Internet Service Providers

Punto-Informatico riprende il dibattito in rete sul software Nemesys. Sarà EUPL?

Su Punto-Informatico è apparso l’articolo di Claudio Tamburrino dal titolo “Banda larga, consumatori a metà“, in cui viene ripreso il dibattito instaurato da Marco Scialdone e dal sottoscritto sulla licenza del software Nemesys, per la misurazione della connessione ad Internet.

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Nel corso del dibattito ho inoltrato una richiesta di informazioni all’AGCOM ed alla Fondazione Ugo Bordoni (FUB), per avere notizie sulle modalità di licencing, auspicando che il software possa essere rilasciato in EUPL (European Union Public Licence) e comunque in licenza open source.

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La questione inizia a rimbalzare su altri network, come quello di Vivitelese.it, nelle pagine curate dal Movimento per la Difesa del Cittadino, sezione locale di Sannio Valle Telesina.

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Nell’attesa della risposta, sono felice che l’interessamento al tema inizi ad essere corale.

Spero si aggiungano altre voci.

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Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Information Society & ICT Law

Inoltrata all’AGCOM e alla Fondazione Ugo Bordoni richiesta di informazioni sul tipo di licenza con cui verrà distribuito il software Nemesys

A seguito della discussione con l’amico Marco Scialdone sulle modalità di rilascio del software Nemesys per il monitoraggio della velocità di connessione ad Internet, lanciato dall’AGCOM in un recente comunicato stampa in cui segnalava il progetto “Misurare Internet”, portato avanti in collaborazione con la Fondazione Ugo Bordoni (FUB), ho avanzato una richiesta di informazioni sia all’AGCOM, sia alla FUB per conoscere le modalità di licencing.

Ci si auspica, infatti, che la distribuzione del software, scaricabile gratuitamente per controllare la velocità della connessione ad Internet offerta dai providers, avvenga secondo il modello open source, auspicabilmente in EUPL (European Union Public Licence), per le seguenti ragioni:

a) perché ciò sarebbe in linea con le policies europee (http://www.osor.eu/eupl);

b) perché ciò consentirebbe ai providers di controllare eventuali bugs o errori, anche involontari, che possono sempre annidarsi nelle istruzioni con cui il codice sorgente è stato approntato, evitando in tal modo che il sistema possa compromettere involontariamente le dinamiche concorrenziali. Al riguardo i provider avrebbero la possibilità di proporre eventuali patch al manager di progetto per la manutenzione correttiva del software, oltre che eventuali integrazioni per la manutenzione migliorativa;

c) perché i consumatori (singolarmente quelli esperti o comunque le associazioni dei consumatori tramite tecnici di loro fiducia) potrebbero controllare l’effettivo funzionamento del software di verifica della connettività, nell’ottica della trasparenza che dovrebbe presidiare le dinamiche di un mercato concorrenziale, nonché verificare eventuali errori nelle istruzioni del codice sorgente, proponendo modifiche correttive o suggerendo nuove funzioni che siano di ausilio per l’intera comunità dei consumatori e degli utenti.

Insomma, l’apertura del codice sorgente, secondo il modello dell’open source, potrebbe portare quegli innegabili vantaggi in termini di efficienza che ormai innegabilmente ed universalmente si riconoscono.

Attendiamo insieme la riposta dell’AGCOM e della FUB, in ordine alle quali vi terrò prontamente informati, sperando che non tardi troppo a pervenire.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Information Society & ICT Law

La profezia su Google

Sul blog di Alessandro Longo mi ha colpito, qualche giorno fa, la lettura del post dal titolo “Google entra nel business dei dns” e del commento rilasciato il 04.12.09.

Alessandro Longo rimarca l’importanza della notizia difusa da David Ulevitch sul blog di “OpenDns” relativa alla nuova offerta di Google (Google Public DNS) ed alle sue possibili implicazioni sul processo di acquisizione dei dati da parte del colosso di Mountain View:

In parole povere significa che da Google passeranno tutte le navigazioni web dell’utente che adotterà questo servizio (attraverso i suoi server; Google conserverà i dati per 48 ore). OpenDns dice che sarebbe naif pensare che sia solo per il bene degli utenti…Google in realtà ha capito che per meglio controllare/organizzare l’esperienza web dell’utente è importante fare usare alle masse i propri Dns.

Ebbene, la notizia di tale offerta ha fatto scatenare, all’estero, numerose reazioni. Si legga, ad esempio, anche questo breve articolo, dal titolo significativo: “Google Gets Into the DNS Business. Here’s What That Means“.

Google tenta di stemperare i timori sulla gestione dei dati personali attraverso la diffusione della sua privacy policy (si legga, in particolare, il paragrafo “What we log“).

C’è però dell’altro.

A corredo del post di Longo si legge un commento che, seppur condito con un linguaggio colorito ma efficace, coglie bene nel segno, rivelandosi profetico nella parte in cui viene precisato, ironicamente, che

“Una volta si usavano i proxies per farsi vedere “più fichi” ora i DNS.
Già che ci sono, perchè non offrono connettività dedicata Google e si fanno passare tutto sotto il culo?”

Il commento allude, ovviamente, al fatto che la fornitura di connettività ad Internet consentirebbe al fornitore (in questo caso Google) di rilevare tutti i dati e tutte le informazioni che l’utente genera sul traffico in entrata ed in uscita ogni qualvolta si collega ad Internet, a prescindere dal motore di ricerca o da servizio web utilizzato.

Dicevo che il commento è “profetico” e, per la verità, direi anche illuminante.

Mi sono imbattuto, infatti, in questo articolo apparso su Repubblica, con cui si annunciava la decisione di Google di offire sperimentalmente connettività a banda larga, tramite fibra ottica da 1 giga al secondo.

Ecco cosa si legge nel predetto articolo (intitolato “Google entra nella banda larga. Internet 100 volte più veloce”):

Forniremo connessioni internet a una velocità oltre 100 volte maggiore rispetto a quelle attuali”. Con questo annuncio sul suo blog, Google ha svelato l’intenzione di entrare nel settore della connettività a banda larga, un passo destinato a portare scompiglio nel mercato degli internet service provider.

“Stiamo progettando di costruire e testare una serie di reti broadband ultra-veloci in un limitato numero di località negli Stati Uniti”, hanno scritto Minnie Ingersoll e James Kelly, product manager di Google. “Forniremo connessioni in fibra ottica da 1 gigabit al secondo. Vogliamo offrire il servizio a prezzi competitivi e pensiamo di raggiungere fino a 500 mila persone”.

(…)

La nuova iniziativa si baserà anche sull’esperienza della copertura wi-fi di Mountain View, la località californiana che ospita il quartier generale di Google e che, per questo motivo, gode di accesso a internet gratuito in mobilità per tutti. L’azienda spera di trovare anche nuovi sistemi di produrre e posare i cavi in fibra ottica, condividendo i risultati con industria e ricercatori. Come primo passo, Google ha creato una pagina nella quale le comunità interessate alla sperimentazione potranno farsi avanti, chiedere informazioni e dare consigli.

Oltre al problema della privay, si noti, emergono anche altri rilievi, che riguardano l’estensione di potere, di mercato, di controllo, nonché le questioni relative ai regimi concorrenziali.

L’articolo da ultimo citato sottolinea efficacemente, al riguardo, che

(…) l’ingresso annunciato della “grande G” nel settore della connettività internet non mancherà di suscitare polemiche tra chi ritiene che l’azienda di Larry Page e Sergey Brin stia assumendo un peso eccessivo in troppi settori, dalla comunicazione, alla telefonia, alla pubblicità. Sul piede di guerra potrebbero trovarsi anche i grandi provider statunitensi, sicuramente impensieriti dalla comparsa di un nuovo concorrente che sul mercato vale oltre 140 miliardi di dollari.

La diramazione dei servizi offerti e la loro eventuale interrelazione può portare anche a far atteggiare i profili di responsabilità in maniera del tutto peculiare.

Fabio Bravo

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Nuove regole per il controllo di Internet. I codici di autoregolamentazione dei providers

In un mio saggio dal titolo “Codici deontologici nel settore informatico” (pubblicato per la Giuffrè nel 2006 uniamente alle altre relazioni del Convegno “Codici deontologici e autonomia privata”, svoltosi presso la sede del Consiglio Nazionale Forense), incentravo l’attenzione sul tema dei codici di autoregolamentazione in ambito informatico.

Oggi il tema viene alla ribalta in ambito nazionale, a seguito dell’annuncio di nuove norme di controllo della Rete, diffuso dal Ministro Maroni sulla spinta emotiva dell’aggressione a Silvio Berlusconi da parte di Massimo Tartaglia.

Ricorderete che il Ministro Maroni aveva dapprima dichiarato che era allo studio un decreto legge, poi aveva mitigato l’intenzione dichiarando di voler procedere con discussione parlamentare tramite la presentazione di un più ragionato disegno di legge, non istitutivo di nuovi reati, che demandava alla magistratura le modalità di accertamento e repressione dei reati ravvisabili. Tuttavia, negli intenti, sembrava che si sarebbero dovute rafforzare le possibilità di intervento per la chiusura forzata delle pagine web contenenti i pretesi illeciti, senza badare al fatto che gli strumenti giuridici in realtà già esistono, compreso l’ipotesi del sequestro.

In una esternazione recente, però, il Ministro Maroni ha annunciato di voler far leva sui codici di autoregolamentazione, in grado di coinvolgere attivamente le parti interessate (i providers primi tra tutti), al fine di ottenere la loro collaborazione per giungere al risultato auspicato.

In un articolo di Alessio Balbi per la Repubblica (“Web e reati, no a nuove leggi. Verso un codice di autoregolamentazione“) viene precisato che:

Non si faranno nuove leggi contro chi istiga alla violenza o commette reati gravi su internet. Saranno invece i fornitori di servizi a dotarsi di un codice di autoregolamentazione per arginare minacce e insulti sul web. E’ il risultato dell’incontro al Viminale tra il ministro dell’Interno Maroni e i rappresentanti dei social network, incontro cui ha preso parte anche il responsabile delle politiche europee di Facebook, Richard Allan.

(…)

L’incontro, a cui sono stati invitati anche rappresentanti delle società che forniscono connettività e servizi internet e i rappresentanti delle associazioni di categoria, si era reso necessario dopo l’aggressione al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi lo scorso 13 dicembre. Alcuni esponenti della maggioranza di governo avevano individuato in internet la causa del clima di violenza che avrebbe portato all’attacco. Il presidente del Senato Renato Schifani aveva paragonato i social network, in particolare Facebook, ai gruppi extraparlamentari degli anni Settanta e lo stesso Maroni aveva ipotizzato l’introduzione di filtri per limitare l’accesso a contenuti controversi. Parole che avevano immediatamente scatenato la reazione di blogger e associazioni per le libertà in rete.

Il tema è molto delicato.

Infatti i codici di autoregolamentazione nel settore informatico possono portare al rischio che, tramite un’azione unilaterale del provider sulle spinte di più severe azioni di intervento da parte del governo o del parlamento, si finisca per incidere pesantemente sui diritti fondamentali degli utenti, compreso quello di manifestazione del pensiero.

Il rischio è che sia il settore industriale, dietro le pressioni del governo, a fare da filtro unilaterale (oserei dire da “valvola”, come meglio sostenuto nel saggio a mia firma richiamato in apertura di questo post) all’autonomia ed alla libertà individuali.

Un tipico esempio sono i gruppi su Facebook, che possono essere rimossi unilateralmente dalla società che gestisce il social network.

Un altro esempio potrebbe venire dall’eventuale apposizione di filtri alla navigazione da parte di società che gestiscono motori di ricerca o addirittura la connettività alla Rete.

Occorre che i codici di autoregolamentazione da emanare in questa materia vengano redatti in maniera molto oculata.

Sarebbe interessante se si potesse procedere, anche da parte del mondo industriale (immagino realtà sensibili come l’Associazione Italiana Internet Providers – AIIP) ad una pubblica consultazione capace di raccogliere anche le idee degli utenti o degli esperti di settore, prima di giungere alla redazione della bozza del codice di autoregolamentazione.

Gli strumenti non mancano, incluso il software gratuito di tipo “open source” licenziato in EUPL  (European Union Public Licence), denominato IPM – Interactive Policy Making, dedicato ai sondaggi ed alle consultazioni pubbliche in tempo reale. 

La consultazione del mondo industriale con gli esperti di settore e con il popolo della rete è molto importante nella selezione delle scelte per la redazione del codice di auoregolamentazione, in vista delle tape che scandiscono il dialogo con il governo.

V’è da riordare infatti che, come riportato da Balbi nell’articolo citato, il dialolo tra i providers ed il governo è già scandito:

“Ci siamo impegnati ad elaborare delle proposte e a costituire un tavolo con tutti i soggetti che sono intervenuti”, ha spiegato Maroni al termine del vertice. “Abbiamo avuto un incontro molto produttivo con il ministro”, ha detto Allan a Repubblica.it. “Valutiamo positivamente gli sforzi di industria e governo per lavorare insieme”.

Il tavolo sarà riconvocato a metà gennaio per discutere delle idee nel frattempo elaborate.

 L’evoluzione mi sembra interessante. Occorrerà verificare se, contenuti dei codici alla mano, si riesca o meno a colgiere effettivamente l’occasione per sperimentare un percorso positivo di “autonormazione” da parte degli internet service providers, su un tema che tocca da vicino il loro ruolo e le loro responsabilità, da un lato, e le libertà fondamentali degli utenti, dall’altro lato.

L’autoregolamentazione attraverso i codici di settore, se usati in maniera accorta, potrebbero portare ad un buon punto di equilibrio nel contemperamento delle opposte esigenze.

Fabio Bravo

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Risarcimento danni di 40.000 euro a carico del Provider per illecita diffusione di opere d'arte su Internet ed esempi virtuosi

La questione non è nuova. In un comunicato della SIAE del 4-9-2008  veniva data notizia della sentenza resa dalle sezioni specializzate in materia di proprietà intellettuale e industriale del Tribunale di Roma, con cui la SIAE aveva ottenuto un risarcimento danni considerevole, pari a complessivi 40.000 euro, a carico di Tiscali, per l’illecita riproduzione di opere d’arte (in tutto non inferiori a 335), rientranti sotto la tutela della legge sul diritto d’autore (per un commento si veda, tra i tantissimi apparsi su Internet, quanto già riportato su Punto-Informatico da Luca Annunziata).

Tiscali, infatti, aveva diffuso sulle pagine del proprio sito web, in un’apposita sezione dedicata all’arte, numerose opere di celebri pittori, senza ottenere l’autorizzazione da parte degli autori o degli aventi diritto e senza corrispondere i compensi tramite la SIAE.

Come riferito nel predetto comunicato, oltre al risarcimento dei danni la pronuncia resa dal Tribunale di Roma contempla anche

l’inibizione della riproduzione, con ordine di immediata rimozione delle opere dal sito Internet (…) e la pubblicazione della sentenza sui due principali quotidiani italiani, Corriere e Repubblica.

Quanto alle modalità della violazione, nel comunicato si legge che

Molte opere di oltre 170 pittori famosi, tra cui Balla, Chagall, De Chirico, Francesconi, Giacometti, Guttuso, Klimt, Magritte, Mirò, Morandi, Picasso, Severini, Sironi, Tadini, erano state riprodotte nella sezione “Arte” del sito Internet di Tiscali, con possibilità per gli utenti di ingrandire, stampare o inviare le relative immagini.

(…)

Le riproduzioni di opere in formato digitale erano, infatti, conservate nel sito per più giorni ed erano consultabili dopo anni, con possibilità di essere riprodotte in cartoline e utilizzate per giochi interattivi e avevano ad oggetto interi repertori di opere. Niente “diritto di cronaca”, ma riproduzione illecita di opere tutelate, con vero e proprio scopo di lucro, come dimostra l’inserzione di annunci pubblicitari nella pagina web.

Quanto alla linea difensiva di Tiscali, disattesa dal giudice romano, si apprende che

La Società Tiscali aveva eccepito la legittimità della riproduzione di tali opere – in quanto funzionale all’informazione su mostre, musei e tutto ciò che accadeva nel mondo dell’arte – secondo quanto previsto dall’art. 65, 2°comma della legge sul diritto d’autore, che consente la riproduzione o comunicazione al pubblico di opere protette, ai fini dell’esercizio del diritto di cronaca e nei limiti dello scopo informativo su avvenimenti di attualità. Il Tribunale (…) [aveva] riscontrato la mancanza di tali presupposti (e cioè la citazione temporanea ed attuale di un’opera, in relazione a una mostra o a un’esposizione di opere d’arte in corso e la sussistenza del mero scopo informativo) (…)

Sarebbe interessante rileggere la sentenza, per comprendere meglio le modalità per il computo del risarcimento del danno, quantificato sia con riferimento al danno patrimoniale che al danno non patrimoniale.

In questa pagina di commento in Norme e Tributi de Il Sole 24 Ore si apprende che il risarcimento disposto con la predetta sentenza (n. 8481/2008) è stato ripartito in 30.ooo euro per il danno patrimoniale e in 10.000 euro per quello non patrimoniale, il cui riconoscimento in favore della SIAE rappresenterebbe una novità.

Il caso ha fatto molto parlare anche per via delle strade da percorrere per la fruizione dei prodotti culturali su Internet.

A dire il vero, però, non mancano iniziative in cui la diffusione on-line di opere d’arte digializzate, con elevata risoluzione, sia stata realizzata senza alcun intento lucrativo (neanche con spazi pubblicitari a pagamento presenti sul sito o altre trovate commerciali).

Al riguardo, per chi volesse godere della visione accurata di un patrimonio enorme di opere d’arte (767 dipinti, da 116 sculture, 51 oggetti e arredi di significativo pregio storico e artistico), vi segnalo il Progetto ARTGATE della Fondazione Cariplo, raggiungibile ai seguenti link: collezione on-line (con motore di ricerca e possibilità di zoom) e galleria virtuale.

Si tratta, ovviamente, di immagini non “degradate”. Ad esempio quest’opera, ricca di particolari, riprodotta al 5% nella prima visualizzazione, può essere ingrandita fino al 100% e visualizzata anche a schermo intero.

Tale progetto è la dimostrazione di come sia assolutamente possibile realizzare  progetti ICT di diffusione on-line di immagini digitalizzate, gratuitamente fruibili per l’utente, ad una definizione decisamente appagante. La giurisprudenza sopra richiamata non rappresenta certo un ostacolo alla realizzazione di pratiche virtuose come questa.

Fabio Bravo

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L’art. 60 della «legge» sulla sicurezza. ISP, Internet e i decreti di oscuramento imposti ai fornitori di connettività

Il famigerato emendamento D’Alia, che aveva portato all’introduzione dell’art. 50-bis nell’originario disegno di legge n. 733 discusso in prima battuta al Senato, era andato a confluire, con l’aggiunta di un comma, nell’art. 60 del medesimo DDL, approdato alla Camera con il n. c.2180.

Ne avevo già ampiamente parlato in questo post ed in quest’altro.

Ora, tornato al Senato con il n. 733B, il DDL relativo alc.d. Pacchetto Sicurezza è stato approvato senza modificazioni in versione definitiva ed è in attesa di promulgazione e pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, per divenire definitivamente legge dello stato italiano (compreso l’attuale e discusso art. 60, nato dall’emendamento D’Alia).

Cerchiamo di comprendere cosa sta accadendo e quali effetti vengono prodotti sull’information society.

L’art. 60 in questione è stato previsto nel pacchetto sicurezza per assicurare la «repressione di attività di apologia o incitamento di associali criminose o di attività illecite compiuta a mezzo internet».

L’articolo, non originariamente previsto nel pacchetto sicurezza, veniva introdotto con un emendamento del Sen. D’Alia, cavalcando politicamente il clamore suscitato dalla notizia relativa all’istituzione, su Facebook, di gruppi di discussione inneggianti Reina e la mafia, che hanno attirato taluni «fan» e numerose perplessità presso l’opinione pubblica.

La «straordinaria» pensata politica, però, si è tradotto in un testo di legge a dir poco discutibile. Buoni gli intenti, non altrettanto buoni, mi sembra, siano gli strumenti per dare attuazione a tali intenti.

Rimando ad una pubblicazione scientifica di più ampio respiro e di più taglio più tecnico per gli approfondimenti reltivi agli «addetti ai lavori».

Non rinuncio però a rimarcare che, come già osservato in occasione dei precedenti lavori parlamentari:

1) la misura di contrasto agli illeciti presi in considerazione della norma (istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi e non solo apologia di reato), ove posti in essere «in via telematica sulla rete internet», consente al Ministro dell’interno di adottare con proprio decreto l’interruzione dell’attività indicata. Tale interruzione però, dice l’art. 60, co. 1, va realizzata «ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine».

Viene cioè adottato lo strumento di filtraggio a carico dei fornitori di connettività (ISP), senza agire sul soggetto che gestisce la piattaforma su cui i messaggi di istigazione a delinquere o di apologia di reato vengono diffusi. Se si pensa al fenomeno facebook e mafia, ove venissero ravvisate le ipotesi di reato in questione, il Ministro dell’interno potrebbe emanare un decreto non per chiedere alla società che gestisce il social network di inibire i messaggi incriminati, ma addirittura per chiedere a tutti i provider di connettività, di filtrare il traffico di rete impedire l’accesso a Facebook.

Gli effetti della norma, così, sono palesemente sproporzionati.

Per un verso c’è il forte rischio che vengano sacrificati i diritti di manifestazione del pensiero, di associazione e di svolgere attività relazionali di tutti i soggetti che fruiscono legittimamente e lecitamente della piattaforma di comunicazione (nell’esempio: Facebook), senza aver compiuto alcun reato.

Per altro verso si penalizza il soggetto che gestisce la piattaforma di comunicazione (nell’esempio: Facebook), introducendo l’obbligo sostanziale di controllare i contenuti, in contrasto con la direttiva sul commercio elettronico che consente ai fornitori dei servizi della società dell’informazione, a determinate condizioni, di svolgere i propri servizi senza l’obbligo di controllare a priori la liceità dei contenuti che gli utenti veicolano attraverso di loro.

2) Sotto altro profilo ancora, si va ad incidere pensantemente sugli Internet Service Providers (ISP) che forniscono connettività alla rete, gravando su tali soggetti per esercitare il controllo sulla rete.

Destinatari del decreto ministeriale di inibizione del traffico di rete, infatti, sono proprio coloro che forniscono connettività, e non gli autori dell’asserito illecito, nè i gestori delle piattaforme eventualmente utilizzate dagli utenti per l’immisione dei contenuti illeciti.

Sugli ISP grava l’obbligo di attivarsi ed anche sollecitamente, dato che l’art. 60, co. 4, stabilisce che

«I fornitori dei servizi di connettività alla rete internet, per l’effetto del decreto di cui al comma 1, devono provvedere ad eseguire l’attività di filtraggio imposta entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000, alla cui irrogazione provvede il Ministero dello sviluppo economico».

Come si vede sono gli ISP ad essere sanzionati in caso di mancata ottemperanza al decreto di inibizione emesso dal Ministro dell’interno.

3) Il meccanismo, si noti, è simile a quello utilizzato talvolta in caso di sequestro di siti Internet, ove si vuole assicurare l’indisponibilità dei contenuti agli utenti, o in caso di pedofilia.

C’è da chiedersi se sia legittimo, per le ipotesi di reato in questione (prese a base per l’emanazione del decreto ministeria voluto con l’emendamento D’Alia), che sia il Ministro a procedere e non l’Autorità giudiziaria.

Sì, il sistema prevede la possibilità di ricorrere all’autorità giudiziaria avvero il decreto ministeriale, ma non mi sembra sia una garanzia sufficiente, dato che si incide su diritti fondamentali dell’uomo e su libertà costituzionalmente protette, il cui sacrificio implica le garanzie più ampie, come avviene nelle ipotesi di sequestro.

Si tenga conto, però, che anche in caso di sequestro disposto dall’autoirtà giudiziaria, il filtraggio imposto agli ISP (Internet Service Providers) finisce per realizzare l’oscuramento dell’intero sito contenente i contenuti considerati illeciti. Ebbe, si ricorderà come il tema riproponga questioni già presentatesi tempo addietro allorché, in occasione dei sequestri di materiale illecito presente sui siti Internet (anche con riferimento ad articoli diffamatori), l’autorità giudiziaria disponeva erroneamente il sequestro dell’intero sito e non dei soli contenuti illeciti, inibendo di fatto la funzionalità di un intero servizio, incidendo su libertà costituzionalmente garantite di cittadini che nulla hanno a che fare con l’illecito in questione

Queste sono solamente alcune delle riflessioni che fanno denotare il grave vulnus che il nostro sistema giuridico rischia di apportare sia ai diritti fondamentali, sia ai principi comunitari.

La disposizione, che diventerà ormai legge dello Stato, è sicuramente criticabile.

Lascia intuire, però, come il controllo della tecnologia stia entrando a pieno regime nell’agenda politica (e legislativa) come strumento per il controllo sociale.

Ciò che perplime, però, è lo spostamento delle funzioni di controllo, in tema di repressione dei reati, dal potere giudiziario (autorità giudizaria) a quello esecutivo (Ministro dell’Interno e, in definitiva, Governo).

Come statuisce l’art. 60, co. 2, il

«Ministro dell’interno si avvale, per gli accertamenti finalizzati all’adozione del decreto di cui al comma 1, della polizia postale e delle comunicazioni (…)».

La politica sopperisce alla lentezza dell’autorità giudiziaria spostando le funzioni di accertamento e repressione della criminalità dal potere giudiziario a quello esecutivo, per poi relegare il primo a mera funzione di controllo dell’attività del secondo, dato che, come presegue l’art. 60, co. 2, citato,

«Avverso il provvedimento di interruzione è ammesso ricorso all’autorità giudiziaria (…)».

Per la sua rilevanza riporto di seguito il testo dell’art. 60 del DDL 733B, in attesa di promulgazione.

Qui, invece, è disponibile il testo integrale in PDF.

Art. 60.

(Repressione di attività di apologia o incitamento di associazioni criminose o di attività illecite compiuta a mezzo internet).

1. Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.

2. Il Ministro dell’interno si avvale, per gli accertamenti finalizzati all’adozione del decreto di cui al comma 1, della polizia postale e delle comunicazioni. Avverso il provvedimento di interruzione è ammesso ricorso all’autorità giudiziaria. Il provvedimento di cui al comma 1 è revocato in ogni momento quando vengano meno i presupposti indicati nel medesimo comma.

3. Entro sessanta giorni dalla data di pubblicazione della presente legge il Ministro dello sviluppo economico, con proprio decreto, di concerto con i Ministri dell’interno e per la pubblica amministrazione e l’innovazione, individua e definisce, ai fini dell’attuazione del presente articolo, i requisiti tecnici degli strumenti di filtraggio di cui al comma 1, con le relative soluzioni tecnologiche.

4. I fornitori dei servizi di connettività alla rete internet, per l’effetto del decreto di cui al comma 1, devono provvedere ad eseguire l’attività di filtraggio imposta entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000, alla cui irrogazione provvede il Ministero dello sviluppo economico.

5. Al quarto comma dell’articolo 266 del codice penale, il numero 1) è sostituito dal seguente: «1) col mezzo della stampa, in via telematica sulla rete internet, o con altro mezzo di propaganda».

Fabio Bravo

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Processo a Google. Udienza del 21 aprile 2009. La competenza resta a Milano

Il 21 aprile 2009, ieri, presso il Tribunale di Milano si è svolta l’udienza del c.d. caso «Google».

Tale caso, come ricorderete, è relativo alla contestata responsabilità penale dei quattro dirigenti della società che gestisce i servizi Internet offerti sotto il marchio «Google», invocata con riguardo al caso di diffusione del filmato vessatorio nei confronti del ragazzo down vittima di cyberbullismo e, delle contestuali azioni diffamatorie verso l’associazione Vividown. La fattispecie, come contestata dalla Procura, assumerebbe rilevanza anche in relazione ai reati connessi all’illecito trattamento di dati personali (privacy).

Per una riscostruzione della vicenza e delle precedenti fasi processuali si rinvia a quanto già scritto nei post precedenti [dal più recente al meno recente: 1, 2, 3, 4 e 5].

Per tale udienza si attendeva la pronuncia del Giudice innanzi al quale è pendente il procedimento, per dirimere le eccezioni relative al difetto di giurisdizione e di compentenza del Tribunale di Milano, in favore della giurisdizione statunitense o del Tribunale di Torino, ovvero di quello di Roma.

Apprendo che il Tribunale di Milano ha deciso di disattendere le eccezioni processuali finora avanzate dalla difesa, lasciando radicare a Milano la compentenza, salvo non emergano nel prosieguo ulteriori elementi.

Nell’ordinanza, come riportato da Federico Cella nel bog «Vita Digitale», osptitato sul sito del Corriere della Sera, il Giudice Dott. Magi ha statuito che

«al momento la competenza territoriale è a Milano, perchè per la struttura del reato (trattamento illecito dei dati personali) bisogna valutare non solo l’emissione dei dati, ma anche la distribuzione, la diffusione e l’organizzazione e le scelte decisionali dell’azienda. La sede legale di Google Italy è a Milano. Secondo il giudice inoltre è indicativo anche il fatto che le indagini siano state condotte a Milano.

Nella sua ordinanza Magi ha spiegato però anche che “tale valutazione è parziale e limitata” e potrebbe mutare nel corso della dialettica processuale»

Dalla medesima fonte si apprende anche che

«I Pm Alfredo Robledo e Francesco Cajani hanno depositato una nuova consulenza tecnica e i difensori dei dirigenti di Google hanno chiesto un termine per visionare la perizia e decidere se chiedere o meno il rito abbreviato».

L’esigenza del rito abbreviato, però, potrebbe essere dettata, olrte che da un più contenuto rischio in ordine all’entità della pena comminabile (che si ridurrebbe di un terzo), anche da altre esigenze, legate alla necessità di contenere l’impatto mediatico che l’apertura del dibattimento inevitabilmente produrrebbe.

La prossima udienza è fissata per il 5 maggio 2009.

Attendiamo gli sviluppi.

Fabio Bravo

Internet Service Providers ed effetti del regime di responsabilità

Da tempo sono state presentate proposte di legge che pretendono di regolamentare in senso restrittivo la Rete, spesso dietro il prevalente proposito, più o meno dichiarato, di tutelare i diritti d’autore ed i diritti connessi su Internet.

Si pensi, ad esempio, alla proposta di legge solo formalmente presentata dall’on. Carlucci, con cui si vorrebbe introdurre l’obbligo di identificazione nominativa anche per l’immissione di contenuti digitali autoprodotti (es. video amatoriali), con sacrificio del diritto all’anonimato c.d. protetto, in cui l’identità non viene dichiarata immediatamente, ma in caso di necessità (ad esempio per ordine dell’autorità giudiziaria in caso di commissione di reati), tramite gli Internet Service Providers, diviene possibile ricostruire all’identità del soggetto intestatario dell’utenza utilizzata per effettuare determinate operazioni telematiche (generalmente attraverso l’individuazione del c.d. numero IP, anche dinamico, usato dall’utente in un determinato momento).

Ebbene, l’introduzione di siffatte possibili regole a livello legislativo potrebbero portare gli intermediari della società dell’informazione (es. Internet Service Providers; Content Service Providers; etc.), a reazione che finiscono per paralizzare o per ostacolare il progresso tecnologico e, con esso, i diritti fondamentali dell’uomo (anche con riferimento alla libertà di espressione e di manifestazione del pensiero, costituzionalmente garantite).

Un caso significativo di come tali timori possano tradursi in realtà è possibile riscontrarlo nelle pagine pubblicate on-line il 14.04.09 da La Stampa, nell’articolo dal titolo «Corea, Google difende il diritto di anonimato in Rete (YouTube blocca per protesta le funzioni di upload e commento)».

Più precisamente, si legge che

«Goole protesta contro il governo sud-coreano e sospende alcune funzionalità del suo servizio di video condivisione. In particolare, vengono bloccate su YouTube, sito di sua proprietà, le possibilità di caricare materiale e di lasciare commenti.

La decisione dipende dal desiderio di non infrangere la nuova normativa che proibisce l’anonimato online, ma si pone allo stesso tempo come dimostrazione di dissenso nei confronti della censura, naturale effetto dell’imposizione governativa.

La legge obbliga, infatti, gli utenti ad identificarsi con il proprio nome e cognome reali per poter inserire contenuti sul sito, limitando il diritto alla libertà di espressione ed anche all’autotutela.

(…)».

La questione è controversa e rappresenterà sicuramente uno dei più grandi temi di confronto sul futuro delle nuove tecnologie, nel tentativo di mediare tra diritti fondamentali e politiche per la sicurezza.

Fabio Bravo

Ferma la proposta di legge Sarkozy su diritto d’autore e Internet. L’Assemblea parlamentare vota contro

Il faticoso iter per l’approvazione della legge fortemente voluta da Sarkozy per risolvere i problemi legati alla violazione del diritto d’autore su Internet ha incontrato, dopo la discussione di taluni emendamenti, nuove resistenze nell’Assemblea parlamentare francese, ove, a causa dell’assenza di numerosi parlamentari, l’opposizione sarebbe riuscita a paralizzarne l’approvazione con 21 voti contrari, a dispetto dei 15 voti favorevoli.

Si veda, in tal senso, il resoconto pubblicato su La Repubblica, nell’articolo del 9 aprile 2009 dal titolo «Il popolo del P2P batte Sarkozy. Stop a legge su download pirata (A sorpresa il Parlamento silura il testo che prevede il taglio della connessione internet per chi scarica illegalmente)».

Occorre ora monitorare le reazioni della maggioranza e le iniziative del Presidente per comprendere come verrà regolamentato definitivamente, in Francia, il tema caro allo stesso Sarkozy.

Fabio Bravo

Soluzione Sarkozy. Diritto d’autore e Internet

La nota proposta di legge sostenuta in Francia da Sarkozy continua il suo iter per l’approvazione parlamentare. L’impianto originario rimane in piedi per la gran parte, ma si affacciano alcuni emendamenti interessanti.

La disciplina prevede la sospensione dell’accesso ad Internet, da due a dodici mesi, per coloro che si trovano a reiterare tramite Internet condotte di violazione dei diritti d’autore e dei diritti connessi sulle opere protette.

Il centro della discussione ruota intorno alla legittimità di una tale sanzione, che verrebbe affidata ad un’autorità amministrativa con facoltà per il sanzionato di ricorrere all’autorità giudiziaria.

Qui sorgono i principali problemi. Infatti, ferma restando la necessità di una sanzione, la sospensione della connettività ad Internet contrasterebbe con il diritto di accesso alla Rete ed alle informazioni in essa contenute, di informarsi e di informare, di comunicare (anche via e-mail) tramite Internet, che sono da annoverare tra i diritti fondamentali dell’Uomo attuati nel contesto della società dell’informazione (Information Society).

Ovviamente se un illecito dovesse essere riscontrato è giusto sanzionarlo, ma non può essere dimenticato che la sanzione deve essere proporzionata e, in ogni caso, non deve essere tale da incidere pesantemente sui diritti fondamentali, ove non vi sia una reale, effettiva ed imprescindibile necessità.

Il sacrificio dei diritti fondamentali, infatti, anche ove temporaneo, non può essere indicato come soluzione ai problemi del diritto d’autore, giacché altre strade possono essere percorse.

L’attenzione verso i diritti fondamentali non può retrocedere di fronte ad altri diritti, sopratutto ove il bilanciamento avviene tra diritti fondamentali della persona, che si intendono sacrificare, e diritti prevalentemente patrimoniali, che si intendono proteggere.

Sanzioni efficaci per le violazioni vanno pensate, ma non si può pretendere di squilibrare il delicato bilanciamento dei molteplici diritti, sopratutto se di rango diverso.

Tra gli emendamenti proposti alla soluzione Sarkozy vi sarebbe la norma che sospende, parallelamente all’accesso ad Internet, anche il pagamento del canone di abbonamento ad Internet per il periodo in cui il servizio non viene fruito, ad esempio nelle ipotesi di ADL flat o di altre forme di abbonamento miste (parte in canone mensile e parte a consumo).

Tale previsione ha iniziato a far agitare i fornitori di accesso ad Internet, non solo per le perdite stimate sul corrispettivo annuo dell’abbonamento di connettività ad Internet, ma anche per via del fatto che le offerte commerciali spesso prevedono pacchetti all-inclusive, ove un unico canone comprende sia costi telefonici che di accesso ad Internet e trasmissione dati, senza scorporare i costi dell’uno e dell’altro servizio.

Altri segnalano, invece, come la soluzione Sarkozy sia tecnicamente insostenibile perché di fatto aggirabile dagli utenti sanzionati, che possono ricorrere ad altre forme di connessione, compreso il wi-fi con hot-spot pubblici, per godere della connettività negata dalla sanzione.

Per un approfondimento e per ulteriori riflessioni si veda l’interessante resoconto di Giampiero Martinotti per la Repubblica, nel suo articolo di oggi dal titolo «Francia all’attacco dei web-pirati. Internet spento a chi scarica film».

Fabio Bravo

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