Google Vividown

Il video della lettura del dispositivo della sentenza di condanna dei dirigenti Google

Segnalo che, con riferimento al caso Google / Vividown, è stato diffuso on-line, sul sito di Repubblica.it TV, il video in cui il Giudice Monocratico del Tribunale Penale di Milano, Oscar Maggi, ha pronunciato il dispositivo della sentenza di condanna a carico di tre dirigenti di Google.

Censurabile, a mio avviso, il taglio del dispositivo da parte del filmato, visto che il dispositivo proseguiva anche con la pronuncia di assoluzione per l’altro capo di imputazione, relativo all’ipotesi di diffamazione nei confronti dell’associazione Vividown, costituitasi parte civile insieme al Comune di Milano.

Ecco il link al video della lettura del dispositivo in questione.

Per il testo della sentenza, invece, occorrerà attendere il deposito delle motivazioni in cancelleria, nei prossimi mesi.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

La condanna dei dirigenti di Google per il video del ragazzo disabile immesso dagli utenti della piattaforma di videosharing

Oggi si è celebrata l’ultima udienza nel processo di primo grado del noto caso Google / Vividown, in cui quattro dirigenti di Google erano stati tratti a giudizio per rispondere dei reati ipotizzati a seguito dell’asserita intempestiva rimozione del video immesso dai propri utenti sulla piattaforma di filesharing (GoogleVideo-YouTube), in cui veniva ripresa la vessazione ai danni di un ragazzo disabile e lesa la reputazione dell’associazioen Vividown.

Si procedeva sia per il reato di diffamazione (nei confronti di tutti e quattro i dirigenti), che per il reato connesso alla violazione delle norme in materia di protezione dei dati personali (nei confronti di tre soli imputati).

Sulla diffamazione v’è stata assoluzione per tutti e quattro gli imputati. Per l’altra ipotesi di reato, invece, il Tribunale ha sentenziato la condanna dei tre imputati.

Come si legge nell’articolo de Il Sole 24 ore e de la Repubblica

A tre imputati sono state inflitti sei mesi di reclusione con la condizionale. Un quarto dirigente che era imputato è stato assolto.

(…)

I dirigenti coinvolti sono David Carl Drummond, ex presidente del cda di Google Italy ora senior vice presidente, George De Los Reyes, ex membro del cda di Google Italy ora in pensione, e Peter Fleischer, responsabile delle strategie per la privacy per l’Europa di Google Inc. I tre sono stati condannati per il capo di imputazione di violazione della privacy, mentre sono stati assolti per quello relativo alla diffamazione. Per lo stesso motivo è stato assolto  Arvind Desikan, responsabile del progetto Google video per l’Europa, cui veniva contestata la sola diffamazione. Nei loro confronti l’accusa aveva chiesto pene comprese tra 6 mesi e un anno di reclusione.

Le opposte visioni dei condannati e dei pubblici ministeri che hanno condotto le tesi accusatorie sono ben sintetizzate nel medesimo articolo, a cui rimando anche per una sintetica illustrazione dei fatti riprodotti nel filmato in questione:

“Faremo appello contro questa decisione che riteniamo a dir poco sorprendente, dal momento che i nostri colleghi non hanno avuto nulla a che fare con il video in questione, poiché non lo hanno girato, non lo hanno caricato, non lo hanno visionato – dice il portavoce di Google – se questo principio viene meno, cade la possibilità di offrire servizi su internet”.

Opposta la reazione di pm milanesi. “Con questo processo abbiamo posto un problema serio, ossia la tutela della persona umana che deve prevalere sulla logica di impresa” affermano il procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo e il pm Francesco Cajani.

Occorrerà attendere le motivazioni per comprendere meglio l’inter logico che ha portato a tale pronunciamento.

Si nota subito il differente trattamento tra il reato di diffamazione e quello previsto dalla normativa in materia di protezione dei dati personali.

V’è da capire se, nella fattispecie, il giudice ha ritenuto sussistente la diffamazione ma non addebitabile, neanche a titolo di concorso, ai condannati, oppure se ha ritenuto in radice non configurato il reato.

Come avevo poi evidenziato in altri post su questo blog, la normativa dettata in materia di commercio elettronico (d.lgs. 70/2003 di recepimento della direttiva 2000/31/CE), correttamente invocata per sostenere l’esonero della responsabilità per i providers, fa tuttavia salva l’applicazione in materia di protezione dei dati personali.

Ciò significa che l’esonero di responsabilità, ove invocabile, non pare potersi applicare in ugual modo tra l’ipotesi della diffamazione e quella relativa all’illecito trattamento dei dati personali.

Tra l’altro la questione, più che in diritto, mi è sembrata una questione di merito, dato che la procura ha contestato la mancata rimozione immediata del video incriminato nonostante le segnalazioni degli utenti, che avrebbero comportato, anche in caso di iniziale esonero di responsabilità del provider, la reviviscenza della responsabilità, dal momento che questa riemerge qualora il provider sia a conoscenza dell’illecito nei confronti del quale non ha l’obbligo di prevenzione, né quello di sorveglianza.

Uno dei punti critici, pertanto, mi è sembrato quello volto ad individuare l’ipotesi del perdurare dell’irresponsabilità del provider allorché sia venuto a conoscenza dell’illecito tramite le segnalazioni degli utenti (prima delel sollecitazioni dell’autorità giudiziaria e delel forze di polizia).

Concettualmente distinto, poi, è il piano degli effetti che nascono da tale assetto normativo. Il sistema, infatti, porterà i providers a cautelarsi dalle responsabilità attivando meccanismi censori, comprimendo i diritti fondamentali di manifestazione del pensiero, di comunicazione, di informare e informarsi, al solo fine di evitare l’ipotesi di condanna.

E’ chiaro che la normativa va rivista, per ridelineare, ormai a 10 anni di distanza dalla direttiva del 2000, un quadro migliore, restituendo maggior equilibrio tra repressione degli illeciti, dignità della persona, diritto a fare impresa, diritti di comunicazione e manifestazione del pensiero, sviluppo tecnologico.

E’ su questa scia che vanno indirizzate le riflessioni per un dialogo costruttivo.  Su questo tema, lo avrete capito, ritornerò spesso su queste pagine.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Un indizio sulle possibili motivazioni dei fondatori del Gruppo di Facebook contro i bambini down

In questi giorni è stato aperto e chiuso il “Gruppo” della vergogna, quello attivato su Facebook ed avente per titolo “Giochiamo al tiro al bersaglio con i bambini down”.

Ne avevo già parlato con riguardo alle prospettive di risarcimento del danno.

Il caso sta facendo molto clamore.

A leggere gli articoli apparsi on-line, ad esempio quello de La Stampa, viene riportato che

Il gruppo (…) si è collocato nella categoria “Salute e benessere”. Fondatori e amministratori: “Il signore della notte” e “Il vendicatore mascherato”. Indirizzo e dati, ovviamente, sono di fantasia, in linea con lo “stile” del gruppo.

I nickname, a mio avviso, sono importanti per tentare di capire qualcosa in più.

Il sito è stato aperto e chiuso in poco tempo, praticamente nel giro di un giorno lavorativo, come ha precisato Anna Masera, considerando la domenica in mezzo.

Dunque, tutto in un week-end.

Sembra che l’azione posta in essere sia un’azione mediatica, di comunicazione, volta ad esprimere qualcosa che vada oltre alla gratuita offesa alal dignità dei bambini down.

Innanzitutto v’è da considerare la collocazione temporale.

Il sito è apparso nei giorni immediatamente precedenti a quello in cui è prevista la celebrazione dell’ultima udienza nel processo penale a carico di quattro dirigenti di Google, innanzi al Tribunale di Milano (24 febbraio 2010). Nell’ambito di tale processo un ruolo centrale è stato svolto dall’associazione Vividown, costituitasi parte civile insieme al Comune di Milano.

Si ricorderà che la costituzione di parte civile era dovuta al fatto che nel video incriminato uno dei ragazzi che vessava il compagno disabile aveva citato l’associazione Vividown in un contesto ravvisato da quest’ultima come diffamatorio.

Ebbene, la costituzione di parte civile dell’associazione, così come quella del Comune, non è stata ritirata neanche dopo la decisione, da parte della famiglia del ragazzo vessato, di ritirarsi dal processo per non subire gli effetti connessi al clamore mediatico delal vicenda.

Il ruolo giocato dall’associazione Vividown ed il risalto dato dagli autori del video all’associazione medesima nel filmato mandato in onda sulla nota piattaforma di videosharing ha fatto sì che il ragazzo disabile venisse inizialmente indicato come un ragazzo down, benché in realtà sia un soggetto autostico.

Ebbene, il nickname “Il signore della notte” sembrerebbe qusi alludere alla collocazione temporale dell’evento mediatico, come se dovesse celebrarsi in una notte o, meglio, come se si dovesse agire di notte per assistere, nel giorno dopo, al clamore suscitato dall’azione mediatica, in attesa della rimozione che in fin dei conti anche gli autori si aspettavano.

Che l’interpretazione di un simile gesto possa essere ravvisato nel richiamo dell’attenzione mediatica sul caso Google / Vividown emerge con un indizio meno evanescente da un altro elemento.

Il secondo nickname è “Il vendicatore mascherato”.

Mascherato, si capisce, allude al fatto che si vuole celare la propria identità nella “vendetta” proclamata; ma vendetta per che cosa? Da chi? Per quale ragione?

L’uso del termine “vendicatore” sembra, cioè, in linea con l’ipotesi che si sia voluto esprimere il dissenso aperto verso il rischio di incriminazione di “Google”, emblema di Internet nel suo complesso e, nel caso specifico, realizzatore dei diffusissimi servizi di videosharing (GoogleVideo, YouTube), che con l’esito del giudizio penale in corso potrebbero essere drasticamente compromessi per il mercato penale, in caso di condanna.

Non è un caso, mi sembra, che il Gruppo del “signore della notte” e del “vendicatore mascherato” abbiano indirizzato l’attenzione verso i bambini down e non verso i down in generale.

Non mi sembra, cioè, che abbia pesato la disabilità connessa all’aterazione cromosomica, quanto invece il fatto che si volesse colpire un target specifico (il minore down) come vittima celebrata, ossia come icona simbolo, da prendere come bersaglio.

Il bersaglio mediatico, probabilmente, è il ragazzo “down”, così come rappresentato dai media nel caso Google/Vividown.

Probabilmente in tale bersaglio è stata individuata dagli ideatori del Gruppo di Facebook in questione, in maniera avventata, la causa di tutti i mali che gli utenti Internet potrebbero subire a seguito dell’accanimento della giustizia penale italiana nei confronti di Google, provider dei servizi di viodesharing. O, più semplicemente, l’individuazione di tale causa, da prendere come bersaglio, sfuggendo ad una reale ricerca eziologica, è solamente il frutto del risentimento verso un sistema che rischia di compromettere il futuro sviluppo della rete, attraverso la (asseritamente facile) incriminazione dei provider da parte dell’autorità giudiziaria italiana a cui consegue quella che è stata indicata come “La sindrome dell’Intermediario“.

Al di là dei nicknames utilizzati, dagli asticoli di stampa sono emersi alcuni contenuti nelle pagine ora oscurate.

Riporto gli stralci di una ricostruzione giornalistica:

Sul sito ora oscurato si leggeva: «È così difficile da accettare questa malattia… perchè dovremmo convivere con questi ingnobili creature (…) io ho trovato la soluzione: consiste nell’usare questi esseri come bersagli, mobili o fissi, nei poligoni di tiro al bersaglio».

Ed ancora:

Si chiama «Giochiamo al tiro al bersaglio con i bambini down», e in home page pubblica la fotografia di un bambino portatore di handicap bollato come «scemo». «È l’unica fine che meritano questi parassiti», si legge nella didascalia sotto l’immagine.

Non emergono, a quanto pare, elementi espressamente volti ad indirizzare in altre direzioni la vendetta del vendicatore mascherato. La ricostruzione legata alla possibile connessione con il caso Google / Vividown, in altre parole, resta un’ipotesi probabile, anche se non è detto che sia neccessariamente così.

La connessione con tale caso è apparsa naturale e spontanea anche nel pensiero di Anna Masera, per la Stampa, là dove, evidenziando il rischio del clamore mediatico di tale azioni (“Non bisogna fare pubblicità ai gruppi di provocatori su Facebook”) precisa che

“(…) Dar peso a iniziative di questo genere (…) rischia di essere solo controproducente: perchè si tratta di troll, ovvero (la definizione è di Wikipedia) “individuo che interagisce con la comunità tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente stupidi, allo scopo di disturbare gli scambi normali e appropriati”.

Il risultato è contribuire al rumore di fondo mediatico e politico mettendo in cattiva luce le aziende che operano su Internet, anzichè i responsabili individuali di eventuali reati, in un momento in cui tutti gli occhi sono puntati sulla sentenza attesa per dopodomani che vede imputata Google nel noto caso di bullismo che ha visto dei ragazzi pubblicare un video su YouTube di molestie contro un ragazzino down.

Con il rischio che escano proposte di legge demenziali contro la libertà su Internet, che se venissero accolte, danneggerebbero tutti”.

Il rischio di una reazione non equilibrata della politica e, per suo tramite, del legislatore, sulla spinta emotica del clamore mediatico, da cavalcare anche alla ricerca di facili consensi elettorali, effettivamente c’è.

Se questo è l’effetto che ci si può aspettare, l’azione del “signore della notte” e del “vendicatore mascherato” finisce per minare alle fondamenta le stesse ragioni per cui, probabilmente, è stata posta in essere.

In ogni caso rimane un’azione deplorevole, esempio da non imitare.

Cercherò di seguire, nei prossimi post, anche il discorso relativo alle modalità di oscuramento ed alle investigazioni in atto.

Rimando quindi alle successive pagine di questo blog per altri commenti.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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