Libertà di stampa

C’è qualcosa che non va. La telefonata di Masi a Santoro

Nella telefonata di Masi a Santoro, intercorsa in apertura della puntata di Annozero dedicata al “Rubygate”, emerge qualcosa che non va. Masi, in una doppia veste (a titolo personale, nella qualità di direttore generale della RAI, e in rappresentanza dell’azienda medesima), dichiara di voler dissociare se stesso e l’azienda che rappresenta dalla trasmissione che verrà mandata in onda, presagendo come sarà impostata e i contenuti che saranno esposti (cfr. min. 01:05 ca. e ss.).

Chiarisce immediatamente che le contestazioni riguarderebbero le violazioni al Codice di autoregolamentazione in materia di rappresentazione delle vicende giudiziarie nelle trasmissioni radiotelevisive, nonché ai principi legislativi e costituzionali che ne sono alla base (cfr. min. 01:15-01:27 ca.).

Di fronte a tale contestazione, Santoro, che si rivela professionalmente molto capace di gestire la situazione, chiede espressamente al direttore generale se sta chiedendo di interrompere la trasmissione (cfr. min. 01:32 ca.). Il direttore generale replica immediatamente sostenendo che Santoro deve fare la trasmissione e, sostanzialmente, che non la sta impedendo (cfr. min. 01:32 ca.).

Santoro, si noti, ricapitola al direttore generale che questi sosterrebbe che la trasmissione viola le regole e il direttore contraddice con una serie di “no” (cfr. min. 01:37 ca.). Ricorda poi a Masi che, nella sua qualità di direttore generale della RAI, ha la responsabilità di fermare la trasmissione (min. 01:42) e, conseguentemente, gli chiede: “lei la ferma o no? Io vado in onda solo se sto rispettando le regole. Cosa fa?” (min. 01:43-01:46 ca.).

A questo punto Masi replica “Io non interrompo la trasmissione, come non l’ho mai fatto” (min. 01:47-01:51 ca.).

Santoro, a questo punto, chiede al direttore generale se intende ritirare l’affermazione secondo cui la trasmissione violerebbe le regole, ma Masi chiarisce solamente che vuole solo ritirare se stesso e l’azienda “da questo tipo di trasmissione”.

Poi aggiunge: “Questo le ho detto e questo le dovevo dire”, ricordando che lui ha sempre garantito che la tramissione andasse in onda (e che dunque non intende fermarla, ma solo dissociarsi).

Infine, di fronte alla richiesta di chiarimenti incalzanti di Santoro, Masi ribadisce ancora una volta che intende dissociare se stesso e l’azienda da un tipo di trasmissione “che potrebbe violare” il codice di autoregolamentazione.

Ah, potrebbe violare…“, rimarca Santoro.

Poi, quasi in conclusione, il giornalista aggiunge: “Va bene, abbiamo capito… non è lei…” (min. 02:46 ca.), alludendo probabilmente al fatto che la telefonata in diretta, che ricorda uno stile non suo, sia stata forse commissionata o suggerita da altri.

Sotto il profilo giuridico c’è qualcosa che non va.

Il direttore generale contesta la trasmissione, dissociando preventivamente sè e l’azienda dalla tramissione, perché “potrebbe violare” il codice di autoregolamentazione sulla rappresentazione delle vicende giudiziarie nelle rappresentazioni radiotelevisive, ma, pur avendone i poteri, non intende affatto fermare la trasmissione.

Con ciò, ovviamente, ha rafforzato il concetto di corresponsabilità sua e dell’azienda in ordine agli illeciti che fossero eventualmente ravvisabili, quantomeno sotto il profilo della culpa in omittendo, non avendo impedito un evento (ove fosse illecito) che, al momento della telefonata in diretta, avrebbe anche potuto evitare interrompendo la tramissione.

Certo, non credo basti la telefonata con cui ci si dissocia dalla tramissione per evitare le responsabilità giuridiche in ordine agli illeciti che fossero eventualmente configurabili. Se fosse così semplice, ad ogni puntata di ogni trasmissione, il direttore generale farebbe una telefonata di rito.

La questione, invece, mi pare un’altra. Sembrerebbe che il motivo della telefonata fosse, oltre quello di rispondere ad esigenze, diciamo, legate alle relazioni di tipo “istituzionale”, quella di lasciare un messaggio ai telespettatori.

L’azienda che, pur mandando in onda una tramissione, prende le distanze dal giornalista che la conduce, sta dicendo di fatto ai telespettatori che non è condivisibile ciò che viene mandanto in onda, dando pubblico discredito alla tramissione stessa ed al giornalista.

Il tema, purtroppo, è legato alla costruzione del consenso politico ed elettorale. Volontariamente o no, Masi, telefonando in diretta nella tramissione di Santoro, ha finito per dire ai telespettatori, cittadini votanti, che la critica giornalistica di Annozero concernente i fatti di cronaca che coinvolgono il Presidente del Consiglio non è condivisibile.

Il messaggio non è giuridico, non attiene alle ripartizioni delle responsabilità di fronte alla commissione degli illeciti. Mi pare sia solamente un messaggio politico, che contraddice però le funzioni “nobili” del giornalismo, in particolare quello di inchiesta, ma anche quello in cui campeggia il diritto di critica.

Con ciò intendo riferirmi a quanto previsto in un passaggio della sentenza della Cassazione n. 16236/2010, ove si è stabilito che

“Il giornalismo di inchiesta ha un posto ed una funzione preminenti nell’ambito di quegli strumenti democratici previsti dall’art. 1, co. 1, Cost. con cui il popolo può esercitare, nelle forme e nei limiti della Costituzione, la sua sovranità, come previsto dall’art. 1, co. 2, Cost.; vale a dire che intanto il popolo può ritenersi costituzionalmente “sovrano” (nel senso rigorosamente tecnico-giuridico di tale termine) in quanto venga, al fine di un compiuto e incondizionato formarsi dell’opinione pubblica, senza limitazioni e restrizioni di alcun genere, pienamente informato di tutti i fatti, eventi e accadimenti valutabili come di interesse pubblico“.

Ma allora, forse, c’è qualcosa che non va.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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