Information Society

Quando la società della politica dice no alla società dell'informazione. L'anomala chiusura dei talk show della RAI in campagna elettorale

Questo blog (Information Society & ICT Law), essendo interamente dedicato alla società dell’informazione ed alle regole giuridiche che la sorreggono, non può rimanere indifferente all’anomala chiusura dei talk show disposta dal Consiglio di Amministrazione della RAI in coincidenza con la campagna elettorale, ad un mese di distanza delle votazioni regionali previste a fine marzo 2010.

Non è un problema legato solamente alla grave perdita di occasioni economiche per la RAI, visto che le trasmissioni televisive in questione catalizzano un numero considerevole di telespettatori e la loro sospensione finisce per dirottare pubblico e introiti pubblicitari su altre emittenti. Non è questo che mi preme rimarcare.

Ciò che più stupisce, invece, è il segnale di un taglio all’informazione proprio nel momento in cui l’informazione è fondamentale per la la scelta del voto in prossimità delle elezioni. Ed il taglio dell’informazione colpisce a prescindere dagli orientamenti politici (la sospensione colpisce, ad esempio, sia Annozero, sia Porta a Porta, oltre che Ballarò e L’Ultima Parola).

Il 10 febbraio 2010 veniva emanata dall’AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) la discussa Delibera N. 24/10/CSP che dispone nuove regole per gestire la Par Condicio in vista del confronto politico relativo alle prossime elezioni regionali.

A fronte di tale delibera, prima che il Consiglio di AMministrazione della RAI prendesse le proprie determinazioni, c’era già il timore che la politica fagocitasse l’informazione, con un atteggiamento e con conseguenze mai viste prima. Un allarme veniva lanciato da Giovanni Floris in una sua audio-intervista riportata sul sito del Corriere della Sera.

A seguito della decisione adottata dal CdA della RAI, Floris riprende il suo stupore. Tra tutte le espressioni di commento usate dal giornalista, mi ha colpito quella con cui rimarca come nessuna legge sopprime ciò che invece si propone di regolamentare.

E’ chiaro il riferimento all’eccessiva “premura” del CdA della RAI, che finisce per cogliere l’occasione della Delibera restrittiva dell’AGCOM cancellando dal dibattito politico trasmissioni di rilevanza nazionale che permettono agli italiani di formare i propri convincimenti in vista dell’appuntamento elettorale.

Ancora, la preoccupazione corale è che si vada davvero verso lo spettro della censura. Molti sono intervenuti ad esprimere perplessità verso il clima che si sta creando e i segnali, mi pare di cogliere, sono tutt’altro che rassicuranti.

Tra le tante voci che si sono sollevate rimando a quella di Manlio Cammarata, perché contiene un passaggio importante là dove sottolinea che è sempre stato restio a parlare disinvoltamente di censura, ma che, alla fine, ha dovuto ricredersi.

Nel suo post (di cui consiglio la lettura integrale) dedicato alla sospensione dei talk show disposta dalla RAI, infatti, ha premesso che

Chi ha avuto la pazienza di seguire queste pagine negli ultimi mesi, sa che sono stato molto prudente nell’usare la parola “censura”. Perché la censura è una cosa molto seria. In Italia, fino a due giorni fa, si poteva lamentare una forte compressione del “diritto di essere informati”, ed era giusto protestare contro questo o quel bavaglio. Ma nessuno aveva ancora soppresso formalmente la quasi totalità degli spazi dell’informazione televisiva non omologata, non ossequiosa del potere.

Mi sembra di assistere ad un’erosione grave dei principi democratici (in cui il giornalismo gioca – o meglio dovrebbe giocare – un ruolo fondamentale per il controllo dei pubblici poteri, tramite l’opinione pubblica) e dei diritti fondamentali (che ricomprendono non solo il diritto di informare, ma anche il diritto ad essere informati).

Per ricordare un’espressione di Giovanni Floris,

“Quello che sta accadendo è qualcosa di unico nella storia della realtà occidentale”.

Occorre tenere vigile l’attenzione, facendo in modo che sulla blogosfera, sui social network, sul web 2.0, non cali la soglia dell’interesse verso il diritto ad informare e ad essere informati, caposaldo di ogni democrazia.

Il senso di questa pagina è di dare il mio contributo in tal senso e di stimolare chiunque legga a fare altrettanto.

Fabio Bravo

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Comunicazione istituzionale via web. Il video della polizia inglese contro gli SMS per chi guida

Il modo di fare comunicazione istituzionale sta cambiando.  Anche le istituzioni usano appieno gli strumenti che l’information society mette a disposizione e lo fa con grande abilità e con grande efficacia.

La polizia inglese ha avviato una campagna di comunicazione diramando su Internet un video shock che rappresenta, in modo molto realistico, gli effetti devastanti che possono essere causati dall’uso del cellulare mentre si guida. Il video, in particolare, rappresenta il caso di una ragazza intenta a scrivere un SMS. La diffusione è amplificata dai media che, come il quotidiano on-line La Stampa, contribuiscono a renderlo noto.

Il finale è tragico. L’intento è quello di prevenire, con un’azione “di forza”, gli incidenti (spesso mortali) causati dal non corretto utilizzo del cellulare per chi è alla guida. 

La comunicazione è realistica e il mezzo utilizzato, un video girato e diffuso in stile YouTube,  rende ancora più realistico l’effetto.

Le immagini sono cruente, per scelta. Si vuole impressionare e ci si riesce.

Fino a che punto occorre spostare in alto il livello di rappresentazione della violenza per rendere efficaci le comunicazioni?

Fabio Bravo

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Information society e importanza del referendum sulla legge elettorale

Si sta assistendo, in quest’ultimo periodo, ad una fitta presentazione di proposte di legge, di iniziativa parlamentare o governativa, che incidono in maniera pesante, spesso discutibile, sugli assetti dell’information society.

Le norme relative a quella che viene chiamata (con un termine non corretto) «antipirateria» (decreto istitutivo del Comitato tecnico contro la pirateria digitale e multimediale, istituito anche per studiare e predisporre proposte nromative), il disegno di legge SIAE-Barbareschi, il c.d. emendamento D’Alia, il disegno di legge Carlucci, il disegno di legge sulle intercettazioni, sono meri esempi di come la politica diviene decisiva per scrivere le norme della società dell’informazione, passando per le dinamiche istituzionali solo apparentemente estranee al merito degli argomenti che mi stanno più a cuore.

Ecco allora che vorrei riflettere con Voi sull’importanza dell’imminente referendum, in cui si dovranno decidere i confini della legge elettorale.

I criteri di selezione delle persone che siederanno in parlamento non possono essere estranei al nostro interesse di cittadini e di persone socialmente impegnate.

Una scelta o un’altra determina ripercussioni forti sull’andamento dei lavori parlamentari che porterà, proprio nel merito, ad accettatre, emendare o cassare i contenuti di determinate proposte che approdano in parlamento.

La politica, che sta disaffezionando a se stessa i cittadini, diviene quel bacino in cui le regole giuridiche si formano e si traducono, in sede istituzionale (parlamentare o governativa) nei provvedimenti legislativi che la società civile si ritrova ad avere.

E’ per questo che, su questo blog dedicato all’Information Society ed all’Information and Communication Technology Law (ICT Law), Vi propongo di confrontarVi con attenzione sui questiti referendari, che mi sembrano ben illustrati, nei pro e nei contro, da questo articolo di Saverio De Laura ove, con felice accorgimento, si trova anche allegato il testo completo del quesito.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Crisi economica e licenziamenti nel settore tecnologico

ICT, Business e Labour Law mostrano collegamenti molto stretti.

In questo periodo di recessione mondiale e di grande crisi, anche i colossi multinazionali del settore tecnologico, collocati in una delle fette di mercato più fiorenti dell’economia, sono costretti a rivedere le proprie strategie sulle risorse umane.

Si registrano, da tempo, segnali allarmanti. Basta leggere le notizie diffuse dagli organi di stampa, che non risparmiano colossi come Microsoft, Sony Ericsson e Toshiba, tanto per fare alcuni esempi, che per la verità potrebbero continuare a lungo.

Ovviamente non è solo il settore tecnologico a risentire della crisi, dato che il trend si registra in tutti i settori, compreso quelli considerati tradizionalmente forti, come il settore farmaceutico. Il discorso non cambia, anzi, talvolta si fa ancora più drammatico, per le PMI. 

Le scelte imprenditoriali, ovviamente, non possono essere focalizzate esclusivamente su una gestione restrittiva delle risorse umane, che dovrebbero poter essere valorizzate, ma occorrono percorsi strategici differenziati, che vanno dalla formazione al marketing, dalla gestione dei crediti da recuperare alla gestione dei contenziosi (che generalmente aumentano nel periodo di crisi), dal ricorso a forme di finanziamento pubblico o agevolato a processi di riorganizzazione e riallocazione ottimale delle risorse umane, dalla reingegnerizzazione dei processi all’uso delle nuove tecnologie come fattore competitivo.

Davvero pregevole è, a tal proposito, l’iniziativa di formazione per gli imprenditori promossa dalla CNA di Cremona unitamente ad ECIPA Lombardia, il consorzio delle CNA lombarde dedicato alla Formazione.

Forse è proprio in tempo di crisi che dalla competizione concorrenziale si emerge investendo di più e non tagliando. La prospettiva è di andare incontro a perdite sicure nel breve periodo per ottenere vantaggi competitivi forti nel medio lungo periodo, in un’ottica di capitalizzazione degli investimenti.

Anche nel breve periodo, però, la crisi può essere affrontata con adeguati strumenti di consulenza legale e di gestione giudiziale e stragiudiziale dei problemi che l’esercizio d’impresa presenta.

Fabio Bravo

«Social Network: attenzione a non cadere nella rete»

Per celebrare la Giornata europea della protezione dei dati personali, il 28 gennaio 2009 si terrà a Milano una manifestazione dal titolo «Social Network: attenzione a non cadere nella rete».

Nel comunicato stampa rilasciato dal Garante, si precisa che

É al fenomeno di Facebook, MySpace e altri social network che il Garante per la protezione dei dati personali dedica quest’anno la Giornata Europea della protezione dei dati personali.

I social network rappresentano certamente straordinari strumenti di innovazione sociale, con i quali un numero crescente di persone si scambia opinioni e informazioni, ma vengono troppo spesso usati senza una completa conoscenza delle incognite che presentano e dei rischi che comportano.

L’Autorità ha dunque deciso di avviare un confronto con gli studenti su uno degli aspetti cruciali che riguardano oggi l’uso della Rete.

La manifestazione, organizzata in collaborazione con l’Alta scuola in Media, Comunicazione e Spettacolo (Almed) della Università Cattolica, si svolgerà a Milano il 28 gennaio, dalle ore 10,30 alle ore 13,30, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, in Largo Gemelli. Ai lavori parteciperanno i componenti dell’Autorità Garante e docenti della Cattolica.

(…)

L’iniziativa, promossa dal Consiglio d’Europa con il sostegno della Commissione europea e di tutte le Autorità che nei Paesi europei sono preposte alla protezione dei dati, è volta a sensibilizzare i cittadini sulla dignità, sui diritti e sulle libertà fondamentali da salvaguardare rispetto all’uso delle informazioni di carattere personale.

Ecco il programma dell’evento.

Google, Facebook, Flickr e Profilazione non autorizzata

Chi usa Internet lascia tracce indelebili che, se raccolte e messe l’una accanto all’altra, possono far ricostruire profili molto particolareggiati.

Ne ha dato conto, con un articolo molto provocatorio, il giornale francese «Le Tigre», che:

a) ha preso una persona tra tanti;

b) ha raccolto, tramite Facebook, Google e Flickr, le informazioni che questi aveva lasciato di sé;

c) ne ha costruito un profilo molto dettagliato, anche ricorrendo alle numerose foto lasciate su Facebook e su Flickr ed alle notizie di vita privata e personale abbondantemente presenti nei social networks;

d) ha pubblicato, sia on-line che in versione cartacea, il profilo (sorprendentemente dettagliato) ricostruito mediante l’insieme dei dati personali raccolti via Internet.

La notizia, ripresa da Giampiero Martinotti (che ha firmato per la Repubblica l’interessante articolo dal titolo «Scopre la sua vita sul giornale che ne ha raccolto le tracce sul web»), ha qualcosa di sconcertante e conferma alcune preoccupazioni legate all’uso ingenuo che si fa dei social networks e degli altri strumenti di comunicazione che via Internet vengono messi a disposizione degli utenti:

(1) una prima preoccupazione riguarda la profilazione che è possibile effettuare con facilità sui dati personali di un soggetto che non ha dato il consenso per tale finalità. Le tracce lasciate su Internet divengono spesso abbondanti, accumulandosi nel tempo e rimanendo visibili anche ove perdano attualità e si vorrebbe che fossero cancellate o dimenticate;

(2) le tracce lasciate su Internet riguardano dati personali non solo propri (compresi quelli attinenti alla vita privata), ma anche riferibili a terze persone. Può capitare, dunque, che qualcuno si ritrovi suo malgrado esposto alla conoscibilità planetaria per il semplice fatto che altri, ad esempio, hanno parlato di lui su Facebook (o si altro social network). Può capitare, allo stesso modo, che una persona, anche senza il proprio consenso, ritrovi la propria immagine su Internet, con rischio di essere sottoposta a profilazione da parte di terzi, solamente perché c’è stato chi ha pubblicato una foto o un video che lo ritrae, eventualmente con tanto di commento.

(3) la profilazione e la pubblicazione (dei dati e dei profili) avviene sovente senza il rispetto delle norme in materia di protezione dei dati personali, con riferimento, ad esempio, alle condizioni di liceità del trattamento (es.: il consenso dell’interessato o altra condizioni di liceità ammessa dall’ordinamento), al principio di necessità (cfr. art. 3 del Codice privacy), al principio di rispondenza alle finalità del trattamento per i quali i dati sono stati raccolti o successivamente trattati (cfr. art. 11 del Codice privacy), etc.

Vero che l’art. 24, co. 1, lett. c), del Codice in materia di protezione dei dati personali consente di fare a meno del consenso per i «dati provenienti da pubblici registri, elenchi, atti o documenti conoscibili da chiunque», ma la norma, spesso mal interpretata nella prassi, va coordinata, ad esempio:

a) con il principio di corrispondenza alle finalità del trattamento in relazione al quale i dati sono stati originariamente conferiti (ancorché inseriti in «pubblici registri, elenchi o documenti conoscibili da chiunque»), di modo che non è lecito un trattamento effettuato per finalità diverse;

b) con il disposto di cui all’art. 25 del Codice, che vieta la comunicazione e la diffusione «per finalità diverse da quelle indicate nella notificazione del trattamento, ove prescritta»;

c) con il principio di essenzialità dell’informazione di cui all’art. 6 del Codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica, ove per la divulgazione di notizie e dati relativi alla sfera privata di un individuo si richiede, tra le altre cose, l’indispensabilità dei dati relativi alla sfera privata, che vanno omessi qualora non necessari (ad esempio, la notizia potrebbe menzionare che è stata rinvenuta la data di nascita senza necessariamente doverla precisare; così può dar conto che risultano i nomi dell’attuale fidanzata e della ex, senza doverli necessariamente riportare, etc.).

L’articolo di Gianpiero Martinotti meriterebbe di essere letto, soprattutto perché in grado di far ragionare sulla sottovalutazione delle conseguenze relative all’uso disinvolto dei moderni strumenti di social networking disponibili su Internet.

I Robots e la questione del controllo

Noel Sharkey, professore di Computer Science all’Università di Sheffield, lancia un monito, raccolto da Giovanni Caprara per il Corriere della Sera nel suo articolo «2011, l’invasione dei robot»:

«I robot stanno per diventare un pericolo, dobbiamo pensare a come difenderci».

L’attenzione del Prof. Sharkey è rivolta non solo alla robotica, ma anche alle conseguenze che la sua massiva introduzione porterà nel nostro sistema sociale ed economico.

L’impatto dell’uso degli androidi sarà sicuramente senza precedenti e produrrà conseguenze irreversibili. Lo stato della tecnica è particolarmente avanzato, molto più di quanto non si riesca a credere.

Non si ha, infatti, la percezione di quanto avanti siano le ricerche scientifiche e non appena il progresso sarà accompagnato da possibilità di una più vasta commercializzazione dei prodotti ora allo stato prototipale, ma che presto saranno perfezionati in versione definitiva, avremo un’ambiente profondamente mutato.

Sharkey avverte sul rischio che l’uso degli androidi porti ad affrontare a breve rischi nuovi per la società, visto che potrebbero poi sfuggire al controllo.

Occorrerà allora ripensare fin da subito, prima che il «poi» diventi realtà, a come affrontare il rischio, per l’uomo, della perdita di controllo sugli androidi.

L’articolo di Caprara è sottile, perché coglie anche un altro aspetto del timore di Sharkey, quello legato a chi dovrà stabilisce come controllare gli androidi e la loro introduzione nella società civile. Infatti, se questa non prende coscienza del problema fin da ora, potrà capitare a breve che le regole vengano dettate solamente dal mondo militare e da quello industriale, senza alcun equilibrio con le possibili diverse esigenze di chi dovrà relazionarsi con un robot antropomorfo usato per i servizi domestici, per esigenze di compagnia e divertimento o per impieghi in altre realtà come esercizi commerciali, musei, case di cura, etc.

Questi decisivi mutamenti sociali, che realizzeranno le visioni di Isaac Isimov e ci costringeranno presto a confrontarci con le sue famose leggi della robotica, appaiono vicini se si pensa alle statistiche diffuse dalla International Federation of Robotics (IFR), all’esito dello studio «World Robotics 2008», ove si è avuto modo di precisare che

At the end of 2007 about 1 million industrial robots and 5.5 million service robots were worldwide operating in factories, in dangerous or tedious environment, in hospitals, in private houses, in public buildings, underwater, underground, on fields, in the air, in the space – robots are everywhere! Up to the end of 2011 more than 17 million service robots and 1.2 million industrial robots will populate the world, reports the IFR Statistical Department in the new study “World Robotics 2008”, which was published on October 15, 2008.

Rimando alla lettura integrale dell’articolo di Caprara per una migliore percezione del problema. Qui mi limito a citare alcune parti:

la maggior parte la ritroveremo in ambienti di vita familiari, domestici o che comunque frequentiamo nella nostra quotidianità. «Le indagini ci dicono che ormai molti bimbi preferiscono il robottino al tradizionale orsacchiotto di peluche—nota Sharkey in un articolo pubblicato sulla rivista americana Science —, che numerosi anziani sono seguiti nelle case di cura e in alcuni ospedali da robot, aiutandoli nella loro indipendenza e ricordando loro quando prendere le medicine. Ma anche nei musei, oltre ovviamente alle fabbriche, i robot sono sempre più presenti. Quindi significa che gli umani passano sempre più tempo in compagnia dei robot affrontando rischi che non possiamo ignorare e finora sottovalutati». Proprio l’esplosione nella quantità di queste macchine e soprattutto la loro intelligenza sempre più sofisticata amplia, infatti, la possibilità che possano sfuggire al controllo. E che il loro software li porti a compiere azioni pericolose non previste, frutto di anomalie o errori dei sistemi.

(…)

«Se non si interviene—sostiene allarmato Sharkey — finirà che le decisioni circa le applicazioni dei robot saranno prese dai militari e dagli industriali che li producono invece che da organismi internazionali che considerano prima di tutto il cittadino». E per dare la dimensione di quanto la robotica sia ad esempio ormai diffusa negli ambienti militari in impieghi terrestri e aerei ricorda che in Iraq i robot di diverso tipo utilizzati sono quattromila. Complessivamente i robot in grigioverde oggi sono il 25 per cento di tutti i robot di servizio attivi. Ma Sharkey aggiunge pure un’altra preoccupazione: «La tecnologia — nota — nonostante sia sempre più sofisticata è diventata più economica e consente già di realizzare in casa dei marchingegni automatici da utilizzare come sistemi di offesa a scopo terroristico». La crescita ha trasformato ovviamente i robot anche in un gigantesco affare: il mercato mondiale ha raggiunto il valore di 18 miliardi di dollari, un terzo del quale è rappresentato dai robot industriali.

(…)

L’area tuttavia in cui si prevede il maggior sviluppo è quella del robot di intrattenimento e piacere che quasi triplicheranno rispetto ad oggi. Ciò significa che il contatto con questa tecnologia diventerà davvero intimo e sempre più protagonista delle nostre abitazioni. Valutare i rischi e scrivere regole adeguate di prevenzione e tutela da parte degli umani che devono interagire sarebbe dunque necessario. Ma sarebbe altrettanto utile per i produttori, i quali finalmente disporrebbero così di riferimenti precisi entro i quali salvaguardare diritti e necessità.

Nei successivi post Vi indicherò esempi concreti su come la robotica sta progredendo.

Poi, cercheremo di tracciare un ragionamento per ciò che concerne le scelte giuridiche.

Internet e Human flesh search engine

Mi ha colpito l’articolo di Emanuela Di Pasqua per il Corriere della Sera, ove si denunciano gli effetti di quel particolare fenomeno denominato «Human flesh search engine», definito come

«l’abitudine di investigare sulle persone e di perseguitarle utilizzando informazioni reperite in una rete dove l’odio esplode in maniera virale e gli scritti rimangono (scripta manent) in modo molto più indelebile che fuori dalla rete».

La pagine presenti su Internet possono contenere informazioni e riferimenti personali, mettendo in luce, nel bene e nel male, anche storie e soggetti che altrimenti non avrebbero avuto nessuna visibilità.

La possibilità di pubblicare informazioni e contenuti sul web è ormai alla portata di tutti ed è operazione semplicissima, sotto il profilo tecnico, ed a bassissimo costo.

La possibilità di esprimere liberamente le proprie opinioni e di manifestare l’iberamente il proprio pensiero (ex art. 21 Cost.) diviene ora concreta e non più, come un tempo, limitata dalle possibilità di accesso ai media televisivi e alla stampa.

Non c’è, il più delle volte, una vera selezione dei contenuti da parte di una redazione giornalistica. Chi vuole scrive, pubblica, manda e diffonde notizie, opinioni, fatti, episodi, racconti.

Blog, social network, forum, chat ed altri mezzi consentono di veicolare informazioni che rimangono nel tempo, non si cancellano, permangono nel grande contenitore che è la rete e vengono facilmente recuperati dai motori di ricerca.

E’ capitato così che un post pubblicato in un blog abbia messo in evidenza le emozioni rivelate da una donna disperata per il tradimento del marito, prima di togliersi deliberatamente la vita (le emozioni erano state raccolte da un amico della donna in alcune confidenze fattegli prima del suicidio).

Il caso è rimbalzato da un blog ad un altro, da un sito ad un altro, da una pagina della rete all’altra, producendo una vera e propria mobilitazione di massa che, per mezzo della rete, si è tradotta in una vera e propria ossessione per il marito della donna, trovatosi di fronte all’accanimento della gente, producendo un vero e proprio fenomeno di cyberviolenza collettiva.

Sulla storia e sulle modalità di attuazione della cyberviolenza collettiva, che merita di essere più attentamente esaminata sotto il profilo criminologico e vittimologico, rimando all’articolo di Emanuela Di Pasqa, già citato.

Vorrei però porre l’attenzione su un aspetto particolare di tale fenomeno, quello della mobilitazione dell’opinione pubblica, che ora ha i mezzi non solo per reperire ossessivamente notizie ed informazioni su una determinata persona, dai blog ai social networks, ma anche per colpirla nella sua immagine, nella sua identità sociale, nella sua vita lavorativa ed in quella personale.

E’ un fenomeno, quello dello «Human flesh search engine», che probabilmente sarà destinato ad aumentare. Fa parte del mutamento sociale che stiamo viveno nella nostra società dell’informazione (information society) e che dovremo imparare a riconoscere e gestire, anche sotto il profilo giuridico.

E’ un fenomeno, mi piace sottolienarlo, che attiene alla protezione dei dati personali e che evoca a gran voce l’iniziale percorso che aveva portato all’affermazione del «diritto alla privacy» originariamente inteso come «The Right to be let alone», teorizzato da Warren e Brandeis nell’articolo apparso sulla Harvard Law Review nel 1980, ed ora come diritto al controllo ed alla protezione dei propri dati personali, fatti oggetto di trattamento da parte di terzi.

Crime Mapping in Inghilterra e Galles

crimemap Dopo il post sulla proroga dei termini della legge Pisanu, il tema relativo alla sicurezza ed alla crininalità ed il suo legame con le nuove tecnologie e le necessità investigative torna alla ribalta con riferimento al crime mapping.

Il crime mapping ha radici profonde negli studi criminologici sull’analisi delle aree a rischio o delle aree ad alto tasso delinquenziale, risalenti a Guerry e Quetelet (1800) ed alla criminologia ambientale (environmental criminology) della Scuola di Chicago, per poi arrivare ad altre teorie più recenti (note come Routine Activity Theory, Teoria della ristrutturazione, Rational Choice Theory, Crime Pattern Theory, etc.), che unitamente all’analisi socio-criminologica delle condotte devianti ed all’analisi vittimologica, costituiscono il necessario bagaglio per darne una lettura appropriata.

Oggi si avvale di strumenti come il GIS (Geographic Information System), sul quale non mancheremo di soffermarci.

 In un articolo di oggi apparso su la Repubblica, a firma di Erico Franceschini, viene data notizia della possibilità, offerta ai cittadini inglesi e del Galles, di richiedere ed ottenere le Crime Maps relative alla distribuzione geografica del crimine e di atti anti-sociali commessi nelle città di residenza.

 Il sito di riferimento, segnalato dall’articolo, è questo (per la verità ve ne sono altri, sui quali mi intratterrò nei prossimi post).

 Franceschini segnala che nelle mappe digitali di cui trattasi, messe ora a disposizione dei cittadini, è possibile avere il seguente dettaglio:

 

«I puntini gialli indicano “comportamenti anti-sociali”, ossia teppismo, graffiti, schiamazzi e simili. I puntini blu rivelano danni a cose o persone: dal furto allo stupro all’omicidio. I puntini rossi segnalano danni a un autoveicolo, per rubare qualcosa all’interno o per portarselo via tutto intero. Cliccando su un’apposita finestra, si possono ottenere informazioni più specifiche, sulla natura del crimine, sul numero dei reati commessi in una determinata strada o in un certo quartiere, sulle statistiche negli anni precedenti, in modo da verificare se la criminalità in un’area è in crescita o se sta diminuendo».

 

Si ha, in pratica, una diffusione di informazioni, prima solitamente in mano alle sole forze dell’ordine, alla società civile. I cittadini, infatti, possono ottenere sul propio PC in formato digitale le informazioni dettagliate sulla distribuzione territoriale di atti criminali ed antisociali, che possono consultare a propria discrezione, in perfetta trasparenza.

 

Questa condivisione del patrimonio informativo con la popolazione determina problemi nuovi, che la società dell’informazione deve ora affrontare e gestire. Il tema è legato anche alle scelte politiche e giuridiche da adottare al riguardo.

 

L’articolo di Franceschini riassume i principali aspetti che entrano maggiormente in rilievo nel novero delle preoccupazioni emerse nel Regno Unito:

 

1) timore di un uso strumentale del crime mapping da parte dei criminali

 

Si teme che la diffusione delle mappe del crimine possano essere usate dagli stessi criminali per l’individuazione degli obiettivi più appetibili.

 

«Qualcuno, per esempio, teme che criminali e delinquenti siano trai primi a utilizzarle, per individuare con precisione gli obiettivi da colpire: se in una strada avvengono molti reati, e se il loro numero aumenta di anno in anno, significa infatti che ci sono bersagli da derubare o da sfruttare e che probabilmente la polizia non riesce a fare molto per proteggere la cittadinanza in quell’area. E’ una preoccupazione espressa da Simon Reed, vicepresidente della Police Federation, l’associazione che riunisce i diversi corpi di polizia nazionali: “C’è il rischio che una zona ad alto numero di crimini diventi ancora più pericolosa e ancora più oggetto di azioni criminali”.»

2) timore di stigmatizzazione e di ghettizzazione di aree urbane geograficamente delimitate (e di chi vi risiede)

3) timore di ripercussioni economiche sul valore degli immobili presenti nelle aree percepite come aree «a rischio»

 

Tali preoccupazioni sono esposte, nell’articolo, là dove si legge che

 

«Un secondo timore è che, studiando le mappe, la gente scelga di evitare le aree ad alto tasso di criminalità, stigmatizzandole e contribuendo a trasformarle in ghetti.

(…)

Da questo timore ne consegue un secondo, di carattere economico, cioè che le mappe facciano scendere il valore degli immobili nelle strade catalogate ad alto rischio di criminalità, commenta James Scott-Lee, portavoce dell’istituto nazionale per la mappatura e le statistiche».

 

Vengono però illustrati anche i possibili rimedi:

 

A) le informazioni legate alla diffusione del crime mapping andrebbero accompagnate anche da un’azione di informazione ed alfabetizzazione dell’opinione pubblica, al fine di consentire alla popolazione di avere anche le chiavi di lettura dei dati estraibili dalle mappe digitali rappresentative degli atti criminali ed antisociali.

 

Così, Franceschini riporta, nel suo articolo, che

 

“Informazioni del genere andrebbero spiegate all’opinione pubblica in maniera da evitare un eccessivo impatto negativo o una sbagliata percezione del crimine in una certa area”, osserva Reed.

 

B) occorre poi, secondo un’altra prospettiva, che il crime mapping, se diffuso alla popolazione, contenesse anche altre informazioni in grado di bilanciare, nell’opinione pubblica, il rischio di stigmatizzazione sopra evidenziato ed, al contempo, giudicare l’operato delle forze di polizia.

 

Proseguendo nella lettura dell’articolo si legge:

 

Altri suggeriscono che le mappe contengano in futuro anche informazioni sul numero degli arresti e delle operazioni condotte con successo dalla polizia per smantellare attività criminali o arrestare individui sospetti, per dimostrare non soltanto i problemi causati dal crimine ma pure i successi delle forze dell’ordine nel combatterlo, così rassicurando la popolazione.

L’opinione di Vernon Coaker, ministro per la Polizia, è che in ogni caso la mappatura del crimine rafforza il potere delle comunità e permette alla gente di meglio giudicare l’operato delle forze dell’ordine: “Quando la polizia stabilisce le sue priorità nella lotta al crimine, le mappe offrono alla popolazione l’opportunità di far sentire meglio la propria voce”, ovvero di sostenere per esempio che una priorità è sbagliata, che bisognerebbe impiegare più uomini e più risorse per combattere un certo tipo di reati in una determinata zona della città, piuttosto che in un’altra. Sarebbero, insomma, uno strumento di maggiore democrazia in mano ai cittadini.

 

Emerge, dalle preoccupazioni riportate da Franceschini, un quadro in cui sicuramente la società deve confrontarsi con l’impatto sollevato dall’uso delle tecnologie, per evitare, anche in questo caso, di subirne gli effetti senza essere preparata ad affrontarli. 

 

Si vedono chiaramente, in questo caso come in altri che più tipicamente contraddistinguono l’information society, gli effetti socio-economici dell’uso delle nuove tecnologie, che devono far riflettere sulle politiche dell’innovazione e sulle relative sulle soluzioni giuridiche da adottare.

 

Le crime maps vanno lette non solo nella loro dimensione spaziale, ma anche in quella temporale e, sicuramente, non disgiuntamente dai dati di carattere più tipicamente socio-criminologico legati sia alle caratteristiche di un determinato territorio, sia alle peculiarità del comportamento illecito preso in considerazione nella rappresentazione geografica dei comportamenti devianti, sia, infine, all’analisi vittimologica degli «obiettivi» colpiti dalle condotte criminali.

La Memristor al posto della RAM

pc_brain2 Ho già avuto modo di segnalare le due innovazione del 2008 che mi hanno colpito di più tra quelle apparse nella top-ten stilata dal Wired.

Dopo essermi soffermato sui Chip edibili, in questo post riprendo il discorso per qualche spunto di riflessione sull’invenzione delle Memristor.

Frutto di ricerche effettuate presso i laboratori di HP, le Memristor (ovvero «Memory Resistor») sono destinate a soppiantare le RAM, attualmente in uso su ogni computer. A differenza di queste ultime, le Memristor consentono di mantenere in memoria i dati trattati ed i processi effettuati dal computer prima dell’operazione di spegnimento.

A parte il recupero in termini di efficienza (per via del fatto che l’accensione del PC sarà istantanea, senza necessità di attendere gli attuali lunghi tempi di avvio), ciò che più mi colpisce è la possibilità di replicare una delle caratteristiche fondamentali del cervello umano: mantenere la memoria di ciò che si sta facendo, senza dover ripartire sempre da capo.

Le Memristor, infatti, sono una sorta di RAM non volatile, che consente di riprendere l’operatività del PC dal medesimo punto in cui lo si è lasciato. Le applicazione che ne possono derivare sono molteplici ed al limite del futuribile.

Questo tipo di tecnologie lascia ampio spazio alle applicazioni cibernetiche e robotiche, volte a replicare le funzionalità del cervello umano o del comportamento umano (sul tema si veda, ad esempio, il Programma SyNAPSE del DARPA, di cui ha fatto il resoconto Luca Annunziata su Punto-Informatico).

Con questa premessa, ripromettendo di proseguire il discorso sull’evoluzione delle tecnologie per discutere su come si sta evolvendo la nostra società (Information Society) e su come andrebbe affrontato il discorso giuridico per regolamentarla (ICT Law), riporto di seguito i passaggi che più mi hanno colpito dell’articolo della rivista Wired sulle Memristor, lasciandovi al link che vi ho segnalato per una lettura completa:

Researchers at HP Labs have built the first working prototypes of an important new electronic component that may lead to instant-on PCs as well as analog computers that process information the way the human brain does.

(…)

Researchers believe the discovery will pave the way for instant-on PCs, more energy-efficient computers, and new analog computers that can process and associate information in a manner similar to that of the human brain.

According to R. Stanley Williams, one of four researchers at HP Labs’ Information and Quantum Systems Lab who made the discovery, the most interesting characteristic of a memristor device is that it remembers the amount of charge that flows through it.

Indeed, Chua’s original idea was that the resistance of a memristor would depend upon how much charge has gone through the device. In other words, you can flow the charge in one direction and the resistance will increase. If you push the charge in the opposite direction it will decrease. Put simply, the resistance of the devices at any point in time is a function of history of the device –- or how much charge went through it either forwards or backwards. That simple idea, now that it has been proven, will have profound effect on computing and computer science.

“Part of what’s going to come out of this is something none of us can imagine yet,” says Williams. “But what we can imagine in and of itself is actually pretty cool.”

For one thing, Williams says these memristors can be used as either digital switches or to build a new breed of analog devices.

For the former, Williams says scientists can now think about fabricating a new type of non-volatile random access memory (RAM) – or memory chips that don’t forget what power state they were in when a computer is shut off.

That’s the big problem with DRAM today, he says. “When you turn the power off on your PC, the DRAM forgets what was there. So the next time you turn the power on you’ve got to sit there and wait while all of this stuff that you need to run your computer is loaded into the DRAM from the hard disk.”

With non-volatile RAM, that process would be instantaneous and your PC would be in the same state as when you turned it off.

Scientists also envision building other types of circuits in which the memristor would be used as an analog device.

Indeed, Leon himself noted the similarity between his own predictions of the properties for a memristor and what was then known about synapses in the brain. One of his suggestions was that you could perhaps do some type of neuronal computing using memristors. HP Labs thinks that’s actually a very good idea.

“Building an analog computer in which you don’t use 1s and 0s and instead use essentially all shades of gray in between is one of the things we’re already working on,” says Williams. These computers could do the types of things that digital computers aren’t very good at –- like making decisions, determining that one thing is larger than another, or even learning.

While a lot of researchers are currently trying to write a computer code that simulates brain function on a standard machine, they have to use huge machines with enormous processing power to simulate only tiny portions of the brain.

Williams and his team say they can now take a different approach: “Instead of writing a computer program to simulate a brain or simulate some brain function, we’re actually looking to build some hardware based upon memristors that emulates brain-like functions,” says Williams.

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