Google-YouTube vs Viacom

Google (YouTube) vs Viacom. Sulla responsabilità del provider per violazione del diritto d'autore in caso di video caricati dagli utenti

E’ stata resa la sentenza sulla nota vicenda giudiziaria che ha visto contrapposta Viacom a Google per la violazione del copyright dalla prima vantato sui video caricati on-line, nella piattaforma YuoTube.

In un articolo di Anna Masera per La Stampa si legge:

Viacom aveva intentato una maxi causa per violazione dei diritti di autore sui primi due anni di attività. Sommando tutti i filmati “incriminati”, circa 100 mila, Viacom pretendeva un risarcimento danni da ben un miliardo di dollari.Richieste respinte ieri sera da un tribunale di New York (…)

Così Anna Masera ripercorre le motivazioni che sarebbero a base della ssentenza:

Il Digital Millenium Copyright degli Usa mette infatti al riparo le società internet dalla violazione di diritti di autore quando, avvertite di possibili problemi dai titolari dei diritti, provvedano a rimuovere prontamente dai loro portali i contenuti oggetto di contenziosi. Ma la sua applicazione non era data per scontata e la sentenza, oltre a rappresentare una vittoria rilevante per la controllante Google – che evita così un salasso sul bilancio di YouTube – va anche oltre. Indirettamente risulta a favore anche di altre società internet e sgombera il campo dai timori sollevati da gruppi di attivisti, che ora tirano sospiri di sollievo, mentre precedentemente avevano avvertito che una sentenza di condanna avrebbe compromesso le normative base sulla libertà in rete.

E’ noto che in Italia una vicenda analoga ha interessato Google (YouTube) nel procedimento contro RTI e il Tribunale di Roma, nell’ordinanza del 24/11/2009, ha emanado un proccedimento cautelare che procede nella direzione opposta. Si trattava dei video relativi al Grande Fratello, il noto reality.

Il contrasto tra le decisioni dell’autorità giudiziaria italiana e quella newyorkese, per la verità, è meno forte di quanto possa pensarsi e, forse, addirittura apparente.

Sul caso Google (YouTube) vs. Viacom, infatti, da altre fonti (mi riferisco all’articolo apparso sul Corriere della Sera il 24 giugno 2010) si apprende che

Una delle cose che hanno convinto il giudice del tribunale di New York è stato il fatto Google è stata in grado di dimostrare che erano proprio alcuni dei dipendenti di Viacom a fornire sottobanco a You Tube video con contenuti coperti da copyright anche a causa in corso.

L’argomento si rinviene anche in alcune esternazioni (riportate in un articolo di Claudio Tamburrino per Punto Informatico) che Google aveva fatto in replica alle accuse di Viacom veicolate sul piano mediatico:

“I media come Viacom hanno caricato i loro stessi contenuti su YouTube, quindi non c’è alcun modo in cui possiamo distinguere tra contenuti autorizzati e non”.

Ancora, altri dettagli si rinvengono dalla ricostruzione offerta da un articolo pubblicato da Il Sole 24 Ore, da cui emerge che:

Un giudice federale di New York, Louis Stanton, ha stabilito ieri, infatti, che Mountain View non ha violato il copyright del colosso televisivo Viacom per le circa 24 ore di video pirata finiti su YouTube.

(…)  questa vittoria è un risultato importante per Google e per chiunque faccia business con contenuti degli utenti sul web.

La denuncia di Viacom, risalente a tre anni fa, riguardava infatti video presi da canali Mtv e Comedy Central (su cui detiene il copyright) e caricati su YouTube da alcuni utenti internet.

Viacom aveva chiesto a Google, proprietaria di YouTube, un miliardo di dollari di risarcimento per violazione del copyright.

In tale articolo non si menziona la circostanza che i video erano stati caricati anche da dipendenti della Viacom, circostanza che mi pare importante, ad esempio ove dovesse risultare provato che le ipotesi di responsabilità fossero alimentate dal soggetto richiedente, secondo logiche di concorrenza sleale.

Si menziona altro principio, che fa leva sulla mancanza di una conoscenza specifica dei video in questione, ossia su una consapevolezza solo generica degli illeciti perpetrati dagli utenti tramite la piattaforma YouTube.

Così prosegue infatti l’articolo del Sole 24 Ore:

La posizione del colosso del web sembrava essersi aggravata poche settimane fa: erano emerse alcune lettere, da cui risultava che i gestori di YouTube sapevano di questo problema.

Il giudice Stanton ne ha preso atto e ha aggiunto, nella sentenza, che secondo le prove i gestori del sito «non solo ne erano genericamente al corrente ma anche ne erano contenti, poiché il materiale pirata era interessante per gli utenti». E quindi permetteva di attirare più pubblico sul sito.

È in quel “genericamente” che c’è il motivo principale della sentenza.

Secondo il giudice, Google/YouTube aveva soltanto una «generica consapevolezza» che c’erano video pirata sulla piattaforma web, ma non sapeva quali fossero nello specifico.

Ogni volta che un detentore di copyright aveva segnalato i video pirata, Google/Youtube li aveva subito rimossi. Il giudice menziona, ad esempio, quando Google ha rimosso entro un giorno lavorativo 100mila video pirata segnalati in massa da Viacom a febbraio 2007.

Per questi motivi, il giudice ha valutato che l’operato di Google ricade sotto le protezioni del Digital Millenium Copyright Act (Dmca). È una normativa che, negli Usa, protegge un gestore di sito web per le violazioni al copyright fatte dai propri utenti, qualora intervenga in modo tempestivo dopo una segnalazione.

Una normativa analoga c’è, ovviamente, anche per i paesi di area UE: la direttiva 200/31/CE attuata in Italia con il d.lgs. 7o/2003 sul commercio elettronico, ove viene disciplinato il regime di responsabilità dei providers, prevedendo ipotesi di esonero a determinate condizioni, tra cui l’intervento immediato per la rimozione dei contenuti illeciti dietro segnalazione delle autorità competenti.

Per il caso italiano, relativo ai video del Grande Fratello, Google è stato soccombente in sede cautelare presso il Tribunale di Roma con la seguente motivazione, ben riassunta da Gaia Bottà su Punto Informatico:

Il tribunale ha però respinto le argomentazioni di Google: la condotta della piattaforma sarebbe “così palesemente e reiteratamente lesiva dei diritti” che “non è sostenibile la tesi delle resistenti sulla presunta assoluta irresponsabilità dei provider che si limiterebbe a svolgere l’unica funzione di mettere a disposizione gli spazi web (…) e sulla legittimità di avere un ritorno economico – escludendo il fine commerciale – connesso al proprio servizio in mancanza di un obbligo di controllarne i contenuti illeciti e di disabilitarne l’accesso”.

Google e YouTube, secondo il giudice, si preoccupano di “organizzare la gestione dei contenuti video, anche a fini di pubblicità“: per questo motivo già agiscono alla stregua di un editore, e dovrebbero agire alla stregua di un editore anche in materia di responsabilità sui contenuti.

Google e YouTube, aggiunge il tribunale, “nonostante le ripetute diffide e le azioni giudiziarie iniziate da RTI e la consapevolezza della sua titolarità dell’opera hanno continuato la trasmissione del Grande Fratello – visibile 24 ore su 24 accedendo al servizio a pagamento offerto da RTI – nei loro siti internet, programmandone e disciplinandone la visione ove si consideri che è possibile in tali siti anche scegliere le singole parti di trasmissione (un giorno, un episodio particolare) ad ulteriore, anche se non necessaria conferma, della consapevolezza della violazione dei diritti

Le motivazioni su cui poggia la sentenza newyorkese sono probabilmente molteplici. Sarebbe interessante poter leggere il testo integrale per poter fare una comparazione più approfondita, che mi propongo di effettuare in altra occasione.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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