Geolocalizzazione

Tecnologie di controllo. Il collare elettronico ai lavoratori

Mi ha colpito un articolo di Mauro Covacich per il Corriere della Sera dal titolo “Gli schiavi del volantinaggio con il collare elettronico“, ove si prospetta la questione del controllo dei lavoratori tramite dispositivo GPS da appendere al collo (c.d. “Collare elettronico” – cfr. FOTO) in grado di tracciare e ricostruire gli spostamenti effettuti durante l’orario di lavoro. I toni sono molto forti:

Un’organizzazione di indiani con sede nell’ovest vicentino, al centro di un vasto giro di volantinaggio illegale fatto di lavoro nero, evasione e frode fiscale, è stata sgominata dalla Guardia di Finanza, ma non è questa la notizia vera.

La notizia vera è che questi nuovi padroni controllavano i loro lavoranti, quasi tutti ovviamente immigrati irregolari e quindi ricattabili, attraverso una catena elettronica dalle maglie invisibili collegata a un gps.

(…)

È probabile che i nuovi padroni colti in flagranza di reato abbiano sgranato gli occhi di fronte alle accuse. Che c’è di male a dotare di collarino gps i tuoi schiavi? Prima c’era la palla al piede, le catene, adesso gli rendiamo la vita più facile, e voi pure vi scandalizzate? Chi tiene gli occhi bassi sulle cose non ha tempo per pensare: o è troppo intento a far soldi o sta sudando per farli fare a qualcun altro.

 

Mi sembra stia trovando applicazione alle persone la prassi già da tempo invalsa per il controllo e il tracciamento delle “flotte” aziendali. Dal tracciamento dei veicoli, ora, si è passati al tracciamento diretto della persona-lavoratore e ciò rende ancora più stringente la compressione della libertà personale, che si atteggia con sfumature diverse.

Probabilmente il controllo degli spostamenti del lavoratore appiedato nasce dall’esigenza meritoria di ottimizzare gli spostamenti e il lavoro (ad esempio per conoscere quale zone non sono state ancora coperte dal volantinaggio e quindi riprogrammare la distribuzione in loco) o, pensando in maniera più disincantata, dall’esigenza di controllare l’effettivo svolgimento dell’attività lavorativa, mettendo un freno alle possibili “distrazioni” del personale.

L’evoluzione del fenomeno è però degno di nota.

Il Garante per la privacy ultimamente si è pronunciato su un caso di controllo tramite GPS della flotta aziendale (“GPS sui veicoli aziendali e geolocalizzazione dei lavoratori. Interviene il Garante per la privacy“).

Occorrerà un monitoraggio ed uno studio sui limiti di tali forme di controllo, che saranno sempre più pervasivi. Credo si riuscirà ad andare anche oltre.

In ultima analisi, l’esigenza aziendale della produzione, da salvaguardare, va contemperata con l’esigenza di rispettare i diritti fondamentali della persona. Il progresso tecnologico e l’uso creativo che se ne fa impongono costantemente di riflettere su quale sia il nuovo punto di equilibrio tra gli opposti interessi.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

iPhone e iPAD: Apple annuncia nuova release per risolvere i problemi di privacy sollevati dal sistema di geolocalizzazione

Dopo le polemiche legate alla gestione dei dati di geolocalizzazione presenti sull’iPhone e sull’iPAD, la Apple ha deciso di intervenire direttamente sul sistema operativo, rilasciando una nuova release (4.3.3) con cui si criptano i dati rilevanti, prima lasciati in chiaro, e si evita il loro back-up sulla piattaforma iTune. Anche il discusso file “consolitaded.db” è stato rimosso.

Come precisato in un articolo di Repubblica, queste sono le novità:

1)

Più privacy. Così con iOS 4.3.3, cambiano un po’ di cose. Anzitutto il file in questione, consolidated.db, sarà eliminato, e le informazioni necessarie al funzionamento dello smartphone memorizzati in forma criptata e ridotte nelle dimensioni.

2)

Inoltre Apple elimina il vulnus della questione, ovvero il backup di queste informazioni su iTunes, l’unico modo in cui questi dati uscivano effettivamente dall’iPhone esponendosi a potenziali furti.

3)

Lo storico della geolocalizzazione non sarà più copiato su computer esterni, eliminando così il pericolo di fuga dei dati.

 

La nuova release sarebbe già disponiible per il download (il quale richiede il collegamento dell’iPhone e dell’iPAD al computer). Oltre alle critiche mosse dagli utenti e dagli esperti, si ricorda che era intervenuto anche il Garante per la protezione dei dati personali, con l’apertura di un’apposita istruttoria.

Le modifiche incidono ovviamente anche sulle possibilità tecniche a livello investigativo.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

 

iPhone e iPAD: l’inchiesta del Garante Privacy

Sul caso già segnalato in precedenza nell’articolo dal titolo “iPhone e iPAD. Geoprofiling, privacy e tecniche investigative“il Garante per la protezione dei dati personali ha illustrato, nel comunicato stampa di seguito riportato, le direzioi che ha intrapreso con l’apertura di un’istruttoria:

a) richiesta di informazioni alla Apple;

b) svolgimento di accertamenti tecnici;

c) coordinamento con le altre Authority in materia di privacy di altri Paesi, che stanno già indagando sul medesimo caso.

 

Caso iPhone e iPad. Il Garante apre un’istruttoria

L’Autorità Garante per la protezione dei dati personali ha deciso di aprire un’istruttoria sul caso segnalato da due ricercatori riguardo al nuovo sistema operativo di iPhone e iPad che terrebbe traccia di posizioni e movimenti dell’utente, registrando i dati sul cellulare o sul tablet.

L’Autorità, che ha già da tempo avviato accertamenti sugli applicativi presenti sugli smart phone, ha deciso oggi di allargare le verifiche anche a questo nuovo fenomeno che suscita particolare preoccupazione.

L’Autorità chiederà informazioni ad Apple e avvierà accertamenti tecnici tenendosi in contatto anche con altre Autorità europee per la privacy che si sono già attivate nei confronti della società di Cupertino.

Roma, 22 aprile 2011

Braccialetto elettronico, geolocalizzazione con GPS e stalking

È cronaca estera (Spagna) l’adozione del braccialetto elettronico per fronteggiare le ipotesi di violenza domestica, maltrattamenti familiari e stalking.

 

 Su tale soluzione occorre però una riflessione seria, perché il diritto penale e processuale penale, le scelte criminologiche e di politica per la sicurezza toccano aspetti delicati, essendo destinati ad incidere sui diritti fondamentali del soggetto a cui il braccialetto elettronico viene applicato.

 

Con ciò non si vuol intendere che l’adozione del braccialetto elettronico sia eccessiva, ma che non debba eccedere, nei suoi effetti, il principio di proporzionalità rispetto agli scopi per cui il braccialetto viene usato.

 

Qui occorre fare una breve ricostruzione di ciò che è avvenuto recentemente nel nostro sistema giuridico.

 

L’introduzione del reato di «atti persecutori» all’art. 612 bis c.p., noto come reato di «stalking», è stato accompagnato dalla modifica al codice di procedura penale, là dove, dopo l’art. 282 bis, è stato inserito il nuovo art. 282 ter c.p.p. (cfr. decreto legge 23 febbraio 2009, conv. in legge 38/2009).

 

Nei primi due commi di tale articolo si trova regolamentato il divieto di avvicinamento non solo ai luoghi frequentati dalla persona offesa, ma anche alla persona offesa medesima o ai prossimi congiunti o conviventi della stessa, oppure alle persone con cui la medesima persona offesa sia legata da una relazione affettiva.

 

Eccone una trascrizione:

 

Art. 282- ter (Divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa). — 1. Con il provvedimento che dispone il divieto di avvicinamento il giudice prescrive all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa.
2. Qualora sussistano ulteriori esigenze di tutela, il giudice può prescrivere all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati da prossimi congiunti della persona offesa o da persone con questa conviventi o comunque legate da relazione affettiva ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o da tali persone.

Ebbene, qui (ed in casi simili, ad esempio per maltrattamenti familiari) sorge il problema di come garantire il rispetto del divieto.

 

Ecco allora che le nuove tecnologie, panacea di tutti i mali odierni, entrano nuovamente in gioco.

 

S’è pensato di attuare il famigerato braccialetto elettronico, con tanto di geolocalizzazione con GPS.

Nella Spagna di Zapatero, riferisce la Repubblica, ne sono stati acquistati già tremila, al fine di conoscere la posizione geografica del soggetto a cui è stato intimato il divieto di avvicinamento.

 

L’articolo precisa:

 

Il primo braccialetto è stato allacciato qualche giorno fa nel comune di Valencia: 24 ore al giorno indicherà alla polizia e alla vittima dove si trova chi lo indossa, un uomo condannato per maltrattamenti in famiglia, un ex marito che non potrà più avvicinarsi alla donna che per anni ha maltrattato. E’ solamente il primo dei tremila braccialetti con sistema gps che la Spagna ha consegnato alle forze dell’ordine perché, su richiesta dell’autorità giudiziaria, li sfrutti contro i violenti.

 

Ad ancora:

  

I 3.000 braccialetti elettronici messi a disposizione della giustizia spagnola dal governo di Zapatero sono dell’ultima generazione. Quando il marito o ex marito riceve il braccialetto alla donna viene fornito un dispositivo che avvisa lei e la polizia se l’uomo si avvicina a meno di 500 metri. Un segnale d’allarme che potrebbe essere decisivo per evitare nuove violenze.

 

Nell’ambito di una lezione tenuta alla Polizia di Stato mi sono trovato a commentare il fatto che la riforma abbia allargato il divieto di avvicinamento rendendolo operativo non solo con riferimento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa (e dagli altri soggetti indicati dalla norma), ma anche con riferimento alla medesima persona offesa (ed agli altri soggetti indicati dalla norma), senza che abbia rilievo il luogo di riferimento.

 

La norma, di maggior tutela per la persona offesa, nasconde però un paradosso.

 

Già di per sé è costruita in maniera non del tutto condivisibile, perché costringerebbe il soggetto a cui il divieto è intimato ad allontanarsi dai luoghi frequentati ove sia la vittima ad avvicinarsi a lui. Ciò sembra urtare contro il principio di libertà personale, il cui sacrificio deve essere proporzionale e non portato oltre misura.

 

Per comprendere meglio l’incidenza oltre misura sui diritti e sulle libertà fondamentali del soggetto raggiunto dal divieto (la cui compressione dovrebbe essere proporzionale agli scopi per cui il divieto viene inflitto, senza travalicarli in eccesso) potrebbe essere utile richiamare il paradosso a cui accennavo poc’anzi.

 

Infatti, ove la persona offesa volesse far incorrere il destinatario del provvedimento restrittivo in una violazione del divieto, sarebbe sufficiente recarsi presso di lui, nei luoghi da questi frequentati.

 

Il paradosso, invero, non è così lontano dalla realtà se si pensa che i contrasti avvengono, nella maggior parte dei casi, nell’ambito di persone prima legate da rapporti sentimentali o affettivi.

 

Esperienza e letteratura insegnano, poi, che l’interazione autore-vittima nelle dinamiche criminali potrebbe far registrare la reazione della vittima, che per difendersi o per «colpire» in qualche modo l’aggressore o lo stalker, anche a scopo di vendetta, potrebbe attivare comportamenti volti a danneggiarlo.

 

Approfittare del divieto di avvicinamento per far risultare la sua violazione è ora fin troppo facile, per come è costruita la norma e per le tecnologie che consentono l’accertamento della violazione.

 

Immaginiamo che la vittima voglia arrecare un danno al soggetto raggiunto dal divieto di avvicinamento, a cui viene imposto il braccialetto elettronico.

 

La vittima, soprattutto se conosce le abitudini del soggetto a cui è imposto il divieto di avvicinamento, potrebbe raggiungerlo o addirittura anticiparlo, facendo maturare l’oggettiva violazione del divieto, provata dallo strumento tecnologico.

 

In tal modo la vittima è in grado di far scattare, ai danni del soggetto a cui il divieto è imposto e senza che possano rilevare le sue effettive intenzioni, le sanzioni collegate alla violazione del divieto di avvicinamento.

 

Il braccialetto elettronico, infatti, è in grado di avvisare immediatamente non solo la vittima, ma anche le forze dell’ordine, le quali disporranno dell’evidenza informatica offerta dallo strumento elettronico per agire nei confronti dell’autore della violazione.

 

Ulteriori problemi, non meno gravi, possono riguardare la violazione del diritto fondamentale alla protezione dei dati personali del soggetto su cui il braccialetto elettronico viene installato.

 

Infatti occorrerà prestare attenzione affinché il controllo operato da tale dispositivo tecnologico operi solamente al fine di evitare l’avvicinamento alla vittima (o potenziale vittima), ma non anche per far rivelare abitudini di vita e altre informazioni che il monitoraggio costante (24 ore al giorno) e la geolocalizzazione tramite GPS consentono.

 

Insomma, l’uso della tecnologia va bene, ma come sempre occorre essere molto cauti, prestare attenzione alle conseguenze ed agli «effetti collaterali», dato che la nostra società (information society) sembra pronta ad abbracciare l’innovazione tecnologica, perché attratta da essa, ma non sembra altrettanto pronta ad affrontarla e a gestirne gli effetti.

 

L’esempio spagnolo sta per essere considerato seriamente anche in Francia, ove per la verità il braccialetto elettronico e’  già attivo dal 19 dicembre 1997 come pena alternativa alla detenzione in carcere, al fine di controllare i condannati che scontano la pena agli arresti domiciliari. 

 

Sulla scia della facilità con cui si cavalcano certe tendenze per farne cavalli di battaglia da sbandierare politicamente, è fin troppo evidente che l’argomento sarà ripreso anche in Italia, tra gli strumenti necessari per garantire la sicurezza.

 

Le politiche per la sicurezza si troveranno di nuovo a caldeggiare le tecnologie informatiche ed a scontrarsi con le esigenze di tutela dei diritti fondamentali. Qui il dibattito deve essere attento, perché non si può recepire l’innovazione tecnologica senza confrontarsi con l’impatto sociale e con le norme giuridiche.

 

A me sembra, ad esempio, che l’eventuale introduzione del braccialetto elettronico debba far correggere la disposizione relativa al divieto di avvicinamento, facendo in modo che il divieto operi con riferimento a luoghi determinati o determinabili a priori e non in relazione a dove di volta in volta si troveranno un insieme di soggetti, quali la persona offesa, i suoi prossimi congiunti, i conviventi e le persone ad essa legate da relazioni affettive.

 

Insomma, il dibattito è aperto.

 

Fabio Bravo

 

 www.fabiobravo.it

 

Offender Locator. Geolocalizzazione e fotografia dei sex offender sul cellulare tra sicurezza e violazione dei diritti fondamentali

Uno degli applicativi più gettonati per l’iPhone è il software Offender Locator. Si tratta di un geolocalizzatore di sex offender, in grado di fornire dati relativi a osggetti condannati per reati sessuali.

Il software fornisce una scheda con la foto del sex offender, i suoi dati personali e l’ubicazione della sua residenza.

Utilizzando le mappe digitali ed il sistema GPS del cellulare, poi, il sotware è in grado di fornire una mappa digitale in cui è segnata la presenza di tutti i sex offender di una determinata zona, ad esempio quella relativa al proprio indirizzo o all’indirizzo di un proprio conoscente.

L’applicativo rappresenta una novità, che deve far riflettere per le sue implicazioni, per via della possibilità di coniugare applicazioni tipiche del crime mapping (cfr., ad esempio, 1 e 2) alle caratteristiche fornite dal cellulare, che alla mobilità aggiunge la larga difusione del suo impiego e l’avere il dispositivo sempre a portata di mano.

La possibilità di visualizzare anche il volto del sex offender su un dispositivo tenuto in mano mentre si passeggia per strada o si va in un negozio, produrrà conseguenze drastiche per la nostra società.

Com’è noto, in Italia una simile possibilità è scongiurata dalle norme in materia di protezione dei dati personali. Il sistema americano è diverso. Le esigenze di sicurezza, attuate secondo politiche repressive che dovrebbero far discutere, hanno spinto il sistema americano a pubblicare liste di pedofili e di altri sex offender, anche se tali soggetti hanno già scontato la loro pena e tentano una risocializzazione dopo la punizione dei reati commessi.

Il malinteso senso di sicurezza americano ha portato invece a rendere pubblica la lista dei soggetti che si sono macchiati di reati sessuali, dai più gravi a quelli lievi, con lo scopo di creare allerta nella popolazione, consentendo ai cittadini di autodifendersi da possibili casi di recidiva.

C’è da chiedersi se il sistema sia corretto. Se non si violano in tal modo i diritti fondamentali della persona. Se non si creano stigmatizzazioni permenenti che vietano a priori ad una persona di cirolare per strada, di andare a fare la spesa, di trovare un lavoro, di avere amicizie, senza essere additati a vita per un passato che si può anche avere il diritto di rinnegare, dopo aver scontato il debito sociale che la giustizia ha ritenuto di infliggere.

L’articolo di Bruno Ruffili, pubblicato per La Stampa con il titolo «La gogna dello stupratore», fa riflettere e ne consiglio la lettura. In tale articolo viene riprodotta anche un’immagine che rende bene l’idea del funzionamento del software.

Come chiosa intelligentemente Ruffili, riportando le parole del sergente J. B Lawis: «(…) se davvero volete proteggere i vostri figli cominciate a interessarvi della loro vita e non lasciate che siano gli altri a educarli al vostro posto».

Offender Locator riproduce sul cellulare uno strumento che gli Stati Uniti hanno pensato di riservare ai cittadini per preservare la loro sicurezza e le loro possibilità di autodifesa, creando allerta (e allarmismo) verso persone che, a fronte degli illeciti commessi e delel pene espiate, vengono sottoposte ad processo irreversibile di stigmatizzazione continua e di costante frustrazione dei diritti fondamentali.

Il rischio è che sistemi di controllo sociale attraverso le nuove tecnologie per la sicurezza del territorio, particolarmente invasive come queste, finiranno per attecchire anche in Italia, sulla scia di facili proposte che possono essere politicamente percorse per accaparrarsi consensi o solamente l’attenzione mediatica, senza considerare le conseguenze devastanti che le politiche per la sicurezza hanno sui diritti fondamentali dell’uomo.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Geolocalizzazione del cellulare e tecnologie di controllo sociale

Segnalo un interessante articolo di Riccardo Stagliano per la Repubblica, dal titolo “Silenzio, il cellulare ti spia. Se il telefonino diventa nemico“.

Il taglio è stimolante, perché rende bene l’idea di come le tecnologie diffusamente utilizzate possano essere impiegate per il controllo sociale degli utenti.

Come può leggersi in tale articolo,

“Le dotazioni sempre più sofisticate, il fatto ad esempio che il chip Gps, per il posizionamento satellitare, sia ormai standard in quasi tutti i nuovi modelli, apre scenari distopici. Ogni telefonino, mandando in continuazione segnali ai satelliti, consentirà triangolazioni sempre più precise per localizzare geograficamente il suo possessore (…)”

Tale possibilità tecnica viene poi usata anche per la fornitura di servizi ad hoc, che nascondono non poche insidie.

Sottolinea bene Stagliano che

“Il servizio in Gran Bretagna esiste da qualche tempo e si chiama FollowUs. In teoria il possessore del telefono “tracciato” deve essere consenziente. In pratica se un altro se ne impadronisce, in una decina di minuti fa in tempo a registrare la sua sim, ricevere il primo degli sms che avvertono che siete sotto osservazione e disattivare la notifica dei messaggini successivi.

Risultato: chi prende in mano l’apparecchio di lì in poi non ne sa niente. Mentre allo spione basta entrare nel sito, pagare una ventina di euro e cominciare a seguire su una mappa interattiva gli spostamenti della preda. A partire da agosto i genitori australiani potranno usare MyMobileWatchdog, un software sviluppato orginariamente per la polizia americana. Molto semplice, molto inquietante. Il funzionamento è analogo a quello appena spiegato. E con una dozzina di dollari al mese, collegandosi a un sito, papà o mamma potranno vedere il registro delle chiamate, leggere gli sms e guardare le foto scattate. Il sito statunitense capitalizza, a caratteri di scatola, la minaccia del “sexting”, i messaggini a sfondo erotico mandati da adulti che si spacciano da coetanei. E tuttavia l’intervento a gamba tesa nella corrispondenza elettronica dei ragazzi è innegabile.

Se non bastasse, a partire dal 2010, l’arsenale del potenziale spione si arricchirà di una nuova arma. Da quella data tutti i telefoni Ericsson, ma con ogni probabilità non solo quelli, saranno dotati di un nuovo chip Rfid (Radio frequency identification), le cosiddette “etichette intelligenti” che si trovano tanto nei vestiti quanto nei rasoi da supermercato. Nel microcircuito saranno immagazzinate le generalità del titolare e altre informazioni identificative. Tra i tanti possibili usi, le società emettitrici di carte di credito sembrano le più interessate. Se il titolare si trova in un altro posto rispetto a dove avviene la transazione, è probabile che la carta sia finita nelle mani sbagliate. E il sistema, mettendo a confronto la localizzazione del telefonino con quella dello strumento di credito, darà in automatico l’allarme. È ovvio che si tratta di un servizio per l’utente.

Ma se, come prevede un recente studio commissionato da Microsoft, la pubblicità via cellulare diverrà il 5-10 per cento di quella totale da qui a cinque anni, è chiaro che questo passo avanti nella tracciabilità significherà un passo indietro nella quotidiana pace dei sensi digitali. In Giappone, l’unico altro paese al mondo che ci batte quanto a penetrazione di apparecchi portatili, il gestore Softbank d’intesa con il settore pubblico sta per lanciare un esperimento di politica sanitaria via telefonino. L’idea è di monitorare, attraverso i dati Gps trasmessi dai cellulari, i bambini delle scuole. E lo scopo, in caso di epidemia, è riuscire a risalire attraverso i tabulati dei giorni precedenti con chi gli infettati sono venuti in contatto. Ancora una volta, controllo per il bene della collettività. Ma quando i dati sono sui server diventano, per definizione, violabili”.

Sono cose che devono far riflettere e già delineano gli imminenti scenari dell’information society.

Le tecnologie di controllo sociale, infatti, saranno sempre più pervasive e diffuse, alimentate dal bisogno di sicurezza. Non mi sembra distante dalla prassi neanche l’idea di un modello di gestione del potere attraverso il controllo esercitato con strumenti tecnologici.

Occorre monitorare bene il fenomeno, acquisire consapevolezza dei suoi molteplici aspetti, per approntare le migliori risposte individuali e sociali, politiche e giuridiche, e consentire ai diritti fondamentali di sopravvivere, evitando che soccombano dietro la spinta tecnocratica, che finisce per affermare come lecito, nella prassi, ciò che è tecnicamente possibile.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Orologio, geolocalizzazione e tecnologie di controllo

Proposto per monitorare a distanza i propri figli e dare serenità ai genitori, una società britannica (Lok8u Ltd) commercializza un orologio (Nu.M8) che sfrutta la tecnologia dei navigatori satellitari, con funzioni che realizzano vari strumenti di controllo.

Le applicazioni sono essenzialmente tre.

La prima è quella di geolocalizzazione. L’orologio viene messo al polso dei figli e i genitori, attraverso un dispositivo specifico, il proprio cellulare o il proprio PC, possono monitorare il posizionamento geografico del minore su una mappa tipica dei navigatori satellitari, con un margine di errore massimo di soli tre metri.

La seconda applicazione fornisce una risposta alle preoccupazioni legate alla possibilità che l’«orologio», senza il consenso del genitore, possa essere tolto di nascosto dal figlio stesso o possa essergli strappato di dosso da un altra persona, ad esempio un aggressore, con la violenza. In questo caso il dispositivo invia immediatamente un messaggio al genitore, tramite SMS o e-mail, in modo che questi possa intervenire immediatamente per rimettere o far rimettere il dispositivo al polso del figlio oppure, nel caso non auspicabile di aggressione o rapimento, per prestare un immediato soccorso.

La terza applicazione, invece, consente di programmare il dispositivo in modo tale che il sistema segnali al genitore, con un SMS o tramite e-mail, se il figlio (con l’orologio al polso) abbia lasciato una determinata zona, ritenuta sicura, eventualmente anche in relazione ad un dato arco temporale.

Ecco il link ad una demo, su sito della società produttrice, ove è possibile rendersi conto del funzionamento del prodotto.

Mi sembra che si sia voluto applicare in un contesto familiare il sistema di braccialetto elettronico pensato per i detenuti o per coloro che sono agli arresti domiciliari o alla detenzione domiciliare, molto usato in gran bretagna e di cui dà conto anche il nostro Ministero della Giustizia sul suo sito Internet.

La notizia dell’orologio-braccialetto elettronico usato dai genitori per la geolocalizzazione dei propri figli lascia aperto un interrogativo sul confine tra libertà e privacy (da una parte) ed esigenze di controllo e sicurezza (dall’altra parte).

Il discorso è sempre il medesimo, destinato costantemente a contraddistinguere la nostra società, ma ora viene spostato nell’ambito delle dinamiche familiari. Ancora una volta, le nuove tecnologie hanno un impatto decisivo.

Privacy e Geolocalizzazione del cellulare

Ci siamo soffermati sul caso della geolocalizzazione del cellulare per risolvere un caso di sequestro in un Paese del Massachussets, affinando la ricerca precedente all’intervento in loco tramite utilizzo delle mappe digitali e del servizio street view di Google.

La geolocalizzazione può essere usata anche per rinvenire le tracce delle persone disperse in montagna.

La normativa sulla protezione dei dati personali richiede, normalmente, il consenso dell’interessato, ma questo, ovviamente, non è l’unica condizione di liceità per il trattamento dei dati personali.

In molti casi è già previsto per legge che del consenso preventivo se ne può fare anche a meno. Si tratta dei casi di esclusione del consenso disciplinati, ad esempio, dall’art. 24 del Codice in materia di protezione dei dati personali.

All’art. 24, co. 1, lett. e), del Codice, in particolare, è previsto che il consenso non è richiesto quando il trattamento dei dati personali «è necessario per la salvaguardia della vita o dell’incolumità fisica di un terzo. Se la medesima finalità riguarda l’interessato e quest’ultimo non può prestare il proprio consenso per impossibilità fisica, per incapacità di agire o per incapacità di intendere e volere, il consenso è manifestato da chi esercita legalmente la potestà, ovvero da un prossimo congiunto, da un familiare, da un convivente o, in loro assenza, dal responsabile della struttura presso cui dimora l’interessato. Si applica la disposizione di cui all’art. 82, co. 2».

Tale ultima norma citata (l’art. 82, co. 2, del Codice) prevede che l’informativa e il consenso al trattamento dei dati personali possano avvenire anche successivamente alla prestazione, ma senza ritardo, in caso di rischio grave, imminente ed irreparabile per la salute o l’incolumità fisica dell’interessato, oppure nel caso di impossibilità fisica, incapacità di agire o incapacità di intendere o di volere dell’interessato, quando non è possibile acquisire il consenso da chi esercita legalmente la potestà, ovvero da un prossimo congiunto, da un familiare, da un convivente o, in loro assenza, dal responsabile della struttura presso cui dimora l’interessato.

La norma, già di per sè chiara, aveva incontrato casi di errata interpretazione o dubbi nell’applicazione, che aveveno comportato il rischio di ritardo nei soccorsi di persone disperse in montagna, tant’è che è stato necessario l’intervento del Garante per chiarire ogni equivoco.

Riporto di seguito il comunicato stampa diramato nel mese di dicembre appena trascorso, al quale il Garante chiede venga data la massima diffusione.

 

Persone disperse in montagna: si può localizzare il cellulare per rintracciarle

Sarà più facile rintracciare le persone disperse in montagna, almeno quelle che portano con sé un cellulare. Il Garante privacy ha chiarito che gli organismi di soccorso possono ottenere dalle società telefoniche i dati relativi alla posizione delle persone in pericolo di vita per le quali siano state attivate formalmente le ricerche.

Il Soccorso alpino (Corpo nazionale del soccorso alpino e speleologico, Cnsas) che ha spesso la concreta necessità di localizzare con urgenza una persona dispersa, potrà dunque avvalersi della possibilità di utilizzare più rapidamente informazioni concernenti i ponti e le celle attivate o “agganciate” dal telefono mobile della persona dispersa.

L’Autorità è intervenuta a chiarire che il Codice della privacy, nel caso vi sia la necessità di salvaguardare la vita o l’incolumità di una persona, consente alla società telefonica di comunicare  i dati all’organismo di soccorso, anche senza il consenso dell’interessato.

Il provvedimento dell’Autorità è stato adottato a seguito delle richieste provenienti da diversi Comuni che avevano rappresentato la necessità di poter disporre di queste informazioni. Pur riguardando il Soccorso alpino, il provvedimento afferma principi suscettibili di essere applicati, con le dovute cautele, anche in altri casi di soccorso.

I dati dovranno essere utilizzati dagli organismi di soccorso solo per lo scopo di ricerca e soccorso della persona dispersa.

Per quanto riguarda le chiamate di emergenza, l’Autorità ha inoltre ricordato che i servizi abilitati a ricevere questo tipo di chiamate possono comunque  trattare i dati relativi all’ubicazione dei telefoni relativi a chi chiama, anche quando l’utente o l’abbonato abbiano già rifiutato o omesso di prestare il consenso.

Per assicurare la massima diffusone del provvedimento (di cui è stato relatore Giuseppe Fortunato) tra i soggetti interessati, l’Autorità ha disposto l’invio, oltre che ai Comuni interessati, anche ai principali operatori di telefonia mobile.

“Rispetto alla salvaguardia della vita umana – ha commentato Giuseppe Fortunato – non può esserci dubbio nel rintracciare, con la necessaria celerità, la persona dispersa. Il Garante della privacy, ancora una volta, rammenta che la normativa sulla privacy, correttamente interpretata, non è mai impedimento alla tutela dei valori inviolabili del nostro ordinamento. Al tempo stesso, fuori dalla fattispecie chiaramente definita dal Garante, a nessuno è permesso controllare i nostri liberi spostamenti”.

Roma, 24.12.2008

Tecniche investigative, geolocalizzazione del cellulare e Google Street View

Un caso di sequestro è stato risolto dalle forze dell’ordine utilizzando la geolocalizzazione del cellulare e, successivamente, anticipando l’intervento in loco tramite perlustrazione della zona mediante Google Maps e Google Street View.

È avvenuto nel piccolo paese di Athol, nel Massachussets.

Ne ha dato notizia il quotidiano locale (Worcester Telegram & Gazette), dal quale è possibile estrerre i dettagli dell’accaduto.

Per l’Italia si rinvia al resoconto di Luca Castelli per La Stampa e di Marco Pasqua per la Repubblica.

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