Stefano Rodotà

Ministro di Internet

Interessante la proposta di istituire un Ministro di Internet, anche senza portafoglio, segnalata da Massimo Sideri in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera, ma che riproduce, nella sostanza, le osservazioni formulate da Stefano Rodotà nella sua lettera a Monti, in vista della costituzione del nuovo governo.

La riflessione è avvalorata dalla constatazione che l’economica digitale costituisce oggi il 2% del nostro Pil, a fronte del 2,63% proveniente dall’agricoltura. Quest’ultima è supportata da un ministero, la prima no. Un ministero ad hoc, in grado di dialogare anche con le start-up e di affrontare gli specifici problemi della rete, potrebbe essere la soluzione importante per incrementare il Pil.

Non è a mio avviso solo una provocazione. Le questioni non attengono solo alla crescita economica, ma anche alla cittadinanza elettronica, alla democrazia (elettronica e non), alle libertà fondamentali, alla crescita culturale di un Paese e al miglioramento della qualità della vita, attraverso una migliore qualità dei servizi per il cittadino.

L’economica, sicuramente, ne beneficerebbe non poco.

Io appoggio l’idea. Mi sembra sensata e lungimirante ed in linea con le riflessioni già maturate [cfr. Come si rilancia l’economia (in Italia) e Wi-fi e banca larga. Come si rilancia l’economica (negli USA)].

Sarebbe auspicabile vedere un segnale forte, in tal senso, nei programmi elettorali che verranno presentati in vista delle prossime elezioni politiche.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Riflessioni di Stefano Rodotà sull’e-G8 2011 di Parigi

Si è recentemente chiuso l’e-G8 FORUM 2011, fortemente voluto da Sarkozy per focalizzare l’attenzione mondiale su Internet (e le sue regole).

L’evento è di per sè interessante, ma le opportunità appaiono sopraffatte dalle criticità.

Segnalo, sul tema, la preziosa analisi di Stefano Rodotà, consegnata alle pagine di Repubblica nell’articolo dal titolo “Se il potere non ascolta il popolo di Internet

C'è privacy e privacy. Stefano Rodotà, le intercettazioni e la privacy del potere

Sul ddl di riforma della disciplina sulle intercettazioni Stefano Rodotà più volte si è già espresso con parole dure.

Tuttavia, nota l’illustre giurista, il biasimo sulla privacy usata come schermo per altri fini ha portato all’ececsso opposto: quello di negare dignità alla privacy.

L’uso strumentale della privacy, in altre parole, avrebbe prodotto in gran parte dell’opinione pubblica uno svilimento del valore che la privacy intende proteggere.

L’insidia si cela dietro il ritornello, che abbiamo sentito molte volte, secondo cui chi non ha nulla da nascondere non deve temere di essere intercettato, controllato, monitorato. Ossia, è solo chi ha qualcosa da nascondere che invoca il diritto a non essere controllato.

Ma l’argomento è fallace e bisogna prestare attenzione per evitare equivoci interpretativi.

Per questo Vi ripropongo l’articolo di Stefano Rodotà dal titolo “Se si usa la privacy per difendere il potere“, di cui riporto di seguito i passaggi più significativi.

Con riguardo alle reazioni dell’opinione pubblica che manifestava contro il disegno di legge del Governo sulle intercettazioni, Rodotà dice:

Quando ho visto in piazza Montecitorio un cartello che proclamava “Non ho nulla da nascondere. Intercettatemi”, sono stato preso da un vero scoramento, mi sono chiesto il perché di quella protesta estrema e mi è sembrato subito evidente che la nostra fragile cultura della privacy è a rischio proprio a causa di una legge che proclama di volerla proteggere.

Ancora, si sofferma a riflettere sul perché:

Non è un esito paradossale. È il risultato di una riflessione sociale.

Un´opinione pubblica sempre più larga si è resa conto che quella non era una legge a tutela della riservatezza delle persone, ma uno scudo protettivo per un ceto di cui si scoprivano l´immoralità civile, i mille traffici, la corruzione come regola.

Da qui la reazione estrema, “intercettateci tutti”, che ricorda il grido disperato dei ragazzi di Locri dopo l´ennesimo delitto della ´ndrangheta, “ammazzateci tutti”.

Occorre stare attenti, perché da un eccesso si può giungere all’estremo opposto.

Rodotà prosegue così il suo attento ragionamento, ammonendo sul rischio che si percorrano strade che conducano nella direzione sbagliata:

Ma questa esasperazione ci porta nella direzione sbagliata.

Dico per l´ennesima volta che l´“uomo di vetro” è immagine nazista, è l´argomento con il quale tutti i regimi totalitari vogliono impadronirsi della vita delle persone.

Se non avete nulla da nascondere, non avete nulla da temere.

E così, appena qualcuno vuole rivendicare un brandello di intimità, diventa un “cattivo cittadino” sul quale lo Stato autoritario esercita le sue vendette.

Chi rivendica per sè la propria intimità diviene oggetto di sospetto. Per il solo fatto di volere la riservatezza o la discrezione della dimensione privata, lontana dagli occhi e dalel orecchie degli altri, un soggetto rischia di diventare sospettato o indiziato.

È un argomento, dunque, da non usare mai, così come mai si deve ricorrere al suo opposto, all´uso strumentale della difesa della privacy per occultare comportamenti illegali o socialmente inaccettabili, per negare la trasparenza e la controllabilità dell´esercizio d´ogni potere.

Entrambi questi atteggiamenti screditano la privacy agli occhi dei cittadini e occultano la realtà.

Ricorda Rodotà che la privacy dei cittadini ha subito duri colpi, senza che la realtà sia emersa in tutta la sua essenza.

Una realtà che, in questi anni, ha conosciuto gravi limitazioni della privacy dei dipendenti pubblici e il capovolgimento dell´impostazione con la quale si era cercato di mettere le persone al riparo dai disturbatori telefonici che invadono con pubblicità sgradite la sfera privata.

Pur a fronte della pesante limitazione della tutela della “privacy dei cittadini”, la forza politica di governo ora intende tutelare con rigore la “privacy del potere”.

Ecco come prosegue il nostro giurista:

Dopo aver ridotto la privacy di milioni di persone, ora la maggioranza si fa paladina di quella di un ceto indifendibile, cercando di cancellare quanto già è scritto nell´art. 6 del Codice sull´attività giornalistica: «La sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilevo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica».

Per Stefano Rodotà, queste sono

Parole chiarissime, così come è chiara la ragione di questa ridotta “aspettativa di privacy” per tutti quelli che hanno ruoli pubblici.

In democrazia non bastano i controlli istituzionali (parlamentari, giudiziari, burocratici), serve il controllo diffuso di tutti i cittadini, dunque la trasparenza.

E la Corte europea dei diritti dell´uomo ha sottolineato con forza che questa essenziale esigenza democratica può rendere legittima anche la pubblicazione di notizie coperte dal segreto.

Insomma, occorre tener pretesente che

La privacy (…) conosce diversi livelli di protezione.

Quindi, privacy dei cittadini e privacy di chi esercita ruoli di potere sono su piani diversi, dal momento che in democrazia sono i governanti a dover rendersi trasparenti ai cittadini e non vioceversa, giacché l’opposto è tipico dei regimi totalitari ed antidemocratici.

Servono, dunque, strategie adeguate per contrastare la bulimia informativa di poteri pubblici e privati, per sottrarsi allo “tsunami digitale” che si sta abbattendo sulle persone.

Tra le strategie in questione una campeggia sulle altre:

La prima mossa riguarda l´osservanza del principio che limita la raccolta delle informazioni personali a quelle strettamente necessarie per raggiungere una determinata finalità.

In ogni caso, conclude Rodotà,

(…) dobbiamo uscire dalla trappola allestita da chi vuole trasformare la privacy in difesa del nudo potere.

Tuttavia, non bisogna fare lo sbaglio di sacrificare la privacy dei cittadini per fronteggiare la privacy del potere, usata strumentalmente come scudo per negare all’opinione pubblica la trasparenza sull’operato dei pubblici poteri, trasparenza di cui uno stato democratico si alimenta.

Fabio Bravo

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La disciplina delle intercettazioni, ovvero l'erosione lenta che cancella i principi fondativi del nostro sistema. L'appello di Stefano Rodotà e Milena Gabanelli

Così Stefano Rodotà si esprime sul disegno di legge destinato a modificare la disciplina delle intercettazioni:

Se la legge sulle intercettazioni verrà approvata nel testo in discussione al Senato, sarà fatto un passo pericoloso verso un mutamento di regime. I regimi non cambiano solo quando si è di fronte ad un colpo di Stato o ad una rottura frontale. Mutano pure per effetto di una erosione lenta, che cancella principi fondativi di un sistema.

Poi aggiunge:

Se quel testo diverrà legge della Repubblica, in un colpo solo verranno pregiudicati la libertà di manifestazione del pensiero, il diritto di sapere dei cittadini, il controllo diffuso sull’esercizio dei poteri, le possibilità d’indagine della magistratura. Ci stiamo privando di essenziali anticorpi democratici. La censura come primo passo concreto verso l’annunciata riforma costituzionale, visto che si incide sulla prima parte della Costituzione, quella dei principi e dei diritti, a parole dichiarata intoccabile? Se così sarà, dovremo chiederci se viviamo ancora in uno Stato costituzionale di diritto.

La tutela della privacy, nella ricostruzione dell’insigne giurista, appare in realtà solo un pretesto per giungere ad obiettivi ben diversi, attuati con una operazione “sostanzialmente eversiva”:

Questa operazione sostanzialmente eversiva si ammanta del virtuoso proposito di tutelare la privacy. Ma, se questo fosse stato il vero obiettivo, era a portata di mano una soluzione che non metteva a rischio né principi, né diritti. Bastava prevedere che, d’intesa tra il giudice e gli avvocati delle parti, si distruggessero i contenuti delle intercettazioni relativi a persone estranee alle indagini o comunque irrilevanti; si conservassero in un archivio riservato le informazioni di cui era ancora dubbia la rilevanza; si rendessero pubblicabili, una volta portati a conoscenza delle parti, gli atti di indagine e le intercettazioni rilevanti.
Su questa linea vi era stato un largo consenso, che avrebbe permesso una approvazione a larga maggioranza di una legge così congegnata.

Ma l’obiettivo era diverso. La tutela della privacy è divenuta il pretesto per aggredire l’odiata magistratura, l’insopportabile stampa. Non si vuole che i magistrati indaghino sul “mostruoso connubio” tra politica e affari, sull’illegalità che corrode la società.

Rodotà prosegue con parole dure, che devono far riflettere.

Invito tutti a leggerle per intero.

All’appello accorato di Stefano Rodotà si aggiunge, tra tanti, anche quello di Milena Gabanelli (Report):

«Se non siete d’accordo con questo provvedimento, fatevi sentire nelle sedi competenti perchè presto sarà legge».

Si è concluso così un breve appello lanciato da Milena Gabanelli, prima della sigla di apertura della puntata di stasera di Report su Rai 3, in cui la conduttrice ha spiegato le possibili conseguenze del disegno di legge sulle intercettazioni in corso di approvazione da parte del Parlamento.

Qui è disponibile il testo completo del disegno di legge S.1611 (dal titolo “Norme in materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali. Modifica della disciplina in materia di astensione del giudice e degli atti di indagine. Integrazione della disciplina sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche”), nonché degli emendamenti proposti.

Per agevolarne la lettura riporto:

1) un Dossier preparato da “La Stampa”

2) un recente aggiornamento

3) un frammento della videointervista di Stefano Rodotà, in cui spiega perché la privacy è un pretesto.

Fabio Bravo

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La questione dei Body Scanner

E’ notizia recente che l’Italia ha deciso di adottare i body scanner per incrementare la sicurezza ed i controlli negli aereoporti, con l’idea di scongiurare il rischio di possibili attentati terroristici.

La questione è più delicata di quello che si possa pensare in prima battuta.

L’Italia, stando alle esternazioni di Maroni e di Matteoli, avrebbe già deciso di installare entro tre mesi (il tempo tecnico per l’acquisto e l’installazione delle apparecchiature) un sistema di body scanner per il controllo negli aeroporti di Roma, Venezia e Milano, a prescindere dalla decisione che verrà presa a Toledo, nel vertice USA-UE in programma per il 20-21 gennaio 2010.

La decisione sembra repentina, rispetto agli ultimi episodi di cronaca che hanno portato a sventare attentati come quello programmato nell’aeroporto di Amsterdam.

I problemi, però, sono tanti e vanno analizzati sotto diversi punti di vista.

1) DANNI ALLA SALUTE. – Non c’è la sicurezza che tali macchine non siano nocivi per la salute e, prima della loro eventuale adozione, occorrerebbe effettuare un’apposita verifica da parte delle competenti autorità nazionali.

Il problema è stato segnalato, tra tutti, anche da Fazio, Ministro della Salute, il quale ha evidenziato come non possano essere presi per buoni gli eventuali controlli effettuati in altri Stati. Anche lo Stato italiano ha il dovere di verificare la sicurezza di tali apparecchiature per la tutela della salute dei cittadini e tale dovere non è demandabile, così come avviene per la sicurezza dei farmaci che, ove ammessi a circolare nel nostro Paese, necessitano di apposita autorizzazione ministeriale per la commercializzazione in Italia (cfr., con attenzione, l’intervista rilasciata dal Ministro Fazio per la Stampa).

Si pensi, al riguardo, che il body scanner è apparecchio che nasce per impieghi medici e pertanto l’uso disinvolto al di fuori del controllo medico va valutato con accuratezza.

Come precisato in un accurato articolo di Alessandra Mangiarotti per il Corriere della Sera (dal titolo “A nudo ai raggi X con i body scanner“), che consiglio di leggere con attenzione, benché gli specialisti siano concordi nel ritenere che le emissioni di onde radio siano in teoria inoffensive perché non presenti in grande quantità, l’incognita maggiore è sugli effetti nel lungo periodo, che non sono ancora ben noti (lo precisa, al riguardo, il Primario di Radiologia dell’Ospedale Meyer di Firenze, Prof. Claudio Fonda, come da dichiarazioni riportate nella parte finale dell’articolo dianzi citato di Alessandra Mangiarotti).

I rischi maggiori possono riguardare le donne in gravidanza, i bambini, i portatori di pacemaker e defribillatori, nonché chi è già sottoposto ad altre fonti di emissione di radiazioni (viaggiatori frequenti, costretti ad usare ripetutamente i body scanner; soggetti che hanno già effettuato altre radiografie; etc.).

Secondo il Prof. Massimo Chiariello, direttore della Cattedra di Cardiologia della facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Federico II di Napoli, i rischi sono da valutare con attezione. Lo stesso, infatti, ha precisato che 

“I cardiopatici e i portatori di dispositivi salvavita viaggiano molto”, sottolinea l’esperto. E “quando i body scanner saranno adottati in Italia, dovranno essere fissate norme severe per la tutela della loro salute, analoghe – aggiunge Chiariello – a quelle previste ad esempio per i controlli di sicurezza in banca”. Per questi pazienti dunque, conclude, si dovrà ricorrere a una accurata perquisizione manuale.

2) DIGNITA’ PERSONALE E DIRITTI FONDAMENTALI DELLA PERSONA. - Il Body Scanner è in grado di mettere a nudo le persone, esponendole davanti a chi si troverà davanti al monitor in tempo reale o a chi osserverà successivamente le immagini ove queste fossero eventualmente salvate. A parte i casi in cui diviene visibile l’identità sessuale diversa da quella apparente, protesi non visibili o piercing nelle parti nascoste del corpo, il problema è ancora più ampio.

In alcuni Paesi dell’UE, come ad esempio nel Regno Unito, v’è la forte preoccupazione dell’impatto dei Body Scanner sui minori, tant’è che addirittura è stato segnalato sul Guardian il rischio di sistematica violazione delle norme restrittive adottate per contrastare la pedopornografia.

C’è chi però, generalizzando il problema (ossia senza circostanziarlo ai soli minori), ha giustamente rimarcato che ciò che sta avvenendo è la rinuncia alla dignità ed alla libertà personale, con un baratto iniquo, frutto di un patto “perverso e disugale”.

Mi riferisco, tra le tante, alle osservazioni di Vittorio Zambardino (nel suo post dal titolo colorito ma efficace: “Body scan, la libertà persa nelle mutande“), per il quale

“Ammesso e non concesso che più invasività dia meno pericolo, la mia contestazione vige proprio sul principi: dare privacy in cambio di sicurezza è un patto satanico che ci perde e soprattutto perde la libertà collettiva e personale.

Che per garantire sicurezza si debba possedere – a questo punto materialmente – il corpo del cittadino è una aberrazione che si pensava persa col bushismo. E’ un patto perverso e disuguale.

(…)

 Pensate ai mille abusi che anche nel più efficiente e regolato (non si parla dell’Italia ovviamente) dei sistemi politici sono possibili. Ma pensate soprattutto al danno culturale: do la mia libertà in cambio di sicurezza. Da questo danno non potremo mai più riprenderci, perché è sempre il vero oggetto di ogni campagna sulla sicurezza: stringere sulla libertà per far fronte alla paura, il pedaggio dello stato sull’individuo.Così, mentre brindavamo al 2010, e con la paura del nigeriano depresso con un preservativo pieno di esplosivo, ci siamo giocati un’altra fetta di libertà.

Il problema, in effetti, è proprio culturale.

C’è chi non vede l’erosione progressiva a cui sono sottoposte le libertà fondamentali, ed accetta il “patto scellerato”, barattando libertà e diritti fondamentali con la sicurezza percepita, che nulla ha a che vedere con la sicurezza effettiva, quella reale.

In questo dibattito sulle nuove tecnologie di controllo sociale, non solo infrequenti le voci di chi si sente di poter rinunciare a qualcosa che viene percepito già eroso, come in una battaglia persa in partenza (così come per Winston  Smith, l’ultimo uomo in Europa, nell’epilogo dell’orwelliano ”1984″), e si acconta della percezione di sicurezza, demandata ad uno strumento tecnologico la cui efficacia reale è del tutto discutibile.

In quest’ottica leggo la rispettabilissima opinione di Pierluigi Battista, nel suo articolo “L’ipocrisia di chi contesta il Body scanner”, pubblicata sul Corriere della Sera.   

E’ importante il confronto con la sua posizione, come in un dialogo, perché emerge bene il vero tema centrale del dibattito: la rassegnazione o meno dell’individuo all’erosione dei diritti fondamentali.

Ecco il ragionamento di Pierluigi Battista:

Strano, davvero: la vita privata viene quotidianamente uccisa senza resistenza, però si grida alla privacy violata dall’intrusione di un body scanner negli aeroporti. Tutti i giorni tracciano con meticolosa precisione ogni atomo della nostra esistenza, e ci si scandalizza invece se il nostro corpo viene sottoposto ai raggi X per evitare che sia disintegrato in volo grazie a un farabutto che nasconde l’esplosivo nelle mutande.

(…)

Se non è il corpo fisico a essere stato frugato, scrutato, osservato, è pur sempre l’insieme dei comportamenti di un individuo che non conosce più privatezza, segretezza, riserbo, pudore. Prigionieri della trasparenza universale, vittime e bersagli di una visibilità illimitata che ha già provveduto a polverizzare ogni barriera che separi il pubblico dal privato, i passeggeri che dovranno essere sottoposti all’intrusione degli aeroporti avranno già fornito alle pubbliche autorità informazioni molto più dettagliate su di sé. E senza che le proteste per l’intollerabile violazione della privacy abbiano avuto la minima eco. Ciò che nella vita ordinaria viene accettato e interiorizzato come costo inevitabile della vita personale e sociale, diventa in un luogo sempre più esposto alle scorribande di malintenzionati qualcosa che offende addirittura, come è stato detto, la dignità umana.

Ed ancora:

L’invasione nella sfera dei comportamenti, delle abitudini, degli stili di vita, dei consumi, delle frequentazioni, dei rapporti umani, della vita familiare non appare come un attentato a qualcosa la cui salvaguardia un tempo appariva sacra e imprescindibile. Una radiografia compiuta con scopi difficilmente contestabili appare invece oltraggiosa e intollerabilmente invasiva. La vita privata è già scomparsa, ma è nata una società un po’ schizofrenica, che accetta rassegnata l’ineluttabile, ma rifiuta una semplice opportunità per viaggiare (un po’) più sicuri. 

  E’ proprio questo il punto.

Quale limite siamo disposti a tollerare?

Di fronte alla constatazione dell’erosione inevitabile della privacy, della dignità umana, dei diritti fondamentali, mi sembra non utile la posizione rinunciataria, che costringe l’individuo a rassegnarsi all’introduzione progressiva di strumenti di controllo sempre più invasivi e penetranti.

Occorre la riflessione sulla modernizzazione, una riflessione che produca reazione individuale e sociale al fine di correggere gli effetti collaterali e quelli nocivi delle nuove tecnologie (c.d. “modernizzazione riflessiva”).

Occorre, prima di tutto, considerare che le tecnologie non sono sempre la panacea di tutti i mali, dato che le stesse portano vantaggi e svantaggi, da soppesare bene e, ove necessario, correggere con atteggiamento critico, non rinunciatario.

Mi piace pensare, però, che la lettura di Battista sia provocatoria.

Un punto di partenza tra le due opposte posizioni c’è: la constatazione che qualcosa, con i Body Scanner, si stia perdendo in termini di libertà, privacy, riservatezza, se non di dignità.

Cosa si andrebbe però a guadagnare?

3) INEFFICACIA DEI BODY SCANNER - Il body scanner, in realtà, ha una capacità di prevenzione e di controllo assai limitata con riferimento alla lotta agli attentati terroristici. L’introduzione di tale tecnologia consente infatti, a chi volesse porre in essere attentati terroristici, di utilizzare le vulnerabilità dei bodi scanner, adeguando le strategie di azione alla nuova situazione di controllo.

Solo per fare un esempio, è noto che il body scanner non consente di controllare le cavità corpore. Come è stato già notato, sarebbe fin troppo facile utilizzare le naturali cavità corporee che l’anatomia umana ha disegnato, così come le otturazioni o le capsule dei denti, per nascondere o ospitare materiale esplosivo nella quantità necessaria per il compimento di azioni terroristiche.

La sicurezza, dunque, non sembra passare per la tecnologia dei body scanner ed il baratto tra privacy, riservatezza, dignità, libertà personale, da un lato, e sicurezza, dall’altro, non sembra affatto equo. Anzi, è illusorio.

4) PRIVACY E CONTROLLO DEI DATI – Certo, l’introduzione dei Body scanner pone anche dei problemi legati alla protezione dei dati personali, ma non basta regolamentare il tempo di conservazione delle immagini, la loro cancellazione, la possibilità di accesso, etc., per bilanciare la perdita di dignità e di libertà a cui le tecnologie in questione sottopongono i cittadini, in massa, senza un vantaggio effettivo in termini di sicurezza. 

5) MALINTESO SENSO DI SICUREZZA (percezione del senso di sicurezza nel breve periodo. Incremento del sentimento di paura nella popolazione nel medio e nel lungo periodo) – La rinuncia progressiva alla privacy, alla libertà e dignità personale ed, in generale, ai diritti fondamentali della persona viene ceduta in cambio di un malinteso senso di maggior sicurezza, percepita nel breve periodo ma non reale.

L’introduzione di strumenti tecnologici di controllo sociale finisce per essere una soluzione facile sotto il profilo politico, perché costituisce un prodotto visibile, da mostrare ai cittadini. Costituisce una risposta tangibile per i cittadini di fronte all’impatto emotivo suscitato dal clamore con cui i media hanno diffuso le notizie degli attentati sventati nell’ultimo periodo.

Il rischio, però, è che le tecnologie di controllo come i Body scanner si traducano solo in un comodo strumento a servizio della politica, nella prospettiva di una facile soluzione alla ricerca di consenso eletorale, basata sull’impatto emotivo. Nel dire ciò, si noti, non intendo dare connotazioni specifiche di destra, di centro o di sinistra, dato che il tema della sicurezza non ha colore politico e in tutti gli schieramenti si finisce per demandare alla soluzione tecnologica la soluzione dei problemi relativi alla sicurezza. E’ un discorso non nuovo.

Il problema, però, è che l’impatto sociale di tali tecnologie finisce, ironicamente, per avere un effetto inverso:

a) il senso di sicurezza è come una parabola, per cui nell’immediato si avrà l’impressione che la misura tecnologica effettivamente serva a rendere più sicuri i voli e le nostre città, preservandoli dai terroristi. Per questo si rinuncia a parte della libertà, con quel patto perverso e disuguale a cui ha fatto riferimento Vittorio Zambardino;

b) successivamente la tecnologia, proprio perché trasformata da “processo” o da “servizio” a “prodotto tangibile”, sta lì a ricordare a ciascun individuo che può essere vittima del terrorismo e che il rischio è immediato, costante. Più si incrementa la “sicurezza-prodotto”, più si incrementa la percezione del rischio, fino a ingenerare un clima generalizzato e costante in cui la paura fa da sfondo all’esistenza.

La società tecnologica finisce per diventare società del rischio e della paura, con quel bisogno crescente di sicurezza che si autoalimenta e reclama ulteriori “prodotti”, in cambio di un altra fetta di libertà, di dignità o di privacy, a cui la società rinuncia, perdendo anche progressivamente un po’ di democrazia.

6) COSTI ELEVATI. – L’impatto sulla sicurezza reale, in altre parore, se c’è è confinato nel primissimo periodo di adozione dei Body Scanner, ossia fin tanto che l’azione terroristica non adeguerà le proprie strategie ed i relativi addestramenti per scavalcare le vulnerabilità ed i limiti connaturati a tale strumento tecnologico. Nel giro di pochi mesi, pur a fronte dei notevoli costi iniziali sostenuti, i Body Scanner potrebbero risultare quasi completamente inefficaci, funzionando da deterrente solamente per l’azione di chi isolatamente, lontano dall’azione terroristica organizzata, decida di portare avanti un gesto folle, forse per disturbi psichici non risolti (come per il caso dell’aggressione a Silvio Berlusconi per mano di Tartaglia).  Si tratterebbe però di azioni isolate che l’attuale sicurezza è già  perfettamente in grado di fronteggiare, senza ricorrere ai body scanner.

La valutazione in ordine alla reale utilità ed efficacia dei body scanner dovrebbe essere effettuata con una programmazione seria, che faccia riferimento non solo alla situazione attuale, ma che abbracci una considerazione prospettica, capace di prevedere gli effetti quantomeno nel medio periodo, bilanciando i vantaggi attesi (“reali” e non solamente “percepiti”) con gli alti costi sociali ed economici che tali tecnologie comportano.

7) LA LETTURA DI STEFANO RODOTA’ – Per chiudere questa riflessione sulla “questione dei Body Scanner”, vorrei segnalare la lettura illuminata di Stefano Rodotà (apparsa su La Repubblica del 6 gennaio 2010 con il titolo “La tecnologia come alibi per l’impotenza politica incapace di decidere il confine fra sicurezza e libertà. Su la Repubblica, 6 gennaio 2010″ e riprodotta on-line da eddyburg.it con il titolo “L’illusione tecnologica“).

Bello l’incipit:

Sicurezza o libertà? Questo antico dilemma continua ad accompagnarci, diviene più stringente quando terrorismo e criminalità si fanno più aggressivi.
E dopo l’11 settembre l’imperativo della sicurezza è divenuto dominante, fino a cancellare quasi ogni altro riferimento. Questo spirito è tornato in questi giorni, nelle reazioni non sempre composte che hanno accompagnato il fallito attentato a un aereo in volo verso gli Stati Uniti. Dobbiamo rassegnarci a una continua erosione dei diritti, a un lento declinare dei principi della democrazia?

La risposta è piuttosto articolata e Vi invito a percorrerla tutta con molta attenzione.

8) L’AUSPICIO – L’auspicio è che si mediti un po’ di più sul versante istituzionale, con quella capacità di riflessione che il Ministro Maroni ha mostrato di avere in occasione delle annunciate norme volte a controllare le esternazioni su Internet dopo il caso dell’aggressione subita dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per mano dell’Ing.  Massimo Tartaglia. 

Il dibattito è aperto ed a livello internazionale mi sembra che non ci sia ancora unanimità di vedute.

Mi sembra chiaro che, ad ogni modo, il dibattito sul terma delle tecnologie di controllo sociale rimane aperto. L’attenzione deve rimanere alta e, anche ove i Body Scanner dovessero essere introdotti, vanno individuati gli strumenti migliori per valutare l’impatto sociale e sui diritti fondamentali ed apportare gli eventuali necessari correttivi, finanche, ove fosse necessario, a meditare un  ripensamento radicale.

Certo è che la prospettiva nichilista, così come quella rinunciataria, vanno osteggiate, perché la riflessione critica, nella blogosfera come nei media tradizionali e nel mondo accademico, vanno incoraggiate e continuamente alimentate.

Anche chi legge queste righe, ove fosse sprovvisto di un proprio blog o non avesse accesso ai media tradizionali, può contribuire con un suo commento, per dare il proprio contributo alla riflessione in Rete.

Qualunque idea si abbia l”importante è non rimanere indifferenti.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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