Intervista integrale a Stefano Rodotà sulla sentenza Google (AUDIO)

La sentenza sul caso Google. L'intervista integrale a Stefano Rodotà (AUDIO)

Sono molte le parole di commento alla sentenza resa sul caso Google – Vividown.

Tra tutte mi sembrano significative le parole di Stefano Rodotà, nell’intervista (integrale) rilasciata per Repubblica.it, che può essere scoltata qui.

Vi invito ad ascoltarle attentamente. Le sfumature sono stante e gli aspetti trattati molteplici.

Nella prima parte del discorso emerge chiamaramente, come già ho avuto occasione di anticipare su questo blog, che occorrerà verificare nelle motivazioni della sentenza se v’è stato o meno l’accertamento, nel merito, in ordine alla eventuale intempestiva rimozione dei contenuti illeciti, pur a fronte della effettiva conoscenza.

Molti media sostengono infatti che la rimozione sia avvenuta tempestivamente a partire dal momento in cui v’è stata la richiesta, a Google, da parte delle pubbliche autoirtà italiane, dimenticando che il video in questione è rimasto per diversi mesi on-line, nonostante le segnalazioni pervenute a Google da parte degli utenti della rete, rimasti basiti a fronte della visione del filmato, che era stato incluso da chi ha fatto l’uploading nella categoria dei filmati “divertenti”.

Come afferma anche Rodotà, se il Tribunale di Milano fosse giunto alle sue conclusioni dopo aver accertato l’intempestiva rimozione del filmato dalla conoscenze effettiva dell’illiceità dello stesso, e dunque dopo aver riscontrato la colpa omissiva del gestore dela piattaforma di filesharing, la sentenza non sarebbe affatto rivoluzionaria, in quanto avrebbe applicato la normativa vigente, senza imporre affatto un intervento di tipo censorio.

Ovviamente, occorrerà attendenre il deposito del testo integrale della sentenza per poter arrivare a delle riflessioni critiche, adesive o meno. Nel frattempo mi sembra che le grida proclamanti lo scandalo, mosse da gran parte della stampa italiana e da quella internazionale, siano un po’ troppo affrettate e premature e rischiano di disinformare seriamente.

Non va mai dimenticato, poi, che per l’ipotesi di diffamazione v’è stata una pronuncia di assoluzione.

L’incongruenza è solo apparente, mi sembra, se si andasse a leggere (lo ripeto nuovamente) il tenore delle norme in materia di commercio elettronico (d.lgs. 70/2003 di recepimento della direttiva 2000/31/CE), dato che in tale corpo normativo è prevista una significativa esclusione all’art. 1, co. 2, ove si legge che:

Non rientrano nel campo di applicazione del presente decreto (…) le questioni relative al diritto alla riservatezza, con riguardo al trattamento dei dati personali nel settore delle telecomunicazioni di cui alla legge 31 dicembre 1996, n. 675 e al decreto legislativo 13 maggio 1998, n. 171 e successive modifiche e integrazioni

I riferimenti normativi sono da intendersi ora aggiornati anche al vigente Codice in materia di protezione dei dati personali.

Come già ho avuto modo di sostenere molte volte, il rapporto tra la disciplina in materia di responsabilità dei providers di cui al d.lgs. 70/2003 e la disciplina in materia di protezione dei dati personali si presenta come una delle questioni più spinose da affrontare e che impongono una rilettura delle norme de jure condendo, anche nell’annunciato percorso di modifica della direttiva sul commercio elettronico.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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