Maroni

Il vertice di Toledo e la decisione sui body scanner

Durante il vertice di Toledo svoltosi nei giorni scorsi, l’UE ha deciso di attendere l’esito degli studi sugli effetti dei body scanner sulla salute, al fine di scongiurare eventuali pericoli. Come preannunziato tempo addietro, tuttavia, Maroni pare sia intenzionato a voler avviare ugualmente l’installazione dei body scanner nei tre aeroporti italiani di Roma, Milano e Venezia.

Oltre alla lesione della salute, i rischi legati all’introduzione dei body scanner riguardano anche il problema dell’aggressione alla dignità umana ed alla privacy.

I body scanner, tra l’altro, possono memorizzare le immagini ed i suoni (compreso le voci) emessi all’interno della cabina e, anche ove ciò  fosse vietato ex lege, non è detto che poi non vi siano casi in cui immagini e audio non vengano salvati lo stesso.

La storia ci insegna. Si ricorderà, ad esempio, che in occasione dei noti episodi dell’11 settembre, sono stati resi pubblici i contenuti degli sms inviati e ricevuti dai soggetti coinvolti nella strage, non solo dopo il momento dell’attentato, ma anche ore prima. Chi sorveglia i cittadini, chi memorizza i dati, chi li veiola ai media consentendone la diffusione?

Con i body scanner potrebbe avvenire la stessa cosa con immagni e audio regstrati anche senza autorizzazioni o in violazione di norme di legge. L’introduzione dei body sanner, poi, potrebbe rivelarsi totalmente inefficace per via delle numerose possibilità di aggiramento, dato che, com’è noto, le cavità corporee non possono essere controllate con tali strumenti.

Come già sostenuto, le strategie di contrasto per la lotta al terrorismo negli aeroporti, in altre parole, potrebbero percorrere altre strade.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

La questione dei Body Scanner

E’ notizia recente che l’Italia ha deciso di adottare i body scanner per incrementare la sicurezza ed i controlli negli aereoporti, con l’idea di scongiurare il rischio di possibili attentati terroristici.

La questione è più delicata di quello che si possa pensare in prima battuta.

L’Italia, stando alle esternazioni di Maroni e di Matteoli, avrebbe già deciso di installare entro tre mesi (il tempo tecnico per l’acquisto e l’installazione delle apparecchiature) un sistema di body scanner per il controllo negli aeroporti di Roma, Venezia e Milano, a prescindere dalla decisione che verrà presa a Toledo, nel vertice USA-UE in programma per il 20-21 gennaio 2010.

La decisione sembra repentina, rispetto agli ultimi episodi di cronaca che hanno portato a sventare attentati come quello programmato nell’aeroporto di Amsterdam.

I problemi, però, sono tanti e vanno analizzati sotto diversi punti di vista.

1) DANNI ALLA SALUTE. – Non c’è la sicurezza che tali macchine non siano nocivi per la salute e, prima della loro eventuale adozione, occorrerebbe effettuare un’apposita verifica da parte delle competenti autorità nazionali.

Il problema è stato segnalato, tra tutti, anche da Fazio, Ministro della Salute, il quale ha evidenziato come non possano essere presi per buoni gli eventuali controlli effettuati in altri Stati. Anche lo Stato italiano ha il dovere di verificare la sicurezza di tali apparecchiature per la tutela della salute dei cittadini e tale dovere non è demandabile, così come avviene per la sicurezza dei farmaci che, ove ammessi a circolare nel nostro Paese, necessitano di apposita autorizzazione ministeriale per la commercializzazione in Italia (cfr., con attenzione, l’intervista rilasciata dal Ministro Fazio per la Stampa).

Si pensi, al riguardo, che il body scanner è apparecchio che nasce per impieghi medici e pertanto l’uso disinvolto al di fuori del controllo medico va valutato con accuratezza.

Come precisato in un accurato articolo di Alessandra Mangiarotti per il Corriere della Sera (dal titolo “A nudo ai raggi X con i body scanner“), che consiglio di leggere con attenzione, benché gli specialisti siano concordi nel ritenere che le emissioni di onde radio siano in teoria inoffensive perché non presenti in grande quantità, l’incognita maggiore è sugli effetti nel lungo periodo, che non sono ancora ben noti (lo precisa, al riguardo, il Primario di Radiologia dell’Ospedale Meyer di Firenze, Prof. Claudio Fonda, come da dichiarazioni riportate nella parte finale dell’articolo dianzi citato di Alessandra Mangiarotti).

I rischi maggiori possono riguardare le donne in gravidanza, i bambini, i portatori di pacemaker e defribillatori, nonché chi è già sottoposto ad altre fonti di emissione di radiazioni (viaggiatori frequenti, costretti ad usare ripetutamente i body scanner; soggetti che hanno già effettuato altre radiografie; etc.).

Secondo il Prof. Massimo Chiariello, direttore della Cattedra di Cardiologia della facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Federico II di Napoli, i rischi sono da valutare con attezione. Lo stesso, infatti, ha precisato che 

“I cardiopatici e i portatori di dispositivi salvavita viaggiano molto”, sottolinea l’esperto. E “quando i body scanner saranno adottati in Italia, dovranno essere fissate norme severe per la tutela della loro salute, analoghe – aggiunge Chiariello – a quelle previste ad esempio per i controlli di sicurezza in banca”. Per questi pazienti dunque, conclude, si dovrà ricorrere a una accurata perquisizione manuale.

2) DIGNITA’ PERSONALE E DIRITTI FONDAMENTALI DELLA PERSONA. - Il Body Scanner è in grado di mettere a nudo le persone, esponendole davanti a chi si troverà davanti al monitor in tempo reale o a chi osserverà successivamente le immagini ove queste fossero eventualmente salvate. A parte i casi in cui diviene visibile l’identità sessuale diversa da quella apparente, protesi non visibili o piercing nelle parti nascoste del corpo, il problema è ancora più ampio.

In alcuni Paesi dell’UE, come ad esempio nel Regno Unito, v’è la forte preoccupazione dell’impatto dei Body Scanner sui minori, tant’è che addirittura è stato segnalato sul Guardian il rischio di sistematica violazione delle norme restrittive adottate per contrastare la pedopornografia.

C’è chi però, generalizzando il problema (ossia senza circostanziarlo ai soli minori), ha giustamente rimarcato che ciò che sta avvenendo è la rinuncia alla dignità ed alla libertà personale, con un baratto iniquo, frutto di un patto “perverso e disugale”.

Mi riferisco, tra le tante, alle osservazioni di Vittorio Zambardino (nel suo post dal titolo colorito ma efficace: “Body scan, la libertà persa nelle mutande“), per il quale

“Ammesso e non concesso che più invasività dia meno pericolo, la mia contestazione vige proprio sul principi: dare privacy in cambio di sicurezza è un patto satanico che ci perde e soprattutto perde la libertà collettiva e personale.

Che per garantire sicurezza si debba possedere – a questo punto materialmente – il corpo del cittadino è una aberrazione che si pensava persa col bushismo. E’ un patto perverso e disuguale.

(…)

 Pensate ai mille abusi che anche nel più efficiente e regolato (non si parla dell’Italia ovviamente) dei sistemi politici sono possibili. Ma pensate soprattutto al danno culturale: do la mia libertà in cambio di sicurezza. Da questo danno non potremo mai più riprenderci, perché è sempre il vero oggetto di ogni campagna sulla sicurezza: stringere sulla libertà per far fronte alla paura, il pedaggio dello stato sull’individuo.Così, mentre brindavamo al 2010, e con la paura del nigeriano depresso con un preservativo pieno di esplosivo, ci siamo giocati un’altra fetta di libertà.

Il problema, in effetti, è proprio culturale.

C’è chi non vede l’erosione progressiva a cui sono sottoposte le libertà fondamentali, ed accetta il “patto scellerato”, barattando libertà e diritti fondamentali con la sicurezza percepita, che nulla ha a che vedere con la sicurezza effettiva, quella reale.

In questo dibattito sulle nuove tecnologie di controllo sociale, non solo infrequenti le voci di chi si sente di poter rinunciare a qualcosa che viene percepito già eroso, come in una battaglia persa in partenza (così come per Winston  Smith, l’ultimo uomo in Europa, nell’epilogo dell’orwelliano ”1984″), e si acconta della percezione di sicurezza, demandata ad uno strumento tecnologico la cui efficacia reale è del tutto discutibile.

In quest’ottica leggo la rispettabilissima opinione di Pierluigi Battista, nel suo articolo “L’ipocrisia di chi contesta il Body scanner”, pubblicata sul Corriere della Sera.   

E’ importante il confronto con la sua posizione, come in un dialogo, perché emerge bene il vero tema centrale del dibattito: la rassegnazione o meno dell’individuo all’erosione dei diritti fondamentali.

Ecco il ragionamento di Pierluigi Battista:

Strano, davvero: la vita privata viene quotidianamente uccisa senza resistenza, però si grida alla privacy violata dall’intrusione di un body scanner negli aeroporti. Tutti i giorni tracciano con meticolosa precisione ogni atomo della nostra esistenza, e ci si scandalizza invece se il nostro corpo viene sottoposto ai raggi X per evitare che sia disintegrato in volo grazie a un farabutto che nasconde l’esplosivo nelle mutande.

(…)

Se non è il corpo fisico a essere stato frugato, scrutato, osservato, è pur sempre l’insieme dei comportamenti di un individuo che non conosce più privatezza, segretezza, riserbo, pudore. Prigionieri della trasparenza universale, vittime e bersagli di una visibilità illimitata che ha già provveduto a polverizzare ogni barriera che separi il pubblico dal privato, i passeggeri che dovranno essere sottoposti all’intrusione degli aeroporti avranno già fornito alle pubbliche autorità informazioni molto più dettagliate su di sé. E senza che le proteste per l’intollerabile violazione della privacy abbiano avuto la minima eco. Ciò che nella vita ordinaria viene accettato e interiorizzato come costo inevitabile della vita personale e sociale, diventa in un luogo sempre più esposto alle scorribande di malintenzionati qualcosa che offende addirittura, come è stato detto, la dignità umana.

Ed ancora:

L’invasione nella sfera dei comportamenti, delle abitudini, degli stili di vita, dei consumi, delle frequentazioni, dei rapporti umani, della vita familiare non appare come un attentato a qualcosa la cui salvaguardia un tempo appariva sacra e imprescindibile. Una radiografia compiuta con scopi difficilmente contestabili appare invece oltraggiosa e intollerabilmente invasiva. La vita privata è già scomparsa, ma è nata una società un po’ schizofrenica, che accetta rassegnata l’ineluttabile, ma rifiuta una semplice opportunità per viaggiare (un po’) più sicuri. 

  E’ proprio questo il punto.

Quale limite siamo disposti a tollerare?

Di fronte alla constatazione dell’erosione inevitabile della privacy, della dignità umana, dei diritti fondamentali, mi sembra non utile la posizione rinunciataria, che costringe l’individuo a rassegnarsi all’introduzione progressiva di strumenti di controllo sempre più invasivi e penetranti.

Occorre la riflessione sulla modernizzazione, una riflessione che produca reazione individuale e sociale al fine di correggere gli effetti collaterali e quelli nocivi delle nuove tecnologie (c.d. “modernizzazione riflessiva”).

Occorre, prima di tutto, considerare che le tecnologie non sono sempre la panacea di tutti i mali, dato che le stesse portano vantaggi e svantaggi, da soppesare bene e, ove necessario, correggere con atteggiamento critico, non rinunciatario.

Mi piace pensare, però, che la lettura di Battista sia provocatoria.

Un punto di partenza tra le due opposte posizioni c’è: la constatazione che qualcosa, con i Body Scanner, si stia perdendo in termini di libertà, privacy, riservatezza, se non di dignità.

Cosa si andrebbe però a guadagnare?

3) INEFFICACIA DEI BODY SCANNER - Il body scanner, in realtà, ha una capacità di prevenzione e di controllo assai limitata con riferimento alla lotta agli attentati terroristici. L’introduzione di tale tecnologia consente infatti, a chi volesse porre in essere attentati terroristici, di utilizzare le vulnerabilità dei bodi scanner, adeguando le strategie di azione alla nuova situazione di controllo.

Solo per fare un esempio, è noto che il body scanner non consente di controllare le cavità corpore. Come è stato già notato, sarebbe fin troppo facile utilizzare le naturali cavità corporee che l’anatomia umana ha disegnato, così come le otturazioni o le capsule dei denti, per nascondere o ospitare materiale esplosivo nella quantità necessaria per il compimento di azioni terroristiche.

La sicurezza, dunque, non sembra passare per la tecnologia dei body scanner ed il baratto tra privacy, riservatezza, dignità, libertà personale, da un lato, e sicurezza, dall’altro, non sembra affatto equo. Anzi, è illusorio.

4) PRIVACY E CONTROLLO DEI DATI – Certo, l’introduzione dei Body scanner pone anche dei problemi legati alla protezione dei dati personali, ma non basta regolamentare il tempo di conservazione delle immagini, la loro cancellazione, la possibilità di accesso, etc., per bilanciare la perdita di dignità e di libertà a cui le tecnologie in questione sottopongono i cittadini, in massa, senza un vantaggio effettivo in termini di sicurezza. 

5) MALINTESO SENSO DI SICUREZZA (percezione del senso di sicurezza nel breve periodo. Incremento del sentimento di paura nella popolazione nel medio e nel lungo periodo) – La rinuncia progressiva alla privacy, alla libertà e dignità personale ed, in generale, ai diritti fondamentali della persona viene ceduta in cambio di un malinteso senso di maggior sicurezza, percepita nel breve periodo ma non reale.

L’introduzione di strumenti tecnologici di controllo sociale finisce per essere una soluzione facile sotto il profilo politico, perché costituisce un prodotto visibile, da mostrare ai cittadini. Costituisce una risposta tangibile per i cittadini di fronte all’impatto emotivo suscitato dal clamore con cui i media hanno diffuso le notizie degli attentati sventati nell’ultimo periodo.

Il rischio, però, è che le tecnologie di controllo come i Body scanner si traducano solo in un comodo strumento a servizio della politica, nella prospettiva di una facile soluzione alla ricerca di consenso eletorale, basata sull’impatto emotivo. Nel dire ciò, si noti, non intendo dare connotazioni specifiche di destra, di centro o di sinistra, dato che il tema della sicurezza non ha colore politico e in tutti gli schieramenti si finisce per demandare alla soluzione tecnologica la soluzione dei problemi relativi alla sicurezza. E’ un discorso non nuovo.

Il problema, però, è che l’impatto sociale di tali tecnologie finisce, ironicamente, per avere un effetto inverso:

a) il senso di sicurezza è come una parabola, per cui nell’immediato si avrà l’impressione che la misura tecnologica effettivamente serva a rendere più sicuri i voli e le nostre città, preservandoli dai terroristi. Per questo si rinuncia a parte della libertà, con quel patto perverso e disuguale a cui ha fatto riferimento Vittorio Zambardino;

b) successivamente la tecnologia, proprio perché trasformata da “processo” o da “servizio” a “prodotto tangibile”, sta lì a ricordare a ciascun individuo che può essere vittima del terrorismo e che il rischio è immediato, costante. Più si incrementa la “sicurezza-prodotto”, più si incrementa la percezione del rischio, fino a ingenerare un clima generalizzato e costante in cui la paura fa da sfondo all’esistenza.

La società tecnologica finisce per diventare società del rischio e della paura, con quel bisogno crescente di sicurezza che si autoalimenta e reclama ulteriori “prodotti”, in cambio di un altra fetta di libertà, di dignità o di privacy, a cui la società rinuncia, perdendo anche progressivamente un po’ di democrazia.

6) COSTI ELEVATI. – L’impatto sulla sicurezza reale, in altre parore, se c’è è confinato nel primissimo periodo di adozione dei Body Scanner, ossia fin tanto che l’azione terroristica non adeguerà le proprie strategie ed i relativi addestramenti per scavalcare le vulnerabilità ed i limiti connaturati a tale strumento tecnologico. Nel giro di pochi mesi, pur a fronte dei notevoli costi iniziali sostenuti, i Body Scanner potrebbero risultare quasi completamente inefficaci, funzionando da deterrente solamente per l’azione di chi isolatamente, lontano dall’azione terroristica organizzata, decida di portare avanti un gesto folle, forse per disturbi psichici non risolti (come per il caso dell’aggressione a Silvio Berlusconi per mano di Tartaglia).  Si tratterebbe però di azioni isolate che l’attuale sicurezza è già  perfettamente in grado di fronteggiare, senza ricorrere ai body scanner.

La valutazione in ordine alla reale utilità ed efficacia dei body scanner dovrebbe essere effettuata con una programmazione seria, che faccia riferimento non solo alla situazione attuale, ma che abbracci una considerazione prospettica, capace di prevedere gli effetti quantomeno nel medio periodo, bilanciando i vantaggi attesi (“reali” e non solamente “percepiti”) con gli alti costi sociali ed economici che tali tecnologie comportano.

7) LA LETTURA DI STEFANO RODOTA’ – Per chiudere questa riflessione sulla “questione dei Body Scanner”, vorrei segnalare la lettura illuminata di Stefano Rodotà (apparsa su La Repubblica del 6 gennaio 2010 con il titolo “La tecnologia come alibi per l’impotenza politica incapace di decidere il confine fra sicurezza e libertà. Su la Repubblica, 6 gennaio 2010″ e riprodotta on-line da eddyburg.it con il titolo “L’illusione tecnologica“).

Bello l’incipit:

Sicurezza o libertà? Questo antico dilemma continua ad accompagnarci, diviene più stringente quando terrorismo e criminalità si fanno più aggressivi.
E dopo l’11 settembre l’imperativo della sicurezza è divenuto dominante, fino a cancellare quasi ogni altro riferimento. Questo spirito è tornato in questi giorni, nelle reazioni non sempre composte che hanno accompagnato il fallito attentato a un aereo in volo verso gli Stati Uniti. Dobbiamo rassegnarci a una continua erosione dei diritti, a un lento declinare dei principi della democrazia?

La risposta è piuttosto articolata e Vi invito a percorrerla tutta con molta attenzione.

8) L’AUSPICIO – L’auspicio è che si mediti un po’ di più sul versante istituzionale, con quella capacità di riflessione che il Ministro Maroni ha mostrato di avere in occasione delle annunciate norme volte a controllare le esternazioni su Internet dopo il caso dell’aggressione subita dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per mano dell’Ing.  Massimo Tartaglia. 

Il dibattito è aperto ed a livello internazionale mi sembra che non ci sia ancora unanimità di vedute.

Mi sembra chiaro che, ad ogni modo, il dibattito sul terma delle tecnologie di controllo sociale rimane aperto. L’attenzione deve rimanere alta e, anche ove i Body Scanner dovessero essere introdotti, vanno individuati gli strumenti migliori per valutare l’impatto sociale e sui diritti fondamentali ed apportare gli eventuali necessari correttivi, finanche, ove fosse necessario, a meditare un  ripensamento radicale.

Certo è che la prospettiva nichilista, così come quella rinunciataria, vanno osteggiate, perché la riflessione critica, nella blogosfera come nei media tradizionali e nel mondo accademico, vanno incoraggiate e continuamente alimentate.

Anche chi legge queste righe, ove fosse sprovvisto di un proprio blog o non avesse accesso ai media tradizionali, può contribuire con un suo commento, per dare il proprio contributo alla riflessione in Rete.

Qualunque idea si abbia l”importante è non rimanere indifferenti.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Nuove regole per il controllo di Internet. I codici di autoregolamentazione dei providers

In un mio saggio dal titolo “Codici deontologici nel settore informatico” (pubblicato per la Giuffrè nel 2006 uniamente alle altre relazioni del Convegno “Codici deontologici e autonomia privata”, svoltosi presso la sede del Consiglio Nazionale Forense), incentravo l’attenzione sul tema dei codici di autoregolamentazione in ambito informatico.

Oggi il tema viene alla ribalta in ambito nazionale, a seguito dell’annuncio di nuove norme di controllo della Rete, diffuso dal Ministro Maroni sulla spinta emotiva dell’aggressione a Silvio Berlusconi da parte di Massimo Tartaglia.

Ricorderete che il Ministro Maroni aveva dapprima dichiarato che era allo studio un decreto legge, poi aveva mitigato l’intenzione dichiarando di voler procedere con discussione parlamentare tramite la presentazione di un più ragionato disegno di legge, non istitutivo di nuovi reati, che demandava alla magistratura le modalità di accertamento e repressione dei reati ravvisabili. Tuttavia, negli intenti, sembrava che si sarebbero dovute rafforzare le possibilità di intervento per la chiusura forzata delle pagine web contenenti i pretesi illeciti, senza badare al fatto che gli strumenti giuridici in realtà già esistono, compreso l’ipotesi del sequestro.

In una esternazione recente, però, il Ministro Maroni ha annunciato di voler far leva sui codici di autoregolamentazione, in grado di coinvolgere attivamente le parti interessate (i providers primi tra tutti), al fine di ottenere la loro collaborazione per giungere al risultato auspicato.

In un articolo di Alessio Balbi per la Repubblica (“Web e reati, no a nuove leggi. Verso un codice di autoregolamentazione“) viene precisato che:

Non si faranno nuove leggi contro chi istiga alla violenza o commette reati gravi su internet. Saranno invece i fornitori di servizi a dotarsi di un codice di autoregolamentazione per arginare minacce e insulti sul web. E’ il risultato dell’incontro al Viminale tra il ministro dell’Interno Maroni e i rappresentanti dei social network, incontro cui ha preso parte anche il responsabile delle politiche europee di Facebook, Richard Allan.

(…)

L’incontro, a cui sono stati invitati anche rappresentanti delle società che forniscono connettività e servizi internet e i rappresentanti delle associazioni di categoria, si era reso necessario dopo l’aggressione al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi lo scorso 13 dicembre. Alcuni esponenti della maggioranza di governo avevano individuato in internet la causa del clima di violenza che avrebbe portato all’attacco. Il presidente del Senato Renato Schifani aveva paragonato i social network, in particolare Facebook, ai gruppi extraparlamentari degli anni Settanta e lo stesso Maroni aveva ipotizzato l’introduzione di filtri per limitare l’accesso a contenuti controversi. Parole che avevano immediatamente scatenato la reazione di blogger e associazioni per le libertà in rete.

Il tema è molto delicato.

Infatti i codici di autoregolamentazione nel settore informatico possono portare al rischio che, tramite un’azione unilaterale del provider sulle spinte di più severe azioni di intervento da parte del governo o del parlamento, si finisca per incidere pesantemente sui diritti fondamentali degli utenti, compreso quello di manifestazione del pensiero.

Il rischio è che sia il settore industriale, dietro le pressioni del governo, a fare da filtro unilaterale (oserei dire da “valvola”, come meglio sostenuto nel saggio a mia firma richiamato in apertura di questo post) all’autonomia ed alla libertà individuali.

Un tipico esempio sono i gruppi su Facebook, che possono essere rimossi unilateralmente dalla società che gestisce il social network.

Un altro esempio potrebbe venire dall’eventuale apposizione di filtri alla navigazione da parte di società che gestiscono motori di ricerca o addirittura la connettività alla Rete.

Occorre che i codici di autoregolamentazione da emanare in questa materia vengano redatti in maniera molto oculata.

Sarebbe interessante se si potesse procedere, anche da parte del mondo industriale (immagino realtà sensibili come l’Associazione Italiana Internet Providers – AIIP) ad una pubblica consultazione capace di raccogliere anche le idee degli utenti o degli esperti di settore, prima di giungere alla redazione della bozza del codice di autoregolamentazione.

Gli strumenti non mancano, incluso il software gratuito di tipo “open source” licenziato in EUPL  (European Union Public Licence), denominato IPM – Interactive Policy Making, dedicato ai sondaggi ed alle consultazioni pubbliche in tempo reale. 

La consultazione del mondo industriale con gli esperti di settore e con il popolo della rete è molto importante nella selezione delle scelte per la redazione del codice di auoregolamentazione, in vista delle tape che scandiscono il dialogo con il governo.

V’è da riordare infatti che, come riportato da Balbi nell’articolo citato, il dialolo tra i providers ed il governo è già scandito:

“Ci siamo impegnati ad elaborare delle proposte e a costituire un tavolo con tutti i soggetti che sono intervenuti”, ha spiegato Maroni al termine del vertice. “Abbiamo avuto un incontro molto produttivo con il ministro”, ha detto Allan a Repubblica.it. “Valutiamo positivamente gli sforzi di industria e governo per lavorare insieme”.

Il tavolo sarà riconvocato a metà gennaio per discutere delle idee nel frattempo elaborate.

 L’evoluzione mi sembra interessante. Occorrerà verificare se, contenuti dei codici alla mano, si riesca o meno a colgiere effettivamente l’occasione per sperimentare un percorso positivo di “autonormazione” da parte degli internet service providers, su un tema che tocca da vicino il loro ruolo e le loro responsabilità, da un lato, e le libertà fondamentali degli utenti, dall’altro lato.

L’autoregolamentazione attraverso i codici di settore, se usati in maniera accorta, potrebbero portare ad un buon punto di equilibrio nel contemperamento delle opposte esigenze.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Le nuove norme per il controllo di Internet dopo l'aggressione subita da Berlusoni

Il caso relativo all’aggressione al Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi da parte dell’Ing. Massimo Tartaglia, che soffriva da tempo di disturbi psichici, ha acceso un dibattito sulle regole che devono governare Internet.

Qual è il passaggio logico?

L’aggressione è avvenuta fisicamente e non è stata annunciata tramite Internet. L’aggressore non pare essere l’autore di gruppi di discussione o simili apparsi su Internet.

Tuttavia Internet è stato posto al centro dell’attenzione, per via di un presunto collegamento tra ambienti digitali in cui si incitava all’odio verso il premier (ricordate il gruppo su facebook che ha fatto tanto discutere, intitolato “Uccidiamo Berlusconi”?) e il rischio che qualcuno possa tentare di portare a compimento, con gesti estremi come quello di Massimo Tartaglia, il deprecabile disegno di violenza fisica verso il bersaglio dell’aggressione mediatica.

V’è da rimarcare, ovviamente, che l’aggressione mediatica verso un personaggio o un altro non è tipicamente condotta sulla rete, dato che si registrano significativi episodi di attacchi mediatici  perpetrati da quotidiani o trasmissioni televisive (che appaiono espressioni di un potere ora politico, ora economico, a seconda dei casi, diversamente da quanto avviene su Internet, che riesce a dare voce anche a quei cittadini che non sono referenti di poteri forti).

Si percepisce, in questa fase, un disorientamento da parte della politica e dell’economia verso un veicolo di informazoni, un aggregatore sociale e di idee, qual è Internet, che ”dal basso”, con semplice passaparola, riesce a organizzare piazze, movimenti di opinione e di protesta, anche lontano dal potere politico ed economico che, tutt’al più, si accoda, quando non ne prende le distanze, senza essere in grado di esercitarne la direzione o il controllo.

Un tipico esempio è il No B Day, che pacificamente ha manifestato il 5 dicembre 2009. L’evento del 5 dicembre è stato organizzato da blogger indipendenti ed è nota l’adesione alla manifestazione di partiti come l’Idv e la mancata adesione ufficiale del PD di Bersani.

La manifestazione del “No B Day”, a quanto consta, non ha fatto riscontrare episodi di violenza, per cui il collegamento tra l’Internet antiberlusoniana e la violenza fisica nei cortei e nelle manifestazioni di piazza non è un dato pacifico.

C’è da capire, allora, quale sia il senso della reazione del Governo, che sembra preoccuparsi oltremodo di come riuscire a porre un argine alla contestazione mediatica che si propaga spontanemanete attraverso la Rete.

C’è chi teme, e forse non a torto, il rischio di un controllo censorio volto a imbrigliare la rete. 

Il rischio a mio avviso c’è, non tanto per la risposta immediata all’episodio grave che ha visto il ferimento del Premier, quanto per i segnali (in senso censorio o repressivo) registratisi ancor prima dell’isolato episodio di violenza pepetrato da Massimo Tartaglia.

I tentativi di porre strumenti di controllo sulla Rete si sono avuti anche prima , ora per motivi economici (legati soprattuto alla diffusione di materiale protetto da copyright), ora per motivi politici (legati al concreto esercizio della libertà di manifestazione del pensiero senza il filtro fino a poco fa creato dagli editori e dai redattori della carta stampata o delle testate televisive). In fin del cinti il controllo della rete potrebbe essere una soluzione per controllare anche il proliferare del dissenso nei confronti del Premier, che si amplifica di giorno in giorno attraverso il passaparola della blogosfera. Le misure di controllo sulla rete, che per sua natura si sottrae dai poteri che tradizionalmente controllano il flusso delle informazioni elargite al grande pubblico,  potrebbero apparire come misure per arginare la sicura detrazione di voti che si accompagna alla perdita di consenso associato alle campagne mediatiche antiberlusconiane.

L’occasione triste del gesto folle di Massimo Tartaglia sembra rilanciare un qualcosa che era già nell’aria da tempo.

Ci si muove su un terreno impervio. I poteri di intervento in occasione dei reati già consentono alle forze dell’ordine ed alla magistratura di opporre una reazione concreta in caso di ipotesi di reato.

Si ritiene, in sede politica, che ciò non basti?

Occorre prestare attenzione a come l’intervento normativo di controllo della Rete verrà posto in essere. Deve trattarsi di un intervento che non pregiudichi i diritti fondamentali, costituzionalmente garantiti, e sia effettivamente indirizzato a soddisfare esigenze di sicurezza concrete e non i timori legati alla percezione dell’insicurezza.

Le prime esternazioni del Ministro Maroni avevano fatto pensare ad immediati decreti legge liberticidi. Le esternazioni delle ultime ore, invece, sembrano destinati a smussare le preoccupazioni di una censura aleggiate intorno alle dichiarazioni che annunciavano nuove norme per il controllo della rete.

Il un articolo apparso oggi su la Repubblica si apprende, infatti, che il Ministro Maroni abbia rinunciato all’ipotei del decreto-legge, per abbracciare l’idea di una proposta di legge da presentare in Parlamento.

Al riguardo si legge, nell’articolo di Repubblica da ultimo citato:

Sarà un disegno di legge e non un decreto legge: il ministro Maroni annuncia la linea del governo sulle limitazioni a internet e alle manifestazioni. Maroni andrà oggi dal presidente della Repubblica Napolitano per illustrare i contenuti della legge.

Secondo il titolare del Viminale, non è previsto nessun reato speciale, nè interventi censori. Ma serve “una norma che consenta alla magistratura di rimuovere dal web le pagine in cui la magistratura stessa, e non il governo, ravvisi un reato ad esempio di apologia o di istigazione“.

Maroni ha avuto un colloquio con Dario Franceschini. Il capogruppo Pd alla camera aveva espresso forti dubbi sui contenuti del progetto. “Noi vogliamo rasserenare il clima eevitare forzature che non sono opportune in questo momento. Perciò, dopo aver ascoltato vari esponenti dell’opposizione, io non ho obiezioni a che si proceda con un disegno di legge e non con un decreto per consentire al Parlamento di discutere una materia così delicata”.

Le intenzoni sembrano buone, soprattutto là dove:

a) si vuole assegnare il ruolo centrale alla magistratura, evitando spinte censorie sulla liberta di espressione provenienti dall’esecutivo;

b) si vuole evitare l’introduzione di nuove ipotesi di reato, a quanto sembra;

c) si vuole rimettere la discussione al Parlamento.

Occorrerà però prestare la massima attenzione agli sviluppi per verificare le modalità di esercizio del controllo sulla rete ed i nuovi strumenti di intervento che verranno approntati.

Non basta il sequestro della pagina web, volto a togliere la disponibilità della stessa a chi l’ha utilizzata per commettere il reato (es. apologia o istigazione)? Di quale altro strumento abbiamo bisogno?

Oppure si vuole date una risposta più “politica” che “giuridica” all’intera nazione, attraverso l’uso politico della norma, bandiera del fare.

La remissione della proposta di legge al Parlamento non è, dopotutto, una garanzia di dibattito politico, come recentemente ha evidenziato il Presidente della Camera Gianfranco Fini in occasione dell’ennesimo utilizzo del voto di fiducia (definito “deprecabile” se usato strumentalmente per zittire il dibattito parlamentare) richiesto dal governo in occasione della finanziaria.

Avv. Fabio Bravo

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