Facebook e tecniche investigative

Modalità operative per la chiusura del Gruppo su Facebook contro i bambini down e indagini della polizia (postale e) delle comunicazioni

Il noto caso dell’apertura, su Facebook, di un gruppo dal titolo “Facciamo il tiro al bersaglio con i bambini down”, rimosso in pochi giorni, pone (al di là del tema se sia opportuno dare risalto alla notizia o esprimere pubblicamente la propria indignazione) il problema di come procedere, su Internet, alla rimozione dei contenuti illeciti.

I problemi maggiori sussistono nel caso in cui il materiale sia collocato su server posizionati all’estero, proprio come nel caso di pagine aperte su Facebook, il cui server si trova, normalmente, in California ove ha sede la società che gestisce il popolare social network.

Ricorderete il caso di The Pirate Bay, in cui, a fronte di un’attività considerata illecita dalle autorità italiane praticata su server collocati in Svezia, l’autorità giudiziaria ha provveduto ad emanare un provvedimento di sequestro preventivo accompagnato da un’inibitoria a tutti gli Internet Service Providers italiani fornitori di collettività. Con tale provvedimento, al di là della reale apprensione materiale della res (il server collocato all’estero), che avrebbe richiesto la rogatoria internazionale, si è chiesto ai providers di inibire il traffico di rete verso il sito di The Pirate Bay.

Tale soluzione giuridica, recentemente confermata dalla Cassazione, al di là delle questioni giuridiche relative al fondato rischio di un sostanziale (ma non formale) aggiramento del principio di tassatività delle misure cautelari reali,  non offre ovvaimente adeguate garanzie tecniche di efficacia perché la soluzione inibitoria, che fa leva sul controllo tecnico della nagivazione degli utenti di Internet tramite la collaborazione dei providers, è facilmente aggirabile (ad esempio tramite un proxy server collocato all’estero) anche da parte di chi non ha particolari competenze tecniche, ma unicamente sulla base di un livello minimo di conoscenza acquisibile semplicemente navigando in rete.

Per il caso relativo al gruppo di utenti di Facebook contro i bambini d0wn, la prima reazione della Polizia delle comunicazioni (polizia postale e delle comunicazioni) è stata, nelle dichiarazione offerte alla stampa, di estrema cautela.

In un articolo apparso anche su il Mattino, ad esempio, si legge in proposito:

La Polizia postale: impossibile intervenire. «Queste sono cose purtroppo molto frequenti. Abbiamo parecchie segnalazioni di questo genere, sulle cose più disparate. Anche su Haiti non c’è stata pietà. Ma dobbiamo tenere presente che Facebook è all’estero ed è molto difficile muoversi in tempi rapidi». Dalla polizia postale rispondono così a chi segnala e denuncia il guppo choc su Facebook contro i bambini down. «Purtroppo in rete -confermano – è molto facile che uno dia sfogo ai bassi istinti perchè si sente protetto da una sorta di anonimato. È in parte è anche vero. Per l’oscuramento del gruppo ci vuole un provvedimento del magistrato e, dato che i server stanno all’estero, c’è bisogno di una rogatoria. A meno che non intervenga la società».

Le modalità operative su come si stia procedendo in questo caso sono state diffuse direttamente da Antonio Apruzzese, Direttore della Polizia delle comunicazioni, con dichiarazioni prontamente raccolte da Federico Cella e Virginia Piccolillo nel loro articolo scritto per il Corriere della Sera.

Infatti, quanto alla rimozione delle pagine incriminate, avvenuta in pochissimi giorni, si trova precisato che

(…) La «tempestività» della rimozione ha ottenuto il plauso unanime. Ma come è stato possibile raggiungere così in fretta un risultato altre volte rincorso invano?

COLLABORAZIONE DAGLI USA - «Su alcuni temi anche gli americani sono particolarmente sensibili», risponde il direttore della polizia postale, Antonio Apruzzese. «Solo il server, che è a Palo Alto, può decidere di rimuovere i gruppi. Noi li abbiamo allertati subito e contestualmente abbiamo avvertito l’autorità giudiziaria. Due procure, Catania e Pescara, stanno procedendo», aggiunge. L’ipotesi di reato potrebbe essere istigazione a delinquere. Ma per rintracciare i responsabili occorrerà sempre attendere elementi dalla California. Spiega Apruzzese: «Bisogna vedere quali tracce saranno riusciti a “congelarci” sul server. Il problema della rete è che è transnazionale. Quindi l’unica cosa che serve è la cooperazione tra Stati». La prova “congelata” attesa è la connessione del «vendicatore mascherato» come si definiva l’ideatore del gruppo.

Si vede, dunque, come la scelta immediata sia stata quella di ottenere la chiusura attraverso la collaborazione del providers.

Mi sembra che vi siano analogie e differenze rispetto al caso Google, con riguardo alla tempestività della rimozione del video che riporduceva le vessazioni al ragazzo disabile.

Come per Facebook, dalle notizie giurnalistiche ed in attesa della lettura delle motivazioni della sentenza resa dal Tribunale di Milano, anche Google aveva provveduto alla pronta rimozione del materiale a frotne della segnalazione delle autorità pubbliche italiane.

Tuttavia, mentre per il caso Google la rimozione pare sia avvenuta dopo molto tempo dalle segnalazioni spontanee degli utenti (per cui si potrebbe discutere se Google abbia colpevolmente omesso la rimozione pur a fronte della conoscenza dei contenuti illeciti del video comunicati dalle segnalazioni degli utenti indignati, che ne richiedevano la cancellazione), per il caso di Facebook la rimozione delle pagine del gruppo contro i bambini down è avvenuta in tempi rapidi anche con riferimento alle segnalazioni degli utenti.

C’è chi ha contestato il clamore mediatico verso tale notizia, con cui si dava risalto all’apertura del gruppo in questione, temendo che il clamore mediatico potesse esaltare l’azione del troll, un po’ come avveniva per i famosi sassi lanciati contro le auto dai cavalcavia.

Qui ci sono però profonde differenze da valutare.

Il clamore mediatico ha consentito l’immadiata attivazione della polizia delle comunicazioni, che ha portato alla altrettanto immediata rimozione delle pagine del gruppo di Facebook che incitavano provocatoriamente ad usare i bambini down come bersaglio nei poligoni di tiro.

Se vi fosse stata la medesima pronta reazione sociale (dei blog, degli utenti della rete, dei giornalisti) anche per il caso del video del ragazzo disabile probabilmente si sarebbe avuta l’immediata attivazione della polizia, contestualmente alle segnalazioni degli utenti a Google, e altrettanto probabilmente, avremmo assistito all’immediata rimozione del video (rimasto invece diversi mesi on-line in cima alle classifiche dei “video divertenti” più clickati), con ogni conseguenza in ordine alle ipotesi di incriminazione dei dirigenti di Google.

Questo è un passaggio importantissimo, perché è proprio qui il discrimine attuale della responsabilità del provider. Dottrina e giurisprudenza (e, de jure condendo, anche il legislatore) devono dialogare per fissare criteri interpretativi certi sulle norme in materia di responsabilità del provider. I confini della responsabilità non sono così scontati. Basta porsi delle domande, alcune ironiche, altre no, per rendersene conto.

Occorre necessariamente la richiesta dell’autorità giudiziaria o delle forze di polizia o di altra autorità pubblica o è sufficiente la segnalazione degli utenti? E in questo secondo caso, come può apprezzarsi la consocenza dell’illecito nei casi in cui, ad esempio, un soggetto espone una critica e l’altro la percepisce come una diffamazione? Chi decide, continuando nell’esempio, sul bilanciamento tra diritto di critica e di manifestazione del pensiero e tutela dell’onore e della reputazione lesa da una possibile diffamazione? A seconda di come si va a delineare la responsabilità del provider, è noto, potrebbe acuirsi il rischio di un attenggiamento censorio del provider, che, per evitare sanzioni, potrebbe essere indotto alla rimozione dei contenuti a prescindere dalla segnalazione delle pubbliche autorità ed a prescindere dall’analisi nel merito in ordine alla effettiva illiceità dei contenuti.

Ma v’è dell’altro.

La collaborazione tra autorità giudiziaria e di polizia, da una parte, e provider, dall’altra, sta consentendo di ottenere la documentazione utile per l’individuazione e la repressione degli illeciti.

E’ avvenuto con Google, per il caso del video del ragazzo disabile vessato, che ha portato alla documentazione dell’illecito ed all’individuazione dei responsabili, nei cui confronti si è mosso l’apparato giudiziario (non solo nei confronti dei ragazzi autori materiali dell’illecito, ma anche nei confronti dell’insegnante).

Sta avvenendo anche con Facebook per il caso del Gruppo di utenti contro i bambini down.

Qui entra in gioco non solo la collaborazione internazionale, ma anche l’individuazione di best practices di compuer forensics che siano in grado di far individuare, acquisire e conservare correttamente le prove informatiche necessarie per la repressione dell’illecito, per l’individuazione dei responsabili, per la tutela della vittima in via risarcitoria.

Il clamore mediatico, in tal caso, ben venga, perché deve passare l’idea che l’anonimato del “vendicatore mascherato” e del “signore della notte” è solo apparente. Il sistema, sicuramente da affinare, consente l’individuazione dei responsabili attraverso l’uso di appropriate tecniche investigative.

Non va dimenticato, poi, che se è vero che i server si trovano all’estero, è anche vero che probabilmente gli autori dell’illecito sono italiani e hanno agito in Italia, così come in Italia sono ricaduti gli effetti. Significativi in tale senso sono l”uso della lingua italiana e la partecipazione (per condivisione o per reazione) di utenti italiani al gruppo in questione.

Le informazioni sulla prova digitale “congelata”, che ci si aspetta venga acquisita sul server americano e trasferita alle autorità italiane, consentirà (se acquisita correttamente) di procedere nei confronti dei responsabili al di là del nickname utilizzato per mascherare l’identità.

Seguiremo quindi insieme questo caso, interessante anche scientificamente.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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