privacy e pubblicazione dei provvedimenti giurisdizionali

Privacy e dati personali contenuti nelle sentenze e negli altri provvedimenti emanati dall’autorità giudiziaria e dagli arbitri

Il Garante per la protezione dei dati personali ha reso noto, con un comunicato stampa di oggi, 3 gennaio 2011, di aver emanato un provvedimento generale, in attesa di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale e datato 2 dicembre 2010,  contenente le “Linee guida in materia di trattamento di dati personali nella riproduzione di provvedimenti giurisdizionali per finalità di informazione giuridica”.

Come chiarito anche nel Comunicato stampa del Garante,

Le Linee guida, in via di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, non si applicano all’attività giornalistica e non incidono sulle norme processuali (non riguardano quindi gli originali delle sentenze e degli altri provvedimenti giurisdizionali, né il loro deposito nelle cancellerie giudiziarie).

Il provvedimento, per la verità, non è innovativo, nel senso che nulla aggiunge rispetto a quanto già previsto dalla vigente normativa.

Appare comunque utile, giacché ha il merito di illustrare in maniera specifica e sistematica tale particolare aspetto della normativa sulla privacy. L’interesse, più che nell’attività giornalistica, è riposto alla diffusione delle sentenze e degli altri provvedimenti rese dalle autorità chiamate ad esercitare la propria giurisdizione nei canali tipici dell’informazione giuridica (banche dati giuridiche, riviste giuridiche, etc.).

Così vengono riassunti, nel comunicato stampa del Garante, i passaggi principali del provvedimento:

Devono essere oscurati, sempre e in ogni caso, i dati dei minori e delle parti nei procedimenti che hanno ad oggetto i rapporti di famiglia e lo stato delle persone (ad es. controversie in materia di matrimonio, filiazione, adozione, abusi familiari, richieste di rettificazione di sesso), anche quando il giudizio si riferisca ad aspetti patrimoniali o economici. Devono, inoltre, essere omessi i dati relativi ad altre persone dai quali si possa desumere, anche indirettamente, l’identità dei soggetti tutelati. I dati vanno oscurati non solo nei provvedimenti riprodotti per esteso, ma anche in quelli diffusi sotto forma di massima o nell’ambito di un elenco.

Oltre a questa forma di tutela assoluta, in tutti gli altri casi chiunque sia interessato (le parti in un giudizio civile o l’imputato in un processo penale, ma anche un testimone o un consulente) può rivolgere un’istanza al giudice, prima della conclusione del processo, con la quale chiede che, in caso di riproduzione del provvedimento per finalità di informazione giuridica, siano oscurati le generalità e ogni altro elemento in grado di identificarlo.

L’istanza deve indicare i “motivi legittimi” che la giustificano: ad es. la delicatezza del caso o la particolare natura dei dati contenuti nel provvedimento (stato di salute, vita sessuale). Se l’istanza è accolta si appone una annotazione sull’originale della sentenza. L’anonimizzazione può essere disposta dal giudice, anche d’ufficio, nei casi in cui la diffusione di informazioni particolarmente delicate possa arrecare conseguenze negative alla vita di relazione o sociale dell’interessato (ad es. in ambito familiare o lavorativo).

Non spetta all’ufficio giudiziario, ma a chi riceve la copia dei provvedimenti con l’annotazione che dispone l’oscuramento delle generalità, provvedere in tal senso ove intenda riprodurli o diffonderli, anche sotto forma di massima, per finalità di informazione giuridica.

Sul sito del Garante è possibile recuperare il testo integrale delle predette Linee guida.

Mi preme sottolineare, in questa sede, una precisazione in materia di arbitrato, ivi contenuta:

5. Il lodo (art. 52, comma 6)

Il comma 6 dell’art. 52 estende le altre disposizioni dell’articolo “anche in caso di deposito del lodo ai sensi dell’art. 825 del codice di procedura civile”.

Si applica, quindi, anche a tale particolare pronuncia, come espressamente previsto dalla disposizione, la procedura di anonimizzazione dei provvedimenti, con le regole poste riguardo alla presentazione della richiesta dall’interessato (comma 1), alla decisione degli arbitri, anche d’ufficio (comma 2), all’apposizione dell’annotazione (comma 3), e al divieto di diffusione (comma 4), oltre che, ovviamente, il divieto ex lege di cui al comma 5.

Poiché il lodo può essere redatto “in uno o più originali” (art. 824 c.p.c.), l’annotazione, ove disposta, va ovviamente riportata su tutti gli originali.

Il Codice aggiunge che “in modo analogo” provvede anche il collegio arbitrale costituito preso la camera arbitrale per i lavori pubblici ai sensi dell’articolo 32 della legge 11 febbraio 1994, n. 109. Tale disposizione deve ritenersi ora applicabile all’arbitrato previsto del d. lg. 12 aprile 2006, n. 163 (“Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE”), che ha abrogato la legge n. 109/1994, e il cui art. 241, nel sostituire l’art. 32, opera espresso riferimento all’art. 825 c.p.c..

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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