Violazione del copyright

Investigazioni in rete tramite il monitoring e tracing di indirizzi IP per il contrasto delle violazioni al copyright. Logistep, US Copyright Group, CoPeerRight Agency e ancora Logistep

Le investigazioni on-line sono spetto svolge da soggetti privati, alcuni dei quali, in casi celebri, sono stati ingaggiati per supportare azioni esemplari di contrasto alle violazioni della normativa in materia di diritto d’autore su Internet, con particolare riferimento al peer-to-peer, ma non solo.

Tra i casi più eclatanti v’era il caso Peppermint, che ha fatto parlare molto di sè, con indirizzo giurispudenziale assestatosi (semplificando ciò che è in realtà ben più complesso) sul riconoscimento della tutela della protezione dei dati personali degli utenti avverso le pretese delle major, che facevano rastrellare alla Logistep (società che ma della lotta alla “pirateria” su Internet la sua mission) una quantità enorme di indirizzi IP di presunti violatori del copyright, per poi azionare pretese in giudizio o ottenere una transazione vantaggiosa a fronte di discutibili minacce di azione giudiziaria.

Dopo il caso della Logistep utilizzata da Peppermint, che ha fatto scuola in tutto il mondo, è saltato alla ribalta il caso della Co-Peer-Right Agency, società francese a cui la FAPAV (la Federazione Anti-Pirateria AudioVisiva) si era affidata per supportare l’azione giudiziaria nei confronti della Telecom, di cui si adduceva la responabilità come Internet Service Provider in ordine alle violazioni dei propri utenti ai quali Telecom offriva la connettività ad Internet.

Ora, concluso da mesi il giudizio cautelare tra FAPAV/Telecom, nel quale diveniva centrale il controllo di liceità in ordine all’attività svolta dalla CoPeerRight ai fini dell’accertamento delle pretese della ricorrente, torna a far parlare di sè la Logistep.

Lo rileva l’attento Marco Scialdone nel suo blog, ove ci viene segnalata la sentenza resa dal Tribunale Federale di Losanna, ripresa anche da Punto-Informatico il giorno dopo, con la quale veniva accolto il principio di prevalenza della tutela per la protezione dei dati personali degli utenti prospettata dall’ IFPDT (Incaricato Federale della Protezione dei Dati e della Trasparenza, con compiti solo in parte analoghi al nostro Garante per la protezione dei dati personali):

Berna, 09.09.2010 – L’Incaricato federale della protezione dei dati e della trasparenza accoglie con favore la sentenza del Tribunale federale di ieri nella causa Logistep. Il Tribunale federale ha praticamente ripreso l’argomentazione dell’IFPDT, dando così un segnale contro la tendenza dei privati, che si riscontra anche in altri settori, a svolgere mansioni che competono chiaramente allo Stato di diritto.

Secondo la sentenza emessa l’8 settembre 2010 dal Tribunale federale di Losanna, gli indirizzi IP sono indubbiamente dati personali e sottostanno quindi alla legge sulla protezione dei dati. In una decisione di maggioranza, inoltre, l’Alta Corte ha definito illecita la pratica di alcune imprese private che acquisiscono segretamente indirizzi IP. Un siffatto modo di agire è privo di una valida giustificazione. La ditta Logistep SA non è più autorizzata a raccogliere e a comunicare dati, ossia deve sospendere immediatamente ogni elaborazione di dati nell’ambito dei diritti d’autore.

L’IFPDT osserva che la sentenza odierna non fornisce protezione alcuna a coloro che infrangono la legge. Beninteso, le violazioni dei diritti d’autore in Internet devono poter essere sanzionate: la LPD non protegge pratiche illegali. Il perseguimento deve tuttavia avvenire in modo conforme alla legge e, mediante l’attuale decisione, il Tribunale federale ha posto un limite ben definito contro le ingerenze arbitrarie nella sfera privata in Internet.

Ancora, l’IFPDT precisa, nel proprio comunicato stampa, gli antefatti che hanno portato alla decisione del Tribunale di Losanna:

All’inizio del 2008, l’Incaricato federale della protezione dei dati e della trasparenza (IFPDT), Hanspeter Thür, chiede in una raccomandazione che la ditta Logistep SA sospenda le proprie ricerche nelle reti peer to peer, fintanto che il legislatore non abbia elaborato una base legale corrispondente. Su incarico di titolari di diritti d’autore, Logistep acquisisce  su tali reti indirizzi IP di user sospettati di offrire illegalmente lo scambio di contenuti protetti da diritti di autore (file video o musicali). Servendosi di tali indirizzi IP, i titolari dei diritti avviano procedimenti penali al fine di poter conoscere nome e indirizzo degli user interessati (avendo ottenuto il diritto di consultazione degli atti) e ottenere un risarcimento secondo le disposizioni del diritto civile. Viene così eluso il segreto delle comunicazioni, applicabile senza eccezioni nel diritto privato e che può essere sciolto soltanto nell’ambito di un procedimento penale. L’IFPDT giudica questa pratica abusiva, in particolare perché l’utente interessato non è a conoscenza del trattamento di dati personali, come invece esige la legge sulla protezione dei dati.

Poiché Logistep ha ignorato la raccomandazione, l’IFPDT ha adito il Tribunale amministrativo federale (TAF). Con sentenza del 27 maggio 2009, il TAF ha respinto l’azione. Pur concordando con il parere dell’IFPDT, secondo cui gli indirizzi IP sarebbero dati personali, e riconoscendo anche che il trattamento di dati da parte di Logistep SA infrange il principio della riconoscibilità e della finalità, il TAF ha attribuito maggiore importanza agli interessi dei titolari di diritti d’autore rispetto agli interessi di protezione dei dati. Non condividendo tale decisione, l’IFPDT ha adito il Tribunale federale.

Dal Tribunale Federale di Losanna, l’IFPDT, come già riportato, si è visto accogliere l’azione promossa nei confronti della Logistep.

Il dibattito, in Svizzera, non può però considerarsi ancora chiuso, se è vero che, come riporta Alfonso Maruccia per Punto-Informatico,

(…) l’avvocato di Logistep Ursula Sury [è stato] scelto per essere il nuovo Garante della privacy del Canton Vallese. Sury ha già fatto sapere che a suo parere un indirizzo IP non è affatto classificabile nella categoria “dati personali”.

Avv. Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Information Society & ICT Law

Google (YouTube) vs Viacom. Sulla responsabilità del provider per violazione del diritto d'autore in caso di video caricati dagli utenti

E’ stata resa la sentenza sulla nota vicenda giudiziaria che ha visto contrapposta Viacom a Google per la violazione del copyright dalla prima vantato sui video caricati on-line, nella piattaforma YuoTube.

In un articolo di Anna Masera per La Stampa si legge:

Viacom aveva intentato una maxi causa per violazione dei diritti di autore sui primi due anni di attività. Sommando tutti i filmati “incriminati”, circa 100 mila, Viacom pretendeva un risarcimento danni da ben un miliardo di dollari.Richieste respinte ieri sera da un tribunale di New York (…)

Così Anna Masera ripercorre le motivazioni che sarebbero a base della ssentenza:

Il Digital Millenium Copyright degli Usa mette infatti al riparo le società internet dalla violazione di diritti di autore quando, avvertite di possibili problemi dai titolari dei diritti, provvedano a rimuovere prontamente dai loro portali i contenuti oggetto di contenziosi. Ma la sua applicazione non era data per scontata e la sentenza, oltre a rappresentare una vittoria rilevante per la controllante Google – che evita così un salasso sul bilancio di YouTube – va anche oltre. Indirettamente risulta a favore anche di altre società internet e sgombera il campo dai timori sollevati da gruppi di attivisti, che ora tirano sospiri di sollievo, mentre precedentemente avevano avvertito che una sentenza di condanna avrebbe compromesso le normative base sulla libertà in rete.

E’ noto che in Italia una vicenda analoga ha interessato Google (YouTube) nel procedimento contro RTI e il Tribunale di Roma, nell’ordinanza del 24/11/2009, ha emanado un proccedimento cautelare che procede nella direzione opposta. Si trattava dei video relativi al Grande Fratello, il noto reality.

Il contrasto tra le decisioni dell’autorità giudiziaria italiana e quella newyorkese, per la verità, è meno forte di quanto possa pensarsi e, forse, addirittura apparente.

Sul caso Google (YouTube) vs. Viacom, infatti, da altre fonti (mi riferisco all’articolo apparso sul Corriere della Sera il 24 giugno 2010) si apprende che

Una delle cose che hanno convinto il giudice del tribunale di New York è stato il fatto Google è stata in grado di dimostrare che erano proprio alcuni dei dipendenti di Viacom a fornire sottobanco a You Tube video con contenuti coperti da copyright anche a causa in corso.

L’argomento si rinviene anche in alcune esternazioni (riportate in un articolo di Claudio Tamburrino per Punto Informatico) che Google aveva fatto in replica alle accuse di Viacom veicolate sul piano mediatico:

“I media come Viacom hanno caricato i loro stessi contenuti su YouTube, quindi non c’è alcun modo in cui possiamo distinguere tra contenuti autorizzati e non”.

Ancora, altri dettagli si rinvengono dalla ricostruzione offerta da un articolo pubblicato da Il Sole 24 Ore, da cui emerge che:

Un giudice federale di New York, Louis Stanton, ha stabilito ieri, infatti, che Mountain View non ha violato il copyright del colosso televisivo Viacom per le circa 24 ore di video pirata finiti su YouTube.

(…)  questa vittoria è un risultato importante per Google e per chiunque faccia business con contenuti degli utenti sul web.

La denuncia di Viacom, risalente a tre anni fa, riguardava infatti video presi da canali Mtv e Comedy Central (su cui detiene il copyright) e caricati su YouTube da alcuni utenti internet.

Viacom aveva chiesto a Google, proprietaria di YouTube, un miliardo di dollari di risarcimento per violazione del copyright.

In tale articolo non si menziona la circostanza che i video erano stati caricati anche da dipendenti della Viacom, circostanza che mi pare importante, ad esempio ove dovesse risultare provato che le ipotesi di responsabilità fossero alimentate dal soggetto richiedente, secondo logiche di concorrenza sleale.

Si menziona altro principio, che fa leva sulla mancanza di una conoscenza specifica dei video in questione, ossia su una consapevolezza solo generica degli illeciti perpetrati dagli utenti tramite la piattaforma YouTube.

Così prosegue infatti l’articolo del Sole 24 Ore:

La posizione del colosso del web sembrava essersi aggravata poche settimane fa: erano emerse alcune lettere, da cui risultava che i gestori di YouTube sapevano di questo problema.

Il giudice Stanton ne ha preso atto e ha aggiunto, nella sentenza, che secondo le prove i gestori del sito «non solo ne erano genericamente al corrente ma anche ne erano contenti, poiché il materiale pirata era interessante per gli utenti». E quindi permetteva di attirare più pubblico sul sito.

È in quel “genericamente” che c’è il motivo principale della sentenza.

Secondo il giudice, Google/YouTube aveva soltanto una «generica consapevolezza» che c’erano video pirata sulla piattaforma web, ma non sapeva quali fossero nello specifico.

Ogni volta che un detentore di copyright aveva segnalato i video pirata, Google/Youtube li aveva subito rimossi. Il giudice menziona, ad esempio, quando Google ha rimosso entro un giorno lavorativo 100mila video pirata segnalati in massa da Viacom a febbraio 2007.

Per questi motivi, il giudice ha valutato che l’operato di Google ricade sotto le protezioni del Digital Millenium Copyright Act (Dmca). È una normativa che, negli Usa, protegge un gestore di sito web per le violazioni al copyright fatte dai propri utenti, qualora intervenga in modo tempestivo dopo una segnalazione.

Una normativa analoga c’è, ovviamente, anche per i paesi di area UE: la direttiva 200/31/CE attuata in Italia con il d.lgs. 7o/2003 sul commercio elettronico, ove viene disciplinato il regime di responsabilità dei providers, prevedendo ipotesi di esonero a determinate condizioni, tra cui l’intervento immediato per la rimozione dei contenuti illeciti dietro segnalazione delle autorità competenti.

Per il caso italiano, relativo ai video del Grande Fratello, Google è stato soccombente in sede cautelare presso il Tribunale di Roma con la seguente motivazione, ben riassunta da Gaia Bottà su Punto Informatico:

Il tribunale ha però respinto le argomentazioni di Google: la condotta della piattaforma sarebbe “così palesemente e reiteratamente lesiva dei diritti” che “non è sostenibile la tesi delle resistenti sulla presunta assoluta irresponsabilità dei provider che si limiterebbe a svolgere l’unica funzione di mettere a disposizione gli spazi web (…) e sulla legittimità di avere un ritorno economico – escludendo il fine commerciale – connesso al proprio servizio in mancanza di un obbligo di controllarne i contenuti illeciti e di disabilitarne l’accesso”.

Google e YouTube, secondo il giudice, si preoccupano di “organizzare la gestione dei contenuti video, anche a fini di pubblicità“: per questo motivo già agiscono alla stregua di un editore, e dovrebbero agire alla stregua di un editore anche in materia di responsabilità sui contenuti.

Google e YouTube, aggiunge il tribunale, “nonostante le ripetute diffide e le azioni giudiziarie iniziate da RTI e la consapevolezza della sua titolarità dell’opera hanno continuato la trasmissione del Grande Fratello – visibile 24 ore su 24 accedendo al servizio a pagamento offerto da RTI – nei loro siti internet, programmandone e disciplinandone la visione ove si consideri che è possibile in tali siti anche scegliere le singole parti di trasmissione (un giorno, un episodio particolare) ad ulteriore, anche se non necessaria conferma, della consapevolezza della violazione dei diritti

Le motivazioni su cui poggia la sentenza newyorkese sono probabilmente molteplici. Sarebbe interessante poter leggere il testo integrale per poter fare una comparazione più approfondita, che mi propongo di effettuare in altra occasione.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

EnglishFrenchGermanItalianPortugueseRussianSpanish

My Projects

      EUPL.IT - Sito italiano interamente dedicato alla EUPL

E-Contract-U

Giornalismo Investigativo - Inchieste e Diritto dell'informazione

My Books

My e-Books