Ricorso ex art. 700 c.p.c.

Tribunale di Roma: il testo integrale dell’ordinanza sul caso Ferrario-RAI (conduzione TG1)

Sul caso che ha visto la nota giornalista Tiziana Ferrario vedersi accolto il ricorso in via d’urgenza innanzi al Tribunale di Roma, sezione Lavoro, contro la RAI per la reintegrazione nelle mansioni relative alla conduzione del TG1 e di inviato speciale per grandi eventi, riporto qui il link al testo integrale dell’ordinanza.

Fabio Bravo

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Information Society & ICT Law

Diritto dell’informazione e conduzione del TG1: reintegrata Tiziana Ferrario (lesione della professionalità per discriminazione politica)

L’ANSA, con un lancio ripreso immediatamente dal Corriere della Sera, rende noto che la giornalista Tiziana Ferrario si è vista accogliere il ricorso d’urgenza presentato innanzi al giudice del lavoro presso il Tribunale di Roma per la sua esclusione dalla conduzione del TG1.

Il Tribunale, nella persona del giudice Dott. Marrocco,

ha ordinato alla Rai di reintegrare la giornalista nelle mansioni di conduttrice del Tg1 delle 20 e di inviata speciale per grandi eventi.

Le tematiche del diritto dell’informazione si innestano su quelle del diritto del lavoro e dei diritti della personalità:

Il giudice ha ravvisato nella rimozione di Tiziana Ferrario dell’incarico di conduttrice del tg della rete ammiraglia una “grave lesione della sua professionalità per motivi di discriminazione politica a seguito dell’opposizione della stessa giornalista alla linea editoriale del direttore Augusto Minzolini.

Oltre all’integrazione nell’incarico di conduzione nel TG1 di prima serata e di inviata per grandi eventi, la “grave lesione della professionalità” pare aprire agevolmente la strada anche a richieste di risarcimento del danno non patrimoniale.

Fabio Bravo

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Information Society & ICT Law

FAPAV contro Telecom all'udienza del 10 febbraio 2010 presso il Tribunale di Roma

Com’è noto, FAPAV (Federazione AntiPirateria AudioVisiva) ha promosso innanzi al Tribunale di Roma, Sezioni Specializzate per la Proprietà Intellettuale, un ricorso ex art. 700 contro la Telecom Italia Spa, deducendo l’inerzia di tale società (nel suo ruolo di Internet Service Provider) di fronte ad innumerevoli illeciti che la FAPAV sostiene di aver riscontrato ai danni dei titolari dei diritti su opere protette da copyright. Il 10 febbraio scorso si è celebrata la prima udienza.

Gli illeciti riscontrati (tramite la CoPeerRight Agency, a cui la FAPAV si è rivolta prima dell’instaurazione del giudizio cautelare) sarebbero addirittura 2 milioni e 200 mila, dal 2008 ad oggi, con riferimento all’attività generata da 11 siti posti sotto continuo monitoraggio.

Così viene rivelato da Aldo Fontanarosa, nel suo articolo per Repubblica dal titolo “Spiato chi scarica gratis. Il Garante: privacy violata”, ove viene riportata la sintesi dell’udienza del 10 febbraio 2010:

La conferma di questo “pedinamento” – che scatena ora la reazione del Garante per la Privacy – è arrivata ieri nella stanza del giudice Antonella Izzo, al Tribunale Civile di Roma. Qui si sono presentati gli avvocati della Fapav. E’ la Federazione che combatte la pirateria audiovisiva. Proprio Fapav ha incaricato una società francese (la CoPeerRight) di tenere d’occhio 11 siti che regalano film e canzoni. Nel mirino dei controllori sono finiti soprattutto i navigatori che hanno visitato questi siti. La Fapav – dal 2008 ad oggi – ha accertato 2 milioni 200 mila casi di scarico illegale. E subito ne ha chiesto conto a Telecom. Chi scaricava era un abbonato di Telecom “tra il 57 e il 65% dei casi”.

Emerge, così, un’attività di controllo sistematico su 11 distinti siti, condotta per circa due anni (dal 2008 ad oggi).

L’attività di monitoraggio, effettuata in via automatica dalla CoPeerRight per conto della FAPAV, avrebbe accertato delle violazioni.

Qui emergono i principali problemi di tutta la vicenda:

1) innanzitutto v’è l’inquietante scenario che denota un monitoraggio continuo della rete, probabilmente al di fuori dei limiti fissati dalla normativa sulla protezione dei dati personali (si noti, tra l’altro, che il monitoraggio non solo è sistematico, ma è anche preventivo rispetto alla conoscenza dell’ipotetico reato ed esplorativo, per cui, al momento in cui è stato posto, è dubbio che si possa invocare l’ipotesi di trattamento di dati personali effettuato per tutelare un diritto in sede giudiziaria e, comunque, è altresì dubbio che il diritto da tutelare in sede giudiziaria capace di limitare quello alla protezione dei dati personali sia “di pari rango” rispetto a quello che si intenderebbe sacrificare);

2) ammesso e non concesso che tale monitoraggio, per contenuti e modalità di effettuazione, possa rientrare astrattamente nei limiti della normativa sulla privacy, c’è da chiarire quale sia stata la necessità di protrarlo per tutto il 2008 e tutto il 2009, ossia per ben due anni (“dal 2008 ad oggi” recita l’articolo sopra citato). L’ampiezza dell’arco temporale non si giustifica;

3) con riguardo alle contestazioni degli illeciti, come si può esser certi che le modalità di monitoraggio sistematico della rete alla ricerca delle violazioni al copyright abbiano individuato effettivamente degli illeciti e non dei c.d. fake o, al di fuori del linguaggio gergale, dei falsi positivi?

4) che valenza probatoria possono mai avere i risultati ottenuto dalla CoPeerRight Agency o di qualsivoglia altro soggetto nello svolgimento dell’attività investigativa autonomamente ed unilateralmente condotta, in assenza di contraddittorio e al di fuori degli scenari investigativi affidati alle Forze di Polizia?

5) che modalità tecniche sono state adottate nell’acquisizione e conservazione dei dati? Sono state seguite le best practices della computer forensics?

L’articolo citato riporta dell’altro:

Nel suo atto di citazione [rectius: “Nel suo ricorso ex art. 700 c.p.c.”, n.d.r.], rivolto proprio contro Telecom, la Fapav chiede al colosso telefonico di comunicare alle “autorità di pubblica sicurezza tutti i dati idonei alla repressione dei reati”. Davanti al giudice Izzo – investito del caso con procedura urgente, articolo 700 del Codice di procedura civile – c’erano anche i legali di Telecom. La loro linea difensiva è chiara: la società telefonica si limita a fornire il servizio di collegamento a Internet; e certo non può segnalare quali dei suoi abbonati si siano presi “Avatar” o “Natale a Beverly Hills”, solo per citare alcuni dei film più scaricati. L’azienda, semplicemente, non può monitorare le navigazioni e archiviare i relativi dati.

Sorgono dunque altri rilevantissimi problemi, che riguardano il ruolo dei providers nella società dell’informazione, ruolo che si vorrebbe forzare spesso oltre misura a prescindere dalla valutazione in ordine alla conseguenza di tali forzature.

E’ un tema centrale nel dibattito attuale e reclama, a parer mio, dapprima una approfondita riflessione scientifica sul punto e, successivamente, un intervento normativo integrativo rispetto a quello contenuto nella direttiva 2000/31/CE sul commercio elettronico, recepita dall’Italia con il d.lgs. 70/2003.

Per comprendere la portata delle richieste avanzate dalla FAPAV contro la Telecom trascrivo di seguito le conclusioni formulate innanzi all’autorità giudiziaria, come comunicate dalla FAPAV medesima.

Ebbene, quest’ultima ha chiesto all’Autorità Giudiziaria, in via cautelare e d’urgenza, di:

i. Ordinare a Telecom Italia di comunicare alle Autorità di pubblica sicurezza tutti i dati idonei alla repressione dei reati di illecita riproduzione di opere protette p.p. dagli artt. 171 ss. l.d’a.

ii. Ordinare a Telecom Italia di adottare tutte le misure, sia tecniche che amministrative, per impedire ovvero ostacolare l’accesso ai siti – elencati nel ricorso – usualmente utilizzati per accedere a e riprodurre illecitamente contenuti audiovisivi non disponibili al pubblico.

iii. Ordinare a Telecom Italia di informare i propri utenti in ordine alla natura illecita delle condotte di riproduzione di opere audiovisive non disponibili al pubblico, comunicando altresì che tali condotte costituiscono condotte contrattualmente vietate ai sensi del contratto di accesso ad Internet e, per l’effetto che la prosecuzione di tali condotte potrà dare luogo alla risoluzione del contratto medesimo“.

Tali richieste mirano a reinterpretare e ridelineare il tradizionale ruolo dei provider, chiedendo all’autorità giudiziaria addiritura di interferire nel rapporto contrattuale provider-utenti. Francamente, ed a tacer d’altro, l’intervento autoritativo sulle dinamiche dei rapporti contrattuali mi sembra eccessivo ed è singolare il fatto che sia un soggetto terzo a pretendere di farlo valere.

Seguiremo insieme gli sviluppi.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Rischio di diffamazione e rimozione del forum contenente commenti in forma anonima

Un interessante quanto sconcertante caso contrappone un’associazione di consumatori (ADUC) ad un esperto di mercati finanziari, in relazione ad una discussione aperta sul forum presente sul sito dell’ADUC con il titolo “Fabio Oreste e la Fantafinanza”. Questi, infatti, ricorreva ex art. 700 c.p.c. per ottenere un provvedimento di urgenza in via cautelare, chiedendo la rimozione del forum nella parte in cui veniva ospitata la discussione predetta, e ciò, a quanto pare di capire, sulla base del rischio di essere diffamato via Internet, dagli utenti della rete, avvalendosi dell’anonimato.

Il giudice, all’esito della fase cautelare, accoglie il ricorso con un provvedimento singolare, in cui precisa che

“(…) osservato e considerato che è degno di tutela il diritto di opinione e di critica; ma che nell’ordinamento non può trovare protezione l’anonimato; che dalle notizie anonime e incontrollate, diffuse via Internet, può derivare danno irreparabile alla reputazione del ricorrente Fabio Oreste, con conseguenze negative anche economiche; ritenuto quindi che il ricorso sia accoglibile;

P.Q.M.

visto l’art. 700 c.p.c., inibisce all’ADUC la divulgazione del sito “Fabio Oreste e la fantafinanza” e ne ordina la rimozione (…)”.

La singolarità risiede nell’adozione di un provvedimento di rimozione del forum, negando a priori la libertà di manifestazione del pensiero in forma anonima, là dove l’art. 21 della Cost. non sembra invece richiedere la spendita delle generalità o l’identificazione del soggetto da parte degli interlocutori per avvalersi del diritto fondamentale in esso sancito.

Il provvedimento sorprende anche per altre ragioni, di carattere più tecnico, dato che in realtà il messaggio reso in forma anonima, ossia non “firmato” (nel senso: “privo dell’indicazione del nome e del cognome dell’autore”), non implica l’impossibilità di identificazione del soggetto che l’ha inviato. Infatti, tecnicamente, è possibile risalire all’indirizzo IP del soggetto che ha inviato il messaggio eventualmente diffamatorio e, tramite l’Internet Service Provider, risalire all’identità del soggetto a cui l’IP è stato assegnato, sia esso un IP statico o dinamico.

Ciò che appare sconcertante, però, è la natura del provvedimento che di fatto finisce per essere censorio, assecondando la richiesta di tutela preventiva a fronte del lamentato rischio di lesione dell’onore e della reputazione, che sarebbe ricollegato direttamente alle modalità di veicolazione in forma anonima dei messaggi che alimentano il forum.

Non v’è traccia, nella motivazione resa dal giudice, della constatazione di messaggi lesivi dell’onore e della reputazione del ricorrente. La motivazione poggia invece solamente su due argomentazioni:

a) sul rischio che la reputazione venga compromessa da messaggi diffusi su Internet in forma anonima (ma sarebbe meglio dire “anonimizzata”, con possibilità di risalire all’effettiva identità del mittente);

b) sull’asserito differente grado di tutela che meriterebbero la protezione dell’onore e della reputazione, da un lato, e l’anominato, dall’altro lato, il quale ultimo non avrebbe cittadinanza nel nostro ordinamento giuridico.

L’errore di impostazione mi sembra evidente.

Il contraltare della tutela dell’onore e della reputazione non è l’anonimato (ovvero, nel caso di specie, l’anonimizzazione del messaggio con conservazione della possibilità di identificazione dell’autore tramite il provider), ma la manifestazione del pensiero in forma anonimizzata, che, in quanto manifestazione del pensiero, ricade sempre nell’articolo 21 della Costituzione ed è meritevole di tutela nel nostro ordinamento fino a che il messaggio non sia in contrasto con le altre norme dell’ordinamento giuridico (ad esempio perché offendono l’onore e la reputazione di un soggeto o perché istigano a delinquere, etc.).

A dire il vero non c’è alcuna norma che vieti la diffusione di messaggi anonimi(zzati) sui forum di discussione.

Una prospettazione che individua un disvalore insito nella modalità di comunicazione a prescindere dai contenuti sinceramente  non mi pare accettabile nel vigente quadro normativo.

Ove il rischio di diffamazione venisse ricondotto alla forma anonima dei messaggi, non si vede perché il provvedimemento cautelare imponga la rimozione del forum e non, ad esempio, il mantenimento dello stesso con modifica delle modalità di inoltro dei messaggi, disponendo che il sistema consenta la pubblicazione dei soli messaggi che contengano l’indicazione dell’identità del mittente. Ma anche l’imposizione dell’identità del mittente, a dire il vero, appare una evidente forzatura, non inferiore a quella della rimozione del forum contenente messaggi anonimi, dato che non v’è alcuna norma che vieti il ricorso all’anonimato (e dato che l’identità dichiarata potrebbe non corrispondere con l’identità effettiva, anagrafica, del mittente). 

Diversamente ragionando, poi, la rimozione preventiva del forum di discussione alimentato da messaggi anonimi(zzati), rimozione disposta semplicemente sulla base di un asserito rischio di diffamazione e non sul concreto accertamento della presenza di messaggi diffamatori, appare sorretta da una motivazione debore e poco felice anche sotto altro profilo, dato che la diffamazione potrebbe essere perpetrata, come spesso avviene in contesti giornalistici, anche da chi firma gli articoli con nome e cognome.

Del resto, è noto, in un forum i commenti possono essere anche positivi e non solo negativi (e quando negativi non sono lecessariamente diffamatori). La chiusura del forum, ex abrupto, impedisce l’espressione della manifestazione del pensiero a tutti, anche a chi esprime idee e opinioni senza diffamare alcuno. 

La rimozione ha gli stessi effetti del sequestro dell’intero sito.   

Di questo provvedimento, importantissimo sotto il profilo giuridico, è bene che se ne parli, perché, pur nella sua non condividibile impostazione, è prezioso per far capire meglio i rischi che si celano dietro l’interpretazione e l’applicazione ad Internet delle norme vigenti.

La giurisprudenza, incluso il provvedimento cautelare in questione, è il banco di prova con cui si deve misurare anche il legislatore. 

Nell’auspicio che il dibattito sia alimentato vigorosamente, perché tocca temi importanti che attengono alle libertà fondamentali, rimando anche alla pagina critica dell’amico Guido Scorza, la cui lettura suggerisco per avere ulteriori spunti di riflessione.

Fabio Bravo

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