Processo a Google

Google e la magistratura italiana nel dibattito sul ruolo e sulle responsabilità dei providers

In un articolo di Luigi Ferrarella per il Corriere della Sera è stata diffusa la notizia della presa di posizione amara di Google di fronte alle necessità sollevate dalle autorità giudiziarie italiane.

Il tema principale riguarda la conservazione dei dati e l’accesso agli stessi da parte della magistratura, al fine di individuare responsabili e responsabilità nei procedimenti relativi ad illeciti commessi su Internet.

In tempi relativamente recenti, però, non è un mistero che la Procura di Milano ha deciso di rinviare a giudizio quattro dirigenti di Google per i reati connessi alla divulgazione, su GoogleVideo/YouTube, di un filmato che riproduceva le vessazioni perpetrate ai danni di un ragazzo Down da parte dei propri compagni di classe. Ne abbiamo parlato ampiamente in questo blog e continuiamo a seguire da vicino la vicenda. 

La fornitura dei servizi approntati da Google, tuttavia, è particolarmente complessa e i dati trattati da Google, necessari per le indagini o per finalità probatorie, non si limitano solo a quelli relativi al videosharing.

Così, nella primavera di quest’anno, la Procura di Milano ha inviato a Google una specifica richiesta volta a conoscere le “procedures and policies” (le linee guida) osservate in relazione al trattamento dei dati acquisiti nello svolgimento dei servizi, al fini di verificare le possibilità di interazione per l’individuazione degli autori degli illeciti e per l’accertamento dei fatti su cui la magistratura di volta in volta intende procedere.

Ne sarebbe emerso un quadro inaspettato. Come riportato dal Corriere della Sera,

La risposta è quel­la che ora il procurato­re aggiunto della Re­pubblica di Milano, Cor­rado Carnevali, in una lettera, ha inoltrato a tutti i pm della Procura, indican­dola come «non conforme al diritto italiano sotto più profili».

Uno è che Google conser­va solo per 30 giorni i dati degli account@gmail, il che, scrive Carnevali, «non ha alcuna giustificazione in diritto e comporta, per la sua brevità, un evidente pre­giudizio agli accertamenti informatici a fini investigati­vi». Solo 30 giorni invece dei 12 mesi che la normati­va italiana (decreto legislati­vo 30 maggio 2008, n. 109 che ha attuato la direttiva comunitaria 2006/24) preve­de per la conservazione dei dati attinenti al traffico tele­matico. E per l’autorità giu­diziaria milanese, Google Inc. dovrebbe «essere sog­getta alla normativa italia­na, visto che rivolge i propri servizi (anche) verso cittadi­ni italiani e comunitari».

Così come «ugualmente incomprensibile e priva di fondamento in diritto» ap­pare alla Procura «la policy di Google che limita la co­municazione dell’Ip associa­to al sottoscrittore ove esso non sia relativo a un Paese dell’Unione europea, dal momento che costituisce circostanza notoria come un qualsiasi cittadino (an­che italiano) possa utilizza­re, nella sua azione crimino­sa, macchine cosiddette bu­cate, localizzate in Stati al di fuori dell’Unione euro­pea: anche qui ci troviamo di fronte a un ulteriore pre­giudizio per gli accertamen­ti informatici a fini investi­gativi».

Ma davvero ardita appare la dichiarazione di Google di subordinare alla «propria discrezione» la scelta se co­municare o no i dati ai magi­strati anche «in presenza di specifiche circostanze di emergenza che implicano imminente pericolo di mor­te»: una scelta di cui il pro­curatore Carnevali, nella let­tera, prende atto «con pro­fondo sconforto».

L’articolo di Luigi Ferrarella non è rimasto privo di effetti.

Subito Google ha replicato con perplessità, senza tuttavia smentire i contenuti, chiarando (come riportato su Sky.it da Gabriele De Palma):

“Non comprendiamo perché si  parli di braccio di ferro con le autorità giudiziarie italiane. Abbiamo sempre dimostrato piena cooperazione con le autorità nazionali di pubblica sicurezza fornendo le informazioni richieste con  estrema accuratezza e sollecitudine”. “Abbiamo sempre collaborato per l’individuazione di gesti criminosi e, nello stesso tempo, per la tutela della privacy dei cittadini onesti”.

Questo vivace confronto si sviluppa proprio a ridosso dell’udienza relativa al “Processo a Google”, rinviata dal 23 giugno scorso ad oggi per l’assenza dell’interprete. 

Il caso è di particolare interesse, perché le norme, generali ed astratte, necessitano di essere applicate, discusse, criticate (positivamente o negativamente) per vedere se portano in sè principi giusti e regole efficienti, ovvero se meritano di essere corrette, modificate o diversamente interpretate. Le pronunce giurisprudenziali fanno parte di questo meccanismo democratico di stabilizzazione nell’applicazione delle norme, processo nel quale interviene anche la dottrina che, a livello scientifico, si occupa del tema, oltre al mondo imprenditoriale, al mondo politico ed ai cittadini che, con il loro dibattito (in un confronto democratico reso possibile con il web 2.o), possono contribuire sensatamente alla maturazione delle idee, apportanto il proprio contributo.

Il processo a Google, in realtà, non è il primo caso in cui un provider è chiamato a rispondere in proprio, in sede penale, per ipotesi di reato connesse agli illeciti perpetrati da chi si avvale dei propri servizi.

Una recente sentenza, al riguardo, ha escluso il concorso del provider nel reato di sfruttamento della prostituzione, in una fattispecie in cui lo stesso aveva supportato la registrazione e la manutenzione del nome a dominio di un sito a luci rosse, ospitandolo sui propri server (anche tale caso, in realtà, meriterebbe di essere attentamente commentato. Le notizie reperibili, allo stato, non sono però di ampio respiro e sarebbe preferibile accedere al testo della sentenza, che sicuramente fa leva sull’applicazione del regime di responsabilità del provider delineato dal d.lgs. 70/2003 sul commercio elettronico. Sul punto mi ripopongo di tornare con riflessioni più diffuse).

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Processo a Google. Rinviato al 29 settembre 2009 per assenza dell'interprete ammalato

Il processo sul caso Google, di estrema importanza in materia di responsabilità dei providers e violazione della privacy, ha visto oggi (23 giugno 2009) celebrare un’altra udienza.

Il processo si svolge a porte chiuse, tant’è che la difesa dei dirigenti di Google ha chiesto ed ottenuto che venissero allontanati i giornalisti presenti, tra cui quelli del New York Times, del Wall Street Journal e del France Press.

Il pm Robledo, con una battuta che ci pare ironica, nell’esprimere parere favorevole unitamente al pm Cajani sull’allontanamento dall’aula dei giornalisti, avrebbe detto

“prendiamo atto della trasparenza di Google”.

 All’udienza odierna era previsto l’esame, come teste, di un ingegnere informatico che, per conto della società che gestisce i servizi di video sharing (GoogleVideo) aveva contribuito alla realizzazione  del servizio GoogleVideo.

Il procedimento, però, è stato rinviato al 29 settembre 2009 a causa dell’impedimento, per malattia, dell’interprete nominato dal Tribunale di Milano, il quale avrebbe dovuto assistere l’ingegnere americano nell’esame testimoniale.

Non resta che attendere settembre.

Per ulteriori dettagli si veda questo articolo o gli altri post in questo blog [123456 e 7].

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Processo sul caso Google. Udienza del 23 giugno 2009

Il processo sul c.d. caso Google, che ha visto il coinvolgimento di quattro dirigenti della società che gestisce la piattaforma informatica di video sharing (GoogleVideo, YouTube), dalle ultime fonti rinvenute, si sta celebrando con il rito abbreviato, senza la pubblicità delle udienze a cui il dibattimento avrebbe dato luogo.

Ne abbiamo parlato ampiamente (cfr. questo post ed i precedenti ivi richiamati)

Soprende, però, che l’argomento, di vitale importanza per gli assetti della rete e per chi fornisce e riceve servizi Internet, sia rimasto sopito nella blogosfera e nei media tradizionali, tant’è che dopo un prolungato silenzio solamente ieri, timidamente, il Sole 24 ore lancia la notizia, appresa tra l’altro da fonte estera (Financial Times) che l’indomani (ossia oggi 23 giugno) si sarebbe tenuta un’ulteriore udienza relativa a tale processo.

Soprende come sia calata l’attenzione mediatica su un tema che troppo facilmente viene trattato facendo riferimento solo ed esclusivamente sulle disposizioni sul commercio elettronico relative all’esonero di responsabilità, a determinate condizioni, del provider, senza tener conto che la stessa direttiva comunitaria 2000/31/CE, nel dettare le norme sul commercio elettronico, faceva salve quelle disposizioni in materia di protezione dei dati personali che, nel loro interno, mantengono le sanzioni, anche di carattere penale, per la violazione del diritto fondamentale alla protezione dei dati personali.

In altre parole, gli equilibri normativi in atto sono meno netti di quelli che si possono immaginare leggendo di primo acchito le disposizioni in materia di responsabilità del provider dettate dalla direttiva 2000/31/CE e dal d.lgs. 70/2003 di attuazione.

La lettura delle norme va affrontata in maniera sistemativa, valutando le interrelazioni con le altre fonti normative, al fine di trovare la soluzione più equilibrata.

Vero è che, proprio per rivedere gli equilibri in materia e ristabilire una maggiore omogeneità tra le diverse legislazioni nazionali, l’UE ha avviato da tempo il processo di ulteriore arminizzazione della disciplina sul commercio elettronico, che poterà, purtroppo con tempi che non si stimano brevissimi, all’emanazione di ulteriori norme, nonché alla parziale modifica ed integrazione di quelle già esistenti.

La casistica giurisprudenziale, tra cui quella relativa al Caso Google, di straordinaria importanza, saranno fondamentali per orientare il legislatore sulle scelte da intraprendere in sede normativa.

E’ pertanto opportuno che si continui a mantenere alta l’attenzione ed il confronto sullo svolgimento di questo importante processo e sul suo esito, al fine di giungere, con il contributo di tutti i soggetti interessati (associazioni di categoria, accademici, professionisti, utenti, providers, etc.), a formare il giusto equilibrio nell’interpretazione e nell’applicazione delle norme esistenti, così come nella scelta delle nuove norme de jure condendo, senza paralizzare lo sviluppo della rete.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Processo a Google. Le eccezioni pregiudiziali

All’udienza celebratasi ieri (25.3.09) nel processo che vede il coinvolgimento di Google in sede penale, a seguito dell’episodio di cyberbullismo a danno di un ragazzo affetto dalla sindrome di Down, innanzi al  Tribunale di Milano, nella persona del giudice Oscar Maggi, sarebbero state nuovamente discusse le eccezioni pregiudiziali, tra cui quelle volte a far dichiarare:

a) il difetto della giuridisdizione italiana, in favore di quella statunitense ed in particolare della California (ove Google avrebbe i server su cui ospita i video caricati sulla piattaforma GoogleVideo e svolgerebbe, altresì, le operazioni di trattamento dei dati);

b) il difetto di competenza territoriale del Tribunale di Milano, in favore di quello di Torino (luogo ove sarebbe avvenuto l’uploading del file messo in condivisione sulla piatatforma GoogleVideo);

c) il difetto di competenza territoriale del Tribunale di Milano – in relazione all’ipotesi di concorso in diffamazione - in favore del Tribunale di Roma (luogo in cui sembrerebbe essere stato per la prima volta notato il video in questione da parte di un blogger).

Ricorderete che alla precedente udienza del 17 marzo 2009 era stata rigettata l’eccezione relativa ai vizi della querela sporta dall’associazione Vividown.

Il Giudice, nel riservarsi ogni decisione, ha comunque differito l’udienza al 21 aprile 2009, nella quale si attenderà la lettura dell’ordinanza con cui verranno decise le eccezioni pregiudiziali sollevate nel corso del processo ed ancora non risolte.

Sul punto si veda l’articolo «Internet, disabile vessato in rete. Google vuole processo a Torino», pubblicato senza firma su L’Unione Sarda.

Sconcerta, per la verità, la difficoltà di reperire molteplici fonti sull’argomento, come a registrare non solo un preoccupante calo di attenzione da parte delle testate giornalistiche on-line, ma anche dei blogger.

Eppure il caso in questione, per le implicazioni che ha sotto il profilo giuridico, riveste un’importanza notevole ed è bene che se ne parli.

Fabio Bravo

Processo a Google. Rinvio al 25.3.09

Il c.d. Processo a Google, relativo al noto epidosodio di cyberbullismo, è destinato ad essere un leading case per la responsabilità dei poviders nel nostro ordinamento giudirico. Anche all’estero sul caso vi è una grande attenzione, come testimonia il Times online che, secondo quanto riportato dal Sole 24 ore, lo sta osservando come un caso «test» per verificare l’affidabilità del nostro sistema giuridico alle risposte che la casistica solleva in questa delicata materia.

Nell’udienza di febbario la difesa degli imputati aveva articolato una serie di eccezioni, reiterate anche nella precedente udienza del 17.3.09, tra cui quella relativa ai vizi della querela dell’associazione Vividown. Tale eccezione si fonderebbe sul presupposto che il consiglio direttivo dell’associazione non sarebbe stato coinvolto nella presentazione della querela medesima, che appariva decisa dal solo presidente.

Sul punto si veda quanto ripostato dalla testata online L’Unione Sarda, ove si rimarca ulteriormente che il Tribunale di Milano, nella persona del

«giudice Oscar Magi, dopo quasi due ore di camera di consiglio, ha respinto l’eccezione definendo “legittima” la querela e “correttamente esercitato” il potere di rappresentanza del presidente dell’associazione».

Rimangono aperte le altre questioni processuali, sulle quali il Tribunale deciderà alla prossima udienza, che sarebbe prevista per il 25 marzo 2009.

Fabio Bravo

Processo a Google. Remissione di querela e costituzione di parte civile

Si è svolta ieri la nuova udienza del c.d. «processo Google», che vede quattro dirigenti della società che gestisce la piattaforma per la pubblicazione e la condivisione di video realizzati dagli utenti.

I reati per cui si procede sarebbero, stando alle notizie diffuse dagli organi di informazione, quelli di concorso in diffamazione aggravata e violazione delle norme sulla protezione dei dati personali di cui al d.lgs. 196/2003, che, com’è noto, contiene la previsione di diverse ipotesi penalmente rilevanti.

V’è da precisare che gli episodi ritratti nel filmato si sono svolti presso un istituto scolastico di Torino, città nella quale si è già svolto un procedimento a carico degli autori materiali delle condotte documentate e diffuse su Internet tramite il servizio GoogleVideo (si veda il resoconto di Camilla Tagliabue per IFG Online).

Gli adempimenti centrali nell’ultima udienza del procedimento incardinato presso il Tribunale di Milano, a carico dei dirigenti della società che fornisce il servizio GoogleVideo, riguardavano la costituzione di parte civile di diversi soggetti, tra cui l’associazione ViviDown di Milano ed il Comune di Milano, in persona del difensore civico.

La famiglia del ragazzo vittimizzato, invece, ha ritenuto di dover rimettere la querela. Ciò ovviamente non impedisce la prosecuzione del giudizio, stante l’autonomia delle posizioni delle altre parti civile costituite e dei diritti che le stesse intendono far valere nei confronti dei dirigenti del provider di servizi Internet.

Si tenga conto, infatti, che il nome dell’associazione ViviDown è stata direttamente citata da uno dei ragazzi autori delle condotte ritratte nel filmato diffuso su Internet tramite GoogleVideo.

C’è chi intravede delle precise strategie di Google, tese a chiudere stragiudizialmente la vicenda processuale, mediante transazioni che assicurino giusti ristori alle persone offese dai reati contestati e, forse per il futuro, anche alle parti civili costituite.

Ciò che appare significativo, al di là dell’increscioso episodio, è che il processo pone di fronte in maniera concreta interrogativi di grande rilievo per la nostra società, segnata da un progresso rapido e dall’innovazione tecnologica che non sempre la società stessa è in grado di gestire. Occorre approfondire la riflessione, affinché possano trovarsi le soluzioni più adeguate, sia sotto il profilo delle scelte politiche, di quelle giuridiche e, si noti, anche di quelle tecnologiche.

Il bilanciamento degli interessi è delicato ed il tema ruota attorno a quello del ruolo e della responsabilità degli Internet Service Providers.

Ritornerò sul tema, come già fatto in passato (vedi questo post e quest’altro), ricordando che, come segnalato da Gianluca Schinaia su IFG Online in chiusura del suo articolo) la prossima udienza sarebbe prevista per il 17 marzo 2009  ed in essa si dovrà affrontare anche le eccezioni pregiudiziali relative alla sussistenza o meno della compentenza giurisdizionale italiana, nonché, forse in subordine, l’eccezione di incompetenza territoriale del foro di Milano in favore di quello di Torino.

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