Social Network

Il “divieto” di usare Facebook in Germania: la questione si allarga

La necessità di tutelare la protezione dei dati personali dei cittadini e il timore che si possano utilizzare strumenti di profilazione personale per scopi diversi, ha spinto il Ministro della Difesa dei Consumatori e dell’Agricoltura della Germania federale a richiedere, ai ministri dei 16 Stati che compongono la Germania, delle restrizioni sull’uso di Facebook:

 la ministro per la Difesa dei consumatori e l’agricoltura tedesca, signora Ilse Aigner (…), in una circolare interna a tutti i ministeri federali, a tutti i governi dei 16 Stati (Bundeslaender) della Repubblica federale, a enti locali ed enti pubblici in generale, ha diffidato dall’inserire sui loro siti il link di Facebook. Insomma, quella specie di ostracismo pubblico al social network creato proprio da un giovane di origine tedesca, Mark Zuckerberg, ostracismo che all’inizio era stato deciso solo nel piccolo Stato settentrionale dello Schleswig-Holstein, adesso diventa scelta precisa a livello nazionale.

(…)

La notizia è stata rivelata dal settimanale Der Spiegel online che evidentemente ha intercettato la circolare interna

(…)

E’opportuno, scrive la ministro Ilse Aigner (…) che ministeri ed enti pubblici tolgano il link con Facebook dai loro siti, e se ancora non lo hanno inserito si guardino bene dal farlo.

“Dopo un approfondito studio giuridico, sono giunta alla conclusione che è assolutamente opportuno che Facebook non sia utilizzabile su alcuno dei nostri siti governativi”, scrive Frau Aigner. E chiede ai suoi colleghi e subalterni anche di evitare di creare siti o links di fan, i quali potrebbero essere strumentalizzati da aziende pubblicitarie o da altri terzi per appropriarsi dei dati personali di chi li è iscritto a Facebook e li utilizza navigando in rete.

(…)

Prossimamente, rivela la signora Aigner, “mi recherò negli Stati Uniti, e incontrerò i responsabili di Facebook, per chiedere loro di uniformarsi alle rigorose regole e leggi europee e tedesche di protezione dei dati personali”.

(…)

La Germania sottolinea di avere buone ragioni per questa dura, severa scelta: il suo passato, con due dittature (il Terzo Reich e poi la Ddr) che fondarono il loro potere totalitario anche sulla sistematica violazione del diritto dei cittadini all’inviolabilità della loro sfera privata. Prima la Gestapo e il famigerato “Ufficio Centrale per la sicurezza del Reich”, cioè la suprema autorità repressiva nazista, poi nella Ddr la temuta Stasi, la polizia segreta, accumularono milioni e milioni di dossier sui dati dei cittadini

Facebook e privacy: vietato il tasto “I Like” in Germania. E in Italia?

Come si apprende da un articolo di Repubblica,

Nel Bundesland (Stato federale) dello Schlewsig-Holstein, il più settentrionale della Germania, il garante della privacy ha messo al bando l’opzione ‘mi piace’ per istituzioni e imprese.

(…) Secondo Thilo Weichert, il garante della privacy nel piccolo Stato federale con capitale Kiel, Facebook viola le leggi sulla protezione dei dati personali in Germania e nell’Unione europea, e chi utilizza la celebre funzione col pollice in alto Continua a leggere

Affitti e scambio case on-line. Il caso Airbnb

La storia narrata nell’articolo “Casa devastata. Bufera su Airbnb“, di Alessandro Longo per Repubblica, fa percepire come il settore della responsaiblità del provider si stia espandendo progressivamente, così come l’esigenza dei provider medesimi di offrire non la semplice intermediazione tecnica (l’interfaccia o la piattaforma UGC di social netowork tematica), ma anche l’attività supplementare di controllo dei contenuti o dell’affidabilità degli utenti che la piattaforma fa mettere in contatto.

E’ capitato, infatti, che un utente di un social network dedicato all’incontro tra domanda ed offerta di unità immobiliari in affitto anche per pochi giorni, andando in vacanza per una settimana, abbia deciso di affidarsi al servizio Airbnb per dare in affitto l’appartamento lasciato libero per il medesimo periodo di tempo, salvo poi a trovare, in occasione del ritorno dalle vacanze, la casa completamente devastata.

Questa la descrizione dell’accaduto, nella pagina di Alessandro Longo:

E.J., che vive a S. Francisco, aveva pensato di avere avuto un’idea geniale. Partire per un viaggio di una settimana affittando l’appartamento. E così guadagnare senza fatica. Senza nemmeno dover incontrare il proprio inquilino, con cui aveva solo scambiato qualche mail, dopo il contatto tramite il social network. Non sapeva nemmeno se fosse uomo o donna; su Internet si faceva chiamare “Dj Pattrson” (sic). Com’è andata a finire l’ha scritto lei stessa sul

blog: “hanno rubato la mia macchina fotografica, il mio iPod, un portatile e il disco rigido dove avevo memorizzato tutte le mie foto, i diari, insomma… la mia intera vita. Hanno trovato il mio certificato di nascita e la mia carta dell’assistenza sanitaria, che penso abbiano fotocopiato usando la fotocopiatrice che avevo gentilmente messo a disposizione degli ospiti in caso di necessità”. ” La cucina era un disastro: il lavandino era pieno di piatti sporchi, pentole usate e panni bruciacchiati e rovinati. C’era detersivo in polvere sparso dappertutto: sui piani della cucina, sui mobili di legno, sulla bellissima e nuova testiera del mio letto, sulla scrivania, nella stampante”.

 

Interessanti anche le successive annotazioni:

E.J. accusa Airbnb di non fare una scrematura dei possibili affittuari; di non fare controlli, di non dare garanzie. L’azienda è finita nel mirino delle critiche, sul web, anche per come ha gestito l’incidente. In prima battuta ha cercato di dissuadere E.J. dal pubblicare la storia e solo dopo che il caso è finito sui giornali americani le ha offerto un indennizzo. Ma non è finita: si stanno moltiplicando le storie simili. Troy Dayton, di Oakland, racconta di una casa vandalizzata, per migliaia di dollari di danni. L’azienda si è limitata a offrirgli , a mo’ rimborso, 21 notti gratis in una delle case disponibili sul sito. Dopo lo scandalo del caso E.J., Airbnb promette di aumentare le misure di sicurezza, ma per ora si è limitata a lanciata un supporto telefonico 24 ore su 24 e pacchetti assicurativi.

 

Il caso di Airbnb sta diventando esemplare di come i servizi low cost via internet possono essere meno sicuri di quelli tradizionali. Il web è comodo e fa risparmiare, va bene. Ma se in cambio ci sono meno controlli e garanzie, val la pena correre il rischio? Adesso se lo staranno chiedendo le migliaia di utenti di Airbnb e dei siti simili nati sull’onda del suo successo.

 

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

 

Inchiesta su minori, sesso, internet e cellulari

 

Il fenomeno è noto. La breve videoinchiesta di Antonio Crispino per il Corriere della Sera pone di nuovo l’accento sulla questione del rapporto tra minori, sesso e nuove tecnologie. Il tema merita di essere ulteriormente approfondito in maniera interdisciplinare, sia dal punto di vista giuridico (privacy, reati informatici), sia dal punto di vista socio-criminologico e vittimologico, in funzione dell’attività di prevenzione e di educazione, che al contempo deve riguardare sia l’educazione sessuale, sia l’educazione all’uso delle nuove tecnologie nel contesto della società dell’informazione. 

Wikileaks e Twitter. Corte distrettuale della Virginia ordina a Twitter di consegnare i messaggi di Assange al Dipartimento della Giustizia

Le indagini su Assange, quelle per spionaggio (et similia) e non per stupro, si stanno muovendo.

Nella società dei social networks, di facebook e di twitter, le tecniche investigative partono spesso proprio dall’analisi dei messaggi, dallo studio delle relazioni sociali, dall’esame della rete di contatti privati e delle “amicizie”, dallo scambio di informazioni e dall’analisi degli indirizzi ip.

Si legge, in un articolo recente del Corriere della Sera, intitolaro “Wikileaks, Corte USA ordina a Twitter di fornire dati su Assange e Manning, che

Twitter dovrà consegnare al Dipartimento di Giustizia di Washington tutti i dati relativi al fondatore di Wikileaks Julian Assange e al militare Bradley Manning, in carcere perché sospettato di aver fornito al sito informazioni riservate. Lo ha stabilito un tribunale distrettuale della Virginia, che ha inviato un’ingiunzione al sito di microblogging, che ha base a San Francisco, con la richiesta di fornire i messaggi e le comunicazioni di Assange e di altre persone.

Si noti come l’accesso ai dati sia stato disposto tramite provvedimento dell’autorità giudiziaria, cosa talvolta nulla affatto scontata nella prassi del panorama investigativo nazionale ed estero.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Information Society & ICT Law

Dichiarazioni di Sarah Scazzi ad “Antonio” sul profilo Facebook “Sarah Buffy”. Lui conferma

Sul Messaggero di oggi 7 settembre 2010, in versione cartacea, compare a pagina 12 un bell’articolo a firma di Raffaella Griggi, dal titolo “Sarah su Facebook: voglio scomparire”.

Dall’analisi del profilo facebook di Sarah Scazzi in cui la quindicenne scomparsa usa il nickname “Sarah Buffy”, sarebbero emersi risultati che avallerebbero l’ipotesi dell’allontanamento volontario.

Ai messaggi della ragazza su Facebook fa da eco “Antonio”, che conferma agli investigatori i contenuti delle confessioni di Sarah a lui indirizzate.

Così scrive Raffaella Griggi nel suo articolo:

“Se sparirò non ti preoccupare, ho programmato tutto. Tornerò tra venti giorni”. La risposta migliore potrebbe arrivare da Sarah stessa. In quelle righe che pochi giorni prima di scomparire nel nulla ha scritto a un amico su Internet, in uno di quei profili su Facebook, “Sarah Buffy” che gestiva lei stessa e che usava per parlare con le persone più fidate. I carabinieri infatti non escludono la pista che porta all’idea di una scomparsa organizzata. Magari poi finita nel peggiore dei modi. E si indaga proprio su quegli scambi via Internet che la ragazzina intratteneva con alcune persone e che era solita contattare frequentemente.

Ed ancora:

Sarah avrebbe confessato non più tardi di venti giorni fa i suoi malesseri ai suoi “amici” di Fb, in particolare a un trentenne della zona, Antonio, che lavora nel campo della ristorazione. E lo avrebbe informato prima del tempo su quello che poi è accaduto realmente il pomeriggio del 26 agosto, data della sua scomparsa.

(…)

L’uomo è andato di sua spontanea volontà dai Carabinieri di Manduria, una volta che la vicenda ha fatto il giro d’Italia. “Si è aperta e confidata, la sentivo come una sorellina curiosa. Mi cercava sempre, mandava messaggi”, ha raccontato sconvolto ai militari. Ha raccolto gli sfoghi della ragazzina, registrati dalle forze dell’ordine. “Piccola e incompresa”, così appariva dagli scambi on line. I due parlavano anche con la web cam: Sarah, fino a qualche giorno prima della scomparsa avrebbe prima cercato i consigli dell’uomo, esperto di cucina sulla preparazione di dolci e poi chiesto consigli professionali, in qualità di studentessa dell’alberghiero di Maruggio. Fino ad aprirsi via via sulle gelosie delle amichette e sui malesseri dell’età.

(…)

“Voglio scomparire per sentirmi viva”, ripeteva. Lamentele che lì per lì ad Antonio non significavano nulla. Fino a quando la notizia della sparizione di Sarah è diventata pubblica. “Anche se ho tante persone intorno mi sento sola, vorrei diventare famosa“, era il grido di Sarah on line.

(…)

Ora, si sta verificando se siano attendibili o se non siano invece bluff alcune frasi che la studentessa ha scritto. Tipo: “Se sparirò non ti preoccupare, ho programmato tutto”. “Pensava anche alla foto che avrebbero messo sui volantini per cercarla”, ha ripetuto sbalordito in caserma l’uomo.

Chiaramente il resoconto di “Antonio” verrà analizzato in relazione alla corrispondenza di quanto presente sul profilo Sarah Buffy, ma le verifiche dovranno anche riguardare l’accertamento in ordine all’identità del soggetto che ha scritto su Facebook le parole, apparentemente (e forse probabilmente) riconducibili a Sarah Scazzi.

Fuga organizzata o simulata?

Inoltre, anche ove si trattasse di fuga organizzata, le apprensioni per la ragazza scomparsa non si attenuano comunque, come ben rappresentato da Raffaella Griggi in chiusura del suo articolo:

Assurdo e possibile tutto. Molto di quel che accade è già avvenuto prima sul web. Le rivelazioni sono ritenute plausibili. Soprattutto, dopo i temi della ragazzina che nascondevano disagi in casa, con la madre. E soprattutto alla luce della scoperta di quel calendario trovato in camera con tutti i giorni del mese di agosto contrassegnati con un pennarello nero fino al 26 agosto. Un conto alla rovescia? Scappata, rapita, tradita? Aiutata? Forse uccisa come temono senza dirlo ad amici e parenti? Gli inquirenti vogliono vederci più chiaro.

La vicenda, comunque, conferma che le soluzioni investigative su questo caso siano destinate a transitare su Facebook.

Fabio Bravo

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Information Society & ICT Law

Twitter e responsabilità dei calciatori. Il caso Neymar

Neymar da Silva, noto calciatore brasiliano, avrebbe diffuso su Twitter espressioni diffamatorie nei confronti dell’arbitro Sandro Ricci, definendolo “un ladrone”. Questo è quanto si legge in uno dei suoi commenti apparsi a suo nome sul celebre social netwotk.

Il calciatore brasiliano si sarebbe difeso attribuendo la paternità del commento ad un hacker, negando ogni responsabilità. Ma l’onere della prova spetterebbe a Neymar ed, in assenza di una dimostrazione in ordine all’effettivo operato dell’hacker, risulterebbe difficile far venir meno le responsabilità scaturenti dall’evidente presenza del messaggio, confermata dallo stesso calciatore brasiliano.

Come riportato dal Corriere della Sera,

Per lui potrebbe scattare la squalifica, perché, come ha ricordato il procuratore federale Paulo Schmidt “ogni espressione ed offesa contro gli arbitri, fatta con qualsiasi mezzo di comunicazione, elettronico o meno, è passibile di punizione”.

Ovviamente il principio non si ferma alla giustizia sportiva, dato che la condotta ha una sua rilevanza, sia in sede civile (con possibilità di risarcimento del danno) che in sede penale, a prescindere dalla qualifica dei soggetti coinvolti.

Il caso è comunque interessante perché mette in luce il rischio di effetti collaterali dell’uso dei social network sulla vita lavorativa degli utenti.

Fabio Bravo

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Information Society & ICT Law

Google e responsabilità. La mappa delle richieste provenienti dalle autorità di tutto il mondo e la violazione della privacy con Google Buzz

Con un’interessante iniziativa, Google sta mettendo il luce, con una mappa digitale di Google Maps, le richieste provenienti dalle autorità di tutto il mondo concernenti i servizi Google e YouTube.

La mappa è intitolata “Government requestes directed to Google and YouTube”.

Come spiegato da Google,

Like other technology and communications companies, we regularly receive requests from government agencies around the world to remove content from our services, or provide information about users of our services and products. The map shows the number of requests that we received between July 1, 2009 and December 31, 2009, with certain limitations.

Ed ancora, quanto alla precisione di numeri indicati sulla mappa, Google aggiunge:

We know these numbers are imperfect and may not provide a complete picture of these government requests. For example, a single request may ask for the removal of more than one URL or for the disclosure of information for multiple users.

Per far comprendere meglio l’iniziativa, Google si affida a specifiche FAQ (Frequently Asked Questions).

La mappa è stata commentata da Elmar Burchia per il Corriere della Sera, in un articolo  che sin dal titolo spiega l’intento del colosso americano: “Le pressioni che i Governi esercitano su Google“. Altrettanto significativo è il titolo della notizia diramata dall’ANSA: “Google: un misuratore anticensura

Tra i problemi che Google è tenuta a gestire, oltre al noto caso Google-Vividown ed a quello YouTube-RTI (con riferimento al caricamento sulla piattaforma di videosharing di video coperti da diritti d’autore, primi tra tutti quelli relativi al Grande Fratello), c’è anche il problema della privacy degli utenti, per via della trasposizione automatica sul social network  Google Buzz di tutti gli utenti Google Mail, facendo suscitare la reazione, su scala internazionale, di dieci Autorità garanti per la protezione dei dati personali.

Le Autorità garanti dell’Italia, del Canada, della Francia, della Germania, dell’Irlanda, di Israele, dell’Olanda, della Nuova Zelanda, della Spagna e della Gran Bretagna, infatti, hanno richiesto ufficialmente a Google

“un rigoroso rispetto delle leggi sulla privacy in vigore nei Paesi in cui immettono nuovi prodotti on line”

Nella nota firmata congiuntamente dai Garanti, precisa l’articolo poc’anzi citato di Repubblica, si leggono parole del seguente tenore:

“si esprime profonda preoccupazione per il modo in cui Google affronta le questioni legate alla privacy, in particolare per quanto riguarda il recente lancio del social network, Google Buzz”.

“Troppo spesso (…) il diritto alla privacy dei cittadini finisce nel dimenticatoio quando Google lancia nuove applicazioni tecnologiche. Siamo rimasti profondamente turbati dalla recente introduzione dell’applicazione di social networking Google Buzz, che ha purtroppo evidenziato una grave mancanza di riguardo per regole e norme fondamentali in materia di privacy. Inoltre, questa non è la prima volta che Google non tiene in adeguata considerazione la tutela della privacy quando lancia nuovi servizi”.

Ancora, prospegue l’articolo di Repubblica,

Le dieci Autorità di protezione dei dati ricordano come attraverso Google Buzz, “Google mail (o Gmail) sia stato improvvisamente ‘trasformato’ in social network”. Assegnando a ogni utente di Google Buzz una rete di ‘amici’ ricavati dalle persone con cui l’utente risultava comunicare più spesso attraverso Gmail. Un’operazione fatta senza interpellare gli utenti ed “impedendogli di esprimere un consenso preventivo e informato”.

“Con questo comportamento – spiegano i Garanti – è stato violato un principio fondamentale e riconosciuto a livello mondiale in materia di privacy:  ossia, che spetta alle persone controllare l’uso dei propri dati personali”.

L’azione congiunta dei Garanti è un altro elemento interessante che emerge dalla vicenda, visto il carattere internazionale (direi Globale) che caratterizza la diffusione dei servizi di Google.

Ritornerò ancora su tali argomenti.

Fabio Bravo

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Processo a Google. Non è solo un caso italiano (ovvero il caso Barrichello vs. Google innanzi al Tribunale di San Paolo in Brasile)

Il caso del c.d. “Processo a Google” che si sta celebrando presso il Tribunale di Milano (Vividown vs. Google), su cui siamo intervenuti passo passo, udienza per udienza, con i post di questo blog, non è un caso isolato.

Non è solo in Italia che il fenomeno della responsabilità di Google viene passata al vaglio dell’autorità giudiziaria, come sta avvenendo in quello che è stato definito come il caso “test”, senza precedenti negli scenari internazionali.

Per la verità la responsabilità di Google, con riferimento ai contenuti messi in rete dagli utenti, ha già un altro autorevole precedente in Brasile, ove si è celebrato il processo che ha visto protagonista Rubens Barrichello, noto pilota della Formula 1, contro Google.

Sul social network “Orkut” gestito proprio da Google, molto popolare in Brasile, erano stati immessi contenuti da parte degli utenti che, attivando un falso profilo del pilota, avevano accostato la sua immagine a quella di una tartaruga, per via dell’asserita sua lentezza.

Nel resoconto di Mauro Munafò per la Repubblica (“E’ lento come una tartaruga”. E Google deve risarcire Barrichello), si trova riportato infatti che Rbens Barrichello,

(…) arrivato terzo nell’ultimo campionato di Formula Uno, ha ottenuto da un tribunale di San Paolo che il motore di ricerca Google lo risarcisca di mezzo milione di dollari. Sul social network Orkut, proprietà di Google, ci sono infatti numerosi profili falsi del’ex pilota della Ferrari che ironizzano sulle sue capacità e lo paragonano a una tartaruga, animale di certo non famoso per la velocità.

(…) 

La causa contro Orkut, iniziata nel 2006, potrebbe arrivare a costare fino a 700 mila dollari a Google: il giudice ha infatti stabilito che la multa crescerà di 590 al giorno fino a quando i profili non verranno rimossi. I legali della società Californiana hanno però già annunciato ricorso in appello contro la decisione, affermando che Barrichello, essendo una figura pubblica, è sottoposta a critiche positive e negative, ma che queste non sono riconducibili al motore di ricerca che si limita ad ospitarle.

 

Il caso è interessante, perché ha portato alla individuazione di una responsabilità di chi gestisce la piattaforma su cui vengono ospitati i contenuti che, nella fattispecie che ha interessato Barrichello, riguardavano un social network e non una piataforma di file sharing.

Il quesito che ci si pone è però sempre il medesimo, anche se diverse sono le norme che si invocano nel caso di specie. Quelle relative  al nostrano Processo a Google (vs. Vividown), sono essenzialmente di derivazione comunitaria (tanto con riferimento alle disposizioni in materia di commercio elettronico invocate per regolare i confini della responsabilità del provider, quanto con riferimento alle disposizioni in materia di protezione dei dati personali, la cui applicazione è stata fatta comunque salva in maniera esplicita dalla disciplina in materia di commercio elettronico).

Nell’attesa della prossima udienza del 27 gennaio 2010, può notarsi come il problema della responsabilità dei provider per i contenuti immessi dagli utenti sia un problema percepito su scala mondiale, e probabilmente la casistica non si arresterà in Italia con la sentenza che verrà emessa dal Tribunale di Milano, comunque esso decida.

Avv. Fabio Bravo

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