ISP

La responsabilità civile degli Internet Service Providers

 E’ stato pubblicato di recente il mio contributo dal titolo F. Bravo, La responsabilità civile degli Internet Service Providers, in G.Alpa e G. Conte (a cura di), La responsabilità d’impresa, Giuffrè, Milano, 2015, pp. 688-770.

 

Il “divieto” di usare Facebook in Germania: la questione si allarga

La necessità di tutelare la protezione dei dati personali dei cittadini e il timore che si possano utilizzare strumenti di profilazione personale per scopi diversi, ha spinto il Ministro della Difesa dei Consumatori e dell’Agricoltura della Germania federale a richiedere, ai ministri dei 16 Stati che compongono la Germania, delle restrizioni sull’uso di Facebook:

 la ministro per la Difesa dei consumatori e l’agricoltura tedesca, signora Ilse Aigner (…), in una circolare interna a tutti i ministeri federali, a tutti i governi dei 16 Stati (Bundeslaender) della Repubblica federale, a enti locali ed enti pubblici in generale, ha diffidato dall’inserire sui loro siti il link di Facebook. Insomma, quella specie di ostracismo pubblico al social network creato proprio da un giovane di origine tedesca, Mark Zuckerberg, ostracismo che all’inizio era stato deciso solo nel piccolo Stato settentrionale dello Schleswig-Holstein, adesso diventa scelta precisa a livello nazionale.

(…)

La notizia è stata rivelata dal settimanale Der Spiegel online che evidentemente ha intercettato la circolare interna

(…)

E’opportuno, scrive la ministro Ilse Aigner (…) che ministeri ed enti pubblici tolgano il link con Facebook dai loro siti, e se ancora non lo hanno inserito si guardino bene dal farlo.

“Dopo un approfondito studio giuridico, sono giunta alla conclusione che è assolutamente opportuno che Facebook non sia utilizzabile su alcuno dei nostri siti governativi”, scrive Frau Aigner. E chiede ai suoi colleghi e subalterni anche di evitare di creare siti o links di fan, i quali potrebbero essere strumentalizzati da aziende pubblicitarie o da altri terzi per appropriarsi dei dati personali di chi li è iscritto a Facebook e li utilizza navigando in rete.

(…)

Prossimamente, rivela la signora Aigner, “mi recherò negli Stati Uniti, e incontrerò i responsabili di Facebook, per chiedere loro di uniformarsi alle rigorose regole e leggi europee e tedesche di protezione dei dati personali”.

(…)

La Germania sottolinea di avere buone ragioni per questa dura, severa scelta: il suo passato, con due dittature (il Terzo Reich e poi la Ddr) che fondarono il loro potere totalitario anche sulla sistematica violazione del diritto dei cittadini all’inviolabilità della loro sfera privata. Prima la Gestapo e il famigerato “Ufficio Centrale per la sicurezza del Reich”, cioè la suprema autorità repressiva nazista, poi nella Ddr la temuta Stasi, la polizia segreta, accumularono milioni e milioni di dossier sui dati dei cittadini

Punto-Informatico riprende il dibattito in rete sul software Nemesys. Sarà EUPL?

Su Punto-Informatico è apparso l’articolo di Claudio Tamburrino dal titolo “Banda larga, consumatori a metà“, in cui viene ripreso il dibattito instaurato da Marco Scialdone e dal sottoscritto sulla licenza del software Nemesys, per la misurazione della connessione ad Internet.

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Nel corso del dibattito ho inoltrato una richiesta di informazioni all’AGCOM ed alla Fondazione Ugo Bordoni (FUB), per avere notizie sulle modalità di licencing, auspicando che il software possa essere rilasciato in EUPL (European Union Public Licence) e comunque in licenza open source.

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La questione inizia a rimbalzare su altri network, come quello di Vivitelese.it, nelle pagine curate dal Movimento per la Difesa del Cittadino, sezione locale di Sannio Valle Telesina.

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Nell’attesa della risposta, sono felice che l’interessamento al tema inizi ad essere corale.

Spero si aggiungano altre voci.

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Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Information Society & ICT Law

L’art. 60 della «legge» sulla sicurezza. ISP, Internet e i decreti di oscuramento imposti ai fornitori di connettività

Il famigerato emendamento D’Alia, che aveva portato all’introduzione dell’art. 50-bis nell’originario disegno di legge n. 733 discusso in prima battuta al Senato, era andato a confluire, con l’aggiunta di un comma, nell’art. 60 del medesimo DDL, approdato alla Camera con il n. c.2180.

Ne avevo già ampiamente parlato in questo post ed in quest’altro.

Ora, tornato al Senato con il n. 733B, il DDL relativo alc.d. Pacchetto Sicurezza è stato approvato senza modificazioni in versione definitiva ed è in attesa di promulgazione e pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, per divenire definitivamente legge dello stato italiano (compreso l’attuale e discusso art. 60, nato dall’emendamento D’Alia).

Cerchiamo di comprendere cosa sta accadendo e quali effetti vengono prodotti sull’information society.

L’art. 60 in questione è stato previsto nel pacchetto sicurezza per assicurare la «repressione di attività di apologia o incitamento di associali criminose o di attività illecite compiuta a mezzo internet».

L’articolo, non originariamente previsto nel pacchetto sicurezza, veniva introdotto con un emendamento del Sen. D’Alia, cavalcando politicamente il clamore suscitato dalla notizia relativa all’istituzione, su Facebook, di gruppi di discussione inneggianti Reina e la mafia, che hanno attirato taluni «fan» e numerose perplessità presso l’opinione pubblica.

La «straordinaria» pensata politica, però, si è tradotto in un testo di legge a dir poco discutibile. Buoni gli intenti, non altrettanto buoni, mi sembra, siano gli strumenti per dare attuazione a tali intenti.

Rimando ad una pubblicazione scientifica di più ampio respiro e di più taglio più tecnico per gli approfondimenti reltivi agli «addetti ai lavori».

Non rinuncio però a rimarcare che, come già osservato in occasione dei precedenti lavori parlamentari:

1) la misura di contrasto agli illeciti presi in considerazione della norma (istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi e non solo apologia di reato), ove posti in essere «in via telematica sulla rete internet», consente al Ministro dell’interno di adottare con proprio decreto l’interruzione dell’attività indicata. Tale interruzione però, dice l’art. 60, co. 1, va realizzata «ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine».

Viene cioè adottato lo strumento di filtraggio a carico dei fornitori di connettività (ISP), senza agire sul soggetto che gestisce la piattaforma su cui i messaggi di istigazione a delinquere o di apologia di reato vengono diffusi. Se si pensa al fenomeno facebook e mafia, ove venissero ravvisate le ipotesi di reato in questione, il Ministro dell’interno potrebbe emanare un decreto non per chiedere alla società che gestisce il social network di inibire i messaggi incriminati, ma addirittura per chiedere a tutti i provider di connettività, di filtrare il traffico di rete impedire l’accesso a Facebook.

Gli effetti della norma, così, sono palesemente sproporzionati.

Per un verso c’è il forte rischio che vengano sacrificati i diritti di manifestazione del pensiero, di associazione e di svolgere attività relazionali di tutti i soggetti che fruiscono legittimamente e lecitamente della piattaforma di comunicazione (nell’esempio: Facebook), senza aver compiuto alcun reato.

Per altro verso si penalizza il soggetto che gestisce la piattaforma di comunicazione (nell’esempio: Facebook), introducendo l’obbligo sostanziale di controllare i contenuti, in contrasto con la direttiva sul commercio elettronico che consente ai fornitori dei servizi della società dell’informazione, a determinate condizioni, di svolgere i propri servizi senza l’obbligo di controllare a priori la liceità dei contenuti che gli utenti veicolano attraverso di loro.

2) Sotto altro profilo ancora, si va ad incidere pensantemente sugli Internet Service Providers (ISP) che forniscono connettività alla rete, gravando su tali soggetti per esercitare il controllo sulla rete.

Destinatari del decreto ministeriale di inibizione del traffico di rete, infatti, sono proprio coloro che forniscono connettività, e non gli autori dell’asserito illecito, nè i gestori delle piattaforme eventualmente utilizzate dagli utenti per l’immisione dei contenuti illeciti.

Sugli ISP grava l’obbligo di attivarsi ed anche sollecitamente, dato che l’art. 60, co. 4, stabilisce che

«I fornitori dei servizi di connettività alla rete internet, per l’effetto del decreto di cui al comma 1, devono provvedere ad eseguire l’attività di filtraggio imposta entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000, alla cui irrogazione provvede il Ministero dello sviluppo economico».

Come si vede sono gli ISP ad essere sanzionati in caso di mancata ottemperanza al decreto di inibizione emesso dal Ministro dell’interno.

3) Il meccanismo, si noti, è simile a quello utilizzato talvolta in caso di sequestro di siti Internet, ove si vuole assicurare l’indisponibilità dei contenuti agli utenti, o in caso di pedofilia.

C’è da chiedersi se sia legittimo, per le ipotesi di reato in questione (prese a base per l’emanazione del decreto ministeria voluto con l’emendamento D’Alia), che sia il Ministro a procedere e non l’Autorità giudiziaria.

Sì, il sistema prevede la possibilità di ricorrere all’autorità giudiziaria avvero il decreto ministeriale, ma non mi sembra sia una garanzia sufficiente, dato che si incide su diritti fondamentali dell’uomo e su libertà costituzionalmente protette, il cui sacrificio implica le garanzie più ampie, come avviene nelle ipotesi di sequestro.

Si tenga conto, però, che anche in caso di sequestro disposto dall’autoirtà giudiziaria, il filtraggio imposto agli ISP (Internet Service Providers) finisce per realizzare l’oscuramento dell’intero sito contenente i contenuti considerati illeciti. Ebbe, si ricorderà come il tema riproponga questioni già presentatesi tempo addietro allorché, in occasione dei sequestri di materiale illecito presente sui siti Internet (anche con riferimento ad articoli diffamatori), l’autorità giudiziaria disponeva erroneamente il sequestro dell’intero sito e non dei soli contenuti illeciti, inibendo di fatto la funzionalità di un intero servizio, incidendo su libertà costituzionalmente garantite di cittadini che nulla hanno a che fare con l’illecito in questione

Queste sono solamente alcune delle riflessioni che fanno denotare il grave vulnus che il nostro sistema giuridico rischia di apportare sia ai diritti fondamentali, sia ai principi comunitari.

La disposizione, che diventerà ormai legge dello Stato, è sicuramente criticabile.

Lascia intuire, però, come il controllo della tecnologia stia entrando a pieno regime nell’agenda politica (e legislativa) come strumento per il controllo sociale.

Ciò che perplime, però, è lo spostamento delle funzioni di controllo, in tema di repressione dei reati, dal potere giudiziario (autorità giudizaria) a quello esecutivo (Ministro dell’Interno e, in definitiva, Governo).

Come statuisce l’art. 60, co. 2, il

«Ministro dell’interno si avvale, per gli accertamenti finalizzati all’adozione del decreto di cui al comma 1, della polizia postale e delle comunicazioni (…)».

La politica sopperisce alla lentezza dell’autorità giudiziaria spostando le funzioni di accertamento e repressione della criminalità dal potere giudiziario a quello esecutivo, per poi relegare il primo a mera funzione di controllo dell’attività del secondo, dato che, come presegue l’art. 60, co. 2, citato,

«Avverso il provvedimento di interruzione è ammesso ricorso all’autorità giudiziaria (…)».

Per la sua rilevanza riporto di seguito il testo dell’art. 60 del DDL 733B, in attesa di promulgazione.

Qui, invece, è disponibile il testo integrale in PDF.

Art. 60.

(Repressione di attività di apologia o incitamento di associazioni criminose o di attività illecite compiuta a mezzo internet).

1. Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.

2. Il Ministro dell’interno si avvale, per gli accertamenti finalizzati all’adozione del decreto di cui al comma 1, della polizia postale e delle comunicazioni. Avverso il provvedimento di interruzione è ammesso ricorso all’autorità giudiziaria. Il provvedimento di cui al comma 1 è revocato in ogni momento quando vengano meno i presupposti indicati nel medesimo comma.

3. Entro sessanta giorni dalla data di pubblicazione della presente legge il Ministro dello sviluppo economico, con proprio decreto, di concerto con i Ministri dell’interno e per la pubblica amministrazione e l’innovazione, individua e definisce, ai fini dell’attuazione del presente articolo, i requisiti tecnici degli strumenti di filtraggio di cui al comma 1, con le relative soluzioni tecnologiche.

4. I fornitori dei servizi di connettività alla rete internet, per l’effetto del decreto di cui al comma 1, devono provvedere ad eseguire l’attività di filtraggio imposta entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000, alla cui irrogazione provvede il Ministero dello sviluppo economico.

5. Al quarto comma dell’articolo 266 del codice penale, il numero 1) è sostituito dal seguente: «1) col mezzo della stampa, in via telematica sulla rete internet, o con altro mezzo di propaganda».

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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