre al post di Daniele Sensi sopra richiamato, anche il breve commento di Vittorio Zambardino (“La censura deviata di YouTube“), che ha contribuito a darne maggior risalto mediatico e di cui condivido parzialmente il rilievo in ordine alla gratuità del servizio.

Condivido cioè la necessità che l’attenzione verso l’utente non cali su standard minimi, dato che, a tutto voler concedere, non possono ad esempio essere pregiudicati i diritti fondamentali e le modalità esecutive delle obbligazioni che hanno riflesso sull’esercizio di tali diritti.

Non condivido, invece, l’impostazione acritica sulla pretesa gratuità del servizio, che tende a considerare l’utente come l’unico beneficiario delle prestazioni del providers. Bisogna prestare attenzione su questo tema, perché a mio avviso il servizio non è affatto gratuito, dato che l’utente paga sonoramente, concedendo materiale che potrà essere utilizzato anche a fini commerciali, tramite il meccanismo dell’associazione pubblicitaria e altri meccanismo di e-advertising, presenti e futuri.

Insomma, la gratuità è solo apparente.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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