SIAE

Risarcimento danni di 40.000 euro a carico del Provider per illecita diffusione di opere d'arte su Internet ed esempi virtuosi

La questione non è nuova. In un comunicato della SIAE del 4-9-2008  veniva data notizia della sentenza resa dalle sezioni specializzate in materia di proprietà intellettuale e industriale del Tribunale di Roma, con cui la SIAE aveva ottenuto un risarcimento danni considerevole, pari a complessivi 40.000 euro, a carico di Tiscali, per l’illecita riproduzione di opere d’arte (in tutto non inferiori a 335), rientranti sotto la tutela della legge sul diritto d’autore (per un commento si veda, tra i tantissimi apparsi su Internet, quanto già riportato su Punto-Informatico da Luca Annunziata).

Tiscali, infatti, aveva diffuso sulle pagine del proprio sito web, in un’apposita sezione dedicata all’arte, numerose opere di celebri pittori, senza ottenere l’autorizzazione da parte degli autori o degli aventi diritto e senza corrispondere i compensi tramite la SIAE.

Come riferito nel predetto comunicato, oltre al risarcimento dei danni la pronuncia resa dal Tribunale di Roma contempla anche

l’inibizione della riproduzione, con ordine di immediata rimozione delle opere dal sito Internet (…) e la pubblicazione della sentenza sui due principali quotidiani italiani, Corriere e Repubblica.

Quanto alle modalità della violazione, nel comunicato si legge che

Molte opere di oltre 170 pittori famosi, tra cui Balla, Chagall, De Chirico, Francesconi, Giacometti, Guttuso, Klimt, Magritte, Mirò, Morandi, Picasso, Severini, Sironi, Tadini, erano state riprodotte nella sezione “Arte” del sito Internet di Tiscali, con possibilità per gli utenti di ingrandire, stampare o inviare le relative immagini.

(…)

Le riproduzioni di opere in formato digitale erano, infatti, conservate nel sito per più giorni ed erano consultabili dopo anni, con possibilità di essere riprodotte in cartoline e utilizzate per giochi interattivi e avevano ad oggetto interi repertori di opere. Niente “diritto di cronaca”, ma riproduzione illecita di opere tutelate, con vero e proprio scopo di lucro, come dimostra l’inserzione di annunci pubblicitari nella pagina web.

Quanto alla linea difensiva di Tiscali, disattesa dal giudice romano, si apprende che

La Società Tiscali aveva eccepito la legittimità della riproduzione di tali opere – in quanto funzionale all’informazione su mostre, musei e tutto ciò che accadeva nel mondo dell’arte – secondo quanto previsto dall’art. 65, 2°comma della legge sul diritto d’autore, che consente la riproduzione o comunicazione al pubblico di opere protette, ai fini dell’esercizio del diritto di cronaca e nei limiti dello scopo informativo su avvenimenti di attualità. Il Tribunale (…) [aveva] riscontrato la mancanza di tali presupposti (e cioè la citazione temporanea ed attuale di un’opera, in relazione a una mostra o a un’esposizione di opere d’arte in corso e la sussistenza del mero scopo informativo) (…)

Sarebbe interessante rileggere la sentenza, per comprendere meglio le modalità per il computo del risarcimento del danno, quantificato sia con riferimento al danno patrimoniale che al danno non patrimoniale.

In questa pagina di commento in Norme e Tributi de Il Sole 24 Ore si apprende che il risarcimento disposto con la predetta sentenza (n. 8481/2008) è stato ripartito in 30.ooo euro per il danno patrimoniale e in 10.000 euro per quello non patrimoniale, il cui riconoscimento in favore della SIAE rappresenterebbe una novità.

Il caso ha fatto molto parlare anche per via delle strade da percorrere per la fruizione dei prodotti culturali su Internet.

A dire il vero, però, non mancano iniziative in cui la diffusione on-line di opere d’arte digializzate, con elevata risoluzione, sia stata realizzata senza alcun intento lucrativo (neanche con spazi pubblicitari a pagamento presenti sul sito o altre trovate commerciali).

Al riguardo, per chi volesse godere della visione accurata di un patrimonio enorme di opere d’arte (767 dipinti, da 116 sculture, 51 oggetti e arredi di significativo pregio storico e artistico), vi segnalo il Progetto ARTGATE della Fondazione Cariplo, raggiungibile ai seguenti link: collezione on-line (con motore di ricerca e possibilità di zoom) e galleria virtuale.

Si tratta, ovviamente, di immagini non “degradate”. Ad esempio quest’opera, ricca di particolari, riprodotta al 5% nella prima visualizzazione, può essere ingrandita fino al 100% e visualizzata anche a schermo intero.

Tale progetto è la dimostrazione di come sia assolutamente possibile realizzare  progetti ICT di diffusione on-line di immagini digitalizzate, gratuitamente fruibili per l’utente, ad una definizione decisamente appagante. La giurisprudenza sopra richiamata non rappresenta certo un ostacolo alla realizzazione di pratiche virtuose come questa.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

La proposta di legge anti-pirateria e la licenza anti-pirateria della SIAE

La discussa bozza informale della proposta di legge anti-pirateria (intitolata testualmente «Disposizioni concernenti la diffusione telematica delle opere dell’ingegno»), diramata da Altroconsumo ed attribuita alla SIAE, è stata, com’è ormai ben noto, ma da questa disconosciuta pubblicamente quanto alla sua paternità.

Abbiamo già avuto modo di riportare come sia stato già notato che, nelle proprietà del documento PDF, l’autore risulta indicato proprio come «siae», e la cosa un po’ sorprende.

V’è poi un’altra considerazione.

Ci si chiede, infatti, chi possa avere interesse a diramare la bozza delle proposta di legge e farla passare per la SIAE. Per quale motivo, poi?

Ci si chiede anche chi possa essere stato, allora, a redigere quella bozza.

Gli interrogativi lasciano qualche dubbio, al di là delle smentite formali.

C’è però da rilevare, nei contenuti, qualcosa che mi sembra singolare.

La bozza della proposta di legge in questione, attribuita alla Siae e da questa disconosciuta, sembra porsi decisamente in linea con un articolo della SIAE presentato sul proprio sito Internet, dedicato alle c.d. licenze «anti-pirateria» ed intitolato «No alla pirateria digitale attraverso accordi con gli internet provider».

In tale articolo, infatti, c’è un sorprendete allineamento tra l’introduzione nel mercato della licenza per prestatori dei servizi della società dell’informazione, al fine di rendere gratuitamente fruibile per l’utente finale le opere protette dal diritto d’autore (sul modello delle radio), e quanto previsto nel testo di legge, nel quale si tenta di recepire forzatamente modelli che, altrimenti, dovrebbero essere rimessi alle libere decisioni mercato.

Altro punto interessante, per valutare a chi effettivamente risale la discussa bozza di proposta di legge, è il ruolo siae-centrico previsto nelle premesse e nell’articolato normativo.

Nel leggere il citato articolo della SIAE sulle licenze anti-pirateria, per la verità sorprendono molto il taglio e le parole utilizzate in certe espressioni, giacché più dell’interesse alla protezione delle opere dell’ingegno e dei diritti sulle stesse, c’è il costante ed esclusivo riferimento a come utilizzare la rete quale fonte di guadagni, come se gli utenti della rete o i Providers (di connettività e/o di contenuti) fossero vacche da mungere e non fruitori delle opere veicolate in formato digitale e destinatari dei prodotti culturali da incentivare e promuovere.

A parte questo, l’idea di cambiare le regole del mercato, in fin dei conti, potrebbe funzionare, ma occorre essere cauti sul punto ed operare scelte oculate.

La SIAE propone una licenza «anti-pirateria» per i Providers, in modo da ricondurre il sistema di distribuzione delle opere in formato digitale tramite Internet al modello in vigore per le radio.

L’utente fruisce liberamente e gratuitamente delle opere digitali, con possibilità di scaricarle ed utilizzarle. In questo schema, la licenza (ed i relativi emolumenti) verrà corrisposta dai Providers, ossia da chi fornisce i contenuti su queste piattaforme, ove sarà liberamente, gratuitamente e lecitamente scaricabile il file con l’opera protetta dal diritto d’autore.

Il sistema farebbe in modo che i diritti vengano pagati dal content providers o, comunque, da chi organizza la piattaforma per la distribuzione delle opere, gratuite per l’utente finale.

È chiaro che il mercato produrrà una traslazione dei costi, per cui alla fine il rischio è che vi sia un rincaro dei costi di connettività.

Ciò sarà palese per quei content providers che svolgono anche funzioni di access providers, ma il risultato rischia di non essere differente anche per quei providers che si limitino a fornire solo connettività, senza allestire le piattaforme per la distribuzione delle opere, perché è facile intuire che i costi maggiori offerti dai fornitori di contenuto verranno spalmati ad esempio, nel medio o lungo periodo, anche nei maggiori costi di affitto delle linee a cui, probabilmente, potremmo assistere.

Costi palesi e costi occulti andranno a far recuperare a carico di tutti gli utenti della rete quelle licenze che in realtà avrebbero dovuto essere sostenuto solamente dagli utenti che attingono dalla rete le opere protette dal diritto d’autore.

A tale scenario potrebbe però contrapporsene un altro, in cui i costi corrispondenti alle licenze verrebbero ad essere assorbite dagli introiti pubblicitari per le inserzioni offerte nelle piattaforme di distribuzione gratuita, per l’utente finale, delle opere protette dal diritto d’autore. Secondo questo schema, a cui ricorre anche la radio e la TV privata, le inserzioni pubblicitarie farebbero in modo che:

a) i costi delle licenze non vengano traslati sugli utenti finali, ma recuperati con gli introiti pubblicitari;

b) i Providers possano trarre dalla piattaforma ulteriori utili, incrementando i propri profitti, ove gli introiti commerciali derivanti dalle inserzioni pubblicitarie superino i costi delle licenze.

È questo il senso della licenza proposta dalla Siae, che in realtà ripercorre modelli già usati trionfalmente nel mercato, rimasti però casi isolati.

Mi sembra che il modello prospettato nella discussa bozza di proposta di legge attribuita alla Siae e da questa disconosciuta coincida proprio in un tentativo di far recepire in un testo di legge, con valenza erga omnes e con assistenza manu militari, il modello della licenza proposta dalla Siae, che in realtà il mercato dovrebbe recepire facoltativamente, se vuole.

Così, all’art. 1 della famigerata proposta di legge si prevede una disciplina specifica per

«L’immissione e la fruizione delle opere dell’ingegno o di loro parti nelle reti telematiche (…)»

ed, all’art. 2, si stabilisce che

«Lo Stato incentiva la realizzazione di piattaforme telematiche per l’immissione e la fruizione legittime e gratuite di opere dell’ingegno. I prestatori di servizi della società dell’informazione che realizzano dette piattaforme telematiche compensano i detentori dei diritti relativi alle opere dell’ingegno diffuse per il loro tramite, attraverso gli introiti pubblicitari e di sponsorizzazione realizzati mediante le piattaforme stesse».

È chiaro, come già detto, l’intento di strutturare la disciplina per il recepimento ex lege delle licenze volute dalla Siae, con quest’ultima che svolge funzioni e ruolo di gestore dei diritto d’autore e dei relativi diritti connessi sulle opere, dimenticando che i sistemi di distribuzione delle opere potrebbero essere anche diversi e che gli autori potrebbero preferire altri sistemi di gestione, senza delegare la Siae.

Non si comprende, di primo acchito, quale sarebbe il senso normativo della disposizione che pretende di dare allo Stato il compito di «incentivare» la realizzazione di tali piattaforme. Il testo è ambiguo e si presterebbe a varie soluzioni, che vanno da incentivi economici e fiscali, fino a rendere di fatto necessario, nella regolamentazione di dettaglio rimessa al decreto legislativo, l’uso di tali piattaforme come unico sistema di distribuzione delle opere, il che, ovviamente, costituirebbe evidente forzatura non esente da profili di illegittimità costituzionale e di contrarietà alle disposizioni comunitarie.

Se questo è, a quanto pare, il punto di arrivo voluto o suggerito dal testo della bozza di proposta d legge, c’è da capire bene quale siano gli strumenti che sarebbero stati pensati per giungere alla sua attuazione.

Li troviamo all’art. 3, che contiene la delega al governo per l’emanazione del

«decreto legislativo concernente l’istituzione e la disciplina di piattaforme telematiche nazionali».

Al riguardo, tra i principi ed i criteri direttivi annoverati per l’emanazione del decreto legislativo, si riscontrano alcune previsioni che lasciano riflettere:

1) l’introduzione di specifici profili di diretta responsabilità civile, amministrativa e penale all’operato dei prestatori di servizi della società dell’informazione [cfr. art. 3, co. 1, lett. d)];

2) previsione dell’attribuzione ai prestatori di servizi della società dell’informazione operanti su dette piattaforme telematiche di obblighi di controllo e di rendicontazione ai fini di una corretta attribuzione delle remunerazioni ai corrispondenti titolari dei diritti sulle opere dell’ingegno [cfr. art. 3, co. 1, lett. h)];

3) attribuzione di poteri di controllo alle Autorità di Governo ed alle Forze dell’ordine per la salvaguardia su tali piattaforme telematiche del rispetto di norme imperative, dell’ordine pubblico, del buon costume, ivi inclusa la tutela dei minori [cfr. art. 3, co. 1, lett. i)];

4) previsione di sistemi sanzionatori prevalentemente di natura civile ed amministrativa, nonché di natura penale per i casi di più gravi violazioni, intendendosi per tali non solo quelle di interessi maggiormente rilevanti, ma anche quelle caratterizzate da ripetitività, abitualità, professionalità, con particolare riferimento al settore economico e tributario [cfr. art. 3, co. 1, lett. l)].

Riportandomi a quanto già in parte osservato in un mio precedente post, occorre osservare che:

a) la proposta è volta ad introdurre coattivamente un modello di distribuzione di opere in formato digitale, probabilmente funzionale, improntato all’uso di piattaforme telematiche per l’immissione e la distribuzione e la fruizione di opere in formato digitale;

b) non è chiaro come potrà essere realizzato tecnicamente il sistema di distribuzione e diffusione;

c) non è chiaro se la piattaforma è un sistema possibile o se il modello mira ad introdurre un sistema obbligatorio per la immissione e distribuzione delle opere;

d) si vuole l’introduzione di responsabilità civili, amministrative e penali per i prestatori dei servizi della società dell’informazione (providers), ma va prestata attenzione ai limiti per la responsabilità contemplati nella direttiva 2000/31/CE, che, occorre sottolinearlo, perché altrove si sostiene semplicisticamente il contrario, non prevede una esenzione assoluta di responsabilità, ma le condizioni rispettate le quali il prestatore dei servizi rimane estraneo alla responsabilità per le informazioni trasmesse e/o memorizzate sui propri sistemi informatici e telematici;

e) si vuole l’introduzione di un obbligo di controllo e di rendicontazione a carico dei providers per la corretta attribuzione delle remunerazioni ai corrispondenti titolari dei diritti sulle opere dell’ingegno e si è sostenuto altrove, nella rete, che il sistema è contrario all’impianto comunitario perché è volto ad imporre un obbligo di controllo a carico dei providers. V’è però da osservare nuovamente che l’impianto comunitario esclude l’obbligo di controllo dei providers solamente qualora si tratti di un obbligo generale di sorveglianza e non qualora l’obbligo sia circostanziato su elementi specifici. Tra l’altro, nel sistema delineato dalla proposta di legge, soprattutto ove la piattaforma sia facoltativamente adottabile dal Provers e non uno strumento obbligatorio per la distribuzione, il Provider ben potrebbe sottrarsi a tele obbligo allorché la distribuzione non avvenga su piattaforme da questi allestite, ma allestite da soggetti terzi. Sarà chi appronta la piattaforma a controllare e rendicontare l’attribuzione delle remunerazioni corrispondenti ai diritti d’autore ed ai diritti connessi maturati dagli aventi diritto, ferma restando la gratuità della fruizione dell’opera per gli utenti;

f) il sistema delineato dalla legge prevede l’introduzione di ulteriori specifiche sanzioni, che agiscano sul fronte civile, amministrativo e penale. C’è qui una possibilità che venga richiamata l’applicazione del d.lgs. 231/01, annoverando i reati previsti dalla legge sul diritto d’autore tra i reati-presupposto per l’applicazione della disciplina sulla responsabilità delle società e degli altri enti derivante da reato. Sulle nuove «sanzioni» di diritto «civile», c’è da capire quali possano essere le ipotesi a cui intende far riferimento chi ha predisposto il testo della proposta di legge in questione. Sicuramente, poi, si vuole l’ennesima introduzione di ulteriori specifiche sanzioni penali, per reprimere quelli che sono considerati i casi «più gravi», tra i quali si vogliono inserire le fattispecie connotate da ripetitività (reiterazione della condotta, senza abitualità), abitualità e professionalità.

Osservando con attenzione alcuni altri passaggi della bozza di proposta di legge, poi, si vede il ruolo centrale attribuito alla Siae nella gestione dei diritti (ma non è detto che gli autori delle opere protette dal diritto d’autore siano iscritti alla Siae e, poi, non è detto che il modello di circolazione dei diritti non avvenga secondo schemi di diffusione e di protezione differenti rispetto a quelli tradizionalmente voluti dalla Siae, ad esempio sulle logiche del copyleft e delle creative commons).

Al punto n. 5 della scaletta iniziale, che precede l’articolato normativo, si riscontrano le seguenti parole:

(…) è necessario (…) mantenere ed accentuare il ruolo dell’ente pubblico SIAE, istituzione recentemente riformata con la legge n. 2/2008, cui è affidata in Italia la «regolazione» del mercato dell’utilizzazione economica dei diritti d’autore.

All’art. 3, co. 1, lett. g), della bozza di proposta di legge, poi, si prevede l’emanazione di un decreto legislativo che, con riferimento alle piattaforme telematiche per la distribuzione delle opere protette, fornisca una disciplina che assicuri l’

adeguata remunerazione dei titolari dei diritti sulle opere dell’ingegno immesse, circolanti e fruite tramite le dette piattaforme telematiche, anche attraverso l’attribuzione di specifiche funzioni alla Società italiana degli autori ed editori (SIAE) in ordine alla gestione dei corrispondenti diritti d’autore e dei relativi diritti connessi.

La disamina del testo, la centralità forzata della Siae, il sistema di recepimento ex lege del modello di licenza anti-pirateria voluta dalla Siae, unitamente al fatto che le proprietà del file in PDF diramato da Altroconsumo indichino come Autore del file proprio la «siae», lasciano sinceramente forti dubbi sul disconoscimento di paternità che la Siae si è affrettata a fare di fronte alle prime critiche mosse dal «popolo della rete».

Il Comitato Anti-Pirateria e la proposta di legge (della SIAE?)

Il Comitato “Anti-Pirateria”, com’è noto, è un’iniziativa presentata recentemente dal nuovo Governo. Istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, d’intesa con il Ministro per i beni e le attività culturali, ha come denominazione estesa ed ufficiale quella di “Comitato tecnico contro la pirateria digitale e multimediale”.

C’è stata una iniziale difficoltà a reperire on-line il decreto istitutivo di tale comitato, come rilevato da Marco Scialdone in questo suo post e nei relativi commenti, ma alla fine il Governo ha reso disponibile il provvedimento sul suo sito istituzionale ed ha approntato uno specifico dossier.

Il Comitato diversi compiti, tra cui quello di:

a) coordinare azioni per il contrasto al fenomeno della pirateria digitale e multimediale;

b) studiare e predisporre proposte normative;

c) analizzare ed individuare iniziative non normative, compresa l’eventuale stipula di appositi codici di condotta ed autoregolamentazione.

Dal decreto istitutivo del Comitato Anti-Pirateria (DPCM 15 settembre 2008, pubblicato in G.U. 13 ottobre 2008 n. 240) si evince subito l’impronta quasi esclusivamente istituzionale, che allarga il tavolo di confronto non a tutti i soggetti interessati al dialogo (come ad esempio le associazioni di categoria dei providers, quali l’Associazione Italiana Internet Providers – AIIP ed Assoprovider, o, per continuare nell’esempio, le associazioni degli utenti della rete o quelle dei consumatori), bensì solo ad alcune voci isolate e, come tali, in rappresentative dei molteplici interessi coinvolti, come rilevato ampiamente nella rete (si vedano, ad esempio, le osservazioni critiche di Luca Spinelli su Punto Informatico).

C’è stato, per la verità, un tentativo di delineare un approccio di coinvolgimento del “popolo della rete”, come per una democrazia elettronica converrebbe fare, tant’è che è stato inaugurato il forum moderato a cui chiunque può iscriversi, relativo al tema in questione, raggiungibile a questo indirizzo.

L’intento è buono, però alcune cose mi lasciano perplesso.

V’è infatti il rischio che il tavolo della discussione (instaurato attraverso il forum) sia solamente apparente.

Una conferma in tale direzione la si ha proprio analizzando la composizione del Comitato, che non lascia spazio, ad esempio, al settore industriale di chi si occupa di offrire i servizi di telecomunicazione e di accesso alla rete.

Un’altra conferma la si ha dal testo di una proposta di legge che, a pochi giorni dalla giornata celebrativa dell’insediamento del Comitato, sta già circolando in rete, attribuita alla SIAE che, guarda caso, ha una presenza significativa in tale Comitato.

Infatti, è stata diramata sul sito di Altroconsumo una bozza di proposta di legge, la cui parternità è stata attribuita proprio alla SIAE (che, è bene ricordarlo, prende parte al Comitato Anti-Pirateria). Per un sintetico commento si rimanda alle stimolanti osservazioni del collega Guido Scorza su Punto Informatico.

Per la verità la notizia è stata smentita dalla SIAE, che ne avrebbe disconosciuto la paternità.

Qualche dubbio, però, resta, visto che, come è stato commentato (su Punto-Informatico, ripreso anche da altra fonte), nelle “proprietà” del file in formato PDF diramato sul sito di Altroconsumo, l’autore risulterebbe essere proprio la SIAE (si legge “Author: siae”).

Di chiunque sia la proposta, c’è in ogni caso da riflettere.

A leggerne i contenuti c’è da rimanere un po’ perplessi, benché qualcosa di interessante possa essere recuperato, come ad esempio il punto n. 3 della “scaletta” iniziale, che contempla la necessità di rivedere l’intero sistema rendendo

“legittima e gratuita (per l’utente) la circolazione delle opere dell’ingegno nelle reti (occorre quindi disciplinare e non reprimere)”.

Tuttavia, il testo della proposta di legge sembra non tenere affatto conto del ruolo degli Internet Service Providers per lo sviluppo tecnologico.

La soluzione normativa che sembrerebbe essere stata caldeggiata dalla SIAE (a parte il ruolo che la stessa vorrebbe riservarsi ed accentuare con il testo proposto, da molti reputato anacronistico) penalizza drasticamente i fornitori dei servizi della società dell’informazione ed, in particolare, chi assicura agli utenti la connessione ad Internet e l’accesso alle informazioni.

Infatti, come si legge nella proposta di legge, il Parlamento dovrebbe dare al Governo la delega per emanare un provvedimento che preveda

l’attribuzione di specifici profili di diretta responsabilità civile, amministrativa e penale all’operato dei prestatori di servizi della società dell’informazione

e, cosa ancora più sconcertante, l’

attribuzione ai prestatori di servizi della società dell’informazione operanti su dette piattaforme telematiche di obblighi di controllo e rendicontazione ai fini di una corretta attribuzione delle remunerazioni ai corrispondenti titolari dei diritti sulle opere dell’ingegno

con

attribuzione di poteri di controllo alle Autorità di Governo ed alle Forze dell’ordine per la salvaguardia su tali piattaforme telematiche del rispetto di norme imperative (…)

tra le quali, ovviamente, quelle relative all’assolvimento degli obblighi da parte dei prestatori di servizi della società dell’informazione.

E’ chiaro che la proposta di legge deve essere emendata per tener conto del quadro comunitario, con particolare riferimento al principio delineato dalla Direttiva 2000/31/CE su taluni aspetti relativi alla prestazione dei servizi nella società dell’informazione (c.d. Direttiva sul commercio elettronico).

In particolare, tale direttiva, recepita dal nostro ordinamento con il D.Lgs. 70/2003, prevede espressamente un diverso livello di responsabilità a seconda del grado di coinvolgimento del provider nell’effettuazione del servizio, con obblighi di vigilanza che cono commisurati a tale livello di responsabilità.

Riporto di seguito gli articoli della direttiva che più interessano, per far comprendere meglio entro quali limiti rigorosi il testo di legge proposto dalla SIAE possa eventualmente trovare accoglimento, dovendo essere cassato per il resto.

Sezione 4: Responsabilità dei prestatori intermediari

Articolo 12 – Semplice trasporto (“mere conduit”)

1. Gli Stati membri provvedono affinché, nella prestazione di un servizio della società dell’informazione consistente nel trasmettere, su una rete di comunicazione, informazioni fornite da un destinatario del servizio, o nel fornire un accesso alla rete di comunicazione, il prestatore non sia responsabile delle informazioni trasmesse a condizione che egli:

a) non dia origine alla trasmissione;

b) non selezioni il destinatario della trasmissione;

c) non selezioni né modifichi le informazioni trasmesse.

2. Le attività di trasmissione e di fornitura di accesso di cui al paragrafo 1 includono la memorizzazione automatica, intermedia e transitoria delle informazioni trasmesse, a condizione che questa serva solo alla trasmissione sulla rete di comunicazione e che la sua durata non ecceda il tempo ragionevolmente necessario a tale scopo.

3. Il presente articolo lascia impregiudicata la possibilità, secondo gli ordinamenti degli Stati membri, che un organo giurisdizionale o un’autorità amministrativa esiga che il prestatore impedisca o ponga fine ad una violazione.

Articolo 13 – Memorizzazione temporanea detta “caching”

1. Gli Stati membri provvedono affinché, nella prestazione di un servizio della società dell’informazione consistente nel trasmettere, su una rete di comunicazione, informazioni fornite da un destinatario del servizio, il prestatore non sia responsabile della memorizzazione automatica, intermedia e temporanea di tali informazioni effettuata al solo scopo di rendere più efficace il successivo inoltre ad altri destinatari a loro richiesta, a condizione che egli:

a) non modifichi le informazioni;

b) si conformi alle condizioni di accesso alle informazioni;

c) si conformi alle norme di aggiornamento delle informazioni, indicate in un modo ampiamente riconosciuto e utilizzato dalle imprese del settore;

d) non interferisca con l’uso lecito di tecnologia ampiamente riconosciuta e utilizzata nel settore per ottenere dati sull’impiego delle informazioni;

e) agisca prontamente per rimuovere le informazioni che ha memorizzato, o per disabilitare l’accesso, non appena venga effettivamente a conoscenza del fatto che le informazioni sono state rimosse dal luogo dove si trovavano inizialmente sulla rete o che l’accesso alle informazioni è stato disabilitato oppure che un organo giurisdizionale o un’autorità amministrativa ne ha disposto la rimozione o la disabilitazione dell’accesso.

2. Il presente articolo lascia impregiudicata la possibilità, secondo gli ordinamenti degli Stati membri, che un organo giurisdizionale o un’autorità amministrativa esiga che il prestatore impedisca o ponga fine ad una violazione.

Articolo 14 – “Hosting”

1. Gli Stati membri provvedono affinché, nella prestazione di un servizio della società dell’informazione consistente nella memorizzazione di informazioni fornite da un destinatario del servizio, il prestatore non sia responsabile delle informazioni memorizzate a richiesta di un destinatario del servizio, a condizione che detto prestatore:

a) non sia effettivamente al corrente del fatto che l’attività o l’informazione è illecita e, per quanto attiene ad azioni risarcitorie, non sia al corrente di fatti o di circostanze che rendono manifesta l’illegalità dell’attività o dell’informazione;

b) non appena al corrente di tali fatti, agisca immediatamente per rimuovere le informazioni o per disabilitarne l’accesso.

2. Il paragrafo 1 non si applica se il destinatario del servizio agisce sotto l’autorità o il controllo del prestatore.

3. Il presente articolo lascia impregiudicata la possibilità, per un organo giurisdizionale o un’autorità amministrativa, in conformità agli ordinamenti giuridici degli Stati membri, di esigere che il prestatore ponga fine ad una violazione o la impedisca nonché la possibilità, per gli Stati membri, di definire procedure per la rimozione delle informazioni o la disabilitazione dell’accesso alle medesime.

Come si vede bene, il regime applicabile relativo alla responsabilità di chi offre Servizi della società dell’informazione, è articolato in maniera «scalare», nel senso che non garantisce automaticamente un’esenzione da responsabilità dell’Internet Service Providers (sia esso Access Service Providers; Content Service Providers; etc.). Prevede diversi livelli di attività e per ciascun livello stabilisce le condizioni entro le quali il Provider non può ritenersi responsabile delel informazioni trattate . È chiaro che, ove non vengano rispettate le anzidette condizioni, la responsabilità torna ad essere configurabile. Non c’è pertanto una esenzione tout court.

In ogni caso, però, la direttiva comunitaria, che è volta ad uniformare le legislazioni nazionali di tutti gli Stati membri della Comunità europea, stabilisce che in nessuna delle tre modalità di svolgimento dei servizi previste (mere conduit, caching, hosting) gli Stati membri possano imporre ai Providers un «obbligo generale» di sorveglianza sulle ingormazioni che trasmettano o memorizzano, né un obbligo di farsi parte attiva nella ricerca di fatti o circostanze che possano far rilevare la presenza di illeciti compiuti tramite i loro servizi.

Anche qui occorre fare un distinguo.

La direttiva, si noti bene, non vieta agli Stati membri di introdurre un qualsiasi obbligo di sorveglianza ai Providers, ma solamente di introdurre un «obbligo generale» di sorveglianza. Per come è articolato il testo della direttiva, l’obbligo di sorveglianza potrebbe essere introdotto per esigenze puntuali e specifiche.

È chiaro che, nonostante l’astratta possibilità giuridica di introdurre obblighi specifici di soverglianza, occorre ponderare bene se ciò convenga o no, dato che gli effetti potrebbero essere destabilizzanti per il sistema delle telecomunicazioni e disincentivanti per il progresso tecnologico.

Un obbligo del genere costringerebbe i provider a sopportare costi eccessivi e responsabilità per omessa vigilanza, con relative sanzioni, che potrebbero portare al collasso l’intero sistema delle telecomunciazioni, stante l’estrema difficoltà, se non l’impossibilità, di un controllo volto a prevenire tutte le ipotesi di illecito o ad individuarle qualora commesse.

Se un obbligo di sorveglianza dovesse essere posto certo è difficile condividere che debba essere posto a favore dell’industria che acquisisce dagli autori la titolarità dei diritti sulle opere dell’ingegno, essendoci ben altre priorità, prime tra tutti quella relativa alla tutela dei minori ed al rischio che gli stessi possano essere vittima di abusi.

Alcune scelte normative vanno ponderate bene. Può infatti continuare a farsi buon uso della possibilità offerta agli Stati membri, stabilita al comma 2 del medesimo art. 15 della Direttiva 2000/31/CE sul commercio elettronico, di imporre ai Providers l’obbligo di informare con immediatezza le pubblica autorità in ordine a «presunte attività o informazioni illecite dei destinantari dei loro servizi», oltre all’obbligo di comunicare, a richiesta delle autorità competenti, le informazioni che permettano «l’identificazione dei destinatari dei loro servizi con cui hanno accordi di memorizzazione dei dati».

Ecco di seguito la trascrizione dell’articolo in questione.

Articolo 15 – Assenza dell’obbligo generale di sorveglianza

1. Nella prestazione dei servizi di cui agli articoli 12, 13 e 14, gli Stati membri non impongono ai prestatori un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni che trasmettono o memorizzano né un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite.

2. Gli Stati membri possono stabilire che i prestatori di servizi della società dell’informazione siano tenuti ad informare senza indugio la pubblica autorità competente di presunte attività o informazioni illecite dei destinatari dei loro servizi o a comunicare alle autorità competenti, a loro richiesta, informazioni che consentano l’identificazione dei destinatari dei loro servizi con cui hanno accordi di memorizzazione dei dati.

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