Ibridazione uomo-macchina

Cyborg. Braccia artificiali controllate con la mente installate su paziente

Un paziente che aveva perso le braccia a seguito di un incidente ha ora la possibilità di utilizzare braccia e mani artificiali, collegate con il proprio sistema nervoso, comandate direttamente con gli impulsi provenienti dal proprio cervello. L’esito, positivo, è stato possibile grazie ad un intervento chirurgico di reinnervazione muscolare mirata. Dagli esperimenti scientifici (e la memoria va a quelli di Kevin Warwick - sin da Cyborg 1.0 del 1998 e Cyborg 2.0 del 2002) si passa dunque alle applicazioni operative, su pazienti, che per la verità non sono nuove, ma si stanno iniziando a sviluppare ora con maggiore frequenza. Il risultato medico è notevole. Un altro passo verso l’era dei cyborg.

Fabio Bravo | www.fabiobravo.it

Arti bionici: dalla ricerca alla vita quotidiana. Problemi applicativi e responsabilità tra biotecnologie, bioetica e diritto

Ricorderete gli esperimenti cibernetici di Kevin Warwick, con il progetto “Cyborg”, che si era fatto impiantare un chip sotto pelle e, collegato con le proprie terminazioni nervose, era riuscito, tramite il pensiero, a comandare un bracio meccanico ed a spostare una sedia a rotelle.

Accanto a queste invezioni vi sono due percorsi: da una parte si tenta di aiutare nelle difficoltà quotidiane chi deve fare i conti con delle menomazioni fisiche; dall’altra parte v’è anche chi ipotizza la nascita dell’uomo bionico, come una sorta di evoluzione rispetto all’uomo normodotato. Con le nuove tecnologie, infatti, per la prima volta le applicazioni artificiali di tipo cibernetico possono portare veramente all’avvento dei cyborg, in parte uomoni e in parte robot, in grado di avere prestazioni superiori rispetto all’uomo senza ibridazioni robotiche.

Insomma, l’ibridazione uomo-macchina è realtà e può consentire, invero, una vista ed un udito migliori, una velocità di corsa superiore, una forza maggiore e così via, a seconda della tecnologia di cui si fa uso.

C’è chi ipotizza come normale il fatto che persone priva di handicap e di disfuzioni possano ricorrere volontariamente all’ibridazione con macchine, per diventare volontariamente cyborg o super-uomini, dotandosi di super-poteri.

C’è anche chi, proseguendo su questa scia, pensa che l’uomo ibridato sia destinato a sostituire l’uomo non ibridato, nella linea evolutiva, per cui quest’ultimo, in buona sostanza, sarebbe una specie non evoluta del primo. L’uomo ibridato, divenuto cyborg per scelta o per necessità, sarebbe in questo senso un soggetto superiore, dominante, rispetto a chi non sarà disposto ad ibridarsi.

Warwick ipotizzava che presto il sistema consentirà, ad esempio, di guidare un’automobile con la sola forza del pensiero.

Un recente fatto di cronaca, purtroppo tragico, segna l’evidenza di come le visioni che appaiono fantascientifiche siano più reali di quanto non si possa pensare.

Un articolo apparso sul Corriere della Sera a firma di Elmar Burchia, dal titolo “Muore in un incidente il primo uomo con arto bionico adatto alla guida“, si sofferma sul caso di

Christian Kandlbauer, un ragazzo austriaco di 22 anni al quale furono amputate entrambe le braccia (…)

Precisando che

è stato (…) il primo paziente europeo a ricevere un arto bionico comandato direttamente dal cervello.

Si tratta di speciali protesi tecnologiche, con ibridazione uono-macchina:

il suo arto sinistro era un robot metallico con tanto di cavi, microchip e caricabatteria. La protesi super-tecnologica da diversi milioni di euro imitava in modo stupefacente un arto naturale. Con quel braccio bionico guidato dal pensiero, un prodigio della tecnica, il giovane aveva ritrovato un’esistenza normale: aveva ricominciato a lavorare e guidare.

Ed ancora:

i medici della Technische Universität di Graz assieme agli ingegneri della società Otto Bock, specializzata in tecnologia medica, gli applicarono due speciali protesi.

Il dato soprendente, che distingue l’ibridazione uomo-macchina dalle altre protesi non cibernetiche risulta proprio nell’interazione tra sistema nervoso, impulsi cerebrali e animazione della protesi, con possibilità di innescare flussi non solo in uscita (cervello-terminazioni nervose-chip-braccio robotico), al fine di comandare il movimento della protesi attraverso gli impulsi cerebrali, ma anche in entrata (braccio robotico, chip, terminazioni nervose, cervello), al fine di restituire al soggetto la percezione del movimento.

Così prosegue l’articolo:

Con il braccio sinistro riusciva di nuovo a sentire; l’arto bionico era anche in grado di riconoscere la volontà del soggetto ed eseguire gli ordini motori del cervello in tempo reale.

L’avvento della cibernetica e l’ibridazione uomo-macchina, che rende l’uomo un cyborg, porta anche problemi giuridici di non poco conto.

Tra questi v’è anche il profilo delle responsabilità per i disfunzionamenti dei risultati dell’ibridazione.

Il giovane con il braccio bionico comandato dal cervello, che era riuscito a superare l’esame per il rilascio della patente con l’arto artificiale, purtroppo ha avuto martedì scorso un incidente con la propria automobile, perdendo la vita.

Nell’articolo si precisa che

La polizia stradale ha spiegato che è impossibile affermare se l’incidente sia stato causato da un problema di controllo degli arti artificiali del giovane.

La vicenda fa però comprendere le seguenti cose:

a) l’avvento dei cyborg non è finzione filmica, non è fantascienza cinematografica, ma è realtà;

b) la reale presenza di cyborg deve farci riflettere sulle questioni bioetiche connesse all’ibridazione uomo-macchina, anche in ragione alle teorie, discusse, che intravedono nel ricorso volontario alle tecnologie ibridanti (cyborg per scelta) il nuovo anello della catena evolutiva umana, destinato a soppiantare quello attuale. Possono apparire distanti, ma il progresso scientifico e tecnologico galoppante porteranno presto, forse nei prossimi decenni, a paventare come serio il rischio connesso ad ideologie inneggianti a razze o specie superiori;

c) la reale presenza dei fenomeni ibridativi uomo-macchina (cyborg) deve farci riflettere anche sui problemi giuridici connessi al funzionamento o al disfunzionamento di queste nuove tecnologie ed al regime giuridico di responsabilità per danni arrecati ai soggetti ibridati, ai prossimi congiunti ed a soggetti terzi.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Information Society & ICT Law

Ibridazioni uomo-macchina. Ancora sul dialogo tra chip e neuroni (l'attenzione del mondo industriale: Intel e Toyota)

Su La Stampa è apparso un articolo dal titolo “Chip nei neuroni per comandare computer e TV“, in cui vengono dipinte come fossero una novità la ricerce di Intel e, poi, di Toyota.

Si legge nell’articolo, infatti, che

Lo scenario da fantascienza si apre grazie alle ricerche che sta compiendo la Intel. L’azienda elettronica americana sta studiando di impiantare nel cervello umano un chip capace di trasformare le onde del nostro cervello in impulsi elettrici per dialogare con le apparecchiature elettroniche.

Ancora, nel medesimo articolo viene altresì riportato che 

Nei laboratori Toyota, gli scienziati hanno realizzato un modello di sedia a rotelle che viene controllata direttamente con il cervello.

Come fatto presente in altri post su questo blog, le ricerche sull’ibridazione uomo-macchina, sulla possibilità di comandare  apparecchi elettronici, mano robotiche e sedie a rotelle (ed in futuro anche automobili) mediante impulsi cerebrali non rappresentano una novità assoluta, ma sono il frutto di un’attività che impegna da tempo illustri esponenti del mondo accademico, tra cui, sicuramente il più noto, Kevin Warwick, Professore di Cibernetica all’Università di Reading (cfr. il progetto “Cyborg 1.0″ del 1998 e “Cyborg 2.0″ del 2002)

L’articolo de La Stampa è interessante perché ci rimarca come l’attenzione dell’industria (Intel, Toyota) sia destinata a rendere operante lo scenario finora realizzato nei laboratori delle università.

Non si tratta di fantascienza, ma di realtà non conosciuta ai più.

E’ importante ragionare su questi temi, illustrarli e pensare come affrontarli. Occorre anche in questo caso una convergenza interdisciplinare, in grado di analizzare e prevedere gli effetti sociali dell’introduzione di tali tecnologie, quando saranno su larga scala, per poi sindacare le soluzioni giuridiche con il supporto di tutte le scienze utili a comprendere quale tipo di modernizzazione vogliamo per la nostra società (mi riferisco all’etica, alla filosofia, alla sociologia e, ovviamente, alla politica ed al diritto). 

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Cyborg e mano bionica. Un altro passo avanti

L’integrazione unomo-macchina ha fatto ulteriori passi avanti.

Una ricerca condotta dall’Università di Lund, in Svezia, e dalla Scuola Superiore di Sant’Anna di Pisa, ha realizzato la SmartHand, una mano robotica che ha il pregio di restituire al soggetto che se ne avvale la percezione tattile.

Ecco il link alla pagina del progetto, ove recuperare le informazioni tecnico-scientifiche e i contatti.

Viene spiegato in un articolo di Ketty Areddia per Il Corriere della Sera, dal titolo “La mano bionica che sente la presa“, che

Finora, la robotica aveva inventato arti elettronici che, per quanto precisi, erano poco più che pinze mosse dalla contrazione dei muscoli del braccio. Oggi, invece, grazie ad alcuni sensori (40 per la precisione) e a quattro piccoli motori elettrici, le dita artificiali restituiscono al cervello la sensazione di spinta e la consistenza di un oggetto.

(…)

Spiega il meccanismo Christian Cipriani, ingegnere dell’Arts Lab di Pisa, guidato dalla professoressa Maria Chiara Carrozza: «Noi del Sant’Anna abbiamo sviluppato la mano robotica, un sistema in grado di afferrare gli oggetti e allo stesso tempo con un elevato numero di sensori, che rilevano la posizione delle dita (detta propriocezione) e misurano le interazioni con il mondo esterno. Quello che è cambiato rispetto alle mani robotiche inventate finora, è l’interfaccia sensoriale. Abbiamo, cioè applicato al moncone dei micromotori primordiali che, ad esempio, appena la mano artificiale tocca una bottiglia, spingono a livello superficiale su alcuni punti dell’arto cosiddetto “fantasma” e inviano così al cervello la sensazione del tatto».

Il funzionamento della SmartHand si basa sul ricordo cerebrale della mano mancante.

A tal riguardo nell’articolo citato si precisa che

Dopo un’amputazione, infatti avviene un rimappamento cerebrale, per cui alcuni punti dell’arto rimasto corrispondono al mignolo, altri all’anulare etc… In pratica, all’amputato rimane la sensazione della mano, anche se la mano non c’è più, perché è ancora presente nel nostro cervello. «Restituire la sensazione del tatto a una mano artificiale è importante, perché per quanto sofisticati siano gli arti artificiali non è facile muoverli in maniera controllata, se non si ha la percezione di quello che si fa», aggiunge Cipriani.

 L’intervista rilasciata da un giovane al quale la mano robotica è stata installata e sperimentata rivena il suo enorme entusiasmo, riportato ancora una volta da Ketty Areddia,

«È incredibile, quando afferro un oggetto duro riesco a sentirlo sulla punta delle dita, ed è strano visto che le dita non le ho più – ha commentato entusiasta Robin quando ha indossato la nuova mano -. Riesco anche a controllare molto meglio il mio movimento, visto che percepisco meglio quello che sto facendo».

La ricerca si colloca sul filo di una sperimentazione legata da un unico filo conduttore: quello che vede non solo l’interazione ma anche l’integrazione tra l’uomo e la maccina, mirando ad una ibridazione bionica che possa restituire all’uomo le funzionalità mancanti e, secondo altre prospettazioni, far accrescere nell’uomo “normale” le funzionalità, come in una sorta di evoluzione della specie umana.

Si veda, in proposito, anche la sperimentazione condotta da Kevin Warwick, a cui avevo fatto cenno nel post “Ibridazione uomo-macchina. L’avvetno dei Cyborg“.

Kevin Warwick aveva fatto ricorso all’impiantologia per innestare sul proprio sistema nervoso un chip sottocutaneo con cui riusciva a comandare, attraverso impulsi cerebrali, il movimento di una mano e, con sperimentazione successiva, aveva anche sondato la possibilità di feedback in entrata, estendendo il progetto alla comunicazione umana cervello-cervello senza l’intermediazione del linguaggio, mediata dagli impulsi cerebrali in entrata ed in uscita che due soggetti potevano scambiarsi interagendo ciascuno direttamente attraverso il chip installato sulle terminazioni nervose del proprio braccio.

Con riferimento alla mano robotica del progetto SmartHand, invece, l’articolo evidenzia la futura evoluzione proprio nel senso della realizzazione dell’ibridazione uomo-macchina, al fine di installare chirurgicamente i sensori e gli elettrodi con le terminazioni nervose del soggetto che ospita l’arto artificiale.

Nell’articolo del Corriere, infatti, si precisa testualmente che

Gli esperimenti condotti finora non sono stati invasivi, non hanno cioè previsto un intervento chirurgico, ma in futuro si spera che l’applicazione della SmartHand sia fatta a livello neurale, impiantando degli elettrodi nel sistema nervoso periferico dell’arto residuo.

L’importanza di queste ricerche si accompagna però ad un dilemma etico, dato che è sicuramente positivo l’utilizzo delle ricerche scientifiche per restituire un arto o un organo a chi l’ha perso, mentre è di più incerta collocazione (nel dibattito etico e scientifico, ma anche giuridico e sociale) il ricorso volontario della tecnologia bionica, con ibridazione uomo-macchina, per chi non ha perso alcuna funzionalità, ma ha solamente il desiderio di avere nuove potenzialità da sfruttare, reputando tali opportunità come parte dell’anello evolutivo della specie umana, che assiste all’avvento del super-uomo (Übermensch).

Sul tema ritornerò per tenere alto l’interesse alle problematiche sottese, da affrontare con un approccio interdisciplinare.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

 

 

 

 

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