GPS

Tecnologie di controllo. Il collare elettronico ai lavoratori

Mi ha colpito un articolo di Mauro Covacich per il Corriere della Sera dal titolo “Gli schiavi del volantinaggio con il collare elettronico“, ove si prospetta la questione del controllo dei lavoratori tramite dispositivo GPS da appendere al collo (c.d. “Collare elettronico” – cfr. FOTO) in grado di tracciare e ricostruire gli spostamenti effettuti durante l’orario di lavoro. I toni sono molto forti:

Un’organizzazione di indiani con sede nell’ovest vicentino, al centro di un vasto giro di volantinaggio illegale fatto di lavoro nero, evasione e frode fiscale, è stata sgominata dalla Guardia di Finanza, ma non è questa la notizia vera.

La notizia vera è che questi nuovi padroni controllavano i loro lavoranti, quasi tutti ovviamente immigrati irregolari e quindi ricattabili, attraverso una catena elettronica dalle maglie invisibili collegata a un gps.

(…)

È probabile che i nuovi padroni colti in flagranza di reato abbiano sgranato gli occhi di fronte alle accuse. Che c’è di male a dotare di collarino gps i tuoi schiavi? Prima c’era la palla al piede, le catene, adesso gli rendiamo la vita più facile, e voi pure vi scandalizzate? Chi tiene gli occhi bassi sulle cose non ha tempo per pensare: o è troppo intento a far soldi o sta sudando per farli fare a qualcun altro.

 

Mi sembra stia trovando applicazione alle persone la prassi già da tempo invalsa per il controllo e il tracciamento delle “flotte” aziendali. Dal tracciamento dei veicoli, ora, si è passati al tracciamento diretto della persona-lavoratore e ciò rende ancora più stringente la compressione della libertà personale, che si atteggia con sfumature diverse.

Probabilmente il controllo degli spostamenti del lavoratore appiedato nasce dall’esigenza meritoria di ottimizzare gli spostamenti e il lavoro (ad esempio per conoscere quale zone non sono state ancora coperte dal volantinaggio e quindi riprogrammare la distribuzione in loco) o, pensando in maniera più disincantata, dall’esigenza di controllare l’effettivo svolgimento dell’attività lavorativa, mettendo un freno alle possibili “distrazioni” del personale.

L’evoluzione del fenomeno è però degno di nota.

Il Garante per la privacy ultimamente si è pronunciato su un caso di controllo tramite GPS della flotta aziendale (“GPS sui veicoli aziendali e geolocalizzazione dei lavoratori. Interviene il Garante per la privacy“).

Occorrerà un monitoraggio ed uno studio sui limiti di tali forme di controllo, che saranno sempre più pervasivi. Credo si riuscirà ad andare anche oltre.

In ultima analisi, l’esigenza aziendale della produzione, da salvaguardare, va contemperata con l’esigenza di rispettare i diritti fondamentali della persona. Il progresso tecnologico e l’uso creativo che se ne fa impongono costantemente di riflettere su quale sia il nuovo punto di equilibrio tra gli opposti interessi.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

GPS sui veicoli aziendali e geolocalizzazione dei lavoratori. Interviene il Garante per la privacy

IL CASO. – Il Garante per la protezione dei dati personali è intervenuto in un interessante caso di geolocalizzazione dei lavoratori tramite GPS installato sui veicoli aziendali della Telefonia Alto Adige s.r.l.

Come precisato dal Garante,

il sistema di geolocalizzazione installato dalla società era in grado di rivelare informazioni sui percorsi seguiti, sulle soste effettuate o sulla velocità degli spostamenti del personale.

L’intervento del Garante è stato sollecitato dalla segnalazione di un lavoratore, il quale, come si legge dal provvedimento reso dall’Authority, ha evidenziato

(anche nell’interesse di altri colleghi) presunti profili di violazione della disciplina di protezione dei dati personali in relazione all’avvenuta installazione, a bordo di alcuni autoveicoli in dotazione alla società, di un sistema di localizzazione satellitare a tecnologia gps (global positioning system).

In particolare, secondo quanto riferito, l’adozione di tale sistema ―dichiaratamente preordinato all’acquisizione di molteplici informazioni (relative, in particolare, a: la localizzazione del veicolo; la verifica del tragitto percorso; la verifica degli orari relativi alle soste effettuate; il calcolo della velocità e dei chilometri percorsi)― sarebbe avvenuta in assenza di preventiva informativa ai lavoratori e “senza spiegarne le funzioni né lo scopo del suo utilizzo”. Peraltro, soltanto dopo diversi giorni la società avrebbe messo a conoscenza i dipendenti dell’avvenuta installazione dei dispositivi in esame, giustificandone l’utilizzo “solo per scopi produttivi”.

Lo stesso segnalante ha inoltre rappresentato che l’installazione dei predetti dispositivi sarebbe stata effettuata “senza avvisare l’ispettorato del lavoro e senza avvisare il sindacato”, con conseguente possibile violazione della pertinente disciplina di settore in tema di controlli a distanza dell’attività dei lavoratori (art. 4, legge n. 300/1970).

Alla luce di tali considerazioni, e tenuto altresì conto che gli interventi effettuati dai dipendenti presso la clientela (ivi compresi l’ora e il luogo dell’operazione) risultano previamente pianificati per il tramite di un apposito “foglio “giornaliero”", il segnalante ha richiesto delucidazioni all’Autorità sulla legittimità dell’utilizzo di tali apparecchi da parte della società.

A tali argomentazioni il Garante, nel procedere con l’accertamento, rileva anche rischi evidenti sull’assenza di controlli in ordine ai soggetti effettivamente legittimati ad accedere ai dati in questione. Né risultava intervenuta la designazione per iscritto di coloro che potevano accedere ai dati trattati:

occorre rilevare che, alla luce delle risultanze istruttorie, allo stato non risulta provato che la società abbia formalmente provveduto a designare i soggetti (invero non chiaramente individuati) asseritamente legittimati ad avere accesso ai dati quali incaricati del trattamento ai sensi dell’art. 30 del Codice.

Alla specifica richiesta in tal senso formulata dall’Autorità (cfr. nota del’11 settembre 2009, in atti), infatti, la società si è dapprima limitata a rispondere che non sussistono incaricati “che gestiscono o che possono accedere a tali dati al di fuori del legale rappresentante”, salvo poi “rettificare” le dichiarazioni rese, precisando che “tutte queste informazioni […] sono a disposizione [oltre che] del legale rappresentante […] di nessun altro che non abbia la password”; tanto, senza fornire indicazioni o documenti circa l’avvenuta designazione di costoro (quali che siano i soggetti effettivamente legittimati ad avere accesso ai predetti dati) come incaricati del trattamento.

Deve dunque prescriversi a Telefonia Alto Adige s.r.l., fatto salvo l’eventuale adeguamento sul punto medio tempore intercorso, di designare quali incaricati del trattamento ai sensi dell’art. 30 del Codice i soli soggetti (previamente individuati) che, in ragione delle mansioni concretamente svolte, risultano effettivamente legittimati ad accedere alle informazioni acquisite per il tramite dei dispositivi di localizzazione satellitare installati (artt. 143, comma 1, lett. b), 144 e 154, comma 1, lett. c), del Codice).

La fattispecie presenta dei rilievi concernenti, ovviamente, il discusso tema del controllo dei lavoratori da parte del datore utilizzando le nuove tecnologie e la legittimità degli stessi in rapporto alla normativa in materia di protezione dei dati personali e dello Statuto dei Lavoratori.

Come riassunto dal Garante nella newsletter del 16 dicembre 2010,

(…) in base allo Statuto dei lavoratori, l’installazione di apparecchiature che possano comportare il controllo a distanza dei dipendenti è possibile solo previo accordo dei sindacati o con l’autorizzazione della Direzione provinciale del lavoro. Nel corso dell’istruttoria è invece emerso che tali procedure non erano state rispettate.

L’Autorità (relatore del provvedimento Mauro Paissan) ha quindi disposto il blocco di ogni ulteriore trattamento dei dati personali riferiti ai lavoratori effettuato tramite tali strumenti di localizzazione. Nel caso in cui l’ Ufficio provinciale del lavoro dovesse in futuro autorizzare l’utilizzo di sistemi di controllo via Gps, la società dovrà comunque provvedere a notificare al Garante il trattamento dei dati personali così raccolti e dovrà individuare specifici incaricati del trattamento legittimati ad accedere alle informazioni acquisite.

Il Garante ha ricordato che, in base allo Statuto dei lavoratori, l’installazione di apparecchiature che possano comportare il controllo a distanza dei dipendenti è possibile solo previo accordo dei sindacati o con l’autorizzazione della Direzione provinciale del lavoro. Nel corso dell’istruttoria è invece emerso che tali procedure non erano state rispettate.

L’Autorità (relatore del provvedimento Mauro Paissan) ha quindi disposto il blocco di ogni ulteriore trattamento dei dati personali riferiti ai lavoratori effettuato tramite tali strumenti di localizzazione. Nel caso in cui l’ Ufficio provinciale del lavoro dovesse in futuro autorizzare l’utilizzo di sistemi di controllo via Gps, la società dovrà comunque provvedere a notificare al Garante il trattamento dei dati personali così raccolti e dovrà individuare specifici incaricati del trattamento legittimati ad accedere alle informazioni acquisite.

MODALITA’ TECNICHE DI CONTROLLO A DISTANZA (funzionamento del dispositivo GPS sui veicoli aziendali). – V’è però un altro rilievo interessante che emerge dalla lettura del provvedimento e riguarda le modalità tecniche con cui viene esercitato il controllo e i dati che il sistema consente di ottenere.

Dal provvedimento del Garante, sul caso in questione, si legge infatti che:

1) i dispositivi di localizzazione satellitare consentirebbero al datore di lavoro, dietro pagamento di un canone mensile ad una società terza, fornitrice del servizio, di:

- localizzare il veicolo in tempo reale su mappa cartografica (con possibilità, tra le altre, di ricerca dei mezzi più vicini ad un determinato indirizzo);

- verificare il percorso effettuato (con possibilità anche di controllare la velocità sostenuta, la percorrenza chilometrica del mezzo, i tempi di guida e le soste effettuate);

- controllare gli “eventi” verificatisi lungo il percorso (soste o spostamenti in orari non previsti, arrivo in aree predeterminate, ecc.), con eventuale ricezione di una comunicazione di avviso via sms;

- comunicare costantemente con il conducente;

- gestire i c.d. “punti di interesse” (indirizzi riferiti alla clientela, ai magazzini, agli impianti, ecc.), con possibilità di verificare mediante report sintetici le soste ivi effettuate e i relativi tempi di fermata;

- gestire la manutenzione ordinaria e straordinaria del veicolo.

2) Ancora, nel medesimo provvedimento si ricavano queste ulteriori informazioni:

I dispositivi in esame, secondo le delucidazioni fornite, consentirebbero quindi di visualizzare, tra l’altro, “le tratte giornaliere con i chilometri percorsi e la posizione corrente” del veicolo (e, indirettamente, del relativo conducente, tramite incrocio dei dati con quelli rilevabili dal “file dei turni e d[a]ll’assegnazione delle auto del giorno”), permettendo alla società di rilevare anche “se il mezzo ha superato i limiti di velocità o se entra in zone a traffico limitato”.

Più precisamente, per ogni singolo veicolo sarebbe possibile visualizzarne “la velocità media, i chilometri totali percorsi nella giornata e per ogni singola tratta più le velocità di ogni singola traccia, [nonché] le fermate“; ciò, anche al fine di “quantificare i chilometri percorsi per ogni cliente ed addebitare al cliente [stesso] i costi di trasferta corretti“.

Il sistema risulta inoltre utilizzabile anche per verificare lo “stile” di guida dei conducenti “in caso di multe” o di “incidenti”, potendo in quest’ultimo caso consentire la ricostruzione della dinamica di eventuali sinistri (con conseguente riaddebito dei costi sopportati per danni al relativo responsabile).

I dati complessivamente raccolti a mezzo del fornitore del servizio (nella dichiarata veste di responsabile del trattamento) sono resi fruibili alla società mediante accesso telematico (previa digitazione di appositi user name e password) e conservati presso il server dello stesso fornitore per un arco temporale pari a trenta giorni.

NECESSITA’ DI CONTEMPERAMENTO DEGLI OPPOSTI INTERESSI. - Il Garante, si noti, non si è pronunciato per un rifiuto netto dell’uso di tali dispositivi nell’organizzazione del lavoro e del servizio.

Infatti, con una maggiore accortezza quanto agli adempimenti richiesti dalla normativa in questione, i dispositivi si possono utilizzare per gestore la “flotta” dei veicoli aziendali e un più efficiente controllo sull’esecuzione della prestazione lavorativa dei propri dipendenti.

Si premura di precisare il Garante per la protezione dei dati personali, nel provvedimento citato, che

(…) gli strumenti in questione possono indubbiamente concorrere a rendere più efficienti i processi produttivi e organizzativi, sia direttamente (attraverso una migliore allocazione delle risorse disponibili, con conseguente beneficio anche per l’utenza), sia indirettamente, attraverso l’analisi a posteriori dei viaggi effettuati (anche in termini di costi sopportati e di risparmi ottenuti). Inoltre, tali strumenti possono rivelarsi utili anche per incrementare la sicurezza delle persone (anche in ragione di quanto previsto, in particolare, dagli artt. 15, comma 1, lett. c), e 18, comma 1, lett. f), del d.lg. n. 81/2008), specie se queste si trovino a operare in luoghi impervi o soggetti a condizioni ambientali sovente avverse (cfr., al riguardo, anche il menzionato Parere n. 5/2005, p. 2.2.), come pure contribuire, ancorché indirettamente, a migliorare la sicurezza stradale; ciò, attraverso l’incentivazione (sotto forma di eventuali verifiche lecitamente effettuate dal datore di lavoro) di comportamenti più virtuosi da parte dei conducenti, potenzialmente chiamati a rispondere, nel rispetto delle pertinenti disposizioni collettive, di eventuali condotte foriere di danno a carico della società.

Nondimeno, l’impiego di tali strumenti deve comunque avvenire nel rispetto dei principi in materia di protezione dei dati personali e con modalità concretamente idonee a garantire, in particolare, l’osservanza dei diritti e delle libertà fondamentali, nonché della dignità degli interessati (art. 2 del Codice).

Alla luce degli elementi complessivamente acquisiti agli atti –e tenuto altresì conto che la fase di sperimentazione dichiarata dalla società avrebbe dovuto concludersi nell’arco di “un breve periodo” e, comunque, all’esito di un procedimento di verifica preliminare (cfr. all. 1 alla nota del 16 settembre 2009), la cui istanza non risulta mai pervenuta presso l’Autorità–, si ritiene che, allo stato, il trattamento di dati personali effettuato dalla società per il tramite dei menzionati dispositivi di localizzazione satellitare non sia conforme alla disciplina in materia di protezione dei dati personali per le ragioni (…) indicate.

L’uso delle tecnologie di sorveglianza e di controllo sociale saranno sempre più pervasive.

Può ancora ritenersi sufficiente il mero rispetto degli adempimenti formali richiesti dalla normativa a tutela dei dati persnali, oppure occorre un controllo sostanziale più penetrante?

Andrebbero monitorati, in tal senso, i risultati dell’intervento della Direzione Provinciale del Lavoro o degli accordi raggiunti con l’intervento sindacale sulle modalità effettive di controllo a distanza dei lavoratori, nonché la sottoposizione del sistema a verifica preliminare da parte del Garante per la protezome dei dati personali.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Information Society & ICT Law

occorre rilevare che, alla luce delle risultanze istruttorie, allo stato non risulta provato che la società abbia formalmente provveduto a designare i soggetti (invero non chiaramente individuati) asseritamente legittimati ad avere accesso ai dati quali incaricati del trattamento ai sensi dell’art. 30 del Codice.Alla specifica richiesta in tal senso formulata dall’Autorità (cfr. nota del’11 settembre 2009, in atti), infatti, la società si è dapprima limitata a rispondere che non sussistono incaricati “che gestiscono o che possono accedere a tali dati al di fuori del legale rappresentante”, salvo poi “rettificare” le dichiarazioni rese, precisando che “tutte queste informazioni […] sono a disposizione [oltre che] del legale rappresentante […] di nessun altro che non abbia la password”; tanto, senza fornire indicazioni o documenti circa l’avvenuta designazione di costoro (quali che siano i soggetti effettivamente legittimati ad avere accesso ai predetti dati) come incaricati del trattamento.

Deve dunque prescriversi a Telefonia Alto Adige s.r.l., fatto salvo l’eventuale adeguamento sul punto medio tempore intercorso, di designare quali incaricati del trattamento ai sensi dell’art. 30 del Codice i soli soggetti (previamente individuati) che, in ragione delle mansioni concretamente svolte, risultano effettivamente legittimati ad accedere alle informazioni acquisite per il tramite dei dispositivi di localizzazione satellitare installati (artt. 143, comma 1, lett. b), 144 e 154, comma 1, lett. c), del Codice).

Braccialetto elettronico, geolocalizzazione con GPS e stalking

È cronaca estera (Spagna) l’adozione del braccialetto elettronico per fronteggiare le ipotesi di violenza domestica, maltrattamenti familiari e stalking.

 

 Su tale soluzione occorre però una riflessione seria, perché il diritto penale e processuale penale, le scelte criminologiche e di politica per la sicurezza toccano aspetti delicati, essendo destinati ad incidere sui diritti fondamentali del soggetto a cui il braccialetto elettronico viene applicato.

 

Con ciò non si vuol intendere che l’adozione del braccialetto elettronico sia eccessiva, ma che non debba eccedere, nei suoi effetti, il principio di proporzionalità rispetto agli scopi per cui il braccialetto viene usato.

 

Qui occorre fare una breve ricostruzione di ciò che è avvenuto recentemente nel nostro sistema giuridico.

 

L’introduzione del reato di «atti persecutori» all’art. 612 bis c.p., noto come reato di «stalking», è stato accompagnato dalla modifica al codice di procedura penale, là dove, dopo l’art. 282 bis, è stato inserito il nuovo art. 282 ter c.p.p. (cfr. decreto legge 23 febbraio 2009, conv. in legge 38/2009).

 

Nei primi due commi di tale articolo si trova regolamentato il divieto di avvicinamento non solo ai luoghi frequentati dalla persona offesa, ma anche alla persona offesa medesima o ai prossimi congiunti o conviventi della stessa, oppure alle persone con cui la medesima persona offesa sia legata da una relazione affettiva.

 

Eccone una trascrizione:

 

Art. 282- ter (Divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa). — 1. Con il provvedimento che dispone il divieto di avvicinamento il giudice prescrive all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa.
2. Qualora sussistano ulteriori esigenze di tutela, il giudice può prescrivere all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati da prossimi congiunti della persona offesa o da persone con questa conviventi o comunque legate da relazione affettiva ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o da tali persone.

Ebbene, qui (ed in casi simili, ad esempio per maltrattamenti familiari) sorge il problema di come garantire il rispetto del divieto.

 

Ecco allora che le nuove tecnologie, panacea di tutti i mali odierni, entrano nuovamente in gioco.

 

S’è pensato di attuare il famigerato braccialetto elettronico, con tanto di geolocalizzazione con GPS.

Nella Spagna di Zapatero, riferisce la Repubblica, ne sono stati acquistati già tremila, al fine di conoscere la posizione geografica del soggetto a cui è stato intimato il divieto di avvicinamento.

 

L’articolo precisa:

 

Il primo braccialetto è stato allacciato qualche giorno fa nel comune di Valencia: 24 ore al giorno indicherà alla polizia e alla vittima dove si trova chi lo indossa, un uomo condannato per maltrattamenti in famiglia, un ex marito che non potrà più avvicinarsi alla donna che per anni ha maltrattato. E’ solamente il primo dei tremila braccialetti con sistema gps che la Spagna ha consegnato alle forze dell’ordine perché, su richiesta dell’autorità giudiziaria, li sfrutti contro i violenti.

 

Ad ancora:

  

I 3.000 braccialetti elettronici messi a disposizione della giustizia spagnola dal governo di Zapatero sono dell’ultima generazione. Quando il marito o ex marito riceve il braccialetto alla donna viene fornito un dispositivo che avvisa lei e la polizia se l’uomo si avvicina a meno di 500 metri. Un segnale d’allarme che potrebbe essere decisivo per evitare nuove violenze.

 

Nell’ambito di una lezione tenuta alla Polizia di Stato mi sono trovato a commentare il fatto che la riforma abbia allargato il divieto di avvicinamento rendendolo operativo non solo con riferimento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa (e dagli altri soggetti indicati dalla norma), ma anche con riferimento alla medesima persona offesa (ed agli altri soggetti indicati dalla norma), senza che abbia rilievo il luogo di riferimento.

 

La norma, di maggior tutela per la persona offesa, nasconde però un paradosso.

 

Già di per sé è costruita in maniera non del tutto condivisibile, perché costringerebbe il soggetto a cui il divieto è intimato ad allontanarsi dai luoghi frequentati ove sia la vittima ad avvicinarsi a lui. Ciò sembra urtare contro il principio di libertà personale, il cui sacrificio deve essere proporzionale e non portato oltre misura.

 

Per comprendere meglio l’incidenza oltre misura sui diritti e sulle libertà fondamentali del soggetto raggiunto dal divieto (la cui compressione dovrebbe essere proporzionale agli scopi per cui il divieto viene inflitto, senza travalicarli in eccesso) potrebbe essere utile richiamare il paradosso a cui accennavo poc’anzi.

 

Infatti, ove la persona offesa volesse far incorrere il destinatario del provvedimento restrittivo in una violazione del divieto, sarebbe sufficiente recarsi presso di lui, nei luoghi da questi frequentati.

 

Il paradosso, invero, non è così lontano dalla realtà se si pensa che i contrasti avvengono, nella maggior parte dei casi, nell’ambito di persone prima legate da rapporti sentimentali o affettivi.

 

Esperienza e letteratura insegnano, poi, che l’interazione autore-vittima nelle dinamiche criminali potrebbe far registrare la reazione della vittima, che per difendersi o per «colpire» in qualche modo l’aggressore o lo stalker, anche a scopo di vendetta, potrebbe attivare comportamenti volti a danneggiarlo.

 

Approfittare del divieto di avvicinamento per far risultare la sua violazione è ora fin troppo facile, per come è costruita la norma e per le tecnologie che consentono l’accertamento della violazione.

 

Immaginiamo che la vittima voglia arrecare un danno al soggetto raggiunto dal divieto di avvicinamento, a cui viene imposto il braccialetto elettronico.

 

La vittima, soprattutto se conosce le abitudini del soggetto a cui è imposto il divieto di avvicinamento, potrebbe raggiungerlo o addirittura anticiparlo, facendo maturare l’oggettiva violazione del divieto, provata dallo strumento tecnologico.

 

In tal modo la vittima è in grado di far scattare, ai danni del soggetto a cui il divieto è imposto e senza che possano rilevare le sue effettive intenzioni, le sanzioni collegate alla violazione del divieto di avvicinamento.

 

Il braccialetto elettronico, infatti, è in grado di avvisare immediatamente non solo la vittima, ma anche le forze dell’ordine, le quali disporranno dell’evidenza informatica offerta dallo strumento elettronico per agire nei confronti dell’autore della violazione.

 

Ulteriori problemi, non meno gravi, possono riguardare la violazione del diritto fondamentale alla protezione dei dati personali del soggetto su cui il braccialetto elettronico viene installato.

 

Infatti occorrerà prestare attenzione affinché il controllo operato da tale dispositivo tecnologico operi solamente al fine di evitare l’avvicinamento alla vittima (o potenziale vittima), ma non anche per far rivelare abitudini di vita e altre informazioni che il monitoraggio costante (24 ore al giorno) e la geolocalizzazione tramite GPS consentono.

 

Insomma, l’uso della tecnologia va bene, ma come sempre occorre essere molto cauti, prestare attenzione alle conseguenze ed agli «effetti collaterali», dato che la nostra società (information society) sembra pronta ad abbracciare l’innovazione tecnologica, perché attratta da essa, ma non sembra altrettanto pronta ad affrontarla e a gestirne gli effetti.

 

L’esempio spagnolo sta per essere considerato seriamente anche in Francia, ove per la verità il braccialetto elettronico e’  già attivo dal 19 dicembre 1997 come pena alternativa alla detenzione in carcere, al fine di controllare i condannati che scontano la pena agli arresti domiciliari. 

 

Sulla scia della facilità con cui si cavalcano certe tendenze per farne cavalli di battaglia da sbandierare politicamente, è fin troppo evidente che l’argomento sarà ripreso anche in Italia, tra gli strumenti necessari per garantire la sicurezza.

 

Le politiche per la sicurezza si troveranno di nuovo a caldeggiare le tecnologie informatiche ed a scontrarsi con le esigenze di tutela dei diritti fondamentali. Qui il dibattito deve essere attento, perché non si può recepire l’innovazione tecnologica senza confrontarsi con l’impatto sociale e con le norme giuridiche.

 

A me sembra, ad esempio, che l’eventuale introduzione del braccialetto elettronico debba far correggere la disposizione relativa al divieto di avvicinamento, facendo in modo che il divieto operi con riferimento a luoghi determinati o determinabili a priori e non in relazione a dove di volta in volta si troveranno un insieme di soggetti, quali la persona offesa, i suoi prossimi congiunti, i conviventi e le persone ad essa legate da relazioni affettive.

 

Insomma, il dibattito è aperto.

 

Fabio Bravo

 

 www.fabiobravo.it

 

Orologio, geolocalizzazione e tecnologie di controllo

Proposto per monitorare a distanza i propri figli e dare serenità ai genitori, una società britannica (Lok8u Ltd) commercializza un orologio (Nu.M8) che sfrutta la tecnologia dei navigatori satellitari, con funzioni che realizzano vari strumenti di controllo.

Le applicazioni sono essenzialmente tre.

La prima è quella di geolocalizzazione. L’orologio viene messo al polso dei figli e i genitori, attraverso un dispositivo specifico, il proprio cellulare o il proprio PC, possono monitorare il posizionamento geografico del minore su una mappa tipica dei navigatori satellitari, con un margine di errore massimo di soli tre metri.

La seconda applicazione fornisce una risposta alle preoccupazioni legate alla possibilità che l’«orologio», senza il consenso del genitore, possa essere tolto di nascosto dal figlio stesso o possa essergli strappato di dosso da un altra persona, ad esempio un aggressore, con la violenza. In questo caso il dispositivo invia immediatamente un messaggio al genitore, tramite SMS o e-mail, in modo che questi possa intervenire immediatamente per rimettere o far rimettere il dispositivo al polso del figlio oppure, nel caso non auspicabile di aggressione o rapimento, per prestare un immediato soccorso.

La terza applicazione, invece, consente di programmare il dispositivo in modo tale che il sistema segnali al genitore, con un SMS o tramite e-mail, se il figlio (con l’orologio al polso) abbia lasciato una determinata zona, ritenuta sicura, eventualmente anche in relazione ad un dato arco temporale.

Ecco il link ad una demo, su sito della società produttrice, ove è possibile rendersi conto del funzionamento del prodotto.

Mi sembra che si sia voluto applicare in un contesto familiare il sistema di braccialetto elettronico pensato per i detenuti o per coloro che sono agli arresti domiciliari o alla detenzione domiciliare, molto usato in gran bretagna e di cui dà conto anche il nostro Ministero della Giustizia sul suo sito Internet.

La notizia dell’orologio-braccialetto elettronico usato dai genitori per la geolocalizzazione dei propri figli lascia aperto un interrogativo sul confine tra libertà e privacy (da una parte) ed esigenze di controllo e sicurezza (dall’altra parte).

Il discorso è sempre il medesimo, destinato costantemente a contraddistinguere la nostra società, ma ora viene spostato nell’ambito delle dinamiche familiari. Ancora una volta, le nuove tecnologie hanno un impatto decisivo.

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