Tribunale di Roma

RTI vs Choopa, VVB. Differenze tra hosting passivo e gestore della piattaforma di condivisione video nella responsabilità del provider

Mi pare significativo il caso affrontato dal Tribunale di Roma con l’ordinanza cautelare del 20 ottobre 2011 nel caso RTI contro Choopa e VVB in tema di responsabilità del provider e del gestore della piattaforma di file audiovisivi coperti da diritto d’autore.

I principi affermati dalla disciplina sul commercio elettronico di derivazione comunitaria (direttiva 2000/31/CE, recepiti in Italia con d.lgs. 70/2003) sono stati felicemente applicati in favore di Choopa, al quale è stato riconosiuto il ruolo di fornitore del servizio di hosting “passivo”.

Va però rimarcato che sui server di Choopa, in funzione di hosting provider, veniva ospitata una piattaforma per la condivisione dei video, gestita da VBB.

Mentre nei confronti di Choopa la domanda cautelare è stata rigettata, in quanto sono valse le ipotesi di eccezione al regime di responsabilità contenute nella disciplina sul commercio elettronico, altrettanto non è avvenuto per VBB, nei cui riguardi la domanda è stata accolta senza che sia entrata in rilievo, a quanto mi consta, la disciplina di cui al citato d.lgs. 70/2003.

In altre parole, chi gestisce la piattaforma di contenuti multimediali, li organizza, li indicizza e ne ricava introiti pubblicitari, non si trova a svolgere un ruolo di hosting “passivo”, che invece spetta a chi si limita ad ospitare la piattaforma e i file in essa contenuti.

Se confrontiamo tale caso, in cui è netta la separazione tra gestore del server per la fornitura di mero hosting  (Choopa) e gestore della piattaforma (VBB), con i casi RTI / Google-YouTube, e gli altri casi analoghi, ci si rende conto di come i principi enunciati dall’ordinanza del 20.10.2011 a carico di VBB (gestore della piattaforma) non sono tanto distanti da quelli resi nei precedenti che hanno interessato i providers che, come avvenuto per Google-YouTube, s’è ritenuto abbiano un ruolo attivo nella gestione dei contenuti.

Il caso RTI vs Choopa e VBB aiuta, a mio avviso, a comprendere meglio il concetto, esplorato dalla giurisprudenza precedente, tra hosting “attivo” e hosting “passivo” e, al contempo, evidenzia un errore di fondo.

Come più volte sostenuto, l’hosting a cui si faceva riferimento nella direttiva 2000/31/CE non era altro che la messa a disposizione di una porzione di memoria su server accessibili tramite la rete Internet, al pari di quanto avviene, mutatis mutandis, quando si ha a disposizione una unità di memoria sul proprio hard disk in locale.

Non rientra in tale concetto di hosting la fornitura di servizi ulteriori, tramite piattaforme in grado di dare un valore aggiunto all’hosting e che, in realtà, vanno a configurare servizi aggiuntivi e utilità economiche addizionali per il fornitore, come avviene per YouTube e le altre piattaforme di gestione dei contenuti (incluso piattaforme di blogging) o di relazioni sociali (tra cui FaceBook e altri social network).

V’è chi, per distinguere la formitura di mero hosting dal servizio aggiuntivo reso mediante il ricorso ad una determinata piattaforma, insiste sulla distrinzione tra hosting “passivo”, nel primo caso, e hosting “attivo”, nel secondo caso, avendo solitamente presente, per l’hosting attivo, una realtà in cui il gestore della piattaforma è anche, al contempo, fornitore di mero hosting.

In realtà tale approccio produce, a mio avviso, una confusione nell’inquadramento della fattispecie.

Sarebbe infatti opportuno mantenere separati concettualmente i due servizi (di mero hosting e di gestione della piattaforma), i quali possono anche essere cumulativamente resi da un medesimo soggetto, ma, come nel caso RTI vs. Choopa e VBB, possono rimanere distinti ed essere forniti da soggetti diversi.

La separazione concettuale lascia ben comprendere come il regime di favore delineato dalla disciplina sul commercio elettronico sia riservato al mero hosting (quello che è stato definito, anche in giurisprudenza, come hosting passivo, da ultimo nell’ordinanza resa dal Tribunale di Roma il 20 ottobre 2011 nel giudizio RTI vs Choopa e VBB) e non, invece, al servizio di gestione della piattaforma, nella quale i contenuti immessi vengono gestiti, indicizzati ed eventualmente utilizzati anche a fini pubblicitari, ed appoggiati su un server in forza di un separato rapporto di hosting.

Mentre la fornitura del servizio di hosting, che è alla base della fornitura del servizio di gestione della piattaforma, incontra il regime di maggior favore enunciato dalla disciplina in materia di commercio elettronico, altrettando non pare possa sostenersi per la fornitura del servizio di gestione della piattaforma di contenuti multimediali, che è altro rispetto al servizio di hosting e, per tale motivo, la definizione di hosting attivo, anche se non errata in senso meramente descrittivo, rischia di essere fuorviante.

Ove un soggetto cumulerà su di sè entrambi i servizi, di (mero) hosting e di gestione della piattaforma, l’analisi dei profili di responsabilità potrà più facilmente essere delineata tenendo conto di tale distinzione.

Nel caso di specie Choopa e VBB hanno fornito separatamente i due servizi e sono andati incontro, in sede cautelare, a sorti completamente diverse in ordine all’applicazione del regime di responsabilità del provider delineato dalla normativa sul commercio elettronico.

Fabio Bravo

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Sentenza sulle 10 domande di Repubblica. Il Tribunale di Roma rigetta la richiesta di risarcimento danni di Silvio Berlusconi

 Il Tribunale di Roma, Sez. I Civile,  Giudice Dott.ssa Angela Salvio, con sentenza del 5 settembre 2011, n. 17366, ha rigettato (in primo grado) la domanda di risarcimento danni per diffamazione avanzata da Silvio Berluscono contro Gruppo Editoriale l’Espresso S.p.a. ed altri in conseguenza della reiterata pubblicazione quotidiana delle famose “10 domande” di Repubblica, non solo sul quotidiano in versione cartacea, ma anche on-line sul sito www.repubblica.it.

Al rigetto della domanda ne è conseguita la condanna dell’attore al pagamento delle spese processuali.

Il testo della sentenza (interessante per il giornalismo investigativo e per il diritto dell’informazione soprattutto nella parte in cui si sofferma sui confini del diritto di critica come scriminante e sulle modalità con cui il medesimo possa essere esercitato) è stato messo a disposizione sul sito di Repubblica ed è qui prelevabile in formato PDF in versione integrale.

Fabio Bravo

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About Elly! Ecco il testo dell’ordinanza del Tribunale di Roma

Sul caso Yahoo! vs. PFA Films, in tema di responsabilità del provider per l’omessa rimozione di link a contenuti illeciti (relativi all’opera cinematografica “About Elly“), ecco il testo integrale dell’ordinanza cautelare resa il 20 marzo 2011 dal Tribunale Ordinario di Roma, IX sez., Dott.ssa Muscolo (reso disponibile sul sito leggioggi.it).

Non mancherò di commentarlo nei consueti canali accademici e, perché no, anche su Information SOciety & ICT Law.

Fabio Bravo

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Tribunale di Roma: dopo Google e YouTube, ora è il turno di Yahoo!

Dopo la sentenza milanese sul caso Google vs. Vividown e le ordinanze cautelari, anche in sede di reclamo, sul caso Google-YouTube vs. RTI, ora il Tribunale romano si pronuncia nella controversia che vede contrapposta Yahoo! a Open Gate Italia, in rappresentanza della società di produzione cinematografica PFA.

A Yahoo! si è contestata l’attività di linking a siti contenenti video presenti in rete illecitamente, in quanto diffusi senza il consenso del titolare dei diritti sull’opera.

Come riportato da il Velino,

La Nona Sezione del Tribunale di Roma “inibisce a Yahoo! la prosecuzione e la ripetizione della violazione dei diritti di sfruttamento economico sul film ‘About Elly’ mediante il collegamento a mezzo dell’omonimo motore di ricerca ai siti riproducenti in tutto o in parte l’opera, diversi dal sito ufficiale del film”.

 

La notizia è stata diffusa per Repubblica da Longo, il quale parla di “sentenza”. Nell’attesa di vedere il testo del provvedimento, accoglierei con elasticità il termine sentenza, dato che potrebbe a ragioni trattarsi di ordinanza resa in sede cautelare (reclamabile e, comunque, suscettibile di essere rivista nel merito con la successiva sentenza, ove il giudizio cautelare sia stato incardinato in corso di causa oppure ove sia stato incardinato ante causam e si decidesse per la riassunzione nel merito).

In questa fattispecie si profilano delel novità:
a) sarebbe stato concesso una inibitoria per attività di linking a materiale asseritamente illecito;
b) sarebbe stata accertata, quantomeno sotto il profilo del “fumus” tipico dei procedimenti cautelari, la responsabilità di un “motore di ricerca” e non di un fornitore di servizi di “hosting”.

Dalla ricostruzione di alessandro Longo apprendiamo (con l’accortezza di prendere in maniera elastica il concetto di “sentenza”):

(1)

“La nona Sezione del Tribunale di Roma “inibisce a Yahoo! la prosecuzione e la ripetizione della violazione dei diritti di sfruttamento economico sul film ‘About Elly’ mediante il collegamento a mezzo dell’omonimo motore di ricerca ai siti riproducenti in tutto o in parte l’opera, diversi dal sito ufficiale del film”. Dunque i giudici obbligano Yahoo! a offrire, nei risultati, solo risultati “ufficiali”.”

(2)

“Il giudice ha riconosciuto che i motori di ricerca non possano esercitare “un controllo preventivo sui contenuti dei siti sorgente a cui è effettuato il link“.

(3)

“Nondimeno, ha deciso in tal senso perché Yahoo! sapeva della violazione del copyright ma non ha rimosso comunque i link ai siti pirata. Per questo motivo il giudice ne ha riconosciuto la responsabilità“.

(4)

La società di produzione cinematografica PFA, che distribuisce il film in Italia, aveva infatti mandato a Yahoo! una diffida, senza successo, chiedendo di ripulire i risultati della ricerca dai “siti riproducenti in tutto o in parte l’opera diversi dal sito ufficiale del film“, si legge ancora nella sentenza. E’ intervenuta quindi Open Gate Italia, società che segue le controversie sul copyright, portando avanti la causa in rappresentanza di Pfa. Open Gate ha fatto notare al tribunale che, facendo una ricerca con le parole “About Elly” su Yahoo!, il sito ufficiale del film non era nemmeno tra le prime posizioni, scalzato da link a pagine che consentivano di scaricare il film.”

Si noti la straordinaria coincidenza con lo schema preso a base delle decisioni rese con ordinanza dal Tribunale di Roma sul caso RTI-Google/YouTube.

In entrambi i casi il titolare dei diritti manda una diffida per contestare la violazione. La contestazione, a quanto consta (almeno nel caso RTI-Google/YouTube) appare generica, ossia non ha indicazione esatta degli URL a cui corrispondere il materiale o il link da rimuovere.

Dalla diffida il Provider, secondo tale schema, può rendersi conto della presenza o meno delle violazioni.

Prima della diffida non ha un obbligo di controllo. Dopo la diffida, essendo in grado di acquisire consapevolezza della violazione, scattano i meccanismi di responsabilità, anche prima che venga attivata la richiesta di rimozione tramite l’autorità giudiziaria (o quella amministrativa) ai sensi del d.lgs. 70/2003 sul commercio elettronico.

Sorprende, invero, le possibilità di estensione delle responsabilità se, come sta avvenendo, si assesta questo modello. Occorre estrema cautela nell’applicazione del principi giuridici emergenti dalla recente giurisprudenza.

La materia dovrà essere quanto prima aggiornata a livello normativo, attraverso il processo di revisione della direttiva 2000/31/CE sul commercio elettronico.

Ritornerò quanto prima su tale argomento, attendendo il deposito del provvedimento in questione, comprensivo delle motivazioni.

Fabio Bravo

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Caso Laziogate. L’intrusione nei computer dell’anagrafe: ecco il testo integrale della sentenza

Sul caso Laziogate, che ha portato alla condanna di Francesco Storace ed all’insolito ritiro della costituzione di parte civile dal sindaco subentrato Alemanno, è stata pubblicata dal collega Fulvio Sarzana il testo integrale della sentenza n. 9122 del 5 maggio 2010 di condanna resa dal Tribunale penale di Roma (Giudice Dr.ssa Maria Bonaventura), riassunta in queste righe da un articolo della Stampa (pubblicato nel medesimo giorno di pronuncia del provvedimento di condanna):

Responsabile dell’incursione illecita nel sistema informatico del comune di Roma, tra il 9 e 10 marzo del 2005, un’azione delittuosa che puntava ad interferire sul regolare svolgimento delle elezioni regionali e, in particolare, a penalizzare il movimento Alternativa Sociale guidato da Alessandra Mussolini. Per questo Francesco Storace oggi, al termine di un processo durato circa tre anni, è stato condannato ad 1 anno e 6 mesi di reclusione.

L’allora governatore del Lazio (ndr era presidente della regione all’epoca dell’illecito, ma ministro della Salute al momento dell’avvio dell’inchiesta, carica da cui si dimise) è stato giudicato «promotore o istigatore» di questa iniziativa.

Con lui, il giudice monocratico della IV sezione del Tribunale di Roma, ha condannato altre sette persone coinvolte, a vario titolo, nel Laziogate. Per tutti la pena è sospesa.

L’incursione, secondo quanto ricostruito dai magistrati capitolini, fu effettuata materialmente dal suo ex portavoce Nicolò Accame, condannato a due anni di reclusione, dall’ex direttore di Laziomatica (ora Lait Spa), Mirko Maceri, condannato ad un anno di reclusione, così come Nicola Santoro, un militante di An.

Gli altri reati contestati, a vario titolo, sono quelli di concorso in accesso abusivo in un sistema informatico, di interferenza illecita nella vita privata e favoreggiamento personale.

L’interferenza illecita nella vita privata era attribuita ad Accame e ai detective privati Pierpaolo Pasqua, condannato oggi ad un anno di reclusione, e Gaspare Gallo (che ha già patteggiato la pena a dieci mesi), questi ultimi due materialmente introdottisi il 28 febbraio del 2005 negli uffici romani di Azione Sociale, che aderiva al cartello di Alternativa Sociale, per girare dei filmati non autorizzati.

Ovviamente si tratta di sentenza non definitiva, che probabilmente verrà appellata dagli interessati.

E’ comunque interessante la lettura integrale del testo della sentenza, depositata con tanto di motivazioni in cancelleria il 4 ottobre 2010, perché rappresenta un caso di condanna per reati informatici commesso per finalità politiche.

Nella sentenza, oltre ai profili di responsabilità penale, c’è anche la condanna civilistica al risarcimento del danno in favore delle parti civili costituite (“Lait” e “Alternativa Sociale per Mussolini”), da liquidarsi in separata sede, ma non per il Comune di Roma che ha ritirato la costituzione di parte civile sul presupposto, da quanto ho capito dalle esternazioni del Sindaco Alemanno, della innocenza, da dimostrarsi in grado di appello, di Storace e degli altri coimputati condannati.

Fabio Bravo

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Information Society & ICT Law

Peer-to-Peer. Dopo l'epilogo del caso The Pirate Bay, la FAPAV (Federazione Anti Pirateria Audiovisiva) trascina in Tribunale la Telecom

Sul P2P (Peer-To-Peer), si profilano novità dopo l’epilogo del caso The Pirate Bay, nell’ambito del quale la Cassazione, con sentenza n. 49437/09, si è pronunciata affermando il principio secondo cui l’autorità giudiziaria può ordinare agli ISP (Internet Service Providers) di inibire agli utenti il traffico di rete verso determinati siti utilizzati per la commissione di illeciti penali.

E’ notizia recente che la Federazione Anti Pirateria AudioVisiva (FAPAV) abbia avanzato presso il Tribunale di Roma un ricorso nei confronti di Telecom Italia per ottenere un provvedimento d’urgenza che, stando ad alcune fonti giornalistiche, se accolto costringerebbe la Telecom ad inibire il traffico dei propri utenti verso determinati siti che consentono lo scambio di file mediante P2P.

La FAPAV, secondo quanto riportato da Alessandro Longo per la Repubblica, sembrerebbe voler far valere anche la responsabilità della Telecom:

a) per non aver impedito la condotta illecita dei propri utenti, nonostante fosse stata tempestivamnte avvisata degli illeciti da parte della FAPAV;

b) per aver omesso di denunciare all’autorità giudiziaria gli utenti che abbiano scaricato o scambiato illecitamente file proteti da copyright.

Tuttavia, si precisa nell’articolo citato,

(…) Telecom si sta opponendo alle richieste. Non solo: nella propria difesa presentata al Tribunale, accusa a sua volta Fapav di aver monitorato le connessioni degli utenti Telecom, violandone la privacy. Soltanto con questi mezza la Federazione avrebbe potuto ottenere i dati sui film più scaricati. Secondo l’operatore, è una vicenda simile a quella di Peppermint (azienda discografica tedesca che aveva fatto incetta di dati degli utenti peer to peer italiani). Un caso che si era concluso nel 2007 con la condanna dei discografici, al Tribunale di Roma e da parte del Garante della Privacy. Non si sa in che modo Fapav abbia monitorato il traffico peer to peer, ma forse si è servita di un software ad hoc (Peppermint utilizzava quello di Logistep).

La fattispecie è assai complessa in quanto presenta molti aspetti in punto di diritto: la responsabilità dei providers, la normativa in materia di diritto d’autore e dei diritti di proptietà industriale, la disciplina del commercio elettronico e del risarcimento dei danni, la protezione dei dati personali su Internet, la disciplina del Peer-to-Peer, la disciplina delle investigazioni digitali e quella delle indagini difensive, e così via.

Seguiremo insieme, nei post di Information Society & ICT Law, anche questo caso, sciogliendo via via i nodi che si presenteranno.

Come di consueto cercherò di far confluire le riflessioni anche in sede scientifica, con i necessari approfondimenti.

Fabio Bravo

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