Polizia postale

Sulle frequenze delle TV locali. Esproprio tramite Polizia postale, ma in caso di ricorso al TAR, il giudice non può disporre la reintegrazione

Aldo Fontanarosa e Leandro Palestrini, nel loro articolo intitolaro “Schiaffo alle TV locali e al TAR“, riportano un passaggio “anomalo” della recente manovra del Governo, con cui si consente l’esproprio manu militari, tramite la Polizia delle Comunicazioni (già Polizia Postale e delle Comunicazioni), delle frequenze televisive possedute dalle TV locali, nel caso in cui non provvedano a rilasciare spontaneamente alla scadenza del 21 dicembre 2012.

Nel predetto articolo vengono riportati i testi delle disposizioni normative di cui si sta parlando.

La cosa singolare è che, in caso di ricorso al TAR, ove quest’ultimo dovesse annullare provvedimenti ed atti relativi alle procedure di disattivazione coattiva delle frequenze, non potrà ordinare la reitegrazione in forma specifica (con riassegnazione delel frequenze), ma solamente il risarcimento del danno per equivalente. Del pari, ove la tutela sia richiesta in via cautelare, con la sospensiva il TAR non potrà sospendere l’efficacia dei provvedimenti impugnati con emersione dello status quo ante, ma potrà prevedere unicamente il pagamento di una provvisionale, “in ragione del preminente interesse nazionale alla sollecita liberazione e assegnazione delle frequenze”.

E’ normale?

A me pare incostituzionale, dal momento che per un verso si pretende di comprimere con legge ordinaria al diritto di difesa costituzionalmente garantito dall’art. 24 Cost.: se le procedure sono illegittime e si ricorre innanzi all’autorità giudiziaria, ottenendo ragione, perché il cittadino deve comunque subirne gli effetti pregiudizievoli?

Mi pare, però, che ci sia un’aggressione forte anche alle prerogative della Magistratura, che vede una limitazione grave dei poteri con un provvedimento normativo che non è di carattere generale, ma che è specificamente dettato per il caso concreto della disattivazione coattiva delle licenze attualmente detenute da quei determinati soggetti privati.

La manovra, secondo quanto riferito, dovrebbe essere preordinata ad assicurare ad ogni costo la libera disponibilità di licenze attualmente assegnate alle TV locali, al fine di consentirne la cessione alle compagnie telefoniche per l’ulteriore sviluppo dei servizi di telecomunicazione.

Come precisato nell’articolo sopra citato,

Compratori delle frequenze di Stato saranno le società della telefonia mobile, affamate di banda trasmissiva. Gli italiani si sono innamorati degli smartphone e pretendono di trasmettere o vedere foto e video ad altissima velocità.

 

Problema. Una parte di queste frequenze è occupata da emittenti televisive locali che resistono a liberarle. La resistenza è talmente forte da mettere in forse un’asta che porterebbe oltre 2,4 miliardi nelle casse pubbliche.

 

Ma ora queste frequenze dovranno essere restituite allo Stato, con le buone o con le cattive. La Polizia delle Comunicazioni – stabilisce la nuova Manovra economica – spegnerà “in modo coattivo” (e dunque con la forza) gli impianti che non saranno liberati entro il 31 dicembre 2012.

 

Mi sembra un pericoloso precedente.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Pedopornografia ed e-commerce: l’operazione “Venice Carnival”

Sulle modalità operative con cui la criminalità informatica agisce nel settore della pedopornografia on-line è interessante quanto è emerso dai risultati dell’operazione “Venice Carnival”. condotta dalla polizia postale.

Le dimensioni:

Oltre mille siti web di una trentina di Paesi, un centinaio dei quali italiani, infettati a insaputa dei gestori da un software che reindirizzava l’utente a pagine Internet che ospitavano materiale pedopornografico.

(…)

Complessivamente sono stati circa 300 i domini e 700 gli indirizzi web che erano stati infettati e sono stati ripuliti dalle polizie di mezzo mondo.

L’indagine (si noti l’importanza dei sistemi di protezione di sicurezza informatica la cui assenza è causa sovente di processi di vittimizzazione nel settore della criminalità informatica):

L’indagine, coordinata dalla procura di Venezia e denominata ‘Venice Carnival’, è partita nel 2009 grazie alla segnalazione di una nonna che, navigando sul web in cerca dei regali per i nipoti, ha cliccato su un link di shopping on line, finendo invece su un sito web di abusi sessuali su minori.

Partendo dalla segnalazione, gli agenti hanno trovato le stesse tracce informatiche in centinaia di siti di tutto il mondo. Sono quindi state inviate le segnalazioni alle altre polizie e all’Europol che hanno consentito di scoprire un’organizzazione criminale, probabilmente originaria dell’Europa dell’est, che era riuscita a entrare nei server di aziende che non usavano sistemi di protezione, installando un software che reindirizzava automaticamente gli ignari utenti Internet verso siti web illegali.

(…)

Le successive indagini, ancora in corso, hanno consentito di accertare che i gestori dei server non avevano alcuna responsabilità e che centinaia di utenti hanno acquistato le immagini e i video: nei loro confronti sono in corso accertamenti per valutarne la posizione e formulare le ipotesi di reato.

Le tecniche:

L’organizzazione – ha spiegato il responsabile del Centro nazionale per il contrasto alla pedopornografia sulla rete, il vice questore della polizia Elvira D’Amato – ha utilizzato la migliore tecnologia esistente, con sofisticate tecniche di ‘web masquerating’ messe al servizio della diffusione di materiale pedopornografico”.

In pratica, il sito infetto installava sui computer dei navigatori un programma che reindirizzava a pagine web pedopornografiche.

Per “pubblicizzare” questo percorso ai cybernauti interessati alla pedopornografia e disposti a pagare per scaricare le immagini e i video, l’organizzazione utilizzava il sistema di inviare centinaia e centinaia di mail “spam”, cioé indesiderate che, una volta aperte, permettevano di “impadronirsi” dei computer dei navigatori e, attraverso questi, infettare i siti italiani e di altri paesi assolutamente legittimi ma che non avevano adeguati meccanismi di protezione.

Successivamente, ai cybernauti che si dimostravano interessati veniva poi inviato un elenco del “materiale” disponibile, ottenendo due risultati: “occultare” i siti illegali dietro pagine web “legittime” e “selezionare” tra i navigatori su Internet quelli interessati a pagare per scaricare poi i file pedopornografici.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Information Society & ICT Law

Sarah Scazzi e l’uso del PC dalla biblioteca comunale: gli accertamenti dei Carabinieri e della Polizia Postale

L’attenzione mediatica sulla scomparsa della ragazza quindicenne di Avetrana sembra che purtroppo stia calando dalle testate nazionali e ciò potrebbe essere di pregiudizio per il ritrovamento.

Mi permetto, perciò, di dare il mio piccolo contributo su questo blog.

Tra le tecniche investigative utilizzate in questo caso, la computer forensics gioca un ruolo fondamentale.

Gli investigatori sarebbero riusciti a risalire, infatti, al PC utilizzato da Sarah Scazzi per il collegamento ad Internet: quello in uso presso la biblioteca comunale, in cui vi sarebbero tre postazioni. Accanto all’attività su Facebook posta in essere dall’amica Francesca, dunque, anche Sarah sembra abbia giocato un ruolo attivo nella gestione dei profili.

Si legge da fonti giornalistiche (il nuovo Quotidiano di Puglia) che:

1) il direttore della biblioteca comunale avrebbe dichiarato agli investigatori che

Sarah frequentava la biblioteca per leggere sì, ma soprattutto per collegarsi al portale gratuito messo a disposizione dall’amministrazione comunale. Abbastanza spesso, a tal punto che Sarah – tra i tre computer disponibili nella sala – sedeva sempre nella stessa postazione.

2) sarebbe stata acquisita (copia della) “la memoria” del pc abitualmente utilizzato da Sarah Scazzi nella biblioteca comunale. Dall’articolo citato si legge, infati:

Lei il pc lo usava certamente nella biblioteca: poteva chattare e stabilire contatti con persone diverse. Anzi gli investigatori avrebbero già rintracciato alcuni messaggi scritti da lei e “sospette”. Per questo motivo, a caccia di tracce utili a stabilire le sue amicizie virtuali, i carabinieri hanno acquisito anche la memoria dell’internet point della biblioteca dal quale la ragazza si collegava.

3) sarebbe stata richiesta l’acquisizione delle informazioni relativi degli accessi (log-file), anche direttamente alla società che gestisce il noto social network Facebook:

Le indagini sulla pista di una conoscenza pericolosa maturata in internet, dunque, proseguono. Carabinieri e Polizia Postale hanno chiesto di poter acquisire tutta la documentazione degli accessi di Sarah, con un’istanza internazionale diretta agli uffici di Facebook.

4) l’attenzione degli investigatori sarebbe stata concentrata in particolare su un “contatto” considerato sospetto, oggetto di una seconda e più specifica richiesta al gestore del social network:

E in una seconda richiesta (…) si chiedeva di ottenere specifiche informazioni su un contatto considerato “sospetto” dagli investigatori, abbattendo così i muri della privacy.

5) emergono altri profili su Facebook:

si è scoperto anche che ai tre siti a nome di Sarah Scazzi se ne aggiungono altri due, con falsi nomi.

6) è emerso il probabile uso, da parte di Sarah Scazzi, di un altro PC, quello di un’altra cugina di San Pancrazio Salentino in provincia di Brindisi:

C’è anche un’altra traccia non trascurabile. Sembra infatti che Sarah non si connettesse soltanto dalla biblioteca civica ma anche attraverso il computer di proprietà della cugina, sua coetanea, di San Pancrazio Salentino. Le due ragazze erano state insieme proprio i giorni precedenti la scomparsa. Sarah era tornata mercoledì mattina dopo due giorni trascorsi nel comune brindisino, con il papà Giacomo e la cugina. Possibile che sia maturato in quelle due giornate un pericoloso contatto o che Sarah possa aver fornito qualche particolare sulla sua vita, sulla via in cui abitava ad Avetrana? Lo diranno gli accertamenti.

7) l’ultima segnalazione con attinenza alle tracce informatiche riguarda il video di YouTube in cui compare la foto di Sarah Scazzi con la scritta “Devil95″. Ma qui l’articolo di giornale riprende quanto avevo già commentato in altri due post (cfr. questo post e quest’altro post):

Poi sulla piattaforma “You tube”, in un video dedicato a Sarah, compare una sua foto e le scritte con il soprannome che si era data: “Devil95”. Le scritte sono su un muro di un grezzo, uno dei tanti di Avetrana. Dove si trova quella casa in costruzione? Perché e con chi Sarah la frequentava?

Attendiamo gli esiti.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Information Society & ICT Law

Intervento di Polizia Postale e Garante per le foto dei pazienti di Udine su Facebook

Come si apprende dal comunicato stampa del Garante per la privacy, in relazione all’episodio relativo alla diffusione su Facebook delle foto di pazienti dell’Ospedale di Santa Maria della Misericordia di Udine da parte di un’infermiera, l’Ospedale ha segnalato il tutto alla Polizia Postale, per quanto di sua competenza, probabilmente anche ai fini dell’eventuale accertamento sull’utilizzo dei computer da cui sarebbe stato effettuato l’up-loading delle immagini.

Anche il Garante ha avviato le indagini.

Dalle dichiarazioni dell’infermiera, questa avrebbe sostenuto di aver utilizzato il computer domestico e di aver comunque provveduto ad eliminare le immagini in questione dal proprio profilo su Facebook.

Il Garante, ad ogni modo, ha precisato che

«da parte sua proseguirà l’attività di accertamento sul rispetto della normativa sulla protezione dei dati personali, anche ai fini di un’eventuale applicazione di sanzioni nei confronti di chi sarà ritenuto responsabile della violazione dei diritti dei ricoverati e delle altre persone coinvolte».

Qui sorgono questioni interessanti sotto il profilo giuridico, per via delle responsabilità che i pazienti potrebbero eventualmente invocare non solo direttamente nei confronti dell’infermiere, ma anche, ove ne sussistano i presupposti, nei confronti dell’Ospedale presso cui erano in cura.

E’ noto, tuttavia, che per le richieste di risarcimento del danno da illecito trattamento di dati personali non possono essere perorate innanzi al Garante per la protezione dei dati personali, essendo la compentenza riservata in via esclusiva all’autorità giudiziaria ordinaria.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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