Fini

Delibera AGCOM sulla rimozione selettiva: mobilitazione 2.0 ed eco della politica (la Protesta dei Palloncini e la Notte della Rete)

Sulla delibera AGCOM 668/2010/CONS, con la quale si intende operare una rimozione selettiva in via amministrativa introdotta d’imperio (escludendo il parlamento dall’attività di normazione e l’auorità giudiziaria in ordine alla soluzione della controversia), abbiamo già dimostrato il nostro disappunto appoggiando l’iniziativa di “sito non raggiungibile” (qui l’homepage): la scelta non è condivisa e andrebbe meditata.

Sia chiaro, ciò che non si condivide non è la scelta di operare una rimozione dei contenuti illeciti, di per sè praticabile ed il linea con la direttiva europea sul commercio elettronico, ma le modalità con cui la si vuole introdurre ed eseguire nel nostro Paese.

La blogosfera, grazie all’iniziativa di sito non raggiungibile e, in particolare, agli amici Fulvio Sarzana e Marco Scialdone e l’associazione Agorà Digitale, ha avuto un’eco crescente.

Sono stati organizzati incontri e convegni, anche presso la Camera, con presentazione di un e-Book, è stato lanciato il tam tam su Internet e si è ottenuta anche presenza televisiva (AnnoZero).

Dalla blogosfera la campagna di sensibilizzazione, proprio perché condivisa nei contenuti, ha portato a sensibilizzare giornalisti e politici.

Alle prime voci di Di Pietro ed altri, ora si aggiungono quelle del Presendente della Camera Gianfranco Fini e del Ministro della Giorventù Giorgia Meloni, nonché quella di Pier Luigi Bersani ed altri ancora.

Fulvio rimarca l’eco internazionale che ha la vicenda.

Partita dalla Rete, la mobilitazione si fa anche al di fuori, nel mondo fisico. Le iniziative sono diverse, cocnentrare per il 4 luglio (la Protesta dei Palloncini) e per il 5 luglio (la Notte della Rete) nell’ambito delle quale l’attivitsmo di Agorà Digitale e di Valigia Blu ha un ruolo decisivo.

E’ un esempio bello di democrazia. Riporto un passaggio significativo di un post firmato da Arianna Ciccone di Valigia Blu:

Che sta succedendo?
Succede che la Rete ha dettato l’agenda e la politica in ritardo e a fatica ha risposto. Il Presidente della Camera Gianfranco Fini con un intervento su La Stampa ha detto: “No a troppi paletti…”, avrei preferito proprio no paletti ma va bene anche così; il segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani con una dichiarazione ufficiale sostiene che l’AgCom deve fermarsi: nessun bavaglio alla nostra democrazia; il deputato del PDL Roberto Cassinelli, in solitaria nel suo partito, si augura che l’AgCom sospenda immediatamente l’esame del provvedimento e lasci al Parlamento l’incombenza di predisporre gli strumenti più idonei alla tutela del diritto d’autore; il leader dell’Italia dei valori Antonio Di Pietro, sul suo profilo Facebook fa sapere che: ”La Rete è l’ultimo baluardo per la libera informazione e non deve subire censure. Per questo, abbiamo già presentato un’interrogazione parlamentare contro la delibera dell’Agcom”.
L’Agcom ha comunicato – si vede che la pressione sta salendo – che dopo il 6 luglio ci saranno altri 15 giorni per le osservazioni e poi l’approvazione. Che significa secondo me? Che ci stanno provando. Il 6 faranno calmare le acque e poi in piena estate quando l’attenzione sarà calata potranno far passare liberamente e senza tante polemiche la delibera che farà del nostro Paese un vero e proprio laboratorio per la censura “globale” alla Rete.

 

A parte la considerazione che nel PDL la questione inizia a far breccia da più parti, se si considerano le esternazioni del Ministro Meloni (PDL), riportate da Anna masera unitamente a quelle di Fini, la cosa interessante è come il web inizia a costruire i processi democratici.

Se ne è avuta forte la percezione con le recenti amministrative e, soprattutto, con il referendum.

L’informazione di stato vacilla e si rende sempre meno credibile. L’inchiesta di RE (Repubblica e l’Espresso) sulla Struttura Delta in RAI ha svelato i retroscena raccapriccianti.

La Rete consente di far passare l’informazione senza il controllo del potere. Non è tutto, però. Ha una forza in più, perché consente anche di commentarla, di aggiungere opinioni, di replicare e di dissentire, nonché di organizzare il dissenso anche con la mobilitazione civile. E’ un processo che va sorretto con convinzione e tenacia, perché percorre una strada in salita e controvento.

L’Italia non poteva scegliere il modo migliore per festeggiare i suoi 150 anni.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Computer Ethics. Il caso Google Translate e il voto a Berlusconi

Mi ha meravigliato il caso riportato da Repubblica, su segnalazione di un lettore.

Così riporta Repubblica:

Bizzarrie di Google Translate, il servizio del motore di ricerca che permette di effettuare traduzioni in quasi tutte le lingue del mondo. Come ci segnala il lettore Davide Torri, se si scrive “Io non ho votato Berlusconi”, il servizio restituisce sempre la traduzione opposta: “Ho votato per Berlusconi”. L’errore si ripete in qualunque lingua: inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese. Curiosamente, sostituendo Berlusconi con il nome di qualunque altro leader politico, la traduzione ritorna corretta

Consiglio di scorrere tutti i fotogrammi proposti dalla nota testata nazionale (si veda anche il video pubblicato da La Stampa).

Il test era stato fatto sostituendo Berlusconi con Fini, Bersani, Casini e Vendola, ma il risultato era sempre il medesimo. La traduzione, quando riguardava Berlusconi, appariva “taroccata” e ciò anche ove si cambiava lingua, mentre con gli altri leader politici il risultato della traduzione veniva restituito corretto..

Mi sembra che ora il problema di traduzione su tale frase sia stato risolto, almeno ad una verifica che ho effettuato poco fa, ma la questione non è solamente di natura tecnica. C’è un problema di computer ethics, mi pare, che lascia riflettere sulle posizioni sostanzialmente monopolistiche o dominanti dei nuovi fornitori di servizi su Internet, in uno scenario in cui, con il passar del tempo, la rete soppianterà o affiancherà, anche nell’indice di gradimento, la televisione.

E’ un problema non tecnico, dunque, ma di computer ethics e, aggiungerei, di democrazia, dato che il “popolo sovrano” ha diritto ad avere, non solo in questo caso, ma anche in altri come questo, informazioni corrette per poter esercitare liberamnte il diritto di voto, senza codizionamenti.

Il servizio di traduzione di Google è comunemente usato all’estero, anche dai giornalisti, per poter facilmente apprendere i contenuti di articoli e post scritti in italiano. Qualcuno un po’ più smaliziato di me potrebbe avere il sospetto che i bug di traduzione così mirati possano servire, da un lato, a modificare la percezione dei fatti e dei sentimenti politici appresi all’estero leggendo on-line materiale in italiano, automaticamente tradotto con il Traduttore di Google; nonché, dall’altro lato, ad orientare gli elettori attraverso espedienti mediatici non cristallini, che vanno meglio ricercati, approfonditi e studiati, su cui la psicologia applicata al marketing avrebbe il suo ruolo. Ma noi non siamo così smaliziati.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Information Society & ICT Law

SUl DDL intercettazioni. La lettura critica di Zagrebelsky. Le dichiarazioni di Berlusconi sulla posizione di Fini e la visione di Fare Futuro (la democrazia non è un'azienda)

Il disegno di legge sulle intercettazioni è divenuta occasione di mobilitazione nazionale e internazionale (da ultimo ri ricorda il duro intervento dell’OSCE – Organization for Security and Co-operation in Europe), perché rischia di minare seriamente i principi democratici.

Al riguardo, mi ha colpito la lettura di Zagreberlsky, ex Presidente della Corte Costituzionale e Proferrore emerito di Diritto Costituzionale all’Università di Torino, in una recente intervista condotta da Marco Daminalo per l’Espresso, di cui nel prosieguo riporto qualche passaggio.

V’è la cosapevolezza che la legge sulle intercettazioni possa essere stravolta:

Come finirà la legge sulle intercettazioni?
“Chi può dirlo? Però, la mobilitazione in corso contro questo disegno di legge dimostra che si sta muovendo qualcosa di profondo. Il diritto non è fatto di “parole messe per iscritto”, quali che siano. Esistono principi che stanno ben prima dei pezzi di carta scritti da chiunque, sia anche una maggioranza parlamentare”.

Il DDL intercettazioni, politicamente, potrebbe rappresentare un prezzo altissimo in termini di consensi elettorali.

Il fondamento della mobilitazione non risiede nel colore politico, non v’è contrapposizione tra maggioranza e minoranza, tra destre e sinistre, ma v’è contrapposizione tra potere che non tollera controlli”, da una parte, e controlli giudiziari (uso delle intercettazioni per contrastare ipotesi di reato) e “diritti fondamentali ” (come il diritto ad informare e ad essere  informati), dall’altra parte.

Il contrasto si pone sul modo di intendere la democrazia e sui contrappesi che si reputano necessari come forme di controllo formale (giudiziario) ed informale (giornalismo, opinione pubblica) dell’esercizio del potere.

Chi governa, sia di destra che di sinistra, gestisce (dovrebbe gestire) il potere in rappresentanza (e nell’interesse) del popolo.

Nelle logiche democratiche è impensabile che l’esercizio del potere non sia scevro dai controlli.

Qual è il principio in gioco, in questo caso?
“La trasparenza del potere. Un potere avvolto nel segreto è un potere totalmente anti-democratico. Solo Dio nasconde il suo volto: ma non direi che Dio possa essere assunto come esempio di democrazia”.

Se il potere viene esercitato senza trasparenza, senza che possa essere osservato, raccontato, il rischio più grande (condiviso anche da Stefano Rodotà) è quello di approdare progressivamente ad una forma di governo solo formalmente democratica, ma che nella sostanza ha altri contenuti, altre logiche:

Siamo al punto: possiamo smettere di essere una democrazia senza accorgercene?
“La democrazia è un sistema molto accogliente, tollerante. Le sue procedure possono essere, e sono state utilizzate perfino per fini anti-democratici, come sappiamo dalla storia recente. Nelle società complesse, con apparati pubblici smisurati, il colpo di mano, il colpo di Stato, il golpe non sono più ipotizzabili. Creerebbero caos e il caos fa paura. Sono diventati strumenti della archeologia politica. Oggi la conquista del potere si fa dall’interno”.

(…)

“Lei mi chiede se la democrazia può essere svuotata dall’interno, senza un cambiamento formale delle regole. E la mia risposta è: sì”

(…)

“Gli ultimi decenni, non solo in Italia, ci consegnano un paradosso. Storicamente la democrazia è stata l’aspirazione di chi voleva essere incluso: l’obiettivo degli esclusi dal potere per accedere al potere. Oggi, invece, nessuno si proclama più democratico di chi è già al potere. E accusa gli altri, coloro che gli si oppongono, di essere anti-democratici. Chi un tempo chiedeva più democrazia oggi è disincantato e ciò si manifesta in molti modi, dall’astensionismo a quell’atteggiamento, “tanto sono tutti uguali!”, che esprime un grave distacco dalla democrazia. Mentre chi è al potere rivendica per sé la democrazia”.

(…)

Oggi stanno mutando proprio i paradigmi. C’è chi come Colin Crouch parla di post-democrazia, l’esule serbo Predrag Matvejevic ha coniato la parola “democratura”, che è la contrazione di democrazia e dittatura. Sono sintomi di un fenomeno nuovo: la convivenza di forme democratiche e sostanze non democratiche.

Ovunque, le democrazie sono esposte a tendenze oligarchiche: concentrazione dei poteri, insofferenza verso i controlli, nascondimento del potere reale e rappresentazione pubblica di un potere fasullo. In democrazia, il potere ha bisogno di esibirsi in pubblico, trasformandola in “teatrocrazia”. Con i veri autori che, come in una rappresentazione teatrale, restano dietro le quinte”.

La lettura è centra appieno le dinamiche politiche che stanno attraversando il nostro Paese.

Per rendersene conto basti leggere la prima pagina del Giornale on-line, in cui campeggia un articolo che, proprio con riguardo al tema delle intercettazioni ed al dibattito internazionale che sta sorgendo sul disegno di legge italiano, il Presidente del Consiglio, in missione a Bruxelles, dichiara di non accettare da Fini lezioni di democrazia (Berlusconi in missione a Bruxelles: “da Fini niente lezioni di democrazia”).

L’articolo del Giornale, firmato da Adalberto Signore, riferisce che, per il Premier,

l’insofferenza degli ultimi giorni non accenna a sopirsi. Anzi, aumenta di ora in ora con buona pace di un umore sempre più nero. La convinzione, infatti, è che ormai Fini abbia deciso di fare «il guastatore di professione». E – ragiona in privato il Cavaliere – non darà più tregua al governo finché non sarà riuscito a far saltare il banco. Il problema è che a breve soluzioni non ce ne sono, perché anche l’ipotesi elezioni anticipate deve essere messa nel cassetto almeno fino alla fine anno visto che è impensabile lasciare il Paese senza guida mentre la manovra economica viene discussa in Parlamento. Così, Berlusconi ha deciso di vedere «fino a che punto ha il coraggio di arrivare» l’ex leader di An. Che, spiega nelle sue conversazioni private, sulle intercettazioni si è messo a disposizione di opposizione e procure pur di boicottare. Arrivando a fare «un vero e proprio danno all’Italia», visto che il muro contro muro sulle intercettazioni ha oltrepassato i nostri confini. Insomma, «che io debba prendere patenti di democrazia da lui è veramente paradossale».

Si capisce che il tema della democrazia, più che quello sulle intercettazioni in sè, è al centro del dibattito politico interno alla destra.

Sul Web Magazine di Fare Futuro, si noti, appare in apertura “il Corsivo” di Filippo Rossi intitolato “Ma la democrazia non è un’azienda“, nel quale  se legge significativamente:

La democrazia? Non sono solo numeri. Certo, i numeri sono importanti. Eccome se sono importanti. Ma in democrazia, per intenderci, i numeri non sono importanti quanto in un consiglio di amministrazione di un’azienda. Lì è roba privata: se la maggioranza, così per paradosso, decidesse di cominciare a vendere frigoriferi al polo nord, o ghiaccioli all’equatore, non è che qualcuno si potrebbe opporre più di tanto. Questione di numeri, appunto. Ma la democrazia non funziona così. La forza dei numeri è comunque attenuata dalla forza dei diritti. E dalla forza di poteri alternativi. Non è che la maggioranza, per dire, può decidere che tutti dobbiamo andare in giro in mutande: o che tutti dobbiamo camminare all’indietro; o che tutti dobbiamo stare in religioso silenzio. E la maggioranza non può nemmeno imporre la rinuncia a quei diritti della persona che, appunto, vengono definiti “inviolabili”. Non violabili da tutti, anche da una maggioranza assoluta.

(…)

In una logica aziendale e “proprietaria,” il potere infatti assomiglia moltissimo a un assolutismo più o meno illuminato: oneri e doveri sono concentrati su una persona che ha la fiducia della maggioranza o che, ancora più semplicemente, è (ha) la maggioranza.

In una logica aziendale, le decisioni possono essere istantanee, impulsive, svincolate da ogni ricerca di un nuovo consenso. Decide la maggioranza (di capitale): punto. In fondo, basta una telefonata, un fax, una mail.

In una logica democratica, non funziona così. Le decisioni non sono mai “a prescindere”, devono tener presente il contesto, le altre forze in campo, le regole. Perché, in fondo, la maggioranza per essere davvero tale deve dimostrare di esserlo ogni sacrosanto giorno, deve ogni giorno conquistare il consenso con decisioni che non possono arrivare dalla luna, non possono essere imposte senza dialogo, senza confronto.

E’ sui diritti fondamentali e sui valori democratici che si sta giocando il destino politico e civile del nostro Paese.

La disciplina sulle intercettazioni è solamente la punta dell’iceberg.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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