Polizia postale e delle comunicazioni

Ragazzi in Rete. Avviso ai naviganti

 

 

 

Il Lions Club Imola Host e le Scuole medie imolesi, in collaborazione con Polizia Postale e delle Comunicazioni, Google, Telefono Azzurro, Università di Bologna (CIRSFID) e Adiconsum, hanno organizzato due incontri per genitori ed insegnanti sul tema della educazione all’uso dei nuovi media.

Calendario degli incontri:

 

Primo incontro

Data: 14 marzo 2012 ore 17:00 – Luogo: Imola, Palazzo Sersanti

Relatori:

  • Alberto Di Gabriele – Polizia Postale e delle Comunicazioni
  • Laura Bononcini – Google Italy
  • Fabio Bravo – Università di Bologna

Secondo incontro

Data: 21 marzo 2012 ore 17:00 – Luogo: Imola, Sala BCC ex Cinema Centrale

Relatori:

  • Monica Palmirani – Università di Bologna
  • Giovanni Salerno – Telefono Azzurro
  • Giuseppe Gabriele – Adiconsum

Tutti gli appuntamenti sono a ingresso libero fino ad esaurimento dei posti liberi

 Per informazioni: michele.martoni@unibo.it

Link dell’evento sul sito del CIRSFID – Università di Bologna

Volantino in PDF

Sulle frequenze delle TV locali. Esproprio tramite Polizia postale, ma in caso di ricorso al TAR, il giudice non può disporre la reintegrazione

Aldo Fontanarosa e Leandro Palestrini, nel loro articolo intitolaro “Schiaffo alle TV locali e al TAR“, riportano un passaggio “anomalo” della recente manovra del Governo, con cui si consente l’esproprio manu militari, tramite la Polizia delle Comunicazioni (già Polizia Postale e delle Comunicazioni), delle frequenze televisive possedute dalle TV locali, nel caso in cui non provvedano a rilasciare spontaneamente alla scadenza del 21 dicembre 2012.

Nel predetto articolo vengono riportati i testi delle disposizioni normative di cui si sta parlando.

La cosa singolare è che, in caso di ricorso al TAR, ove quest’ultimo dovesse annullare provvedimenti ed atti relativi alle procedure di disattivazione coattiva delle frequenze, non potrà ordinare la reitegrazione in forma specifica (con riassegnazione delel frequenze), ma solamente il risarcimento del danno per equivalente. Del pari, ove la tutela sia richiesta in via cautelare, con la sospensiva il TAR non potrà sospendere l’efficacia dei provvedimenti impugnati con emersione dello status quo ante, ma potrà prevedere unicamente il pagamento di una provvisionale, “in ragione del preminente interesse nazionale alla sollecita liberazione e assegnazione delle frequenze”.

E’ normale?

A me pare incostituzionale, dal momento che per un verso si pretende di comprimere con legge ordinaria al diritto di difesa costituzionalmente garantito dall’art. 24 Cost.: se le procedure sono illegittime e si ricorre innanzi all’autorità giudiziaria, ottenendo ragione, perché il cittadino deve comunque subirne gli effetti pregiudizievoli?

Mi pare, però, che ci sia un’aggressione forte anche alle prerogative della Magistratura, che vede una limitazione grave dei poteri con un provvedimento normativo che non è di carattere generale, ma che è specificamente dettato per il caso concreto della disattivazione coattiva delle licenze attualmente detenute da quei determinati soggetti privati.

La manovra, secondo quanto riferito, dovrebbe essere preordinata ad assicurare ad ogni costo la libera disponibilità di licenze attualmente assegnate alle TV locali, al fine di consentirne la cessione alle compagnie telefoniche per l’ulteriore sviluppo dei servizi di telecomunicazione.

Come precisato nell’articolo sopra citato,

Compratori delle frequenze di Stato saranno le società della telefonia mobile, affamate di banda trasmissiva. Gli italiani si sono innamorati degli smartphone e pretendono di trasmettere o vedere foto e video ad altissima velocità.

 

Problema. Una parte di queste frequenze è occupata da emittenti televisive locali che resistono a liberarle. La resistenza è talmente forte da mettere in forse un’asta che porterebbe oltre 2,4 miliardi nelle casse pubbliche.

 

Ma ora queste frequenze dovranno essere restituite allo Stato, con le buone o con le cattive. La Polizia delle Comunicazioni – stabilisce la nuova Manovra economica – spegnerà “in modo coattivo” (e dunque con la forza) gli impianti che non saranno liberati entro il 31 dicembre 2012.

 

Mi sembra un pericoloso precedente.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Identificato dalla Polizia (postale e) delle comunicazioni di Roma l'autore del Gruppo contro i bambini down

In alcune precedenti post (cfr. 123) avevo ripreso la notizia sconcertante relativa all’apertura ed immediata chiusura del Gruppo su Facebook che inneggiava al “tiro al bersaglio contro i bambini down”.

Mi ero permesso di dissentire da chi si lamentava della eccessiva enfasi mediatica alimentata intorno alla notizia. S’è detto che il fenomeno non merita risalto mediatico perché si tratta di troll e darebbe adito a processi imitatori, innescando pericolose reazioni.

Mi è sembrato utile, invece, che se ne parlasse per diversi motivi:

a) perché in tal modo l’intervento della polizia è stato immediato ed ha consentito la rimozione altrettanto immediata del materiale illecito.

L’enfasi mediatica ha consentito l’immediato intervento della polizia (postale e) delle comunicazioni, pressoché contestualmente alle segnalazioni indignate degli utenti. Si ricorderà, invece, che per il caso del video del bambino “down” diffuso tramite GoogleVideo/YouTube, le autorità pubbliche italiane, stando alle notizie giornalistiche, hanno richiesto la rimozione del video alla società che gestiva la piattaforma di videosharing solamente dopo diversi mesi dalle prime segnalazioni provenienti dagli utenti, con la conseguenza che il video è rimasto per diversi mesi on-line in cima alle classifiche dei video “divertenti” più clickati, senza che nessuno provvedesse a rimuoverlo.

Nel caso del gruppo di Facebook “Giochiamo al tiro al bersaglio contro i bambini down”, invece, a fronte dell’intervento tempestivo della polizia la società che gestisce Facebook, con sede in California, si è immediatamente attivata rimuovendo le pagine in questione pochi giorni dopo la loro apertura (forse in considerazione della nota condanna riportata dai dirigenti Google per il caso del video del ragazzo disabile);

b) perché l’immediato intervento della polizia delle comunicazioni, sollecitato anche dall’attenzione mediatica, avrebbe consentito di reperire con immediatezza le prove informatiche utili a fini investigativi per l’individuazione dei responsabili, così come di fatto è avvenuto;

c) perché il clamore mediatico può scongiurare il fenomeno imitatorio connesso ai troll se passa l’idea che i responsabili, su Internet, possono essere individuati. Non basta nascondersi dietro un nickname per garantirsi l’immunità, in quanto generalmente  è possibile, sotto il profilo tecnico, risalire all’utenza utilizzata per connettersi ad Internet e commettere l’illecito.

E’ notizia recente, diffusa da Il Giornale, che sia stato individuato l’autore del Gruppo contro i bambini down (in realtà erano due, operanti con il nickname “il vendicatore mascherato” e “il signore della notte”, ma dall’informazione giornalistica, un pò succinta, non si riescono a rinvenire molti particolari. Ritengo dunque che le indagini proseguiranno).

Dall’articolo citato si legge:

Identificato dalla polizia l’autore della pagina web apparsa su Facebook, intitolata “Giochiamo al bersaglio con i bambini down”, che circa due settimane fa aveva destato scalpore in tutta Italia. Ieri i poliziotti hanno eseguito una perquisizione domiciliare in una abitazione di una località isolata nei pressi di Roma.

(…)

Con riferimento alle caratteristiche dell’autore, oltre all’ubicazione della sua abitazione (in località isolata nei pressi di Roma), emerge che

Si tratta di un cingalese di 19 anni, palesemente affetto da disturbi comportamentali e ancora sottoposto a trattamento ed assistenza psichiatrica (…)

Ai fini investigativi è interessante anche il riferimento all’ammissione di responsabilità, dato che il soggetto, raggiunto dalla polizia

(…) ha ammesso senza alcuna esitazione le proprie responsabilità. Si è giustificato affermando di avere creato un gruppo con denominazione omonima a quella della pagina web, per promuovere adesioni al gruppo, utilizzando lo stratagemma del cosiddetto “trolling”, che spinge gli utenti a creare gruppi originali su Facebook per ottenere il maggior numero di iscritti.

Sono di interesse anche i particolari relativi alla conduzione dell’indagine:

È stato denunciato alla Procura per istigazione a delinquere. Sequestrato dagli agenti un ingente quantitativo di materiale informatico che è tuttora al vaglio degli investigatori. L’operazione è stata eseguita dal servizio polizia postale e delle comunicazioni di Roma e dal compartimento polizia postale e delle comunicazioni di Catania, nell’ambito delle indagini delegate dalla Procura di Catania.

Mi aspetterei, ora, che la notizia venisse diffusa con la stessa enfasi con cui è stata accolta la vicenda in ordine all’apertura e chiusura del Gruppo “Giochiamo al tiro al bersaglio contro i bambini down”.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Modalità operative per la chiusura del Gruppo su Facebook contro i bambini down e indagini della polizia (postale e) delle comunicazioni

Il noto caso dell’apertura, su Facebook, di un gruppo dal titolo “Facciamo il tiro al bersaglio con i bambini down”, rimosso in pochi giorni, pone (al di là del tema se sia opportuno dare risalto alla notizia o esprimere pubblicamente la propria indignazione) il problema di come procedere, su Internet, alla rimozione dei contenuti illeciti.

I problemi maggiori sussistono nel caso in cui il materiale sia collocato su server posizionati all’estero, proprio come nel caso di pagine aperte su Facebook, il cui server si trova, normalmente, in California ove ha sede la società che gestisce il popolare social network.

Ricorderete il caso di The Pirate Bay, in cui, a fronte di un’attività considerata illecita dalle autorità italiane praticata su server collocati in Svezia, l’autorità giudiziaria ha provveduto ad emanare un provvedimento di sequestro preventivo accompagnato da un’inibitoria a tutti gli Internet Service Providers italiani fornitori di collettività. Con tale provvedimento, al di là della reale apprensione materiale della res (il server collocato all’estero), che avrebbe richiesto la rogatoria internazionale, si è chiesto ai providers di inibire il traffico di rete verso il sito di The Pirate Bay.

Tale soluzione giuridica, recentemente confermata dalla Cassazione, al di là delle questioni giuridiche relative al fondato rischio di un sostanziale (ma non formale) aggiramento del principio di tassatività delle misure cautelari reali,  non offre ovvaimente adeguate garanzie tecniche di efficacia perché la soluzione inibitoria, che fa leva sul controllo tecnico della nagivazione degli utenti di Internet tramite la collaborazione dei providers, è facilmente aggirabile (ad esempio tramite un proxy server collocato all’estero) anche da parte di chi non ha particolari competenze tecniche, ma unicamente sulla base di un livello minimo di conoscenza acquisibile semplicemente navigando in rete.

Per il caso relativo al gruppo di utenti di Facebook contro i bambini d0wn, la prima reazione della Polizia delle comunicazioni (polizia postale e delle comunicazioni) è stata, nelle dichiarazione offerte alla stampa, di estrema cautela.

In un articolo apparso anche su il Mattino, ad esempio, si legge in proposito:

La Polizia postale: impossibile intervenire. «Queste sono cose purtroppo molto frequenti. Abbiamo parecchie segnalazioni di questo genere, sulle cose più disparate. Anche su Haiti non c’è stata pietà. Ma dobbiamo tenere presente che Facebook è all’estero ed è molto difficile muoversi in tempi rapidi». Dalla polizia postale rispondono così a chi segnala e denuncia il guppo choc su Facebook contro i bambini down. «Purtroppo in rete -confermano – è molto facile che uno dia sfogo ai bassi istinti perchè si sente protetto da una sorta di anonimato. È in parte è anche vero. Per l’oscuramento del gruppo ci vuole un provvedimento del magistrato e, dato che i server stanno all’estero, c’è bisogno di una rogatoria. A meno che non intervenga la società».

Le modalità operative su come si stia procedendo in questo caso sono state diffuse direttamente da Antonio Apruzzese, Direttore della Polizia delle comunicazioni, con dichiarazioni prontamente raccolte da Federico Cella e Virginia Piccolillo nel loro articolo scritto per il Corriere della Sera.

Infatti, quanto alla rimozione delle pagine incriminate, avvenuta in pochissimi giorni, si trova precisato che

(…) La «tempestività» della rimozione ha ottenuto il plauso unanime. Ma come è stato possibile raggiungere così in fretta un risultato altre volte rincorso invano?

COLLABORAZIONE DAGLI USA - «Su alcuni temi anche gli americani sono particolarmente sensibili», risponde il direttore della polizia postale, Antonio Apruzzese. «Solo il server, che è a Palo Alto, può decidere di rimuovere i gruppi. Noi li abbiamo allertati subito e contestualmente abbiamo avvertito l’autorità giudiziaria. Due procure, Catania e Pescara, stanno procedendo», aggiunge. L’ipotesi di reato potrebbe essere istigazione a delinquere. Ma per rintracciare i responsabili occorrerà sempre attendere elementi dalla California. Spiega Apruzzese: «Bisogna vedere quali tracce saranno riusciti a “congelarci” sul server. Il problema della rete è che è transnazionale. Quindi l’unica cosa che serve è la cooperazione tra Stati». La prova “congelata” attesa è la connessione del «vendicatore mascherato» come si definiva l’ideatore del gruppo.

Si vede, dunque, come la scelta immediata sia stata quella di ottenere la chiusura attraverso la collaborazione del providers.

Mi sembra che vi siano analogie e differenze rispetto al caso Google, con riguardo alla tempestività della rimozione del video che riporduceva le vessazioni al ragazzo disabile.

Come per Facebook, dalle notizie giurnalistiche ed in attesa della lettura delle motivazioni della sentenza resa dal Tribunale di Milano, anche Google aveva provveduto alla pronta rimozione del materiale a frotne della segnalazione delle autorità pubbliche italiane.

Tuttavia, mentre per il caso Google la rimozione pare sia avvenuta dopo molto tempo dalle segnalazioni spontanee degli utenti (per cui si potrebbe discutere se Google abbia colpevolmente omesso la rimozione pur a fronte della conoscenza dei contenuti illeciti del video comunicati dalle segnalazioni degli utenti indignati, che ne richiedevano la cancellazione), per il caso di Facebook la rimozione delle pagine del gruppo contro i bambini down è avvenuta in tempi rapidi anche con riferimento alle segnalazioni degli utenti.

C’è chi ha contestato il clamore mediatico verso tale notizia, con cui si dava risalto all’apertura del gruppo in questione, temendo che il clamore mediatico potesse esaltare l’azione del troll, un po’ come avveniva per i famosi sassi lanciati contro le auto dai cavalcavia.

Qui ci sono però profonde differenze da valutare.

Il clamore mediatico ha consentito l’immadiata attivazione della polizia delle comunicazioni, che ha portato alla altrettanto immediata rimozione delle pagine del gruppo di Facebook che incitavano provocatoriamente ad usare i bambini down come bersaglio nei poligoni di tiro.

Se vi fosse stata la medesima pronta reazione sociale (dei blog, degli utenti della rete, dei giornalisti) anche per il caso del video del ragazzo disabile probabilmente si sarebbe avuta l’immediata attivazione della polizia, contestualmente alle segnalazioni degli utenti a Google, e altrettanto probabilmente, avremmo assistito all’immediata rimozione del video (rimasto invece diversi mesi on-line in cima alle classifiche dei “video divertenti” più clickati), con ogni conseguenza in ordine alle ipotesi di incriminazione dei dirigenti di Google.

Questo è un passaggio importantissimo, perché è proprio qui il discrimine attuale della responsabilità del provider. Dottrina e giurisprudenza (e, de jure condendo, anche il legislatore) devono dialogare per fissare criteri interpretativi certi sulle norme in materia di responsabilità del provider. I confini della responsabilità non sono così scontati. Basta porsi delle domande, alcune ironiche, altre no, per rendersene conto.

Occorre necessariamente la richiesta dell’autorità giudiziaria o delle forze di polizia o di altra autorità pubblica o è sufficiente la segnalazione degli utenti? E in questo secondo caso, come può apprezzarsi la consocenza dell’illecito nei casi in cui, ad esempio, un soggetto espone una critica e l’altro la percepisce come una diffamazione? Chi decide, continuando nell’esempio, sul bilanciamento tra diritto di critica e di manifestazione del pensiero e tutela dell’onore e della reputazione lesa da una possibile diffamazione? A seconda di come si va a delineare la responsabilità del provider, è noto, potrebbe acuirsi il rischio di un attenggiamento censorio del provider, che, per evitare sanzioni, potrebbe essere indotto alla rimozione dei contenuti a prescindere dalla segnalazione delle pubbliche autorità ed a prescindere dall’analisi nel merito in ordine alla effettiva illiceità dei contenuti.

Ma v’è dell’altro.

La collaborazione tra autorità giudiziaria e di polizia, da una parte, e provider, dall’altra, sta consentendo di ottenere la documentazione utile per l’individuazione e la repressione degli illeciti.

E’ avvenuto con Google, per il caso del video del ragazzo disabile vessato, che ha portato alla documentazione dell’illecito ed all’individuazione dei responsabili, nei cui confronti si è mosso l’apparato giudiziario (non solo nei confronti dei ragazzi autori materiali dell’illecito, ma anche nei confronti dell’insegnante).

Sta avvenendo anche con Facebook per il caso del Gruppo di utenti contro i bambini down.

Qui entra in gioco non solo la collaborazione internazionale, ma anche l’individuazione di best practices di compuer forensics che siano in grado di far individuare, acquisire e conservare correttamente le prove informatiche necessarie per la repressione dell’illecito, per l’individuazione dei responsabili, per la tutela della vittima in via risarcitoria.

Il clamore mediatico, in tal caso, ben venga, perché deve passare l’idea che l’anonimato del “vendicatore mascherato” e del “signore della notte” è solo apparente. Il sistema, sicuramente da affinare, consente l’individuazione dei responsabili attraverso l’uso di appropriate tecniche investigative.

Non va dimenticato, poi, che se è vero che i server si trovano all’estero, è anche vero che probabilmente gli autori dell’illecito sono italiani e hanno agito in Italia, così come in Italia sono ricaduti gli effetti. Significativi in tale senso sono l”uso della lingua italiana e la partecipazione (per condivisione o per reazione) di utenti italiani al gruppo in questione.

Le informazioni sulla prova digitale “congelata”, che ci si aspetta venga acquisita sul server americano e trasferita alle autorità italiane, consentirà (se acquisita correttamente) di procedere nei confronti dei responsabili al di là del nickname utilizzato per mascherare l’identità.

Seguiremo quindi insieme questo caso, interessante anche scientificamente.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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