Responsabilità dei Providers

La responsabilità civile degli Internet Service Providers

 E’ stato pubblicato di recente il mio contributo dal titolo F. Bravo, La responsabilità civile degli Internet Service Providers, in G.Alpa e G. Conte (a cura di), La responsabilità d’impresa, Giuffrè, Milano, 2015, pp. 688-770.

 

Responsabilità del provider e on-line behavioural advertising

Segnalo, per chi fosse interessato, il seminario ordierno su “Responsabilità del provider” (Fabio Bravo) e su “on-line behavioural advertising ed i nuovi servizi integrati di Google”  (Italo Cerno), nell’ambito del Dottorato di Ricerca in “Diritto delle Nuove Tecnologie – Informatica Giuridica” organizzato dal CIRSFID presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna.

Il seminario si svolge dalle 14,30 alle 16,30 presso la Sala Bertrand Russel di via Galliera n. 3.

A questo link è disponibile la locandina del seminario.

 

Responsabilità degli Internet Service Providers

Domani terrò due lezioni al Master in “Diritto delle nuove tecnologie e informatica giuridica” dell’Università di Bologna (CIRSFID).

La prima verterà sulla “conclusione del contratto telematico” (già oggetto di altra mia lezione al Master in “Diritto Privato Europeo” dell’Università di Roma La Sapienza lo scorso 10 marzo)

La seconda verterà invece sulla “Responsabilità dei prestatori dei servizi della società dell’informazione“.

Sul medesimo tema (Responsabilità degli Internet service providers) terrò anche, ad aprile, una lezione agli studenti del Corso di Dottorato di ricerca in “Diritto e nuove tecnologie” dell’Università di Bologna (CIRSFID).

L’analisi, in ambito giuridico, della “Responsabilità dei providers” nel commercio elettronico costituisce punto centrale dell’attività di ricerca che sto svolgendo presso l’ateneo Bolognese.

La materia è in continua evoluzione, in quanto è attraversata da dirompenti interventi normativi, soprattutto de jure condendo, e da un significativo fermento giurisprudenziale.

L’intensa attività di ricerca, unita all’attività didattica che in questo periodo mi vede occupato anche nei corsi di laurea triennale e specialistica, non mi consentono purtroppo di aggiornare questo blog con la frequenza di un tempo. Per chi fosse interessato ad approfondire, segnalerò tuttavia di volta in volta le mie pubblicazioni scientifiche e gli appuntamenti accademici che mi vedono coinvolto su tali temi nevralgici.

 Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

RTI vs Choopa, VVB. Differenze tra hosting passivo e gestore della piattaforma di condivisione video nella responsabilità del provider

Mi pare significativo il caso affrontato dal Tribunale di Roma con l’ordinanza cautelare del 20 ottobre 2011 nel caso RTI contro Choopa e VVB in tema di responsabilità del provider e del gestore della piattaforma di file audiovisivi coperti da diritto d’autore.

I principi affermati dalla disciplina sul commercio elettronico di derivazione comunitaria (direttiva 2000/31/CE, recepiti in Italia con d.lgs. 70/2003) sono stati felicemente applicati in favore di Choopa, al quale è stato riconosiuto il ruolo di fornitore del servizio di hosting “passivo”.

Va però rimarcato che sui server di Choopa, in funzione di hosting provider, veniva ospitata una piattaforma per la condivisione dei video, gestita da VBB.

Mentre nei confronti di Choopa la domanda cautelare è stata rigettata, in quanto sono valse le ipotesi di eccezione al regime di responsabilità contenute nella disciplina sul commercio elettronico, altrettanto non è avvenuto per VBB, nei cui riguardi la domanda è stata accolta senza che sia entrata in rilievo, a quanto mi consta, la disciplina di cui al citato d.lgs. 70/2003.

In altre parole, chi gestisce la piattaforma di contenuti multimediali, li organizza, li indicizza e ne ricava introiti pubblicitari, non si trova a svolgere un ruolo di hosting “passivo”, che invece spetta a chi si limita ad ospitare la piattaforma e i file in essa contenuti.

Se confrontiamo tale caso, in cui è netta la separazione tra gestore del server per la fornitura di mero hosting  (Choopa) e gestore della piattaforma (VBB), con i casi RTI / Google-YouTube, e gli altri casi analoghi, ci si rende conto di come i principi enunciati dall’ordinanza del 20.10.2011 a carico di VBB (gestore della piattaforma) non sono tanto distanti da quelli resi nei precedenti che hanno interessato i providers che, come avvenuto per Google-YouTube, s’è ritenuto abbiano un ruolo attivo nella gestione dei contenuti.

Il caso RTI vs Choopa e VBB aiuta, a mio avviso, a comprendere meglio il concetto, esplorato dalla giurisprudenza precedente, tra hosting “attivo” e hosting “passivo” e, al contempo, evidenzia un errore di fondo.

Come più volte sostenuto, l’hosting a cui si faceva riferimento nella direttiva 2000/31/CE non era altro che la messa a disposizione di una porzione di memoria su server accessibili tramite la rete Internet, al pari di quanto avviene, mutatis mutandis, quando si ha a disposizione una unità di memoria sul proprio hard disk in locale.

Non rientra in tale concetto di hosting la fornitura di servizi ulteriori, tramite piattaforme in grado di dare un valore aggiunto all’hosting e che, in realtà, vanno a configurare servizi aggiuntivi e utilità economiche addizionali per il fornitore, come avviene per YouTube e le altre piattaforme di gestione dei contenuti (incluso piattaforme di blogging) o di relazioni sociali (tra cui FaceBook e altri social network).

V’è chi, per distinguere la formitura di mero hosting dal servizio aggiuntivo reso mediante il ricorso ad una determinata piattaforma, insiste sulla distrinzione tra hosting “passivo”, nel primo caso, e hosting “attivo”, nel secondo caso, avendo solitamente presente, per l’hosting attivo, una realtà in cui il gestore della piattaforma è anche, al contempo, fornitore di mero hosting.

In realtà tale approccio produce, a mio avviso, una confusione nell’inquadramento della fattispecie.

Sarebbe infatti opportuno mantenere separati concettualmente i due servizi (di mero hosting e di gestione della piattaforma), i quali possono anche essere cumulativamente resi da un medesimo soggetto, ma, come nel caso RTI vs. Choopa e VBB, possono rimanere distinti ed essere forniti da soggetti diversi.

La separazione concettuale lascia ben comprendere come il regime di favore delineato dalla disciplina sul commercio elettronico sia riservato al mero hosting (quello che è stato definito, anche in giurisprudenza, come hosting passivo, da ultimo nell’ordinanza resa dal Tribunale di Roma il 20 ottobre 2011 nel giudizio RTI vs Choopa e VBB) e non, invece, al servizio di gestione della piattaforma, nella quale i contenuti immessi vengono gestiti, indicizzati ed eventualmente utilizzati anche a fini pubblicitari, ed appoggiati su un server in forza di un separato rapporto di hosting.

Mentre la fornitura del servizio di hosting, che è alla base della fornitura del servizio di gestione della piattaforma, incontra il regime di maggior favore enunciato dalla disciplina in materia di commercio elettronico, altrettando non pare possa sostenersi per la fornitura del servizio di gestione della piattaforma di contenuti multimediali, che è altro rispetto al servizio di hosting e, per tale motivo, la definizione di hosting attivo, anche se non errata in senso meramente descrittivo, rischia di essere fuorviante.

Ove un soggetto cumulerà su di sè entrambi i servizi, di (mero) hosting e di gestione della piattaforma, l’analisi dei profili di responsabilità potrà più facilmente essere delineata tenendo conto di tale distinzione.

Nel caso di specie Choopa e VBB hanno fornito separatamente i due servizi e sono andati incontro, in sede cautelare, a sorti completamente diverse in ordine all’applicazione del regime di responsabilità del provider delineato dalla normativa sul commercio elettronico.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Affitti e scambio case on-line. Il caso Airbnb

La storia narrata nell’articolo “Casa devastata. Bufera su Airbnb“, di Alessandro Longo per Repubblica, fa percepire come il settore della responsaiblità del provider si stia espandendo progressivamente, così come l’esigenza dei provider medesimi di offrire non la semplice intermediazione tecnica (l’interfaccia o la piattaforma UGC di social netowork tematica), ma anche l’attività supplementare di controllo dei contenuti o dell’affidabilità degli utenti che la piattaforma fa mettere in contatto.

E’ capitato, infatti, che un utente di un social network dedicato all’incontro tra domanda ed offerta di unità immobiliari in affitto anche per pochi giorni, andando in vacanza per una settimana, abbia deciso di affidarsi al servizio Airbnb per dare in affitto l’appartamento lasciato libero per il medesimo periodo di tempo, salvo poi a trovare, in occasione del ritorno dalle vacanze, la casa completamente devastata.

Questa la descrizione dell’accaduto, nella pagina di Alessandro Longo:

E.J., che vive a S. Francisco, aveva pensato di avere avuto un’idea geniale. Partire per un viaggio di una settimana affittando l’appartamento. E così guadagnare senza fatica. Senza nemmeno dover incontrare il proprio inquilino, con cui aveva solo scambiato qualche mail, dopo il contatto tramite il social network. Non sapeva nemmeno se fosse uomo o donna; su Internet si faceva chiamare “Dj Pattrson” (sic). Com’è andata a finire l’ha scritto lei stessa sul

blog: “hanno rubato la mia macchina fotografica, il mio iPod, un portatile e il disco rigido dove avevo memorizzato tutte le mie foto, i diari, insomma… la mia intera vita. Hanno trovato il mio certificato di nascita e la mia carta dell’assistenza sanitaria, che penso abbiano fotocopiato usando la fotocopiatrice che avevo gentilmente messo a disposizione degli ospiti in caso di necessità”. ” La cucina era un disastro: il lavandino era pieno di piatti sporchi, pentole usate e panni bruciacchiati e rovinati. C’era detersivo in polvere sparso dappertutto: sui piani della cucina, sui mobili di legno, sulla bellissima e nuova testiera del mio letto, sulla scrivania, nella stampante”.

 

Interessanti anche le successive annotazioni:

E.J. accusa Airbnb di non fare una scrematura dei possibili affittuari; di non fare controlli, di non dare garanzie. L’azienda è finita nel mirino delle critiche, sul web, anche per come ha gestito l’incidente. In prima battuta ha cercato di dissuadere E.J. dal pubblicare la storia e solo dopo che il caso è finito sui giornali americani le ha offerto un indennizzo. Ma non è finita: si stanno moltiplicando le storie simili. Troy Dayton, di Oakland, racconta di una casa vandalizzata, per migliaia di dollari di danni. L’azienda si è limitata a offrirgli , a mo’ rimborso, 21 notti gratis in una delle case disponibili sul sito. Dopo lo scandalo del caso E.J., Airbnb promette di aumentare le misure di sicurezza, ma per ora si è limitata a lanciata un supporto telefonico 24 ore su 24 e pacchetti assicurativi.

 

Il caso di Airbnb sta diventando esemplare di come i servizi low cost via internet possono essere meno sicuri di quelli tradizionali. Il web è comodo e fa risparmiare, va bene. Ma se in cambio ci sono meno controlli e garanzie, val la pena correre il rischio? Adesso se lo staranno chiedendo le migliaia di utenti di Airbnb e dei siti simili nati sull’onda del suo successo.

 

Fabio Bravo

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Unione Nazionale Consumatori vs. YouTube. Rimozione di canale telematico su richiesta del terzo danneggiato, titolare dei diritti d’autore

Ecco, siamo arrivati all’emersione del punto dolente di tutta la questione.

 

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About Elly! Ecco il testo dell’ordinanza del Tribunale di Roma

Sul caso Yahoo! vs. PFA Films, in tema di responsabilità del provider per l’omessa rimozione di link a contenuti illeciti (relativi all’opera cinematografica “About Elly“), ecco il testo integrale dell’ordinanza cautelare resa il 20 marzo 2011 dal Tribunale Ordinario di Roma, IX sez., Dott.ssa Muscolo (reso disponibile sul sito leggioggi.it).

Non mancherò di commentarlo nei consueti canali accademici e, perché no, anche su Information SOciety & ICT Law.

Fabio Bravo

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Criminalità informatica

Approfittando di una sospensione delle lezioni nel calendario didattico per consentire lo  svolgimento degli esami, ho programmato alcuni incontri didattici extra.

Martedì prossimo, presso la Facoltà di Scienze Politiche di Forlì sono stato chiamato a svolgere un seminario in tema di Criminalità informatica.

Non mancheranno i riferimenti alle questioni di carattere processuale relative alle indagini informatiche ed all’acquisizione della prova nell’ambito del processo penale.

In settimana terrò anche diverse lezioni al Master in Diritto delle Nuove Tecnologie e Informatica Giuridica all’Università di Bologna, di cui una su Commercio elettronico e contratto telematico e l’altra sulla Responsabilità degli Internet Service Providers.

Fabio Bravo

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YouTube, la selezione ex ante e il controllo dei contenuti

Avevo mosso nel precedente post alcuni dubbi sull’applicazione o meno dei regolamenti AGCOM sulle WebTV (e sule WebRadio) a YouTube, ragionando sul significato di “selezione ex ante” dei contenuti nelle piattaforme UGC (User Generated Content).  La riflessione si innesta su una conversazione già avviata in rete, che vede soluzioni contrapposte, tra cui quella di Guido Scorza e di Marco Scialdone.

Marco, che ringrazio, ha avuto la bontà di lasciarmi un commento, che riporto di seguito, al quale, per l’importanza della questione e per l’ampio respiro della riposta che stavo approntando, ho preferito dare seguito con questo post.

Riporto il suo commento:

(…) personalmente non ritengo che la presentazione dei “video più popolari” integri una selezione ex ante, ma al contrario operi una mera classificazione sulla base della popolarità degli stessi.

L’attività di selezione implica necessariamente, a mio avviso, che l’operatore conoscendo i video decida prima che gli stessi vengano visualizzati quali saranno proposti e quali no (altrimenti non ci sarebbe tecnicamente “selezione”).

Nel caso dei video popolari YouTube non opera alcuna selezione, ma si limita a proporre una “classifica” sulla base delle preferenze espresse dagli utenti.

Uno dei punti cruciali sta proprio nel concetto di “selezione”. Secondo tale prospettazione l’attività di selezione implicherebbe ex se la conoscenza dei contenuti del video. Con ciò però si finirebbe per escluderedalla definzione (di selezione) l’attività con cui l’individuazione dei video venga fatta utilizzando volontariamente (coscientemente e consapevolmente) criteri in grado di operare ex ante in via automatica la scelta dei contenuti (“selezione automatica”).

L’effetto è quello di escludere la disciplina intervenendo con una interpretazione restrittiva dell’accezione tecnica di “selezione” ex ante, escludendo la selezione automatica basata sull’interazione con gli utenti per sondare l’indice di gradimento (lo “share“).

Ragionando “a voce” alta, facendovi partecipi delle riflessioni che sto maturando, mi sembra che più di un dubbio permanga. A ben guardare, infatti, la scelta di individuare automaticamente (nel senso di “selezionare” automaticamente) ex ante i video da proporre nel “catalogo” sulla base dell’indicide di gradimento riscontrato dall’interazione con gli utenti è già una realtà nella selezione dei palinsesti di TV innovative come Current_TV.

Leggendo su wikipedia la Mission e la Vision di Current TV si vede bene come il criterio di formazione dei palinsesti televisivi per la TV satellitare sia basato proprio sulla selezione automatica dei video più popolari scelti dagli utenti sul canale telematico di trasmissione:

“Current ha implementato il modello dei contenuti creati dallo spettatore (VC2 – Viewer Created Content). Per VC² (si legge “vi si squerd”) si intendono tutti quei video-contenuti ideati, prodotti e realizzati dal pubblico e che costituiscono circa il 30% della programmazione sul canale televisivo. Vengono trasmessi sul canale satellitare i video più votati dalla community internet all’indrizzo [1]. L’interazione fra Web e TV è infatti totale. Gli argomenti della programmazione televisiva riflettono i temi affrontati all’interno della community e viceversa, in uno scambio diretto e costante tra canale e sito, quest’ultimo autentico luogo d’incontro e integrazione degli utenti”.

Dunque il dubbio continuerebbe a sussistere se si rimanesse a disquisire sul requisito di “selezione ex ante” dei contenuti trasmessi sulle piattaforme di UGC e la categoria dei video più popolari, proposta da YouTube, in fondo può essere interpretata, a mio sommesso parere, come una “selezione ex ante” dei contenuti.

Tuttavia, e qui vado un po’ oltre, il problema interpretativo nell’applicazione delle norme in questione forse non concerne l’accezione tecnica di “selezione”, ma ulteriori requisiti, quali la presenza o meno di un’attività di controllo sui contenuti e il grado (la profondità) di controllo che verrebbe ad essere richiesta al provider. Qui i dubbi mi sembra si dipanano.

In questo senso può leggersi la risposta alla FAQ n. 21 ai regolamenti dell’AGCOM, ove l’Authority ha voluto precisare che

(…) affinché si determini la responsabilità editoriale, sono invece richiesti due elementi concorrenti: l’esercizio di un controllo effettivo sia sulla selezione dei programmi, ivi inclusi i programmi-dati, sia sulla loro organizzazione in un palinsesto cronologico, nel caso delle radiodiffusioni televisive o radiofoniche, o in un catalogo nel caso dei servizi a richiesta. Pertanto, i siti che non selezionano ex ante i contenuti generati dagli utenti, ma effettuano una mera classificazione dei contenuti stessi, non rientrano nel campo di applicazione della norma.

Il testo della risposta alla FAQ ricalca il dettato normativo.

Risalendo direttamente alle fonti normative, infatti, si scorge che l’art. 1, co. 1, lett. i), del Regolamento AGCOM allegato “A” alla delibera 607/10/CONS, relativo alla fornitura di servizi di media audiovisivi a richiesta, definisce espressamente la “Responsabilità editoriale“, rilevante ai fini dell’applicazione della disciplina de qua, come

“l’esercizio di un controllo effettivo sia sulla selezione dei programmi, ivi inclusi i programmi-dati, sia sulla loro organizzazione in un palinsesto cronologico, nel caso delle radiodiffusioni televisive o radiofoniche, o in un catalogo, nel caso dei servizi di media audiovisivi a richiesta”.

Il problema vero, dunque, dovrebbe concernere il concetto di “controllo effettivo” esercitato sui contenuti.

Percorrendo questa strada può sostenersi che, là dove si richiede, per ravvisare la responsabilità editoriale, che venga esercitato un controllo effettivo ex ante sui contenuti, YouTube rimarrebbe fuori dall’ambito di applicazione dei regolamenti AGCOM, ma non perché non faccia una selezione ex ante, quanto perché si limiterebbe a porre in essere una selezione ex ante senza un effettivo controllo dei contenuti.

Poiché l’art. 2, co. 1, del citato Regolamento richiede, per potersi applicare la normativa anche ai siti internet, la sussistenza di una “responsabilità editoriale”, si potrebbe concludere che il regolamento dell’AGCOM non troverebbe applicazione a YouTube se, come sembrerebbe prima facie, pur selezionando ex ante i contenuti e organizzandoli, non esercita un “effettivo” controllo sui contenuti medesimi.

Per contrastare tale interpretazione, occorrerebbe affermare che l’ “effettivo controllo” si ha qualora YouTube facesse ricorso a filtri automatici per il controllo dei contenuti, come avviene, ad esempio, in caso di filtri in grado di individuare le possibili violazioni del copyright.

Il ragionamento, si noti, finisce per allacciarsi a quello concernente la disciplina sulla responsabilità degli intermediari nella società dell’intermediazione (responsabilità dei providers) ex d.lgs. 70/2003, di recepimento della direttiva 2000/31/CE sul commercio elettronico, in corso di revisione, nell’ambito della quale l’attività ed il grado di controllo sui contenuti assume rilievo decisivo.

Ritornerò ancora sull’argomento.

Fabio Bravo

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Protocollo Google-Vividown per la segnalazione e rimozione di abusi su Internet. I trusted users e le responsabilità giuridiche dei providers

Sul celebre caso Google vs Vividown, culminato con la sentenza di condanna emanata dal Tribunale penale di Milano a carico di alcuni dirigenti Google per il video caricato dagli utenti sulla nota piattaforma di videosharing (YouTube), nel quale venivano riprodotte le vessazioni dei compagni di scuola ai danni di un ragazzo autistico, si registrano importanti novità.

Nell’attesa che il giudizio di appello faccia il suo corso, Google ha stipulato un protocollo con Vividown, l’associazione, citata nel video incriminato, che aveva chesto di potersi costituire parte civile in primo grado.

Il protocollo è finalizzato a creare un meccanismo privilegiato di segnalazione e di rimozione, accordando a Vividown uno status di utente privilegiato o fidato (trusted users), in grado di collaborare con Google per la segnalazione dei materiali illeciti o contenenti “abusi”, al fine di stimolarne una più rapida rimozione da parte del colosso americano.

Come riportato su PMI-Dome,

Si tratta di un accordo stragiudiziale che prevede che l’associazione goda di un accesso privilegiato alla segnalazione di contenuti lesivi riconoscendola in sostanza come “trusted user” (utente certificato).

L’applicazione concreta dell’accordo prevede la possibilità di segnalare (in inglese flag, da cui il termine “flagger”) i video offensivi attraverso una casella di posta privilegiata a cui indirizzare le segnalazioni che potranno divenire nelle successive 24 ore richieste di rimozione concreta del materiale.

Sarà Google stessa a occuparsi della formazione dei volontari di Vividown necessaria per scandagliare la rete alla ricerca di file incriminati e attuare le corrette procedure per la segnalazione e rimozione (…).

Un dato interessante riportato nel Protocollo è il meccanismo di estensione dei poteri di segnalazione:

(…) l’associazione torinese avrà la facoltà di estendere il protocollo operativo anche ad ulteriori associazioni italiane consentendone l’utilizzo della procedura privilegiata, previa comunicazione a Google.

Stando ad un altro articolo, apparso su il Sole 24 Ore,

L’accordo stragiudiziale prevede che il motore di ricerca metterà a disposizione una pista privilegiata a Vividown per segnalare e far rimuovere in tempi veloci «contenuti inappropriati».

Non solo, le parti indirizzeranno i «comuni sforzi» anche per «educare contro la violenza ed il bullismo perpetrati ai danni delle persone disabili»: non si tratta quindi di «un’attività censoria» sul caricamento dei contenuti da parte dei navigatori ma l’accordo serve invece a promuovere chiare «intenzioni educative».

Si aggiunge, poi, che

In pratica, l’associazione in difesa dei ragazzi disabili diventa un trusted user/flagger (utente/segnalatore privilegiato) che attraverso una casella di posta potrà prima segnalare e, nelle 24 ore successive, chiedere la rimozione dei contenuti lesivi di diritti altrui.

Youtube non sarà comunque vincolato alla rimozione, ma se decidesse di non sopprimere il contenuto indicato dovrà spiegarne le ragioni a Vividown.

Google, peraltro, si fa carico della formazione del personale che Vividown destinerà all’ispezione della rete, e metterà a disposizione un assistente di lingua italiana.

Si affacciano nuovi scenari per la rete. Il carico del procedimento di controllo viene decentrato su soggetti socialmente impegnati, che affiancherano il Provider nelle operazioni di monitoraggio degli abusi, con particolare riferimento al materiale caricato su YouTube.

Il decentramento delle attività di controllo, però, proprio perché oggetto di intesa, finisce per incidere sui meccanismi di responsabilità delineati dalla direttiva 2000/31/CE sul commercio elettronico e recepiti in Italia con il d.lgs. 70/2003.

Il Provider, cioè, immette sul proprio sistema strumenti di controllo delocalizzati che possono essere a lui riconducibili in forza del Protocollo di intesa, con ovvie conseguenze sulla tesi, discutibile ma finora costantemente enunciata da Google, che il Provider non esercita controllo sui contenuti, limitandosi solamente a mettere a disposizione degli utenti lo spazio web.

Lodevole in linea di principio, il sistema funzionerà:

a) se il meccanismo di controllo sociale decentrato rimane qualitativamente su livelli elevati, tanto da incrementare l’azione di contrasto agli abusi e ridurre preventivamente i livelli di esposizione a rischio dei dirigenti di Google e della società nel suo complesso, in ambito penale e civile;

b) se le conseguenze giuridiche, come emergeranno dalle decisioni giurisprudenziali, portaranno ad un alleggerimento e non ad un aggravamento del carico delle responsabilità imputabili a Google ed ai suoi dirigenti. Sul punto, però, ho dei dubbi, in riferimento a come è attualmente congegnato il regime giuridico delle responsabilità degli intermediari nella società dell’informazione.

In materia di responsabilità ritornerò ancora.

Il problema delle forme di controllo, è facile prevederlo, trova ora nei trusted users una soluzione “test”, che potremmo dire interlocutoria, di cui dovranno essere esaminati i risultati per stabilire se è una strada percorribile, da confermare, o se è meglio cambiare rotta.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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