Società dell’informazione

EUPL e appalti pubblici nel settore informatico. Il Disciplinare di Gara di SardegnaIT per la fornitura di applicativi in ASP a 30 Comuni

SardegnaIT, la società “in house” della Regione Autonoma della Sardegna, nel 2009 ha indetto una gara di appalto per l’acquisizione di un sistema informatico per la gestione delle attività sociali dei Comuni, per consentirne l’utilizzo in modalità ASP (Application Service Provider) da parte de 30 piccoli Comuni della Sardegna.

La fornitura richiesta tramite gara di appalto (sotto soglia comunitaria per una base d’appalto di 100.000,00 Euro IVA esclusa) comprende sia il sistema dei programmi applicativi da fornire in ASP, sia i servizi professionali di supporto all’avviamento ed alla messa in eservizio del sistema (installazione, integrazione, formazione, e quant’altro).

Nel Disciplinare di Gara (gentilmente segnalatomi dal Dott. Vito Carambia dell’Arpa Regione Piemonte, che ringrazio),  si trovano indicati, nell’ambito dell’offerta tecnica, due parametri di valutazione, uno dedicato al “Rilacio del sistema in modalità Riuso“, l’altro dedicato al “Rilascio del sistema in modalità Open Source“.

A parte le non sempre ineccepibili scelte terminologiche contenute nel Disciplinare di Gara, in tale documento vengono illustrati tali parametri, prendendo in specica considerazione la EUPL.

Il caso è interessante, consiglio una attenta lettura a chi si occupa di appalti nel settore informatico.

Il testo del Disciplinare di Gara e l’illustrazione di tali parametri nell’ambito dell’Offerta tecnica sono disponibili su EUPL.IT (sito italiano interamente dedicato alla EUPL ed all’open source nella pubblica amministrazione).

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Information Society & ICT Law

Protocollo Google-Vividown per la segnalazione e rimozione di abusi su Internet. I trusted users e le responsabilità giuridiche dei providers

Sul celebre caso Google vs Vividown, culminato con la sentenza di condanna emanata dal Tribunale penale di Milano a carico di alcuni dirigenti Google per il video caricato dagli utenti sulla nota piattaforma di videosharing (YouTube), nel quale venivano riprodotte le vessazioni dei compagni di scuola ai danni di un ragazzo autistico, si registrano importanti novità.

Nell’attesa che il giudizio di appello faccia il suo corso, Google ha stipulato un protocollo con Vividown, l’associazione, citata nel video incriminato, che aveva chesto di potersi costituire parte civile in primo grado.

Il protocollo è finalizzato a creare un meccanismo privilegiato di segnalazione e di rimozione, accordando a Vividown uno status di utente privilegiato o fidato (trusted users), in grado di collaborare con Google per la segnalazione dei materiali illeciti o contenenti “abusi”, al fine di stimolarne una più rapida rimozione da parte del colosso americano.

Come riportato su PMI-Dome,

Si tratta di un accordo stragiudiziale che prevede che l’associazione goda di un accesso privilegiato alla segnalazione di contenuti lesivi riconoscendola in sostanza come “trusted user” (utente certificato).

L’applicazione concreta dell’accordo prevede la possibilità di segnalare (in inglese flag, da cui il termine “flagger”) i video offensivi attraverso una casella di posta privilegiata a cui indirizzare le segnalazioni che potranno divenire nelle successive 24 ore richieste di rimozione concreta del materiale.

Sarà Google stessa a occuparsi della formazione dei volontari di Vividown necessaria per scandagliare la rete alla ricerca di file incriminati e attuare le corrette procedure per la segnalazione e rimozione (…).

Un dato interessante riportato nel Protocollo è il meccanismo di estensione dei poteri di segnalazione:

(…) l’associazione torinese avrà la facoltà di estendere il protocollo operativo anche ad ulteriori associazioni italiane consentendone l’utilizzo della procedura privilegiata, previa comunicazione a Google.

Stando ad un altro articolo, apparso su il Sole 24 Ore,

L’accordo stragiudiziale prevede che il motore di ricerca metterà a disposizione una pista privilegiata a Vividown per segnalare e far rimuovere in tempi veloci «contenuti inappropriati».

Non solo, le parti indirizzeranno i «comuni sforzi» anche per «educare contro la violenza ed il bullismo perpetrati ai danni delle persone disabili»: non si tratta quindi di «un’attività censoria» sul caricamento dei contenuti da parte dei navigatori ma l’accordo serve invece a promuovere chiare «intenzioni educative».

Si aggiunge, poi, che

In pratica, l’associazione in difesa dei ragazzi disabili diventa un trusted user/flagger (utente/segnalatore privilegiato) che attraverso una casella di posta potrà prima segnalare e, nelle 24 ore successive, chiedere la rimozione dei contenuti lesivi di diritti altrui.

Youtube non sarà comunque vincolato alla rimozione, ma se decidesse di non sopprimere il contenuto indicato dovrà spiegarne le ragioni a Vividown.

Google, peraltro, si fa carico della formazione del personale che Vividown destinerà all’ispezione della rete, e metterà a disposizione un assistente di lingua italiana.

Si affacciano nuovi scenari per la rete. Il carico del procedimento di controllo viene decentrato su soggetti socialmente impegnati, che affiancherano il Provider nelle operazioni di monitoraggio degli abusi, con particolare riferimento al materiale caricato su YouTube.

Il decentramento delle attività di controllo, però, proprio perché oggetto di intesa, finisce per incidere sui meccanismi di responsabilità delineati dalla direttiva 2000/31/CE sul commercio elettronico e recepiti in Italia con il d.lgs. 70/2003.

Il Provider, cioè, immette sul proprio sistema strumenti di controllo delocalizzati che possono essere a lui riconducibili in forza del Protocollo di intesa, con ovvie conseguenze sulla tesi, discutibile ma finora costantemente enunciata da Google, che il Provider non esercita controllo sui contenuti, limitandosi solamente a mettere a disposizione degli utenti lo spazio web.

Lodevole in linea di principio, il sistema funzionerà:

a) se il meccanismo di controllo sociale decentrato rimane qualitativamente su livelli elevati, tanto da incrementare l’azione di contrasto agli abusi e ridurre preventivamente i livelli di esposizione a rischio dei dirigenti di Google e della società nel suo complesso, in ambito penale e civile;

b) se le conseguenze giuridiche, come emergeranno dalle decisioni giurisprudenziali, portaranno ad un alleggerimento e non ad un aggravamento del carico delle responsabilità imputabili a Google ed ai suoi dirigenti. Sul punto, però, ho dei dubbi, in riferimento a come è attualmente congegnato il regime giuridico delle responsabilità degli intermediari nella società dell’informazione.

In materia di responsabilità ritornerò ancora.

Il problema delle forme di controllo, è facile prevederlo, trova ora nei trusted users una soluzione “test”, che potremmo dire interlocutoria, di cui dovranno essere esaminati i risultati per stabilire se è una strada percorribile, da confermare, o se è meglio cambiare rotta.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Information Society & ICT Law

La valigia blu di Facebook e le libertà dell’utente. Libertà e giustizia?


Fattispecie: un utente, in qualità di amministratore, attiva un gruppo su Facebook e decide di chiamarlo “Ridateci la nostra democrazia”, esercitando il diritto di associazione e di riunione in luoghi virtuali e il diritto fondamentale di manifestare liberamente il proprio pensiero, tutti tutelati dalla nostra carta costituzionale.

Il pensiero che si vuole manifestare è quello politico, di opposizione alla attuale legge elettorale ed, in particolare, al c.d. “porcellum”. Si chiede, in altre parole, che i parlamentari vengano scelti dai cittadini con il sistema delle preferenze e non secondo gli arbitri di chi fa le nomination politiche, componendo la lista elettorale.

Le ragioni sono tante, ma in questa sede soprassiedo perché il tema centrale della discussione vuole essere un altro.

Pochi giorni fa, Facebook ha impedito agli amministratori del gruppo di intervenire sulla piattaforma, senza rimuovere il gruppo, che rimane visibile agli utenti.

Dopo numerosi tentativi da parte degli amministratori del gruppo volti a richiedere spiegazioni al provider ed il ripristino integrale del servizio e dopo misteriori silenzi da parte di quest’ultimo, si hanno due riscontri.

Il primo è interlocutorio e viene inoltrato da Facebook solamente per rompere il silenzio ed allentare la tensione che si era spostata sul piao mediatico.

Come riporta Alberto Giuffrè per TG24 su Sky.it,

La prima risposta di Facebook arriva lunedì sera. “Stiamo valutando la situazione”, si legge in una mail.

Il secondo riscontro arriva diverse ore dopo e cerca di fornire una motivazione che non solo non è perfettamente comprensibile nella sostanza, ma che lascia inquietanti interrogativi sotto il profilo giuridico.

Così prosegue Alberto Giuffrè, nel suo articolo:

Poi, nella notte, lo sblocco della pagina con la richiesta agli amministratori di specificare l’appartenenza. “La mail di ieri sera diceva che non si può fare una pagina con titolo vago, come ‘La cucina’ bisogna specificare ‘La Cucina di Amelia’ – dice Olga Piscitelli di Libertà e Giustizia -. Ma sono condizioni aggiunte, perché in realtà quando crei una pagina non c’è scritto da nessuna parte che nel titolo devi specificare, c’è scritto invece che nelle info deve essere chiaro chi è il promotore e questo era chiaro fin dall’inizio“.

La vicenda è capitata a due associazione, “La Valigia Blu” e “Libertà e Giustizia“, impegnate per l’affermazione pacifica della democrazia, lontano dagli schieramenti politici ed a prescindere dall’appartenenza partitica.

Il Gruppo è stato riattivato dopo sette giorni con riprostino di tutti i “diritti di amministrazione”, dopo la modifica del titolo da “Ridateci la nostra Democrazia” a “Ridateci la nostra Democrazia di valigiablu.it”.

Ma non è un’ingerenza arbitraria nella scelta del titolo, spazio di comunicazione, ambiente virtuale in cui si attua il diritto di associazione e di riunione e quello di manifestazione del pensiero? Perché un utente non può scegliere il titolo che vuole, visto che non è ravvisabile (né è stata contestato) alcun illecito nella scelta delle parole che lo compongono? E’ forse vietato parlare di democrazia in un paese democratico? Oppure è vietato alludere che la democrazia non c’è? Il discorso, si noti, ha fatto pensare che vi siano state pressioni a livello istituzionale per bloccare la campagna mediatica e di protesta contro la legge elettorale vigente e il c.d. porcellum, grande “comodità” nelle mani di chi forma le liste, ma che rende l’eletto debitore di chi lo ha inserito nelle liste e non di chi, invece, ha espresso il voto.

Si è invocato lo spettro della censura e, a prescindere dall’idea di Facebook come longa manus (consapevole o inconsapevole) di portatori di interessi di parte, il discorso merita molta attenzione per vae dei meccanismi di funzionamento che vi sono dietro, dato che il provider, l’intermediario prestatore dei servizi della società dell’informazione, dispone di un potere forte che di fatto potrebbe gestire anche arbitrariamente, senza che gli utenti abbiano la forza o gli strumenti concreti per potervisi opporre e per poter reagire, quantomeno in tempi rapidi e con sforzi contenuti, al di là della diatriba che potrebbe instaurarsi sul piano giudiziario.

Fino a che punto arriva il potere dei providers (la società che gestisce Facebook, in questo caso) e fino a che limite si spingono i diritti degli utenti?

Sono quesiti che non devono riguardare solo “La Valigia Blu” e “Libertà e Giustizia”, ma vanno estesi a tutti gli utenti.

Possono gli utenti rivendicare “a casa altrui” la libertà e la giustizia che si pretende da un’istituzione pubblica o, aderendo alla piattaforma privata per intessere relazioni sociali, ci si assoggetta al potere contrattuale sperequato del fornitore del servizio? Fino a che punto può arrivare tale potere e quali sono gli strumenti dell’utente per assicurare l’esercizio di quelle prerogative che l’utente ritiene violate? Quando viene attivato un gruppo su Facebook, lo spazio assegnato diviene “casa propria”, come un conduttore in affitto nella casa che rimane in proprietà di altri ma che conserva prerogative specifiche e specifiche forme di tutela nei confronti del proprietario e dei terzi, o si rimane assoggettati del tutto all’impari potere contrattuale del gestore della piattaforma, intermediario che mostra di esercitare un ruolo attivo negli spazi virtuali da lui allestiti in questa nuova società transnazionale e trans-statale?

Facebook, il social network, conta un numero impressionante di utenti che stringono relazioni sociali, come fosse una città o un piccolo stato, ma dove la gestione dei net-citizens è in mano privata, segno del mutare dei tempi.

La scommessa che si gioca nel prossimo futuro è quella sul ruolo che deve avere il provider, il gestore di piattaforme (Facebook, YouTube, etc.) o, per dirla con il linguaggio tecnico del diritto privato europeo, l’intermediario prestatore di servizi della società dell’informazione.

La casistica aiuta a riflettere, per fare in modo che le regole di domani possano essere riscritte in maniera equilibrata, al passo con i nuovi scenari a cui stiamo assistendo ogni giorno.

Ritornerò sul tema, che merita approfondimenti costanti e che segna un importante settore della mia attività di ricerca.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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