Google

Ragazzi in Rete. Avviso ai naviganti

 

 

 

Il Lions Club Imola Host e le Scuole medie imolesi, in collaborazione con Polizia Postale e delle Comunicazioni, Google, Telefono Azzurro, Università di Bologna (CIRSFID) e Adiconsum, hanno organizzato due incontri per genitori ed insegnanti sul tema della educazione all’uso dei nuovi media.

Calendario degli incontri:

 

Primo incontro

Data: 14 marzo 2012 ore 17:00 – Luogo: Imola, Palazzo Sersanti

Relatori:

  • Alberto Di Gabriele – Polizia Postale e delle Comunicazioni
  • Laura Bononcini – Google Italy
  • Fabio Bravo – Università di Bologna

Secondo incontro

Data: 21 marzo 2012 ore 17:00 – Luogo: Imola, Sala BCC ex Cinema Centrale

Relatori:

  • Monica Palmirani – Università di Bologna
  • Giovanni Salerno – Telefono Azzurro
  • Giuseppe Gabriele – Adiconsum

Tutti gli appuntamenti sono a ingresso libero fino ad esaurimento dei posti liberi

 Per informazioni: michele.martoni@unibo.it

Link dell’evento sul sito del CIRSFID – Università di Bologna

Volantino in PDF

Volunia

Per lunedì 6 febbraio 2012 è atteso il lancio ufficiale di Volunia, il motore di ricerca made in Italy di Massimo Marchiori, professore associato di informatica all’Università di Padova.

Marchiori, definito come l’inventore dell’algoritmo del motore di ricerca “Google”, ha ora progettato un ulteriore innovativo algoritmo, già testato da mesi sul web. Dopodomani sarà reso liberamente accessibile.

Ecco i link:  www.volunia.comhttp://launch.volunia.com/

Invito a dare credito alla ricerca delle Università italiane. Oltre alla qualità dei risultati, su cui le aspettative sono elevate, c’è tuttavia da vedere se il nuovo motore di ricerca riuscirà a guadagnare fette significative di mercato. Sicuramente l’entrate di un nuovo competitor nel settore dei motori di ricerca rivitalizzerà il mercato e avrà un effetto propulsivo. Si delineeranno presto nuovi scenari e, insieme ad essi, nuove problematiche giuridiche che gli specialisti del settore saranno chiamati ad affrontare.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

*** AGGIORNAMENTO 06.02.2012***

Sulla data di lancio odierna:

Da oggi il motore sarà aperto ai ‘beta-tester’, utenti scelti fra quelli che si sono iscritti al sito, ma se non ci saranno problemi entro pochi giorni l’accesso sarà aperto a tutti.

Sul nuovo algoritmo basato sul “Seek & Meet

“L’esperienza offerta dal nuovo motore appare in effetti in grado di offrire innovazioni radicali: di fatto Volunia offre una pagina di risultati “vivi”, che mescolano la classica ricerca sul web a informazioni in tempo reale su chi visualizza quei risultati in quel momento, come e dove si sceglie di approfondire, quanti utenti hanno cercato e cercano quelle informazioni.

E’ possibile collegarsi a questi utenti come si farebbe su un social network, costruendo una rete di contatti attraverso i risultati.

Insomma un vero laboratorio della ricerca internet, in cui il recupero di informazioni diventa un’attività di cui il fattore umano influenza in modo determinante l’indirizzo.

“”Il social network come si intende oggi è una gabbia – spiega il ricercatore – in cui ci si rinchiude per poter interagire. Volunia rompe questa gabbia, e permette di fare amicizie in base ai reali interessi.

Sì, il nostro motore di ricerca è una rivoluzione: adesso si potrà fare amicizia come nella vita, in un luogo di interesse comune. Che qui sarà il sito che si sta visitando insieme“.

(…) Il motore  (…) ha due parti, simboleggiate dallo slogan ‘seek and meet’ (cerca e incontra). La parte ‘seek’ riguarda le funzioni più proprie del motore di ricerca: Volunia, oltre a trovare i siti correlati alle parole cercate, fornisce una mappa del sito che rimane sempre visibile e permette una migliore navigazione anche al suo interno. La parte ‘meet’ è invece quella che permette la ‘socialita, facendo vedere chi sta navigando all’interno delle pagine cercate, e di interagire.

 

*** AGGIORNAMENTO 08.02.2012***

I beta-tester di Repubblica hanno dato un giudizio non lusinghiero, anche se provvisorio, viste le possibilità di miglioramento per Volunia, non ancora lanciato in versione definitiva.

*** AGGIORNAMENTO 09.02.2012***

Per il Corriere ecco la prova e la valutazione di Federico Cella, su Vita digitale, con alcuni screenshot e il commento di Marchiori alle critiche relative alla non ottimale performance di Volunia.

Per Marchiori attualmente il motore ha indicizzato solamente l’1% di tutta la rete. Quindi Volunia è solo all’inizio…

Google e la pubblicità di attività illecita (e i proventi incassati)

Un interessante articolo del Corriere.it dal titolo “Profitti da pubblicità illegali, Google nel mirino“, di Martina Pennisi, mette in luce alcuni recenti casi di particolare rilevanza, segnalati dalla BBC:

a) il primo caso riguarda

 

“AdWords. Il programma mette a disposizione spazi pubblicitari abbinati ai risultati del motore di ricerca di Mountain View e finisce periodicamente nell’occhio del ciclone per la visibilità concessa ad attività illecite.

L’ultimo caso in ordine di tempo è relativo alla vendita dei biglietti per le Olimpiadi di Londra della prossima estate: è stata la Bbc, su indicazione di un’ascoltatrice del programma5 live Investigates, a segnalare la presenza in testa alle ricerche sponsorizzate di un portale non autorizzato alla vendita di ingressi per la manifestazione sportiva“.

Uno dei punti critici maggiori riguarda il senso di fiducia ingenerato nei fruitori del motore di ricerca per via del posizionamento in testa ai risultati del noto search engine:

Fidandosi della priorità data da Big G al sito LiveOlympicTickets, la donna ha sborsato 750 sterline per seguire i 1.500 metri, ma non ha ricevuto i due biglietti e rischia di perdere il denaro”.

 

Le repliche di Google rese al Corriere.it:

Google, come ha fatto notare all’internauta stessa in cerca di risposte, chiarisce a Corriere.ti che esistono «una serie di regole che illustrano quali annunci pubblicitari possono e quali non possono comparire su Google e vengono applicate e fatte rispettare sia da sistemi automatizzati sia da persone». «Di recente – spiega facendo riferimento al caso in questione – grazie al lavoro effettuato con la polizia, abbiamo rimosso alcuni annunci relativi ai biglietti delle prossime Olimpiadi che violavano tali regole»”.

 

La questione degli introiti:

“Gli introiti ottenuti nei cinque giorni in cui la società fraudolenta, che avendo sede fuori dai confini britannici non è stata ancora intercettata dalle autorità, ha beneficiato dell’involontaria (ma pagata) esposizione rimangono nelle casse del colosso californiano e la polemica monta ulteriormente”.

***

b) il secondo caso riguarda le farmacie canadesi e la normativa statunitense che impone restrizioni alla vendita di medicinali on-line:

“Un caso analogo risalente allo scorso agosto è costato a Google 500 milioni di dollari, cifra versata nelle casse del governo Usa per aver permesso a farmacie canadesi di pubblicizzare la vendita online di medicinali agli internauti statunitensi. La legge a stelle strisce impedisce l’importazione dal Canada di medicine alla stressa stregua, nella specifica situazione di peso (economico) ovviamente inferiore, in cui il London Olympic and Paralympic Act del 2006 si scaglia contro i venditori abusivi di biglietti. “

Unione Nazionale Consumatori vs. YouTube. Rimozione di canale telematico su richiesta del terzo danneggiato, titolare dei diritti d’autore

Ecco, siamo arrivati all’emersione del punto dolente di tutta la questione.

 

Continua a leggere

Computer Ethics. Il caso Google Translate e il voto a Berlusconi

Mi ha meravigliato il caso riportato da Repubblica, su segnalazione di un lettore.

Così riporta Repubblica:

Bizzarrie di Google Translate, il servizio del motore di ricerca che permette di effettuare traduzioni in quasi tutte le lingue del mondo. Come ci segnala il lettore Davide Torri, se si scrive “Io non ho votato Berlusconi”, il servizio restituisce sempre la traduzione opposta: “Ho votato per Berlusconi”. L’errore si ripete in qualunque lingua: inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese. Curiosamente, sostituendo Berlusconi con il nome di qualunque altro leader politico, la traduzione ritorna corretta

Consiglio di scorrere tutti i fotogrammi proposti dalla nota testata nazionale (si veda anche il video pubblicato da La Stampa).

Il test era stato fatto sostituendo Berlusconi con Fini, Bersani, Casini e Vendola, ma il risultato era sempre il medesimo. La traduzione, quando riguardava Berlusconi, appariva “taroccata” e ciò anche ove si cambiava lingua, mentre con gli altri leader politici il risultato della traduzione veniva restituito corretto..

Mi sembra che ora il problema di traduzione su tale frase sia stato risolto, almeno ad una verifica che ho effettuato poco fa, ma la questione non è solamente di natura tecnica. C’è un problema di computer ethics, mi pare, che lascia riflettere sulle posizioni sostanzialmente monopolistiche o dominanti dei nuovi fornitori di servizi su Internet, in uno scenario in cui, con il passar del tempo, la rete soppianterà o affiancherà, anche nell’indice di gradimento, la televisione.

E’ un problema non tecnico, dunque, ma di computer ethics e, aggiungerei, di democrazia, dato che il “popolo sovrano” ha diritto ad avere, non solo in questo caso, ma anche in altri come questo, informazioni corrette per poter esercitare liberamnte il diritto di voto, senza codizionamenti.

Il servizio di traduzione di Google è comunemente usato all’estero, anche dai giornalisti, per poter facilmente apprendere i contenuti di articoli e post scritti in italiano. Qualcuno un po’ più smaliziato di me potrebbe avere il sospetto che i bug di traduzione così mirati possano servire, da un lato, a modificare la percezione dei fatti e dei sentimenti politici appresi all’estero leggendo on-line materiale in italiano, automaticamente tradotto con il Traduttore di Google; nonché, dall’altro lato, ad orientare gli elettori attraverso espedienti mediatici non cristallini, che vanno meglio ricercati, approfonditi e studiati, su cui la psicologia applicata al marketing avrebbe il suo ruolo. Ma noi non siamo così smaliziati.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Information Society & ICT Law

Garante Privacy: provvedimento sulle Google Car. Devono essere riconoscibili

Il Garante per la protezione dei dati personali ha emanato, in data 15 ottobre 2010, un provvedimento con cui impartisce precise indicazioni a Google per l’uso delle Google Cars in Italia, le auto che acquisicono informazioni e immagini per approntare il servizio Google Street View (cfr. anche il Comunicato Stampa del 25.10.2010).

Ecco il dispositivo:

IL GARANTE:

dispone, ai sensi degli artt. 143, comma 1. lett. b) e 154, comma 1, lett. c) del Codice, che Google Inc. entro trenta giorni dalla notificazione del presente provvedimento:

a) provveda a designare un proprio rappresentante stabilito nel territorio dello Stato ai fini dell’applicazione della disciplina sul trattamento dei dati personali;

b) provveda ad informare gli interessati, relativamente all’acquisizione di immagini fotografiche, individuando con un sufficiente livello di approssimazione le località visitate dalle vetture di Street View tenendo conto della ampiezza delle suddette località, mediante pubblicazione della notizia sul sito web della società, nei tre giorni antecedenti rispetto all’inizio della raccolta delle immagini;

c) provveda ad informare gli interessati anche tramite la pubblicazione, sulla pagina di cronaca locale di almeno due quotidiani, nonché mediante diffusione per mezzo di un’emittente radiofonica locale, di un preventivo avviso – per ogni regione visitata – che informi sui luoghi in cui circoleranno le vetture;

d) predisponga, sulle vetture attraverso le quali acquisisce le immagini fotografiche, cartelli o adesivi ben visibili che indichino, in modo inequivocabile, che si stanno acquisendo immagini fotografiche istantanee oggetto di pubblicazione online mediante il servizio Street View.

Al di là delle prescrizioni impartite, appare molto interessante ripercorrere le motivazioni che hanno portato a tali conclusioni.

Il Garante per la privacy, come si legge nel recente provvedimento, Continua a leggere

Sul sequestro dei post di un blog in fase di indagini per reato di diffamazione

Un articolo di Alessandro Giglioli, dal titolo “Se sui blog arriva la censura di Polizia“, prende in buona fede una discutibile posizione sul tema dei poteri di intervento da parte del P.M. e/o della Polizia Giudiziaria in sede di indagine, nel caso in cui si proceda per l’ipotesi di reato prevista e punita dall’art. 595 c.p.: la diffamazione.

Giglioli segnala un caso molto interessante, portando all’attenzione della blogosfera il caso del blog “Sul romanzo”, illustrato da Morgan Palmas nel suo post “Esistono azioni fasciste online?“.

Giglioli, riprendendo la tesi di Palmas,riassume così la fattispecie:

Qualche tempo fa il blog di letteratura Sul Romanzo pubblicò un’intervista  a un’ex studentessa dell’università di Sassari, Antonietta Pinna, la quale sosteneva che la sua tesi di laurea era stata saccheggiata da una sua docente, che l’avrebbe utilizzata per un suo libro senza citare neppure la fonte.

Anche L’espresso on line riprese la vicenda, ripubblicando l’intervista e quindi ospitando la successiva replica della docente chiamata in causa.

La cosa sembrava finita lì, invece l’altro giorno Morgan Palmas, il titolare di Sul Romanzo, ha ricevuto una notifica da parte di Google (il suo sito si appoggia a Blogger), nella quale si spiega che la Polizia di Stato ha chiesto a Google di cancellare due articoli in merito («per accertamenti») in quanto vi sarebbe un reato di diffamazione ai sensi dell’articolo 595 del codice penale.

Google si è immediatamente adeguata e gli articoli del 26 febbraio e del 3 marzo sono stati quindi eliminati d’imperio dal sito senza che il titolare del blog potesse farci nulla ma soprattutto senza che il reato di diffamazione fosse discusso ed eventualmente provato in un’aula di tribunale. Uno è poi riapparso mentre l’altro è rimasto oscurato.

Poi fa queste considerazioni, che riporto per intero al fine di evitare involotarie distorsioni:

Ho chiesto un parere in merito all’amico giurista Guido Scorza. Ecco quello che mi ha risposto:

«Il provvedimento – credo raro, se non unico nel suo genere – è a mio avviso illegittimo. Un PM, evidentemente, non può da un lato ordinare l’acquisizione di elementi di prova utili a verificare se via stata una diffamazione e, contemporaneamente, ordinare la “cancellazione” degli articoli asseritamente diffamatori dei quali ha domandato l’acquisizione proprio allo scopo di verificare se SONO O MENO diffamatori».

Chiaro no? Prima si censura, poi si decide se andava censurato.

E’ una schifezza, che ovviamente non si può tecnicamente applicare ai giornali cartacei ma viene usata tranquillamente sul Web, con la complicità dei fornitori di servizi.

E questo post è rivolto anche ai molti amici e conoscenti che ho a Google: davvero, ragazzi, non avevate alcuna alternativa a sdraiarvi come zerbini alla prima lettera, anziché aspettare una sentenza di merito, almeno di primo grado?

I punti che entrano in gioco sono diversi.

La conclusione, con gli interrogativi, è in fin dei conti perfettamente condivisibile. Suona come una critica rivolta a chi si affida a piattaforme di blogging, come “blogger.com”, di Google, ma, in fin dei conti, anche come “wordpress.com” o altre. Se si dipende da un provider per usare il proprio blog, il rischio è che il provider, anche su sollecitazione di terzi (non necessariamente della procura), potrebbe decidere unilateralmente di rimuovare alcuni post o di renderli inaccessibili, sacrificando il diritto fondamentale tutelato all’art. 21 Cost. (libertà di manifestazione del pensiero con qualunque mezzo, incluso quello telematico).

Tuttavia, va osservato che l’intervento di Google non è del tutto arbitrario. Anzi, è un intervento che risponde ad un invito che sembra provenire dall’autorità giudiziaria.

Ecco il testo della comunicazione con cui Google avvisa il blogger della rimozione dei due post su cui si sta indagando per il reato di diffamazione secondo la ricostruzione di Morgan Palmas:

Blogger – Complaint Received”  (14 settembre 2010)

“Hello,
We’d like to inform you that we’ve received a court order regarding your blog http://sulromanzo@gmail.com. In accordance with the terms of the court order, we’ve been forced to remove the following posts:
http://sulromanzo.blogspot.com/2010/02/malauniversità-baroni-e-furbizie.html
http://sulromanzo.blogspot.com/2010/03/maria-antonietta-pinna-turrini-brizzi.html
A copy of the court order we received is attached.
Thank you for your understanding.
Sincerely,
The Blogger Team”
E in allegato un documento ufficiale della Polizia di Stato (Compartimento dell’Emilia Romagna, sezione di Ferrara), nel quale l’oggetto è una richiesta di accertamenti. Per indagini in corso la Polizia di Stato chiede a Google di cancellare due post (26 febbraio 2010 e 3 marzo 2010) perché v’è un reato di cui all’art. 595 del Codice Penale per diffamazione con pubblicazione di articoli postati sul sito internet www.sulromanzo.blogspot.com.

L’allegato, riportato da Giglioli in partura del suo post, è praticamente illegibile.

Con sforzo si legge qualcosa. Sono individuabili, ad esempio, oltre al’intestazione ed ai destinatari:

a) le parole di apertura: “Per indagini di P.G.”;

b) le parole a cavallo tra la prima e la seconda riga: “File LOG”;

c) quelle disposte tra la seconda e la terza riga: “Procura della Repubblica del Tribunale di Ferrara in data …”;

d) parte dell’indirizzo e-mail, forse quello fornito per eventuali chiarimenti o per fornire i riscontri (si legge “…@poliziadistato.it”).

Non si legge l’indirizzo del blog, né quello dei due post “incriminati”, ma neanche la data e la firma della missiva, il che lascia presumere che la riproduzione del provvedimento sia solo parziale e c’è dunque dell’altro.

Dalla trascrizione che Giglioli fa delle riflessioni del collega Guido Scorza, che probabilmente ha avuto in visione il provvedimento in forma leggibile e forse per intero, sembrerebbe evincersi che vi sarebbe stato da parte del P.M., contestualmente:

a) un ordine di acquisizione di elementi di prova utili a verificare se via stata una diffamazione (ed in questo caso pertinenti sarebbero i riferimenti ai LOG-FILE);

b) un ordine di acquisizione dgli articoli asseritamente diffamatori;

c) un ordine di “cancellazione” degli articoli asseritamente diffamatori.

Sulla base di tali elementi, non vedo quale sia l’anomalia. La procura ha disposto probabilmente un sequestro, probatorio o conservativo, e ha chiesto al provider di adottare i necessari provvedimenti, come del resto prevede la disciplina sul commercio elettronico, il d.lgs. 70/2003, spesso invocata per affermare l’asserita irresponsabilità dei providers.

L’art. 17 del d.lgs. 70/2003, ruricato “Assenza dell’obbligo generale di sorveglianza”, dopo aver chiarito che il provider

non è assoggettato ad un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni che trasmette o memorizza, né ad un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite

precisa, che questi è comunque tenuto non solo

ad informare senza indugio l’autorità giudiziaria o quella amministrativa avente funzioni di vigilanza, qualora sia a conoscenza di presunte attività o informazioni illecite riguardanti un suo destinatario del servizio della società dell’informazione;

ma anche

a fornire senza indugio, a richiesta delle autorità competenti, le informazioni in suo possesso che consentano l’identificazione del destinatario dei suoi servizi con cui ha accordi di memorizzazione dei dati, al fine di individuare e prevenire attività illecite.

Peraltro, senza scomodare la disciplina sul commercio elettronico, la Procura della Repubblica o direttamente la P.G. ha chiesto l’acquisizione di informazioni ed elementi probatori  (Log File) e nel contempo ha (probabilmente) disposto un sequestro, che va eseguito, in linea generale, acquisendo la res e rendendola indisponibile agli interessati ed ai terzi.

Concordo con le osservazioni rese dal collega Francesco Paolo Micozzi in un commento prontamente lasciato in calce al post di Giglioli, anche se delle tre possibilità che il medesimo prospetta non me la sento di escluderne a priori alcuna. Micozzi precisa che:

Purtroppo non si vede chiaramente il provvedimento di cui si parla però ritengo che non sia un atto particolarmente “strano”.
Le ipotesi sono:
1) il PM non è ancora intervenuto e la PG agisce di propria iniziativa. In questo caso si applica l’art. 55 del c.p.p. nella parte in cui si dice che “la polizia giudiziaria DEVE … impedire che i reati vengano portati a conseguenze ulteriori”. Evidentemente la polizia giudiziaria ha ritenuto che – per impedire che il reato venisse portato ad ulteriori conseguenze – la pagina “incriminata” (per la quale ritengo si proceda per diffamazione aggravata) dovesse essere rimossa.

2) il PM è intervenuto ed ha delegato alla PG di sottoporre a sequestro probatorio il sito in questione

3) il PM è intervenuto, ha richiesto un sequestro preventivo al GIP che ne ha disposto l’esecuzione mediante la PG.

Escluderei le ipotesi 2 e 3 perché così mi pare di capire dall’articolo.

Ma nella prima ipotesi trova applicazione l’art. 354 c.p.p. secondo cui “in relazione ai dati o ai sistemi informatici o telematici gli ufficiali di polizia giudiziaria adottano le misure tecniche o impartiscono le prescrizioni necessarie ad assicurarne la conservazione e ad impedirne l’alterazione e l’accesso”… e provvedono alla “immediata duplicazione su adeguati supporti mediante una procedura che assicuri la conformità della copia all’originale e la sua immodificabilità”.
Probabilmente la PG ha richiesto a BigG (o meglio ha impartito le prescrizioni necessarie) di assicurarne la conservazione ed impedirne l’accesso.

Non è assolutamente detto, quindi, che un blog messo offline non sia ripristinabile o ne sia andato definitivamente perso il contenuto.

A questo punto, se vi è stata attività di iniziativa della PG, sarà il PM a dover convalidare o meno questo “sequestro” entro 48 ore (art. 355 cpp). Se si ha la convalida… solo contro quest’ultimo provvedimento del PM potrà proporsi riesame entro 10 giorni.

Ricordo, infatti, che l’art. 354 c.p.c., dopo la novellazione avvenuta con la famosa legge n. 48/2008 di recepimento della Convenzione di Budapest sul cybercrime, prevede ora quanto segue:

Art. 354.

Accertamenti urgenti sui luoghi, sulle cose e sulle persone. Sequestro.

1. Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria curano che le tracce e le cose pertinenti al reato siano conservate e che lo stato dei luoghi e delle cose non venga mutato prima dell’intervento del pubblico ministero.

2. Se vi è pericolo che le cose, le tracce e i luoghi indicati nel comma 1 si alterino o si disperdano o comunque si modifichino e il pubblico ministero non può intervenire tempestivamente, ovvero non ha ancora assunto la direzione delle indagini, gli ufficiali di polizia giudiziaria compiono i necessari accertamenti e rilievi sullo stato dei luoghi e delle cose. In relazione ai dati, alle informazioni e ai programmi informatici o ai sistemi informatici o telematici, gli ufficiali della polizia giudiziaria adottano, altresì, le misure tecniche o impartiscono le prescrizioni necessarie ad assicurarne la conservazione e ad impedirne l’alterazione e l’accesso e provvedono, ove possibile, alla loro immediata duplicazione su adeguati supporti, mediante una procedura che assicuri la conformità della copia all’originale e la sua immodificabilità. Se del caso, sequestrano il corpo del reato e le cose a questo pertinenti.

3. Se ricorrono i presupposti previsti dal comma 2, gli ufficiali di polizia giudiziaria compiono i necessari accertamenti e rilievi sulle persone diversi dalla ispezione personale.

Si noterà, nella dizione dell’art. 354 c.p.p. dianzi trascritto, che le operazioni di accertamento eseguite dalla P.G. sono finalizzate, in ambito informatico, non solo alla acquisizione degli elementi su cui verte l’accertamento e alla loro conservazione, ma anche a rendere tali elementi inaccessibili  (“impedirne … l’accesso”), fino a sequestrare la res, quale corpo del reato o comunque cosa pertinente al reato per cui si procede.

Trattandosi di attività in fase di indagine preliminare, è normale che non si aspetti l’accertamento definitivo in ordine alla sussisntenza o meno del reato. E’ tipico del nostro sistema penale che il provvedimento avvenga prima dell’accertamento sull’effettiva esistenza del reato.

Sono atti disposti nel corso dell’indagine sulla base del fumus criminis (ossia su un giudizio probabilistico sulla verosimile sussistenza del reato), per i quali sono pur sempre previsti, nel nostro ordinamento giuridico, strumenti di opposizione o di impugnazione. Si pensi ad esempio alla richiesta di riesame contro i provvedimenti di sequestro.

Non vedo come possa trattarsi di censura o, per usare le parole riportate nei post citati, di “schifezze”.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Information Society & ICT Law

Protocollo Google-Vividown per la segnalazione e rimozione di abusi su Internet. I trusted users e le responsabilità giuridiche dei providers

Sul celebre caso Google vs Vividown, culminato con la sentenza di condanna emanata dal Tribunale penale di Milano a carico di alcuni dirigenti Google per il video caricato dagli utenti sulla nota piattaforma di videosharing (YouTube), nel quale venivano riprodotte le vessazioni dei compagni di scuola ai danni di un ragazzo autistico, si registrano importanti novità.

Nell’attesa che il giudizio di appello faccia il suo corso, Google ha stipulato un protocollo con Vividown, l’associazione, citata nel video incriminato, che aveva chesto di potersi costituire parte civile in primo grado.

Il protocollo è finalizzato a creare un meccanismo privilegiato di segnalazione e di rimozione, accordando a Vividown uno status di utente privilegiato o fidato (trusted users), in grado di collaborare con Google per la segnalazione dei materiali illeciti o contenenti “abusi”, al fine di stimolarne una più rapida rimozione da parte del colosso americano.

Come riportato su PMI-Dome,

Si tratta di un accordo stragiudiziale che prevede che l’associazione goda di un accesso privilegiato alla segnalazione di contenuti lesivi riconoscendola in sostanza come “trusted user” (utente certificato).

L’applicazione concreta dell’accordo prevede la possibilità di segnalare (in inglese flag, da cui il termine “flagger”) i video offensivi attraverso una casella di posta privilegiata a cui indirizzare le segnalazioni che potranno divenire nelle successive 24 ore richieste di rimozione concreta del materiale.

Sarà Google stessa a occuparsi della formazione dei volontari di Vividown necessaria per scandagliare la rete alla ricerca di file incriminati e attuare le corrette procedure per la segnalazione e rimozione (…).

Un dato interessante riportato nel Protocollo è il meccanismo di estensione dei poteri di segnalazione:

(…) l’associazione torinese avrà la facoltà di estendere il protocollo operativo anche ad ulteriori associazioni italiane consentendone l’utilizzo della procedura privilegiata, previa comunicazione a Google.

Stando ad un altro articolo, apparso su il Sole 24 Ore,

L’accordo stragiudiziale prevede che il motore di ricerca metterà a disposizione una pista privilegiata a Vividown per segnalare e far rimuovere in tempi veloci «contenuti inappropriati».

Non solo, le parti indirizzeranno i «comuni sforzi» anche per «educare contro la violenza ed il bullismo perpetrati ai danni delle persone disabili»: non si tratta quindi di «un’attività censoria» sul caricamento dei contenuti da parte dei navigatori ma l’accordo serve invece a promuovere chiare «intenzioni educative».

Si aggiunge, poi, che

In pratica, l’associazione in difesa dei ragazzi disabili diventa un trusted user/flagger (utente/segnalatore privilegiato) che attraverso una casella di posta potrà prima segnalare e, nelle 24 ore successive, chiedere la rimozione dei contenuti lesivi di diritti altrui.

Youtube non sarà comunque vincolato alla rimozione, ma se decidesse di non sopprimere il contenuto indicato dovrà spiegarne le ragioni a Vividown.

Google, peraltro, si fa carico della formazione del personale che Vividown destinerà all’ispezione della rete, e metterà a disposizione un assistente di lingua italiana.

Si affacciano nuovi scenari per la rete. Il carico del procedimento di controllo viene decentrato su soggetti socialmente impegnati, che affiancherano il Provider nelle operazioni di monitoraggio degli abusi, con particolare riferimento al materiale caricato su YouTube.

Il decentramento delle attività di controllo, però, proprio perché oggetto di intesa, finisce per incidere sui meccanismi di responsabilità delineati dalla direttiva 2000/31/CE sul commercio elettronico e recepiti in Italia con il d.lgs. 70/2003.

Il Provider, cioè, immette sul proprio sistema strumenti di controllo delocalizzati che possono essere a lui riconducibili in forza del Protocollo di intesa, con ovvie conseguenze sulla tesi, discutibile ma finora costantemente enunciata da Google, che il Provider non esercita controllo sui contenuti, limitandosi solamente a mettere a disposizione degli utenti lo spazio web.

Lodevole in linea di principio, il sistema funzionerà:

a) se il meccanismo di controllo sociale decentrato rimane qualitativamente su livelli elevati, tanto da incrementare l’azione di contrasto agli abusi e ridurre preventivamente i livelli di esposizione a rischio dei dirigenti di Google e della società nel suo complesso, in ambito penale e civile;

b) se le conseguenze giuridiche, come emergeranno dalle decisioni giurisprudenziali, portaranno ad un alleggerimento e non ad un aggravamento del carico delle responsabilità imputabili a Google ed ai suoi dirigenti. Sul punto, però, ho dei dubbi, in riferimento a come è attualmente congegnato il regime giuridico delle responsabilità degli intermediari nella società dell’informazione.

In materia di responsabilità ritornerò ancora.

Il problema delle forme di controllo, è facile prevederlo, trova ora nei trusted users una soluzione “test”, che potremmo dire interlocutoria, di cui dovranno essere esaminati i risultati per stabilire se è una strada percorribile, da confermare, o se è meglio cambiare rotta.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Information Society & ICT Law

Cosa sono i playload data (sul caso Google Street View e captazione dati su reti wi-fi)

Il Garante per la protezione dei dati personali è intervenuto sul caso relativo alla captazione di dati su reti wi-fi, effettuata da Google con le Google Cars, durante le operazioni tecniche necessarie per approntare il servizio Google Street View.

Il provvedimento del Garante per la privacy, di cui ho dato conto nel precedente articolo, faceva espresso riferimento ai playload data.

Poiché mi è stato chiesto di chiarire il significato del termine usato dal Garante, riporto di seguito del materiale utile a comprendere il senso tecnico delle espressioni:

1) La definizione di “playload data”:

(…) On the Internet, a payload is either:

1) The essential data that is being carried within a packet or other transmission unit. The payload does not include the “overhead” data required to get the packet to its destination. Note that what constitutes the payload may depend on the point-of-view. To a communications layer that needs some of the overhead data to do its job, the payload is sometimes considered to include the part of the overhead data that this layer handles. However, in more general usage, the payload is the bits that get delivered to the end user at the destination.

2) The eventual effect of a software virus that has been delivered to a user’s computer.

Poiché l’espressione “playload data” potrebbe fare riferimento a concetti e “dati” diversi, non univocamente individuabili a priori, sarebbe (stato) il caso che il Garante precisasse nel provvedimento, anche con un atto integrativo, il senso esatto da attribuire all’espressione usata nel proprio provvedimento a carico di Google, sopratutto in ragione della delicatezza della situazione e delle particolari esigenze di ordine probatorio che hanno indotto l’Authority a disporre la conservazione ed il blocco dei dati illecitamente trattati ed a trasmettere gli atti alla magistratura ai fini della verifica di eventuali illeciti penali, con particolare riferimento alle ipotesi di reato previste e punite all’art. 617 quater, co. 1, c.p. e all’art. 617 quinquies, co. 1, c.p.

***

2) Materiale tecnico di approfondimento sui “playload data”

Sui “playload data”, per chi desiderasse un accurato approfondimento tecnico, segnalo un intessante lavoro di ricerca di Jordi Portelli de Mora condotto presso l’Universitat Politecnica de Catalunya (Departament de Fisica Aplicada), a conclusione del dottorato di ricerca (Ph.D.). La tesi del dottorato di ricerca è del 2005 e verte proprio sui “Playload Data” nell’ambito del progetto GAIA condotto presso l’ESA (European Space Agency), a cui Jordi Portelli de Mora ha lavorato attivamente per cinque anni.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Information Sosciety & ICT Law

Montaggio di più video su YouTube e colonna sonora. Un altro passo verso la GoogleTV

YouTube ha attivato, in versione test, un servizio online che consente di effettuare on-line il “montaggio” di più video caricati sulla propria piattaforma e di aggiungere o cambiare la colonna sonora.

Volendo mettere insieme i pezzi di un puzzle, si intravede chiaramente la strategia commerciale e tecnologica di Google.

Consentire agli utenti non solo di generare contenuti e caricarli, ma anche di effettuare il montaggio dei video messi in condivisione sulla piattaforma ed assegnare una nuova colonna sonora in grado di dare l’idea di maggiore unità al prodotto multimediale complessivo, vuol dire consentire agli  utenti di generare video fruibili anche per un pubblico “televisivo”, che non si accontenta di pochi minuti di trasmissione, essendo abituato a visionare “pacchetti” preconfezionati di mezz’ora, un’ora, un’ora e mezza.

Ecco allora il perché della scelta di accordarsi con la SIAE per ottenere una licenza triennale relativa alle opere protette da diritto d’autore utilizzate dagli utenti di YouTube.

Da generatore di contenuti l’utente diviene anche colui che sceglie i video da montare, effettua il montaggio, inserisce la colonna sonora, propone un prodotto derivato, più adatto alle esigenze televisive di quanto non lo possano essere gli esili filmati che hanno determinato il successo su Internet della piattaforma di videosharing ora gestita da Google.

I video così confezionati dagli utenti saranno pronti per la Google TV, visionabili anche sulla Sony Internet TV.

Invero, le piattaforme per la creazione di contenuti TV e i modelli alternativi per la gestione e la creazione dei programmi TV con l’interazione degli utenti, generatori di contenuti, possono essere anche altri.

Segnalo il progetto CreaTiVù, made in Italy, con software di tipo open-source in EUPL per la produzione collaborativa di programmi TV, che costituisce una valida alternativa a piattaforme come YouTube, in quanto, se ben congeniato, portebbe garantire lo standar di qualità minimo dei video caricati e un più attento filtro preventivo a contenuti illeciti.

Non dico che un modello debba prevalere sull’altro, ma che la scelta di modelli deve essere articolata secondo le dinamiche del libero mercato, lasciando agli utenti-produttori e agli utenti-fruitori di contenuti, ed ai providers che gestiscono le diverse piattaforme, la scelta del modello che reputano più congeniale, tenendo conto anche delle policy e delle prassi operative usate nel rapporto con gli utenti.

A seconda del modello utilizzato, però,  le questioni giuridiche connesse ai profili di responsabilità cambiano radicalmente.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Information Society & ICT Law

EnglishFrenchGermanItalianPortugueseRussianSpanish

My Projects

      EUPL.IT - Sito italiano interamente dedicato alla EUPL

E-Contract-U

Giornalismo Investigativo - Inchieste e Diritto dell'informazione

My Books

My e-Books