Testo integrale

Web Security e Privacy Officer

Presso l’Università di Bologna è attivo il Corso di Alta Formazione in “Web Security e Privacy Officer“, con carattere interdisciplinare, della durata di sette mesi. Tra gli insegnamenti previsti nel piano didattico vi sono le seguenti materie:

  1. Web society e web security (SPS/07)
  2. Sicurezza aziendale e nuove tecnologie (SPS/12)
  3. Indagini investigative e web (INF/01)
  4. Diritto alla protezione dei dati personali e Privacy Officer (IUS/01)

La figura del Privacy Officer (o Data Protection Officer, DPO – Responsabile della Protezione dei Dati) è stata istituzionalizzata nel Regolamento UE n. 2016/679 sulla Privacy, pubblicato oggi (4.5.2016) nella Gazzetta Ufficiale dell’UE.

Di seguito il link al testo integrale del Regolamento ed alla Gazzetta ufficiale: Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016, relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati e che abroga la direttiva 95/46/CE (regolamento generale sulla protezione dei dati).

Chi fosse interessato al predetto Corso di Alta Formazione può consultare il sito di ateneo per gli approfondimenti e le informazioni utili su bando, requisiti e termini per presentare domanda, quota di iscrizioni, direttore, docenti, tutor, etc.

Processo civile telematico (PCT) e ricorso per decreto ingiuntivo in formato PDF, ottenuto con scansione di versione cartacea

Un’interessante pronuncia del Tribunale di Verona (4.12.2015) ritiene non condivisibile l’orientamento secondo cui sarebbe nullo e/o inesistente il ricorso per decreto ingiuntivo inoltrato telematicamente in formato PDF, ottenuto attraverso una digitalizzazione con scanner della versione cartacea, anche se firmato digitalmente.

La sanzione della nullità non sarebbe infatti prevista dall’ordinamento. Inoltre, sostiene il Tribunale di Verona, anche nell’ipotesi in cui si volesse ritenere che tale ricorso sia affetto da nullità, la stessa sarebbe in ogni caso da intendersi sanata dall’opposizione dell’ingiunto.

Fabio Bravo | www.fabiobravo.it

 

 

 

Apple e la garanzia biennale. Multa di 900.000 euro dall’Antitrust

La Apple ha posto in essere pratiche commerciali scorrette nel mercato italiano (e probabilmente anche europeo) con riguardo alla garanzia biennale dovuta nelle vendite commerciali con i consumatori.

Dopo numerosi casi, alcuni segnalati anche su Information Society & ICT Law, l’Antitrust italiana (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato – AGCM), nel corso dell’adunanza del 21 dicembre 2011, ha sanzionato tre società del gruppo Apple per un importo complessivo di 900.000 euro, per due distinte condotte.

Ecco il provvedimento integrale dell’AGCM (82 pag.) e l’estratto (1 pag.)

Come precisato dall’Authority,

In particolare (…) le tre società del gruppo, Apple Sales International, Apple Italia S.r.l. e Apple Retail Italia hanno messo in atto due distinte pratiche commerciali scorrette:

 

1) presso i propri punti vendita e/o sui siti internet apple.com e store.apple.com, sia al momento dell’acquisto che al momento della richiesta di assistenza, non informavano in modo adeguato i consumatori sui diritti di assistenza gratuita biennale previsti dal Codice del Consumo, ostacolando l’esercizio degli stessi e limitandosi a riconoscere la garanzia convenzionale del produttore di 1 anno;

 

2) le informazioni date su natura, contenuto e durata dei servizi di assistenza aggiuntivi a pagamento AppleCare Protection Plan, unite ai mancati chiarimenti sull’esistenza della garanzia legale biennale, erano tali da indurre i consumatori a sottoscrivere un contratto aggiuntivo quando la ‘copertura’ del servizio a pagamento si sovrappone in parte alla garanzia legale gratuita prevista dal Codice del Consumo.

 

In conseguenza dell’accertamento delle due violazioni sono state comminate diverse sanzioni:

Le sanzioni sono pari a 400mila euro per la prima pratica e 500mila per la seconda pratica. Per la prima pratica, l’Autorità ha infatti tenuto conto delle modifiche adottate dalle società del gruppo nel corso del procedimento, in grado di garantire una migliore informazione ai consumatori, riducendo così il massimo edittale di 500mila che è stato invece applicato per la seconda pratica.

 

Tali importi sono stati ripartiti tra le tre società in ragione del loro fatturato, secondo il seguente schema:

 

1) Mancata informazione e riconoscimento della garanzia legale:

 

- Apple Sales International 240 (duecentoquaranta) mila euro;

 

- Apple Italia S.r.l. 80 (ottanta) mila euro;

 

- Apple retail Italia S.r.l. 80 (ottanta) mila euro;

 

2) informazioni fuorvianti per indurre alla sottoscrizione del contratto di assistenza aggiuntiva a pagamento:

 

- Apple Sales International 300 (trecento) mila euro;

 

- Apple Italia S.r.l. 100 (cento) mila euro;

 

- Apple retail Italia S.r.l. 100 (cento) mila euro;

 

Le società, oltre a cessare le pratiche e comunicare all’Autorità le misure assunte per ottemperare al provvedimento, dovranno pubblicare un estratto della delibera dell’Antitrust sul sito www.apple.com in modo da informare i consumatori.

 

La società Apple Sales International, infine, entro 90 giorni, dovrà adeguare le confezioni di vendita dei servizi AppleCare Protection Plan, inserendo l’indicazione sulla esistenza e durata biennale della garanzia di conformità nonché indicando correttamente la durata del periodo di assistenza con riferimento alla scadenza della garanzia legale di conformità (…).

 

Fabio Bravo

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Lo Schema di Regolamento allegato alla Delibera AGCOM sulla tutela del diritto d’autore on-line (testo integrale)

L’AGCOM (dopo gli esiti della discussa Delibera 668/2010/CONS contenente la disciplina degli strumenti di tutela del diritto d’autore on-line con procedura di rimozione dei contenuti digitali) ha pubblicato la Delibera 398/11/CONS (intitolata “CONSULTAZIONE PUBBLICA SULLO SCHEMA DI REGOLAMENTO IN MATERIA DI TUTELA DEL DIRITTO D’AUTORE SULLE RETI DI COMUNICAZIONE ELETTRONICA“), accompagnata dall’Allegato Schema di Regolamento.

Rimandando ad altro momento i commenti analitici su entrambi i testi, consultabili sul sito dell’AGCOM in versione integrale. Preme qui rimarcare ancora una volta che, a mio sommesso avviso, le procedure di rimozione del materiale illecito vanno disciplinate, perché previste dalla normativa in materia di commercio elettronico, ma non con queste modalità.

Innanzitutto non convince l’estromissione del Parlamento, sede appropriata per disciplinare il settore in esame, e il pericoloso effetto dell’accentramento dei poteri in capo all’Authority (stabilisce le norme, decide sulle norme che stabilisce e le fa attuare, con buona pace degli elementari principi di suddivisione die poteri tipici di un ordinamento democratico).

Non convince il sostanziale effetto espropriante delle prerogative della magistratura, dato che con Regolamento di un’autorità amministrativa indipendente (e non per legge) le controversie sull’utilizzo del materiale coperto da diritto d’autore e sulla sua eventuale rimozione dalla Rete vengono sottratte alle sezioni specializzate dell’autorità giudiziaria ordinaria (giudice naturale precostituito per legge) e affidate prima all’AGCOM e poi al TAR in caso di impugnazione. Non convince l’idea che non se ne possa occupare la magitratura, dal momento che il codice di rito prevede già una procedura d’urgenza, quantomeno con il procedimento di cui all’art. 700 c.p.c. (che, se si ritenesse “lento”, potrebbe essere oggetto di modifica).

Non convince neanche la sostanziale disparità di trattamento tra chi si trova a chiedere la rimozione dei contenuti per violazione del copyright e chi invece si trova vittima di altri illeciti on-line (ad esempio, chi è diffamato). La rimozione dei contenuti diffamatori segue infatti altri percorsi e la tutela per il cittadino sarebbe diversa da quella di chi ha interesse alla rimozione delle violazioni della disciplina sul diritto d’autore. Tale diversità di trattamento è a dir poco inconcepibile, se si pensa che la disciplina in materia di commercio elettronico di cui al d.lgs. 70/2003, così come la Direttiva 2000/31/CE, affrontano il tema della rinmozione dei contenuti illeciti o della inizione all’accesso dei medesimi in maniera trasversale, senza distinguere se si tratti di un illecito in violazione delle norme sul diritto d’autore, sul diritto alla reputazione e così via.

Sarebbe invece opportuno che la disciplina venisse affrontata in sede parlamentare, ragionata e valutata in relazione alle norme sul commercio elettronico e alle prerogative della magistratura (visto il rischio di compromissione dei diritti costituzionali di libertà e manifestazione del pensiero), tenendo altresì conto dell’esigenza di normare le procedure di rimozione dei contenuti illeciti non solo con riferimento al diritto d’autore, ma trasversalmente anche con riferimento ad altre tipologie di illecito.

 

Fabio Bravo

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Cass. Pen., sent. 11997/2011. Caso di pedopornografia tra ragazzi

Una recente sentenza della Corte di Cassazione (Cass. Pen. 11997/2011) interviene su un caso di detenzione di materiale pedopornografico, confermando la decisione di merito che aveva condannato un ragazzo di 25 anni per aver ripreso con telecamera le effusioni di un suo amico in intimità con una compagna minorenne, per poi mostrare le immagini ad una cerchia ristretta di conoscenti.

Come riportato in un articolo su La Stampa,

la Cassazione (sentenza 11997/11) (…) ha confermato la condanna inflitta ad un 25enne milanese colpevole di avere realizzato, insieme ad altri due amici, riprese filmate di effusioni amorose a sfondo sessuale tra un’amica minorenne e il ragazzo che lei frequentava all’epoca.

(…)

I tre amici avevano marinato la scuola: con una loro compagna e il ragazzo di questa erano andati a casa dell’imputato dicendo che li avrebbero lasciati soli e di mettersi a loro agio. In camera da letto avevano predisposto una telecamera che ha filmato le effusioni fra i due giovani, poi mostrate ad altri amici. Il fatto aveva causato un grave disagio alla ragazza, che aveva accusato disturbi psichici e alimentari. Da qui la denuncia.

 

La sentenza, come precisato nell’articolo citato,

non fa sconti, nemmeno se «la condotta incriminata sia posta in essere nell’ambito di una struttura rudimentale e non idonea alla diffusione del prodotto su vasta scala». Non bisogna creare una «zona franca caratterizzata dall’impunità per quei comportamenti nei quali lo sfruttamento del minore per la produzione del materiale pornografico, nonchè la sua diffusione, avvengano in maniera artigianale e per una cerchia limitata di soggetti». Altrimenti si finirebbe per rendere inefficace una norma che assicura una tutela anticipata, ampia e progressiva dello sviluppo fisico, psicologico, spirituale, morale e sociale dei minori, con particolare riguardo alla sfera sessuale. Quindi «non vi è dubbio che una condotta apparentemente minima come quella dell’imputato, sia pure inquadrabile nell’ambito della ragazzata, possa rappresentare un’aggressione al bene giuridico»

 

V’è comunque da osservare che il reato ipotizzato risulterebbe essere quello di detenzione di materiale pornografico concernente minori.

Ciò che rileva, dunque, è la detenzione consapevole del materiale, penalmente rilevante a prescindere dalla diffusione che se ne fa del materiale e indipendentemente dalla destinazione o meno di tale materiale. La norma incriminatrice sulla detenzione di materiale pornigrafico concernente minori trova infatti applicazione anche nel caso di specie, ove, come ricorda la sentenza citata,

“l’assenza di prove di altre condotte analoghe, la mancata replica su supporti informatici del filmato rendono evidente che lo scopo perseguito dai prevenuti era quello di invadere la privacy e diffamare al parte lesa, ma non già di realizzare materiale pornografico destinato al mercato dei pedofili”.

Per tale fatto, già in sé lesivo della riservatezza e sfera sessuale della parte lesa (che è tanto più fragile perché minore), è, quindi, corretto irrogare la sanzione (…).

 

Come chiarisce la Corte di Cassazione, nel provvedimento de quo,

corretto è stato il sanzionare l’agire di L.F. per il solo fatto di avere detenuto quel materiale.

D’altro canto, la chiara finalità della disposizione in esame di non lasciare varchi di impunità alle molteplici modalità di lesione del bene della integrità psicofisica-sessuale del minore è costituita anche dal ricorso alla previsione di condotte alternative (ma che possono anche coesistere) come il “procurarsi” (inteso in varie accezioni) o, comunque, “disporre” del materiale pedo-pornografico (sez. III, 20.9.07, rv. 238079).

Siffatto comportamento – nel senso dell’aver avuto la “disponibilità” – è sicuramente riconoscibile nell’azione del L.F. e non vi è neanche dubbio che detta condotta sia stata sostenuta dalla coscienza circa il tipo di materiale detenuto e dalla volontà di disporne (indipendentemente da qualsiasi specifica finalità di diffusione 0 dalla sussistenza o meno di qualsivoglia pericolo in tal senso – non essendo, né l’uno né l’altro, elementi richiesti dalla norma per la integrazione della fattispecie-).

Inoltre, v’è da rilevare nel caso di specie anche la portata del concetto di “materiale pornografico” concernente minore. In questo caso pare sia stata ravvisato come materiale pornografico quello risultante dalla ripresa di effusioni tra fidanzati, di cui una minorenne.

Nella sentenza, in particolare, si parla di immagini

riproducenti scene di effusioni e toccamenti trai due ragazzi solo in parte denudati [di cui una minorenne]

La sentenza è interessante anche per un altro passaggio motivazionale, ove, nel delineare il rapporto con la diversa fattispecie punita dall’art. 600 ter c.c., tratta in maniera differente l’ipotesi in cui si rinvenga materiale pedopornografico ottenuto a seguito di ripresa con telecamera (senza che entri in rilievo ulteriore strumentazione idonea potenzialmente alla diffusione delle immagini), dall’ipotesi in cui il rinvenimento del materiale derivi da riprese effettuate con cellulare, in quanto con tale strumento ricorre il concreto pericolo di una vasta ed indiscriminata diffusione del materiale prodotto.

In altre parole, la medesima condotta (videoriprese di materiale pornografico concernente minori, nella fasstispecie le effusioni tra fidanzati) finisce per assumere rilevanza penalmente diversa, nell’interpretazione della Suprema Corte di Cassazione, a seconda dello strumento usato: videocamera o un cellulare.

Fabio Bravo

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Cassazione 49437/09 sul caso The Pirate Bay. Le motivazioni e i primi commenti

Sul caso di The Pirate Bay avevo accennato alcuni post (segnalando alcuni link per riflettere meglio e riportando la notizia della sentenza della Cassazione sull’ordinanza di dissequestro del Tribunale di Bergamo), nell’attesa che venissero depositate le motivazioni (cfr. il testo integrale della sentenza della Cassazione n. 49437/09, depositata in cancelleria in data 23 dicembre 2009, prontamente riportata sul Blog di Stefano Quintarelli).

Per alcuni primi commenti rinvio all’articolo del Sole 24 ore, al commento di Eugenio Prosperetti ed a quello di Marco Scialdone

Prossimamente mi permetterò di intervenire anch’io nel dibattito, con alcune mie brevi riflessioni.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Intercettazioni. Il disegno di legge passa al Senato

Il tanto discusso disegno di  legge sulle intercettazioni, dopo essere stato approvato l’11 giugno 2009 alla Camera (ddl. 1415) , è transitato al Senato il 12 giugno, ove ha acquisito il n. 1611.

Ecco il testo integrale.

E’ un testo che ha fatto e sta facendo discutere molto e che ora, dopo il passaggio all’altro ramo del Parlamento, sta mobilitando l’opinione pubblica, la magistratura e numerosi personaggi celebri della nostra società, che ravvedono nel testo di legge un’attentato sia alle esigenze di sicurezza dei cittadini (perché in molti casi le possibilità di ricorrere alle intercettazioni vengono compresse in maniera sensibile), sia ai diritti costituzionali di infomare e di essere informati, riconducibili all’art. 21 Cost. (perché si introducono forti limiti alla possibilità di pubblicazione, anche per riassunto, fino alla chiusura delle indagini preliminai o fino all’udienza preliminare; si introduce un’ipotesi di reato per chi contravviene al divieto di pubblicazione con pene detentive ed altre diverse misure; etc.; …tanto da far ipotizzare una vera e propria censura). 

Possono essere considerate misure di tutela della “privacy” e di altri diritti collegati?

I rilievi sarebbero molti e circostanziarli in questo post è impossibile.

In questa sede, pertanto, mi limito a veicolare il link del disegno di legge (già riportato sopra), al fine di contribuire a rendere ampia la circolazione dei contenuti e la reperibilità delle fonti. E’ il primo passaggio fondamentale per un confronto serio sui contenuti, d parte di ciascuno.

Preannuncio però che nei successivi post non mancherò di soffermarmi sui singoli aspetti critici di tale proposta di legge.

Fabio Bravo

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Cass. Pen., Sez. III, Sent. 10535/2009

Di seguito riporto il testo integrale della Sentenza n. 10535/2009, in relazione alla quale ho già anticipato alcune considerazioni al precedente post (Sequestro di Forum e legge sulla Stampa).

 

Suprema Corte di Cassazione – Sezione Terza Penale

Sentenza 11 dicembre 2008 – 10 marzo 2009,  n. 10535
Pres. Dott. Vitalone – Rel. Dott. Franco
Ricorrente Aduc (Associazione per i diritti degli utenti e consumatori)

Svolgimento del processo

Con ordinanza 25 ottobre 2007 il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Catania respinse la richiesta dell’Aduc di revoca del sequestro preventivo di alcune pagine web di sua proprietà disposto il 20.11.2007 in relazione al reato di cui all’art. 403 cod. pen.

Il tribunale del riesame di Catania, con l’ordinanza in epigrafe, in parziale accoglimento dell’appello dell’Aduc, revocò il sequestro previa rimozione sul sito internet dell’Aduc delle espressioni e dei messaggi oggetto dei reati contestati, inibendone l’ulteriore diffusione.

L’Aduc propone ricorso per cassazione deducendo:

1) inosservanza dell’art. 21, comma 6, Cost. e illegittimità del sequestro preventivo poiché non attiene a reati contro il buon costume. Osserva che l’art. 21, comma 6, Cost. consente la limitazione dell’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero nei soli casi di manifestazioni contrarie al buon costume.

2) inosservanza dell’art. 21, comma 6, Cost. e illegittimità del sequestro preventivo perché l’offesa ad una confessione religiosa non è contraria al buon costume.

3) erronea applicazione dell’art. 403 cod. pen. per erronea individuazione del bene giuridico protetto dalla norma. Osserva che, secondo una interpretazione costituzionalmente orientata, non c’è offesa se non vengono individuati i singoli individui, soggetti passivi della norma e portatori del bene giuridico da essa tutelato.

4) erronea applicazione dell’art. 21, comma 3, Cost. ed erronea individuazione dell’ambito applicativo del divieto di sequestro ivi previsto. Erronea interpretazione restrittiva del concetto di stampa che esclude l’informazione non ufficiale.

Motivi della decisione

Il primo motivo è inammissibile perché consiste in una censura nuova non dedotta con l’appello, e che non può quindi essere proposta per la prima volta in questa sede di legittimità. Il motivo è comunque manifestamente infondato perché l’art. 21, comma 6, Cost. vieta direttamente «le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume», disponendo altresì che «la legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni», ma non ha inteso dire che un comportamento, costituente manifestazione del pensiero, possa essere dalla legge vietato e previsto come reato esclusivamente quando sia contrario al buon costume, e non anche quando sia lesivo di altri beni ritenuti meritevoli di tutela, sebbene non lesivo del buon costume.

Se così non fosse, del resto, dovrebbe ritenersi che i reati di ingiuria e diffamazione non sarebbero legittimi quando colpiscano comportamenti lesivi solo dell’onore e della reputazione delle persone, e non anche del buon costume.

Per le stesse ragioni è inammissibile, sia perché nuovo sia perché manifestamente infondato, anche il secondo motivo. Con l’atto di appello, invero, non era stato dedotto che il sequestro in questione era illegittimo perché le frasi contestate non erano suscettibili di offendere il buon costume inteso come pudore sessuale della collettività. Né tale doglianza può essere proposta per la prima volta in sede di legittimità solo perché l’ordinanza impugnata ha osservato che alcune delle frasi incriminate, oltre ad avere offeso la religione cattolica mediante il vilipendio dei suoi fedeli e dei suoi ministri, avevano travalicato i limiti del buon costume alludendo espressamente a pratiche pedofile dei sacerdoti per diffondere il «sacro seme del cattolicesimo».

In ogni caso il motivo è manifestamente infondato perché l’art. 21, comma 6, Cost. non limita la possibilità della legge di prevedere, in caso di reato, il sequestro di cose che rappresentino manifestazioni del pensiero soltanto quando queste siano lesive del pudore sessuale.

Il terzo motivo è infondato perché esattamente il tribunale del riesame ha ritenuto che per la configurabilità del reato di cui all’art. 403 cod. pen. non occorre che le espressioni di vilipendio debbano essere rivolte a fedeli ben determinati, ben potendo invece, come nella specie, essere genericamente riferite alla indistinta generalità dei fedeli.

La norma invero protegge il sentimento religioso di per sé, sanzionando le pubbliche offese verso lo stesso attuate mediante vilipendio dei fedeli di una confessione religiosa o dei suoi ministri.

Opportunamente, invero, l’ordinanza impugnata ha ricordato la sent. n. 188 del 1975 della Corte costituzionale, la quale affermò che «il sentimento religioso, quale vive nell’intimo della coscienza individuale e si estende anche a gruppi più o meno numerosi di persone legate tra loro dal vincolo della professione di una fede comune, è da considerare tra i beni costituzionalmente rilevanti, come risulta coordinando gli artt. 2, 8 e 19 Cost., ed è indirettamente confermato anche dal primo comma dell’art. 3 e dall’art. 20.

Perciò il vilipendio di una religione, tanto più se posto in essere attraverso il vilipendio di coloro che la professano o di un ministro del culto rispettivo, come nell’ipotesi dell’art. 403 cod. pen., che qui interessa, legittimamente può limitare l’ambito di operatività dell’art. 21: sempre che, beninteso, la figura della condotta vilipendiosa sia circoscritta entro i giusti confini, segnati, per un verso, dallo stesso significato etimologico della parola (che vuol dire “tenere a vile”, e quindi additare al pubblico disprezzo o dileggio), e per altro verso, dalla esigenza di rendere compatibile la tutela penale accordata al bene protetto dalla norma in questione con la più ampia libertà di manifestazione del proprio pensiero in materia religiosa», e che «il vilipendio, dunque, non si confonde né con la discussione su temi religiosi, così a livello scientifico come a livello divulgativo, né con la critica e la confutazione pur se vivacemente polemica; né con l’espressione di radicale dissenso da ogni concezione richiamantesi a valori religiosi trascendenti, in nome di ideologie immanentistiche o positivistiche od altre che siano. Sono, invece, vilipendio, e pertanto esclusi dalla garanzia dell’art. 21 (e dell’art. 19), la contumelia, lo scherno, l’offesa, per dir così, fine a sé stessa, che costituisce ad un tempo ingiuria al credente (e perciò lesione della sua personalità) e oltraggio ai valori etici di cui si sostanzia ed alimenta il fenomeno religioso, oggettivamente riguardato».

D’altra parte, anche la recente sent. n. 168 del 2005 (che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 403 cod. pen. nella parte in cui prevede, per le offese alla religione cattolica mediante vilipendio di chi la professa o di un ministro del culto, la pena della reclusione rispettivamente fino a due anni e da uno a tre anni, anziché la pena diminuita stabilita dall’art. 406 dello stesso codice) ha fatto espresso riferimento alle «esigenze costituzionali di eguale protezione del sentimento religioso che sottostanno alla equiparazione del trattamento sanzionatorio per le offese recate sia alla religione cattolica, sia alle altre confessioni religiose», ribadendo che tutte le norme contemplate dal capo dei delitti contro il sentimento religioso «si riferiscono al medesimo bene giuridico del sentimento religioso, che l’art. 403 cod. pen. tutela in caso di offese recate alla religione cattolica mediante vilipendio di chi la professa o di un ministro del culto».

Del resto, anche qualora potesse accogliersi la tesi del ricorrente secondo cui il bene tutelato dalla norma non è il sentimento religioso ma la persona (fisica o giuridica) offesa in quanto appartenente ad una determinata confessione religiosa, non si vedrebbe perché questa tesi dovrebbe comportare che, per aversi reato, il vilipendio dovrebbe rivolgersi verso determinate persone e non verso il gruppo indistinto dei fedeli di quella confessione religiosa nei cui confronti viene pubblicamente portata l’offesa.

È infine infondato anche il quarto motivo.

Va preliminarmente osservato che il tribunale del riesame ha revocato il sequestro del forum esistente nell’ambito del sito appartenente alla associazione ricorrente, lasciandolo esclusivamente sui singoli messaggi inviati da alcuni partecipanti al forum in questione, contenenti le frasi oggetto dei reati contestati.

Ciò posto, il Collegio ritiene che esattamente il tribunale del riesame ha dichiarato che nel caso di specie non trova applicazione l’art. 21, comma 3, Cost., secondo cui «Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili», dato che la concreta fattispecie in esame non rientra nella più specifica disciplina della libertà di stampa, ma solo in quella più generale di libertà di manifestazione del proprio pensiero di cui all’art. 21, comma 1, Cost.

Gli interventi dei partecipanti al forum in questione, invero, non possono essere fatti rientrare nell’ambito della nozione di stampa, neppure nel significato più esteso ricavabile dall’art. 1 della legge 7 marzo 2001, n. 62, che ha esteso l’applicabilità delle disposizioni di cui all’ articolo 2 della legge 8 febbraio 1948, n. 47 (legge sulla stampa) al «prodotto editoriale», stabilendo che per tale, ai fini della legge stessa, deve intendersi anche il «prodotto realizzato … su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico».

Il semplice fatto che i messaggi e gli interventi siano visionabili da chiunque, o almeno da coloro che si siano registrati nel forum, non fa sì che il forum stesso, che è assimilabile ad un gruppo di discussione, possa essere qualificato come un prodotto editoriale, o come un giornale online, o come una testata giornalistica informatica.

Si tratta quindi di una semplice area di discussione, dove qualsiasi utente o gli utenti registrati sono liberi di esprimere il proprio pensiero, rendendolo visionabile a tutti gli altri soggetti autorizzati ad accedere al forum, ma non per questo il forum resta sottoposto alle regole ed agli obblighi cui è soggetta la stampa (quale quello di indicazione di un direttore responsabile o di registrazione) o può giovarsi delle guarentigie in tema di sequestro che l’art. 21, comma 3, Cost. riserva soltanto alla stampa, sia pure latamente intesa, ma non genericamente a qualsiasi mezzo e strumento con cui è possibile manifestare il proprio pensiero.

D’altra parte, nel caso in esame, neppure si tratta di un forum strutturalmente inserito in una testata giornalistica diffusa per via telematica, di cui costituisca un elemento e su cui il direttore responsabile abbia la possibilità di esercitare il controllo (così come su ogni altra rubrica della testata).

Acutamente il difensore del ricorrente sostiene che la norma costituzionale dovrebbe essere interpretata in senso evolutivo per adeguarla alle nuove tecnologie sopravvenute ed ai nuovi mezzi di espressione del libero pensiero. Ma da questo assunto, non può farsi derivare che i nuovi mezzi di comunicazione del proprio pensiero (newsletter, blog, forum, newsgroup, mailing list, chat, messaggi istantanei, e così via) possano, tutti in blocco, solo perché tali, essere inclusi nel concetto di stampa ai sensi dell’art. 21, comma 3, Cost., prescindendo dalle caratteristiche specifiche di ciascuno di essi.

In realtà i messaggi lasciati su un forum di discussione (che, a seconda dei casi, può essere aperto a tutti indistintamente, o a chiunque si registri con qualsiasi pseudonimo, o a chi si registri previa identificazione) sono equiparabili ai messaggi che potevano e possono essere lasciati in una bacheca (sita in un luogo pubblico, o aperto al pubblico, o privato) e, così come quest’ultimi, anche i primi sono mezzi di comunicazione del proprio pensiero o anche mezzi di comunicazione di informazioni, ma non entrano (solo in quanto tali) nel concetto di stampa, sia pure in senso ampio, e quindi ad essi non si applicano le limitazioni in tema di sequestro previste dalla norma costituzionale.

Il ricorso deve pertanto essere rigettato con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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