Gruppo di Facebook contro Bambini Down

Identificato dalla Polizia (postale e) delle comunicazioni di Roma l'autore del Gruppo contro i bambini down

In alcune precedenti post (cfr. 123) avevo ripreso la notizia sconcertante relativa all’apertura ed immediata chiusura del Gruppo su Facebook che inneggiava al “tiro al bersaglio contro i bambini down”.

Mi ero permesso di dissentire da chi si lamentava della eccessiva enfasi mediatica alimentata intorno alla notizia. S’è detto che il fenomeno non merita risalto mediatico perché si tratta di troll e darebbe adito a processi imitatori, innescando pericolose reazioni.

Mi è sembrato utile, invece, che se ne parlasse per diversi motivi:

a) perché in tal modo l’intervento della polizia è stato immediato ed ha consentito la rimozione altrettanto immediata del materiale illecito.

L’enfasi mediatica ha consentito l’immediato intervento della polizia (postale e) delle comunicazioni, pressoché contestualmente alle segnalazioni indignate degli utenti. Si ricorderà, invece, che per il caso del video del bambino “down” diffuso tramite GoogleVideo/YouTube, le autorità pubbliche italiane, stando alle notizie giornalistiche, hanno richiesto la rimozione del video alla società che gestiva la piattaforma di videosharing solamente dopo diversi mesi dalle prime segnalazioni provenienti dagli utenti, con la conseguenza che il video è rimasto per diversi mesi on-line in cima alle classifiche dei video “divertenti” più clickati, senza che nessuno provvedesse a rimuoverlo.

Nel caso del gruppo di Facebook “Giochiamo al tiro al bersaglio contro i bambini down”, invece, a fronte dell’intervento tempestivo della polizia la società che gestisce Facebook, con sede in California, si è immediatamente attivata rimuovendo le pagine in questione pochi giorni dopo la loro apertura (forse in considerazione della nota condanna riportata dai dirigenti Google per il caso del video del ragazzo disabile);

b) perché l’immediato intervento della polizia delle comunicazioni, sollecitato anche dall’attenzione mediatica, avrebbe consentito di reperire con immediatezza le prove informatiche utili a fini investigativi per l’individuazione dei responsabili, così come di fatto è avvenuto;

c) perché il clamore mediatico può scongiurare il fenomeno imitatorio connesso ai troll se passa l’idea che i responsabili, su Internet, possono essere individuati. Non basta nascondersi dietro un nickname per garantirsi l’immunità, in quanto generalmente  è possibile, sotto il profilo tecnico, risalire all’utenza utilizzata per connettersi ad Internet e commettere l’illecito.

E’ notizia recente, diffusa da Il Giornale, che sia stato individuato l’autore del Gruppo contro i bambini down (in realtà erano due, operanti con il nickname “il vendicatore mascherato” e “il signore della notte”, ma dall’informazione giornalistica, un pò succinta, non si riescono a rinvenire molti particolari. Ritengo dunque che le indagini proseguiranno).

Dall’articolo citato si legge:

Identificato dalla polizia l’autore della pagina web apparsa su Facebook, intitolata “Giochiamo al bersaglio con i bambini down”, che circa due settimane fa aveva destato scalpore in tutta Italia. Ieri i poliziotti hanno eseguito una perquisizione domiciliare in una abitazione di una località isolata nei pressi di Roma.

(…)

Con riferimento alle caratteristiche dell’autore, oltre all’ubicazione della sua abitazione (in località isolata nei pressi di Roma), emerge che

Si tratta di un cingalese di 19 anni, palesemente affetto da disturbi comportamentali e ancora sottoposto a trattamento ed assistenza psichiatrica (…)

Ai fini investigativi è interessante anche il riferimento all’ammissione di responsabilità, dato che il soggetto, raggiunto dalla polizia

(…) ha ammesso senza alcuna esitazione le proprie responsabilità. Si è giustificato affermando di avere creato un gruppo con denominazione omonima a quella della pagina web, per promuovere adesioni al gruppo, utilizzando lo stratagemma del cosiddetto “trolling”, che spinge gli utenti a creare gruppi originali su Facebook per ottenere il maggior numero di iscritti.

Sono di interesse anche i particolari relativi alla conduzione dell’indagine:

È stato denunciato alla Procura per istigazione a delinquere. Sequestrato dagli agenti un ingente quantitativo di materiale informatico che è tuttora al vaglio degli investigatori. L’operazione è stata eseguita dal servizio polizia postale e delle comunicazioni di Roma e dal compartimento polizia postale e delle comunicazioni di Catania, nell’ambito delle indagini delegate dalla Procura di Catania.

Mi aspetterei, ora, che la notizia venisse diffusa con la stessa enfasi con cui è stata accolta la vicenda in ordine all’apertura e chiusura del Gruppo “Giochiamo al tiro al bersaglio contro i bambini down”.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Modalità operative per la chiusura del Gruppo su Facebook contro i bambini down e indagini della polizia (postale e) delle comunicazioni

Il noto caso dell’apertura, su Facebook, di un gruppo dal titolo “Facciamo il tiro al bersaglio con i bambini down”, rimosso in pochi giorni, pone (al di là del tema se sia opportuno dare risalto alla notizia o esprimere pubblicamente la propria indignazione) il problema di come procedere, su Internet, alla rimozione dei contenuti illeciti.

I problemi maggiori sussistono nel caso in cui il materiale sia collocato su server posizionati all’estero, proprio come nel caso di pagine aperte su Facebook, il cui server si trova, normalmente, in California ove ha sede la società che gestisce il popolare social network.

Ricorderete il caso di The Pirate Bay, in cui, a fronte di un’attività considerata illecita dalle autorità italiane praticata su server collocati in Svezia, l’autorità giudiziaria ha provveduto ad emanare un provvedimento di sequestro preventivo accompagnato da un’inibitoria a tutti gli Internet Service Providers italiani fornitori di collettività. Con tale provvedimento, al di là della reale apprensione materiale della res (il server collocato all’estero), che avrebbe richiesto la rogatoria internazionale, si è chiesto ai providers di inibire il traffico di rete verso il sito di The Pirate Bay.

Tale soluzione giuridica, recentemente confermata dalla Cassazione, al di là delle questioni giuridiche relative al fondato rischio di un sostanziale (ma non formale) aggiramento del principio di tassatività delle misure cautelari reali,  non offre ovvaimente adeguate garanzie tecniche di efficacia perché la soluzione inibitoria, che fa leva sul controllo tecnico della nagivazione degli utenti di Internet tramite la collaborazione dei providers, è facilmente aggirabile (ad esempio tramite un proxy server collocato all’estero) anche da parte di chi non ha particolari competenze tecniche, ma unicamente sulla base di un livello minimo di conoscenza acquisibile semplicemente navigando in rete.

Per il caso relativo al gruppo di utenti di Facebook contro i bambini d0wn, la prima reazione della Polizia delle comunicazioni (polizia postale e delle comunicazioni) è stata, nelle dichiarazione offerte alla stampa, di estrema cautela.

In un articolo apparso anche su il Mattino, ad esempio, si legge in proposito:

La Polizia postale: impossibile intervenire. «Queste sono cose purtroppo molto frequenti. Abbiamo parecchie segnalazioni di questo genere, sulle cose più disparate. Anche su Haiti non c’è stata pietà. Ma dobbiamo tenere presente che Facebook è all’estero ed è molto difficile muoversi in tempi rapidi». Dalla polizia postale rispondono così a chi segnala e denuncia il guppo choc su Facebook contro i bambini down. «Purtroppo in rete -confermano – è molto facile che uno dia sfogo ai bassi istinti perchè si sente protetto da una sorta di anonimato. È in parte è anche vero. Per l’oscuramento del gruppo ci vuole un provvedimento del magistrato e, dato che i server stanno all’estero, c’è bisogno di una rogatoria. A meno che non intervenga la società».

Le modalità operative su come si stia procedendo in questo caso sono state diffuse direttamente da Antonio Apruzzese, Direttore della Polizia delle comunicazioni, con dichiarazioni prontamente raccolte da Federico Cella e Virginia Piccolillo nel loro articolo scritto per il Corriere della Sera.

Infatti, quanto alla rimozione delle pagine incriminate, avvenuta in pochissimi giorni, si trova precisato che

(…) La «tempestività» della rimozione ha ottenuto il plauso unanime. Ma come è stato possibile raggiungere così in fretta un risultato altre volte rincorso invano?

COLLABORAZIONE DAGLI USA - «Su alcuni temi anche gli americani sono particolarmente sensibili», risponde il direttore della polizia postale, Antonio Apruzzese. «Solo il server, che è a Palo Alto, può decidere di rimuovere i gruppi. Noi li abbiamo allertati subito e contestualmente abbiamo avvertito l’autorità giudiziaria. Due procure, Catania e Pescara, stanno procedendo», aggiunge. L’ipotesi di reato potrebbe essere istigazione a delinquere. Ma per rintracciare i responsabili occorrerà sempre attendere elementi dalla California. Spiega Apruzzese: «Bisogna vedere quali tracce saranno riusciti a “congelarci” sul server. Il problema della rete è che è transnazionale. Quindi l’unica cosa che serve è la cooperazione tra Stati». La prova “congelata” attesa è la connessione del «vendicatore mascherato» come si definiva l’ideatore del gruppo.

Si vede, dunque, come la scelta immediata sia stata quella di ottenere la chiusura attraverso la collaborazione del providers.

Mi sembra che vi siano analogie e differenze rispetto al caso Google, con riguardo alla tempestività della rimozione del video che riporduceva le vessazioni al ragazzo disabile.

Come per Facebook, dalle notizie giurnalistiche ed in attesa della lettura delle motivazioni della sentenza resa dal Tribunale di Milano, anche Google aveva provveduto alla pronta rimozione del materiale a frotne della segnalazione delle autorità pubbliche italiane.

Tuttavia, mentre per il caso Google la rimozione pare sia avvenuta dopo molto tempo dalle segnalazioni spontanee degli utenti (per cui si potrebbe discutere se Google abbia colpevolmente omesso la rimozione pur a fronte della conoscenza dei contenuti illeciti del video comunicati dalle segnalazioni degli utenti indignati, che ne richiedevano la cancellazione), per il caso di Facebook la rimozione delle pagine del gruppo contro i bambini down è avvenuta in tempi rapidi anche con riferimento alle segnalazioni degli utenti.

C’è chi ha contestato il clamore mediatico verso tale notizia, con cui si dava risalto all’apertura del gruppo in questione, temendo che il clamore mediatico potesse esaltare l’azione del troll, un po’ come avveniva per i famosi sassi lanciati contro le auto dai cavalcavia.

Qui ci sono però profonde differenze da valutare.

Il clamore mediatico ha consentito l’immadiata attivazione della polizia delle comunicazioni, che ha portato alla altrettanto immediata rimozione delle pagine del gruppo di Facebook che incitavano provocatoriamente ad usare i bambini down come bersaglio nei poligoni di tiro.

Se vi fosse stata la medesima pronta reazione sociale (dei blog, degli utenti della rete, dei giornalisti) anche per il caso del video del ragazzo disabile probabilmente si sarebbe avuta l’immediata attivazione della polizia, contestualmente alle segnalazioni degli utenti a Google, e altrettanto probabilmente, avremmo assistito all’immediata rimozione del video (rimasto invece diversi mesi on-line in cima alle classifiche dei “video divertenti” più clickati), con ogni conseguenza in ordine alle ipotesi di incriminazione dei dirigenti di Google.

Questo è un passaggio importantissimo, perché è proprio qui il discrimine attuale della responsabilità del provider. Dottrina e giurisprudenza (e, de jure condendo, anche il legislatore) devono dialogare per fissare criteri interpretativi certi sulle norme in materia di responsabilità del provider. I confini della responsabilità non sono così scontati. Basta porsi delle domande, alcune ironiche, altre no, per rendersene conto.

Occorre necessariamente la richiesta dell’autorità giudiziaria o delle forze di polizia o di altra autorità pubblica o è sufficiente la segnalazione degli utenti? E in questo secondo caso, come può apprezzarsi la consocenza dell’illecito nei casi in cui, ad esempio, un soggetto espone una critica e l’altro la percepisce come una diffamazione? Chi decide, continuando nell’esempio, sul bilanciamento tra diritto di critica e di manifestazione del pensiero e tutela dell’onore e della reputazione lesa da una possibile diffamazione? A seconda di come si va a delineare la responsabilità del provider, è noto, potrebbe acuirsi il rischio di un attenggiamento censorio del provider, che, per evitare sanzioni, potrebbe essere indotto alla rimozione dei contenuti a prescindere dalla segnalazione delle pubbliche autorità ed a prescindere dall’analisi nel merito in ordine alla effettiva illiceità dei contenuti.

Ma v’è dell’altro.

La collaborazione tra autorità giudiziaria e di polizia, da una parte, e provider, dall’altra, sta consentendo di ottenere la documentazione utile per l’individuazione e la repressione degli illeciti.

E’ avvenuto con Google, per il caso del video del ragazzo disabile vessato, che ha portato alla documentazione dell’illecito ed all’individuazione dei responsabili, nei cui confronti si è mosso l’apparato giudiziario (non solo nei confronti dei ragazzi autori materiali dell’illecito, ma anche nei confronti dell’insegnante).

Sta avvenendo anche con Facebook per il caso del Gruppo di utenti contro i bambini down.

Qui entra in gioco non solo la collaborazione internazionale, ma anche l’individuazione di best practices di compuer forensics che siano in grado di far individuare, acquisire e conservare correttamente le prove informatiche necessarie per la repressione dell’illecito, per l’individuazione dei responsabili, per la tutela della vittima in via risarcitoria.

Il clamore mediatico, in tal caso, ben venga, perché deve passare l’idea che l’anonimato del “vendicatore mascherato” e del “signore della notte” è solo apparente. Il sistema, sicuramente da affinare, consente l’individuazione dei responsabili attraverso l’uso di appropriate tecniche investigative.

Non va dimenticato, poi, che se è vero che i server si trovano all’estero, è anche vero che probabilmente gli autori dell’illecito sono italiani e hanno agito in Italia, così come in Italia sono ricaduti gli effetti. Significativi in tale senso sono l”uso della lingua italiana e la partecipazione (per condivisione o per reazione) di utenti italiani al gruppo in questione.

Le informazioni sulla prova digitale “congelata”, che ci si aspetta venga acquisita sul server americano e trasferita alle autorità italiane, consentirà (se acquisita correttamente) di procedere nei confronti dei responsabili al di là del nickname utilizzato per mascherare l’identità.

Seguiremo quindi insieme questo caso, interessante anche scientificamente.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Un indizio sulle possibili motivazioni dei fondatori del Gruppo di Facebook contro i bambini down

In questi giorni è stato aperto e chiuso il “Gruppo” della vergogna, quello attivato su Facebook ed avente per titolo “Giochiamo al tiro al bersaglio con i bambini down”.

Ne avevo già parlato con riguardo alle prospettive di risarcimento del danno.

Il caso sta facendo molto clamore.

A leggere gli articoli apparsi on-line, ad esempio quello de La Stampa, viene riportato che

Il gruppo (…) si è collocato nella categoria “Salute e benessere”. Fondatori e amministratori: “Il signore della notte” e “Il vendicatore mascherato”. Indirizzo e dati, ovviamente, sono di fantasia, in linea con lo “stile” del gruppo.

I nickname, a mio avviso, sono importanti per tentare di capire qualcosa in più.

Il sito è stato aperto e chiuso in poco tempo, praticamente nel giro di un giorno lavorativo, come ha precisato Anna Masera, considerando la domenica in mezzo.

Dunque, tutto in un week-end.

Sembra che l’azione posta in essere sia un’azione mediatica, di comunicazione, volta ad esprimere qualcosa che vada oltre alla gratuita offesa alal dignità dei bambini down.

Innanzitutto v’è da considerare la collocazione temporale.

Il sito è apparso nei giorni immediatamente precedenti a quello in cui è prevista la celebrazione dell’ultima udienza nel processo penale a carico di quattro dirigenti di Google, innanzi al Tribunale di Milano (24 febbraio 2010). Nell’ambito di tale processo un ruolo centrale è stato svolto dall’associazione Vividown, costituitasi parte civile insieme al Comune di Milano.

Si ricorderà che la costituzione di parte civile era dovuta al fatto che nel video incriminato uno dei ragazzi che vessava il compagno disabile aveva citato l’associazione Vividown in un contesto ravvisato da quest’ultima come diffamatorio.

Ebbene, la costituzione di parte civile dell’associazione, così come quella del Comune, non è stata ritirata neanche dopo la decisione, da parte della famiglia del ragazzo vessato, di ritirarsi dal processo per non subire gli effetti connessi al clamore mediatico delal vicenda.

Il ruolo giocato dall’associazione Vividown ed il risalto dato dagli autori del video all’associazione medesima nel filmato mandato in onda sulla nota piattaforma di videosharing ha fatto sì che il ragazzo disabile venisse inizialmente indicato come un ragazzo down, benché in realtà sia un soggetto autostico.

Ebbene, il nickname “Il signore della notte” sembrerebbe qusi alludere alla collocazione temporale dell’evento mediatico, come se dovesse celebrarsi in una notte o, meglio, come se si dovesse agire di notte per assistere, nel giorno dopo, al clamore suscitato dall’azione mediatica, in attesa della rimozione che in fin dei conti anche gli autori si aspettavano.

Che l’interpretazione di un simile gesto possa essere ravvisato nel richiamo dell’attenzione mediatica sul caso Google / Vividown emerge con un indizio meno evanescente da un altro elemento.

Il secondo nickname è “Il vendicatore mascherato”.

Mascherato, si capisce, allude al fatto che si vuole celare la propria identità nella “vendetta” proclamata; ma vendetta per che cosa? Da chi? Per quale ragione?

L’uso del termine “vendicatore” sembra, cioè, in linea con l’ipotesi che si sia voluto esprimere il dissenso aperto verso il rischio di incriminazione di “Google”, emblema di Internet nel suo complesso e, nel caso specifico, realizzatore dei diffusissimi servizi di videosharing (GoogleVideo, YouTube), che con l’esito del giudizio penale in corso potrebbero essere drasticamente compromessi per il mercato penale, in caso di condanna.

Non è un caso, mi sembra, che il Gruppo del “signore della notte” e del “vendicatore mascherato” abbiano indirizzato l’attenzione verso i bambini down e non verso i down in generale.

Non mi sembra, cioè, che abbia pesato la disabilità connessa all’aterazione cromosomica, quanto invece il fatto che si volesse colpire un target specifico (il minore down) come vittima celebrata, ossia come icona simbolo, da prendere come bersaglio.

Il bersaglio mediatico, probabilmente, è il ragazzo “down”, così come rappresentato dai media nel caso Google/Vividown.

Probabilmente in tale bersaglio è stata individuata dagli ideatori del Gruppo di Facebook in questione, in maniera avventata, la causa di tutti i mali che gli utenti Internet potrebbero subire a seguito dell’accanimento della giustizia penale italiana nei confronti di Google, provider dei servizi di viodesharing. O, più semplicemente, l’individuazione di tale causa, da prendere come bersaglio, sfuggendo ad una reale ricerca eziologica, è solamente il frutto del risentimento verso un sistema che rischia di compromettere il futuro sviluppo della rete, attraverso la (asseritamente facile) incriminazione dei provider da parte dell’autorità giudiziaria italiana a cui consegue quella che è stata indicata come “La sindrome dell’Intermediario“.

Al di là dei nicknames utilizzati, dagli asticoli di stampa sono emersi alcuni contenuti nelle pagine ora oscurate.

Riporto gli stralci di una ricostruzione giornalistica:

Sul sito ora oscurato si leggeva: «È così difficile da accettare questa malattia… perchè dovremmo convivere con questi ingnobili creature (…) io ho trovato la soluzione: consiste nell’usare questi esseri come bersagli, mobili o fissi, nei poligoni di tiro al bersaglio».

Ed ancora:

Si chiama «Giochiamo al tiro al bersaglio con i bambini down», e in home page pubblica la fotografia di un bambino portatore di handicap bollato come «scemo». «È l’unica fine che meritano questi parassiti», si legge nella didascalia sotto l’immagine.

Non emergono, a quanto pare, elementi espressamente volti ad indirizzare in altre direzioni la vendetta del vendicatore mascherato. La ricostruzione legata alla possibile connessione con il caso Google / Vividown, in altre parole, resta un’ipotesi probabile, anche se non è detto che sia neccessariamente così.

La connessione con tale caso è apparsa naturale e spontanea anche nel pensiero di Anna Masera, per la Stampa, là dove, evidenziando il rischio del clamore mediatico di tale azioni (“Non bisogna fare pubblicità ai gruppi di provocatori su Facebook”) precisa che

“(…) Dar peso a iniziative di questo genere (…) rischia di essere solo controproducente: perchè si tratta di troll, ovvero (la definizione è di Wikipedia) “individuo che interagisce con la comunità tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente stupidi, allo scopo di disturbare gli scambi normali e appropriati”.

Il risultato è contribuire al rumore di fondo mediatico e politico mettendo in cattiva luce le aziende che operano su Internet, anzichè i responsabili individuali di eventuali reati, in un momento in cui tutti gli occhi sono puntati sulla sentenza attesa per dopodomani che vede imputata Google nel noto caso di bullismo che ha visto dei ragazzi pubblicare un video su YouTube di molestie contro un ragazzino down.

Con il rischio che escano proposte di legge demenziali contro la libertà su Internet, che se venissero accolte, danneggerebbero tutti”.

Il rischio di una reazione non equilibrata della politica e, per suo tramite, del legislatore, sulla spinta emotica del clamore mediatico, da cavalcare anche alla ricerca di facili consensi elettorali, effettivamente c’è.

Se questo è l’effetto che ci si può aspettare, l’azione del “signore della notte” e del “vendicatore mascherato” finisce per minare alle fondamenta le stesse ragioni per cui, probabilmente, è stata posta in essere.

In ogni caso rimane un’azione deplorevole, esempio da non imitare.

Cercherò di seguire, nei prossimi post, anche il discorso relativo alle modalità di oscuramento ed alle investigazioni in atto.

Rimando quindi alle successive pagine di questo blog per altri commenti.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Privacy, foto di minore e Gruppo di Facebook che inneggia al tiro al bersaglio contro i bambini down. Prospettive risarcitorie

Ha fatto discutere molto in questi giorni il Gruppo di utenti attivato su Facebook con il titolo “Giochiamo al tiro a bersaglio con i bambini down”.

I media ne hanno dato molto risalto.

Vorrei condividere alcune riflessioni in proposito. Sono diverse, inizio dalla prima, rimandando ad altri post le ulteriori annotazioni sull’argomento.

Nel riportare la notizia del Gruppo su Facebook contro i bambini down, molti media (testate cartacee e on-line, blog, TG, etc.) hanno riportato la triste immagine che campeggiava sull’homepage del gruppo, in cui v’era un primissimo piano di un bambino down in tenera età, riconoscibile, con la scritta “scemo” in stampatello sulla fronte ed una didascalia: “E’ l’unica fine che meritano questi parassiti”.

L’ansia di dare notizia spesso trascura le norme poste a difesa dei diritti fondamentali della persona, tra i quali è da annoverare il diritto alla protezione dei dati personali (privacy), considerato spesso a torto un orpello eccesivo o un inutile impedimento di natura burocratica. Ovvio che la dignità di quel bambino, già profonadmente lesa, deve essere salvaguardata fino in fondo, anche dalle testate giornalistiche che riportano la notizia criticando pesantemente i fatti.

Tra i diversi illeciti perpetrati con la creazione del Gruppo in questione, v’è sicuramente anche quello relativo al trattamento illecito dei dati personali, che ha una sua primaria rilevanza in sede civile con il riconoscimento al risarcimento dei danni anche non patrimoniali ai sensi e per gli effetti dell’art. 15 Codice privacy.

Il trattamento illecito del dati relativi al minore ritratto il foto e denigrato pubblicamente con scritta diffamatoria, è però da apprezzare sotto diversi aspetti.

Innanzitutto l’illecito mi sembra perpetrato indiscutibilmente dai fondatori e amministratori del sito, per ora noti come “Il signore della notte” e “Il vendicatore mascherato”.

Non mi pare possibile, allo stato, ravvisare una responsabilità anche del provider (società americana che gestisce Facebook), dato che, salvo non emergano diversi elementi, la rimozione dei contenuti è avvenuta tempestivamente, nel giro di un giorno lavorativo se non erro.

C’è però dell’altro sotto il profilo risarcitorio.

Nel riportare la notizia, infatti, il diritto di cronaca non può spingersi fino alla reiterazione parziale dell’illecito, tramite la diffusione dell’immagine in questione, considerata come illecito maniera espressa anche dal codice deontologico dei giornalisti relativo al trattameno dei dati personali (cfr. art. 7), ma ovviamente già desumibile dall’impianto normativo primario posto a tutela i dati personali e, direi, anche dell’onore e della reputazione della persona, anche se minore.

La normativa penalcodicistica ha una parte importante con riferimento all’ipotesi della diffamazione, più che dell’ingiuria (a cui fa invece riferimento il Garante per la privacy nel comunicato stampa riportato di seguito).

Basti pensare che sull’argomento è stato necessario un intervento ad hoc del Garante per la privacy che ha invitato a non rendere visibile il volto o ad “oscurarlo” tramite alterazione dei pixel.

Mi sembra utile riportare l’intero comunicato del Garante per la protezioen dei dati personali, al fine di darne più ampio risalto, visto che ad oggi le immagini continuano a circolare in rete:

Gruppo choc su Facebook: Garante privacy, anche quella foto lede la dignità della persona

L’Autorità Garante per la privacy prende atto che il gruppo choc su Facebook contro i bambini down è stato doverosamente e tempestivamente oscurato.

Nello spazio utilizzato dal gruppo appariva anche la foto di un neonato con una scritta ingiuriosa sulla fronte. L’immagine è stata ripresa da alcune testate, seppur in un contesto di generale riprovazione di quanto accaduto, senza l’adozione di accorgimenti che la rendessero anonima.

A tale riguardo, l’Autorità invita i mezzi di informazione che intendano documentare questo grave episodio – agenzie di stampa, giornali, quotidiani on line, Tg – ma anche gruppi attivi su Internet, a non rendere in alcun modo riconoscibile il bambino oggetto dello sfregio, avendo l’accortezza di oscurarne o pixelarne adeguatamente il volto.

La foto, al di là della concreta possibilità di consentire l’identificazione del neonato, è in sé lesiva della dignità della persona.

Il Garante ha deciso, altresì, di inviare ai direttori di tutte le testate giornalistiche, sia dei quotidiani che delle tv, una lettera per richiamare al più scrupoloso rispetto dei principi sanciti dal Codice deontologico dei giornalisti e dalla Carta di Treviso, in particolare quando si tratta di dare notizie riguardanti minori e persone affette da problemi di salute.

Si evince chiaramente, dunque, anche la responsabilità di chi, per darne notizia o per esprimere la propria opinione, ha effettuato a propria volta il trattamento illecito di dati personali del minore ritratto nella foto da cui risulta, a parte lo stato di salute, la scritta denigratoria per di più associata al dato sensibile del soggetto riconoscibile, senza che siano apposte tecniche di oscuramento. Nel caso in cui si sia proceduto successivamente all’oscuramento del volto (anche tramite alterazione di pixel) o alla sostituzione della foto, è chiaro che le prospettive risarcitorie non vengono meno in relazione all’illecito venutosi comunque medio tempore a configurare.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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