diritti fondamentali

SUl DDL intercettazioni. La lettura critica di Zagrebelsky. Le dichiarazioni di Berlusconi sulla posizione di Fini e la visione di Fare Futuro (la democrazia non è un'azienda)

Il disegno di legge sulle intercettazioni è divenuta occasione di mobilitazione nazionale e internazionale (da ultimo ri ricorda il duro intervento dell’OSCE – Organization for Security and Co-operation in Europe), perché rischia di minare seriamente i principi democratici.

Al riguardo, mi ha colpito la lettura di Zagreberlsky, ex Presidente della Corte Costituzionale e Proferrore emerito di Diritto Costituzionale all’Università di Torino, in una recente intervista condotta da Marco Daminalo per l’Espresso, di cui nel prosieguo riporto qualche passaggio.

V’è la cosapevolezza che la legge sulle intercettazioni possa essere stravolta:

Come finirà la legge sulle intercettazioni?
“Chi può dirlo? Però, la mobilitazione in corso contro questo disegno di legge dimostra che si sta muovendo qualcosa di profondo. Il diritto non è fatto di “parole messe per iscritto”, quali che siano. Esistono principi che stanno ben prima dei pezzi di carta scritti da chiunque, sia anche una maggioranza parlamentare”.

Il DDL intercettazioni, politicamente, potrebbe rappresentare un prezzo altissimo in termini di consensi elettorali.

Il fondamento della mobilitazione non risiede nel colore politico, non v’è contrapposizione tra maggioranza e minoranza, tra destre e sinistre, ma v’è contrapposizione tra potere che non tollera controlli”, da una parte, e controlli giudiziari (uso delle intercettazioni per contrastare ipotesi di reato) e “diritti fondamentali ” (come il diritto ad informare e ad essere  informati), dall’altra parte.

Il contrasto si pone sul modo di intendere la democrazia e sui contrappesi che si reputano necessari come forme di controllo formale (giudiziario) ed informale (giornalismo, opinione pubblica) dell’esercizio del potere.

Chi governa, sia di destra che di sinistra, gestisce (dovrebbe gestire) il potere in rappresentanza (e nell’interesse) del popolo.

Nelle logiche democratiche è impensabile che l’esercizio del potere non sia scevro dai controlli.

Qual è il principio in gioco, in questo caso?
“La trasparenza del potere. Un potere avvolto nel segreto è un potere totalmente anti-democratico. Solo Dio nasconde il suo volto: ma non direi che Dio possa essere assunto come esempio di democrazia”.

Se il potere viene esercitato senza trasparenza, senza che possa essere osservato, raccontato, il rischio più grande (condiviso anche da Stefano Rodotà) è quello di approdare progressivamente ad una forma di governo solo formalmente democratica, ma che nella sostanza ha altri contenuti, altre logiche:

Siamo al punto: possiamo smettere di essere una democrazia senza accorgercene?
“La democrazia è un sistema molto accogliente, tollerante. Le sue procedure possono essere, e sono state utilizzate perfino per fini anti-democratici, come sappiamo dalla storia recente. Nelle società complesse, con apparati pubblici smisurati, il colpo di mano, il colpo di Stato, il golpe non sono più ipotizzabili. Creerebbero caos e il caos fa paura. Sono diventati strumenti della archeologia politica. Oggi la conquista del potere si fa dall’interno”.

(…)

“Lei mi chiede se la democrazia può essere svuotata dall’interno, senza un cambiamento formale delle regole. E la mia risposta è: sì”

(…)

“Gli ultimi decenni, non solo in Italia, ci consegnano un paradosso. Storicamente la democrazia è stata l’aspirazione di chi voleva essere incluso: l’obiettivo degli esclusi dal potere per accedere al potere. Oggi, invece, nessuno si proclama più democratico di chi è già al potere. E accusa gli altri, coloro che gli si oppongono, di essere anti-democratici. Chi un tempo chiedeva più democrazia oggi è disincantato e ciò si manifesta in molti modi, dall’astensionismo a quell’atteggiamento, “tanto sono tutti uguali!”, che esprime un grave distacco dalla democrazia. Mentre chi è al potere rivendica per sé la democrazia”.

(…)

Oggi stanno mutando proprio i paradigmi. C’è chi come Colin Crouch parla di post-democrazia, l’esule serbo Predrag Matvejevic ha coniato la parola “democratura”, che è la contrazione di democrazia e dittatura. Sono sintomi di un fenomeno nuovo: la convivenza di forme democratiche e sostanze non democratiche.

Ovunque, le democrazie sono esposte a tendenze oligarchiche: concentrazione dei poteri, insofferenza verso i controlli, nascondimento del potere reale e rappresentazione pubblica di un potere fasullo. In democrazia, il potere ha bisogno di esibirsi in pubblico, trasformandola in “teatrocrazia”. Con i veri autori che, come in una rappresentazione teatrale, restano dietro le quinte”.

La lettura è centra appieno le dinamiche politiche che stanno attraversando il nostro Paese.

Per rendersene conto basti leggere la prima pagina del Giornale on-line, in cui campeggia un articolo che, proprio con riguardo al tema delle intercettazioni ed al dibattito internazionale che sta sorgendo sul disegno di legge italiano, il Presidente del Consiglio, in missione a Bruxelles, dichiara di non accettare da Fini lezioni di democrazia (Berlusconi in missione a Bruxelles: “da Fini niente lezioni di democrazia”).

L’articolo del Giornale, firmato da Adalberto Signore, riferisce che, per il Premier,

l’insofferenza degli ultimi giorni non accenna a sopirsi. Anzi, aumenta di ora in ora con buona pace di un umore sempre più nero. La convinzione, infatti, è che ormai Fini abbia deciso di fare «il guastatore di professione». E – ragiona in privato il Cavaliere – non darà più tregua al governo finché non sarà riuscito a far saltare il banco. Il problema è che a breve soluzioni non ce ne sono, perché anche l’ipotesi elezioni anticipate deve essere messa nel cassetto almeno fino alla fine anno visto che è impensabile lasciare il Paese senza guida mentre la manovra economica viene discussa in Parlamento. Così, Berlusconi ha deciso di vedere «fino a che punto ha il coraggio di arrivare» l’ex leader di An. Che, spiega nelle sue conversazioni private, sulle intercettazioni si è messo a disposizione di opposizione e procure pur di boicottare. Arrivando a fare «un vero e proprio danno all’Italia», visto che il muro contro muro sulle intercettazioni ha oltrepassato i nostri confini. Insomma, «che io debba prendere patenti di democrazia da lui è veramente paradossale».

Si capisce che il tema della democrazia, più che quello sulle intercettazioni in sè, è al centro del dibattito politico interno alla destra.

Sul Web Magazine di Fare Futuro, si noti, appare in apertura “il Corsivo” di Filippo Rossi intitolato “Ma la democrazia non è un’azienda“, nel quale  se legge significativamente:

La democrazia? Non sono solo numeri. Certo, i numeri sono importanti. Eccome se sono importanti. Ma in democrazia, per intenderci, i numeri non sono importanti quanto in un consiglio di amministrazione di un’azienda. Lì è roba privata: se la maggioranza, così per paradosso, decidesse di cominciare a vendere frigoriferi al polo nord, o ghiaccioli all’equatore, non è che qualcuno si potrebbe opporre più di tanto. Questione di numeri, appunto. Ma la democrazia non funziona così. La forza dei numeri è comunque attenuata dalla forza dei diritti. E dalla forza di poteri alternativi. Non è che la maggioranza, per dire, può decidere che tutti dobbiamo andare in giro in mutande: o che tutti dobbiamo camminare all’indietro; o che tutti dobbiamo stare in religioso silenzio. E la maggioranza non può nemmeno imporre la rinuncia a quei diritti della persona che, appunto, vengono definiti “inviolabili”. Non violabili da tutti, anche da una maggioranza assoluta.

(…)

In una logica aziendale e “proprietaria,” il potere infatti assomiglia moltissimo a un assolutismo più o meno illuminato: oneri e doveri sono concentrati su una persona che ha la fiducia della maggioranza o che, ancora più semplicemente, è (ha) la maggioranza.

In una logica aziendale, le decisioni possono essere istantanee, impulsive, svincolate da ogni ricerca di un nuovo consenso. Decide la maggioranza (di capitale): punto. In fondo, basta una telefonata, un fax, una mail.

In una logica democratica, non funziona così. Le decisioni non sono mai “a prescindere”, devono tener presente il contesto, le altre forze in campo, le regole. Perché, in fondo, la maggioranza per essere davvero tale deve dimostrare di esserlo ogni sacrosanto giorno, deve ogni giorno conquistare il consenso con decisioni che non possono arrivare dalla luna, non possono essere imposte senza dialogo, senza confronto.

E’ sui diritti fondamentali e sui valori democratici che si sta giocando il destino politico e civile del nostro Paese.

La disciplina sulle intercettazioni è solamente la punta dell’iceberg.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

La questione dei Body Scanner

E’ notizia recente che l’Italia ha deciso di adottare i body scanner per incrementare la sicurezza ed i controlli negli aereoporti, con l’idea di scongiurare il rischio di possibili attentati terroristici.

La questione è più delicata di quello che si possa pensare in prima battuta.

L’Italia, stando alle esternazioni di Maroni e di Matteoli, avrebbe già deciso di installare entro tre mesi (il tempo tecnico per l’acquisto e l’installazione delle apparecchiature) un sistema di body scanner per il controllo negli aeroporti di Roma, Venezia e Milano, a prescindere dalla decisione che verrà presa a Toledo, nel vertice USA-UE in programma per il 20-21 gennaio 2010.

La decisione sembra repentina, rispetto agli ultimi episodi di cronaca che hanno portato a sventare attentati come quello programmato nell’aeroporto di Amsterdam.

I problemi, però, sono tanti e vanno analizzati sotto diversi punti di vista.

1) DANNI ALLA SALUTE. – Non c’è la sicurezza che tali macchine non siano nocivi per la salute e, prima della loro eventuale adozione, occorrerebbe effettuare un’apposita verifica da parte delle competenti autorità nazionali.

Il problema è stato segnalato, tra tutti, anche da Fazio, Ministro della Salute, il quale ha evidenziato come non possano essere presi per buoni gli eventuali controlli effettuati in altri Stati. Anche lo Stato italiano ha il dovere di verificare la sicurezza di tali apparecchiature per la tutela della salute dei cittadini e tale dovere non è demandabile, così come avviene per la sicurezza dei farmaci che, ove ammessi a circolare nel nostro Paese, necessitano di apposita autorizzazione ministeriale per la commercializzazione in Italia (cfr., con attenzione, l’intervista rilasciata dal Ministro Fazio per la Stampa).

Si pensi, al riguardo, che il body scanner è apparecchio che nasce per impieghi medici e pertanto l’uso disinvolto al di fuori del controllo medico va valutato con accuratezza.

Come precisato in un accurato articolo di Alessandra Mangiarotti per il Corriere della Sera (dal titolo “A nudo ai raggi X con i body scanner“), che consiglio di leggere con attenzione, benché gli specialisti siano concordi nel ritenere che le emissioni di onde radio siano in teoria inoffensive perché non presenti in grande quantità, l’incognita maggiore è sugli effetti nel lungo periodo, che non sono ancora ben noti (lo precisa, al riguardo, il Primario di Radiologia dell’Ospedale Meyer di Firenze, Prof. Claudio Fonda, come da dichiarazioni riportate nella parte finale dell’articolo dianzi citato di Alessandra Mangiarotti).

I rischi maggiori possono riguardare le donne in gravidanza, i bambini, i portatori di pacemaker e defribillatori, nonché chi è già sottoposto ad altre fonti di emissione di radiazioni (viaggiatori frequenti, costretti ad usare ripetutamente i body scanner; soggetti che hanno già effettuato altre radiografie; etc.).

Secondo il Prof. Massimo Chiariello, direttore della Cattedra di Cardiologia della facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Federico II di Napoli, i rischi sono da valutare con attezione. Lo stesso, infatti, ha precisato che 

“I cardiopatici e i portatori di dispositivi salvavita viaggiano molto”, sottolinea l’esperto. E “quando i body scanner saranno adottati in Italia, dovranno essere fissate norme severe per la tutela della loro salute, analoghe – aggiunge Chiariello – a quelle previste ad esempio per i controlli di sicurezza in banca”. Per questi pazienti dunque, conclude, si dovrà ricorrere a una accurata perquisizione manuale.

2) DIGNITA’ PERSONALE E DIRITTI FONDAMENTALI DELLA PERSONA. - Il Body Scanner è in grado di mettere a nudo le persone, esponendole davanti a chi si troverà davanti al monitor in tempo reale o a chi osserverà successivamente le immagini ove queste fossero eventualmente salvate. A parte i casi in cui diviene visibile l’identità sessuale diversa da quella apparente, protesi non visibili o piercing nelle parti nascoste del corpo, il problema è ancora più ampio.

In alcuni Paesi dell’UE, come ad esempio nel Regno Unito, v’è la forte preoccupazione dell’impatto dei Body Scanner sui minori, tant’è che addirittura è stato segnalato sul Guardian il rischio di sistematica violazione delle norme restrittive adottate per contrastare la pedopornografia.

C’è chi però, generalizzando il problema (ossia senza circostanziarlo ai soli minori), ha giustamente rimarcato che ciò che sta avvenendo è la rinuncia alla dignità ed alla libertà personale, con un baratto iniquo, frutto di un patto “perverso e disugale”.

Mi riferisco, tra le tante, alle osservazioni di Vittorio Zambardino (nel suo post dal titolo colorito ma efficace: “Body scan, la libertà persa nelle mutande“), per il quale

“Ammesso e non concesso che più invasività dia meno pericolo, la mia contestazione vige proprio sul principi: dare privacy in cambio di sicurezza è un patto satanico che ci perde e soprattutto perde la libertà collettiva e personale.

Che per garantire sicurezza si debba possedere – a questo punto materialmente – il corpo del cittadino è una aberrazione che si pensava persa col bushismo. E’ un patto perverso e disuguale.

(…)

 Pensate ai mille abusi che anche nel più efficiente e regolato (non si parla dell’Italia ovviamente) dei sistemi politici sono possibili. Ma pensate soprattutto al danno culturale: do la mia libertà in cambio di sicurezza. Da questo danno non potremo mai più riprenderci, perché è sempre il vero oggetto di ogni campagna sulla sicurezza: stringere sulla libertà per far fronte alla paura, il pedaggio dello stato sull’individuo.Così, mentre brindavamo al 2010, e con la paura del nigeriano depresso con un preservativo pieno di esplosivo, ci siamo giocati un’altra fetta di libertà.

Il problema, in effetti, è proprio culturale.

C’è chi non vede l’erosione progressiva a cui sono sottoposte le libertà fondamentali, ed accetta il “patto scellerato”, barattando libertà e diritti fondamentali con la sicurezza percepita, che nulla ha a che vedere con la sicurezza effettiva, quella reale.

In questo dibattito sulle nuove tecnologie di controllo sociale, non solo infrequenti le voci di chi si sente di poter rinunciare a qualcosa che viene percepito già eroso, come in una battaglia persa in partenza (così come per Winston  Smith, l’ultimo uomo in Europa, nell’epilogo dell’orwelliano ”1984″), e si acconta della percezione di sicurezza, demandata ad uno strumento tecnologico la cui efficacia reale è del tutto discutibile.

In quest’ottica leggo la rispettabilissima opinione di Pierluigi Battista, nel suo articolo “L’ipocrisia di chi contesta il Body scanner”, pubblicata sul Corriere della Sera.   

E’ importante il confronto con la sua posizione, come in un dialogo, perché emerge bene il vero tema centrale del dibattito: la rassegnazione o meno dell’individuo all’erosione dei diritti fondamentali.

Ecco il ragionamento di Pierluigi Battista:

Strano, davvero: la vita privata viene quotidianamente uccisa senza resistenza, però si grida alla privacy violata dall’intrusione di un body scanner negli aeroporti. Tutti i giorni tracciano con meticolosa precisione ogni atomo della nostra esistenza, e ci si scandalizza invece se il nostro corpo viene sottoposto ai raggi X per evitare che sia disintegrato in volo grazie a un farabutto che nasconde l’esplosivo nelle mutande.

(…)

Se non è il corpo fisico a essere stato frugato, scrutato, osservato, è pur sempre l’insieme dei comportamenti di un individuo che non conosce più privatezza, segretezza, riserbo, pudore. Prigionieri della trasparenza universale, vittime e bersagli di una visibilità illimitata che ha già provveduto a polverizzare ogni barriera che separi il pubblico dal privato, i passeggeri che dovranno essere sottoposti all’intrusione degli aeroporti avranno già fornito alle pubbliche autorità informazioni molto più dettagliate su di sé. E senza che le proteste per l’intollerabile violazione della privacy abbiano avuto la minima eco. Ciò che nella vita ordinaria viene accettato e interiorizzato come costo inevitabile della vita personale e sociale, diventa in un luogo sempre più esposto alle scorribande di malintenzionati qualcosa che offende addirittura, come è stato detto, la dignità umana.

Ed ancora:

L’invasione nella sfera dei comportamenti, delle abitudini, degli stili di vita, dei consumi, delle frequentazioni, dei rapporti umani, della vita familiare non appare come un attentato a qualcosa la cui salvaguardia un tempo appariva sacra e imprescindibile. Una radiografia compiuta con scopi difficilmente contestabili appare invece oltraggiosa e intollerabilmente invasiva. La vita privata è già scomparsa, ma è nata una società un po’ schizofrenica, che accetta rassegnata l’ineluttabile, ma rifiuta una semplice opportunità per viaggiare (un po’) più sicuri. 

  E’ proprio questo il punto.

Quale limite siamo disposti a tollerare?

Di fronte alla constatazione dell’erosione inevitabile della privacy, della dignità umana, dei diritti fondamentali, mi sembra non utile la posizione rinunciataria, che costringe l’individuo a rassegnarsi all’introduzione progressiva di strumenti di controllo sempre più invasivi e penetranti.

Occorre la riflessione sulla modernizzazione, una riflessione che produca reazione individuale e sociale al fine di correggere gli effetti collaterali e quelli nocivi delle nuove tecnologie (c.d. “modernizzazione riflessiva”).

Occorre, prima di tutto, considerare che le tecnologie non sono sempre la panacea di tutti i mali, dato che le stesse portano vantaggi e svantaggi, da soppesare bene e, ove necessario, correggere con atteggiamento critico, non rinunciatario.

Mi piace pensare, però, che la lettura di Battista sia provocatoria.

Un punto di partenza tra le due opposte posizioni c’è: la constatazione che qualcosa, con i Body Scanner, si stia perdendo in termini di libertà, privacy, riservatezza, se non di dignità.

Cosa si andrebbe però a guadagnare?

3) INEFFICACIA DEI BODY SCANNER - Il body scanner, in realtà, ha una capacità di prevenzione e di controllo assai limitata con riferimento alla lotta agli attentati terroristici. L’introduzione di tale tecnologia consente infatti, a chi volesse porre in essere attentati terroristici, di utilizzare le vulnerabilità dei bodi scanner, adeguando le strategie di azione alla nuova situazione di controllo.

Solo per fare un esempio, è noto che il body scanner non consente di controllare le cavità corpore. Come è stato già notato, sarebbe fin troppo facile utilizzare le naturali cavità corporee che l’anatomia umana ha disegnato, così come le otturazioni o le capsule dei denti, per nascondere o ospitare materiale esplosivo nella quantità necessaria per il compimento di azioni terroristiche.

La sicurezza, dunque, non sembra passare per la tecnologia dei body scanner ed il baratto tra privacy, riservatezza, dignità, libertà personale, da un lato, e sicurezza, dall’altro, non sembra affatto equo. Anzi, è illusorio.

4) PRIVACY E CONTROLLO DEI DATI – Certo, l’introduzione dei Body scanner pone anche dei problemi legati alla protezione dei dati personali, ma non basta regolamentare il tempo di conservazione delle immagini, la loro cancellazione, la possibilità di accesso, etc., per bilanciare la perdita di dignità e di libertà a cui le tecnologie in questione sottopongono i cittadini, in massa, senza un vantaggio effettivo in termini di sicurezza. 

5) MALINTESO SENSO DI SICUREZZA (percezione del senso di sicurezza nel breve periodo. Incremento del sentimento di paura nella popolazione nel medio e nel lungo periodo) – La rinuncia progressiva alla privacy, alla libertà e dignità personale ed, in generale, ai diritti fondamentali della persona viene ceduta in cambio di un malinteso senso di maggior sicurezza, percepita nel breve periodo ma non reale.

L’introduzione di strumenti tecnologici di controllo sociale finisce per essere una soluzione facile sotto il profilo politico, perché costituisce un prodotto visibile, da mostrare ai cittadini. Costituisce una risposta tangibile per i cittadini di fronte all’impatto emotivo suscitato dal clamore con cui i media hanno diffuso le notizie degli attentati sventati nell’ultimo periodo.

Il rischio, però, è che le tecnologie di controllo come i Body scanner si traducano solo in un comodo strumento a servizio della politica, nella prospettiva di una facile soluzione alla ricerca di consenso eletorale, basata sull’impatto emotivo. Nel dire ciò, si noti, non intendo dare connotazioni specifiche di destra, di centro o di sinistra, dato che il tema della sicurezza non ha colore politico e in tutti gli schieramenti si finisce per demandare alla soluzione tecnologica la soluzione dei problemi relativi alla sicurezza. E’ un discorso non nuovo.

Il problema, però, è che l’impatto sociale di tali tecnologie finisce, ironicamente, per avere un effetto inverso:

a) il senso di sicurezza è come una parabola, per cui nell’immediato si avrà l’impressione che la misura tecnologica effettivamente serva a rendere più sicuri i voli e le nostre città, preservandoli dai terroristi. Per questo si rinuncia a parte della libertà, con quel patto perverso e disuguale a cui ha fatto riferimento Vittorio Zambardino;

b) successivamente la tecnologia, proprio perché trasformata da “processo” o da “servizio” a “prodotto tangibile”, sta lì a ricordare a ciascun individuo che può essere vittima del terrorismo e che il rischio è immediato, costante. Più si incrementa la “sicurezza-prodotto”, più si incrementa la percezione del rischio, fino a ingenerare un clima generalizzato e costante in cui la paura fa da sfondo all’esistenza.

La società tecnologica finisce per diventare società del rischio e della paura, con quel bisogno crescente di sicurezza che si autoalimenta e reclama ulteriori “prodotti”, in cambio di un altra fetta di libertà, di dignità o di privacy, a cui la società rinuncia, perdendo anche progressivamente un po’ di democrazia.

6) COSTI ELEVATI. – L’impatto sulla sicurezza reale, in altre parore, se c’è è confinato nel primissimo periodo di adozione dei Body Scanner, ossia fin tanto che l’azione terroristica non adeguerà le proprie strategie ed i relativi addestramenti per scavalcare le vulnerabilità ed i limiti connaturati a tale strumento tecnologico. Nel giro di pochi mesi, pur a fronte dei notevoli costi iniziali sostenuti, i Body Scanner potrebbero risultare quasi completamente inefficaci, funzionando da deterrente solamente per l’azione di chi isolatamente, lontano dall’azione terroristica organizzata, decida di portare avanti un gesto folle, forse per disturbi psichici non risolti (come per il caso dell’aggressione a Silvio Berlusconi per mano di Tartaglia).  Si tratterebbe però di azioni isolate che l’attuale sicurezza è già  perfettamente in grado di fronteggiare, senza ricorrere ai body scanner.

La valutazione in ordine alla reale utilità ed efficacia dei body scanner dovrebbe essere effettuata con una programmazione seria, che faccia riferimento non solo alla situazione attuale, ma che abbracci una considerazione prospettica, capace di prevedere gli effetti quantomeno nel medio periodo, bilanciando i vantaggi attesi (“reali” e non solamente “percepiti”) con gli alti costi sociali ed economici che tali tecnologie comportano.

7) LA LETTURA DI STEFANO RODOTA’ – Per chiudere questa riflessione sulla “questione dei Body Scanner”, vorrei segnalare la lettura illuminata di Stefano Rodotà (apparsa su La Repubblica del 6 gennaio 2010 con il titolo “La tecnologia come alibi per l’impotenza politica incapace di decidere il confine fra sicurezza e libertà. Su la Repubblica, 6 gennaio 2010″ e riprodotta on-line da eddyburg.it con il titolo “L’illusione tecnologica“).

Bello l’incipit:

Sicurezza o libertà? Questo antico dilemma continua ad accompagnarci, diviene più stringente quando terrorismo e criminalità si fanno più aggressivi.
E dopo l’11 settembre l’imperativo della sicurezza è divenuto dominante, fino a cancellare quasi ogni altro riferimento. Questo spirito è tornato in questi giorni, nelle reazioni non sempre composte che hanno accompagnato il fallito attentato a un aereo in volo verso gli Stati Uniti. Dobbiamo rassegnarci a una continua erosione dei diritti, a un lento declinare dei principi della democrazia?

La risposta è piuttosto articolata e Vi invito a percorrerla tutta con molta attenzione.

8) L’AUSPICIO – L’auspicio è che si mediti un po’ di più sul versante istituzionale, con quella capacità di riflessione che il Ministro Maroni ha mostrato di avere in occasione delle annunciate norme volte a controllare le esternazioni su Internet dopo il caso dell’aggressione subita dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per mano dell’Ing.  Massimo Tartaglia. 

Il dibattito è aperto ed a livello internazionale mi sembra che non ci sia ancora unanimità di vedute.

Mi sembra chiaro che, ad ogni modo, il dibattito sul terma delle tecnologie di controllo sociale rimane aperto. L’attenzione deve rimanere alta e, anche ove i Body Scanner dovessero essere introdotti, vanno individuati gli strumenti migliori per valutare l’impatto sociale e sui diritti fondamentali ed apportare gli eventuali necessari correttivi, finanche, ove fosse necessario, a meditare un  ripensamento radicale.

Certo è che la prospettiva nichilista, così come quella rinunciataria, vanno osteggiate, perché la riflessione critica, nella blogosfera come nei media tradizionali e nel mondo accademico, vanno incoraggiate e continuamente alimentate.

Anche chi legge queste righe, ove fosse sprovvisto di un proprio blog o non avesse accesso ai media tradizionali, può contribuire con un suo commento, per dare il proprio contributo alla riflessione in Rete.

Qualunque idea si abbia l”importante è non rimanere indifferenti.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Braccialetto elettronico, geolocalizzazione con GPS e stalking

È cronaca estera (Spagna) l’adozione del braccialetto elettronico per fronteggiare le ipotesi di violenza domestica, maltrattamenti familiari e stalking.

 

 Su tale soluzione occorre però una riflessione seria, perché il diritto penale e processuale penale, le scelte criminologiche e di politica per la sicurezza toccano aspetti delicati, essendo destinati ad incidere sui diritti fondamentali del soggetto a cui il braccialetto elettronico viene applicato.

 

Con ciò non si vuol intendere che l’adozione del braccialetto elettronico sia eccessiva, ma che non debba eccedere, nei suoi effetti, il principio di proporzionalità rispetto agli scopi per cui il braccialetto viene usato.

 

Qui occorre fare una breve ricostruzione di ciò che è avvenuto recentemente nel nostro sistema giuridico.

 

L’introduzione del reato di «atti persecutori» all’art. 612 bis c.p., noto come reato di «stalking», è stato accompagnato dalla modifica al codice di procedura penale, là dove, dopo l’art. 282 bis, è stato inserito il nuovo art. 282 ter c.p.p. (cfr. decreto legge 23 febbraio 2009, conv. in legge 38/2009).

 

Nei primi due commi di tale articolo si trova regolamentato il divieto di avvicinamento non solo ai luoghi frequentati dalla persona offesa, ma anche alla persona offesa medesima o ai prossimi congiunti o conviventi della stessa, oppure alle persone con cui la medesima persona offesa sia legata da una relazione affettiva.

 

Eccone una trascrizione:

 

Art. 282- ter (Divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa). — 1. Con il provvedimento che dispone il divieto di avvicinamento il giudice prescrive all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa.
2. Qualora sussistano ulteriori esigenze di tutela, il giudice può prescrivere all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati da prossimi congiunti della persona offesa o da persone con questa conviventi o comunque legate da relazione affettiva ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o da tali persone.

Ebbene, qui (ed in casi simili, ad esempio per maltrattamenti familiari) sorge il problema di come garantire il rispetto del divieto.

 

Ecco allora che le nuove tecnologie, panacea di tutti i mali odierni, entrano nuovamente in gioco.

 

S’è pensato di attuare il famigerato braccialetto elettronico, con tanto di geolocalizzazione con GPS.

Nella Spagna di Zapatero, riferisce la Repubblica, ne sono stati acquistati già tremila, al fine di conoscere la posizione geografica del soggetto a cui è stato intimato il divieto di avvicinamento.

 

L’articolo precisa:

 

Il primo braccialetto è stato allacciato qualche giorno fa nel comune di Valencia: 24 ore al giorno indicherà alla polizia e alla vittima dove si trova chi lo indossa, un uomo condannato per maltrattamenti in famiglia, un ex marito che non potrà più avvicinarsi alla donna che per anni ha maltrattato. E’ solamente il primo dei tremila braccialetti con sistema gps che la Spagna ha consegnato alle forze dell’ordine perché, su richiesta dell’autorità giudiziaria, li sfrutti contro i violenti.

 

Ad ancora:

  

I 3.000 braccialetti elettronici messi a disposizione della giustizia spagnola dal governo di Zapatero sono dell’ultima generazione. Quando il marito o ex marito riceve il braccialetto alla donna viene fornito un dispositivo che avvisa lei e la polizia se l’uomo si avvicina a meno di 500 metri. Un segnale d’allarme che potrebbe essere decisivo per evitare nuove violenze.

 

Nell’ambito di una lezione tenuta alla Polizia di Stato mi sono trovato a commentare il fatto che la riforma abbia allargato il divieto di avvicinamento rendendolo operativo non solo con riferimento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa (e dagli altri soggetti indicati dalla norma), ma anche con riferimento alla medesima persona offesa (ed agli altri soggetti indicati dalla norma), senza che abbia rilievo il luogo di riferimento.

 

La norma, di maggior tutela per la persona offesa, nasconde però un paradosso.

 

Già di per sé è costruita in maniera non del tutto condivisibile, perché costringerebbe il soggetto a cui il divieto è intimato ad allontanarsi dai luoghi frequentati ove sia la vittima ad avvicinarsi a lui. Ciò sembra urtare contro il principio di libertà personale, il cui sacrificio deve essere proporzionale e non portato oltre misura.

 

Per comprendere meglio l’incidenza oltre misura sui diritti e sulle libertà fondamentali del soggetto raggiunto dal divieto (la cui compressione dovrebbe essere proporzionale agli scopi per cui il divieto viene inflitto, senza travalicarli in eccesso) potrebbe essere utile richiamare il paradosso a cui accennavo poc’anzi.

 

Infatti, ove la persona offesa volesse far incorrere il destinatario del provvedimento restrittivo in una violazione del divieto, sarebbe sufficiente recarsi presso di lui, nei luoghi da questi frequentati.

 

Il paradosso, invero, non è così lontano dalla realtà se si pensa che i contrasti avvengono, nella maggior parte dei casi, nell’ambito di persone prima legate da rapporti sentimentali o affettivi.

 

Esperienza e letteratura insegnano, poi, che l’interazione autore-vittima nelle dinamiche criminali potrebbe far registrare la reazione della vittima, che per difendersi o per «colpire» in qualche modo l’aggressore o lo stalker, anche a scopo di vendetta, potrebbe attivare comportamenti volti a danneggiarlo.

 

Approfittare del divieto di avvicinamento per far risultare la sua violazione è ora fin troppo facile, per come è costruita la norma e per le tecnologie che consentono l’accertamento della violazione.

 

Immaginiamo che la vittima voglia arrecare un danno al soggetto raggiunto dal divieto di avvicinamento, a cui viene imposto il braccialetto elettronico.

 

La vittima, soprattutto se conosce le abitudini del soggetto a cui è imposto il divieto di avvicinamento, potrebbe raggiungerlo o addirittura anticiparlo, facendo maturare l’oggettiva violazione del divieto, provata dallo strumento tecnologico.

 

In tal modo la vittima è in grado di far scattare, ai danni del soggetto a cui il divieto è imposto e senza che possano rilevare le sue effettive intenzioni, le sanzioni collegate alla violazione del divieto di avvicinamento.

 

Il braccialetto elettronico, infatti, è in grado di avvisare immediatamente non solo la vittima, ma anche le forze dell’ordine, le quali disporranno dell’evidenza informatica offerta dallo strumento elettronico per agire nei confronti dell’autore della violazione.

 

Ulteriori problemi, non meno gravi, possono riguardare la violazione del diritto fondamentale alla protezione dei dati personali del soggetto su cui il braccialetto elettronico viene installato.

 

Infatti occorrerà prestare attenzione affinché il controllo operato da tale dispositivo tecnologico operi solamente al fine di evitare l’avvicinamento alla vittima (o potenziale vittima), ma non anche per far rivelare abitudini di vita e altre informazioni che il monitoraggio costante (24 ore al giorno) e la geolocalizzazione tramite GPS consentono.

 

Insomma, l’uso della tecnologia va bene, ma come sempre occorre essere molto cauti, prestare attenzione alle conseguenze ed agli «effetti collaterali», dato che la nostra società (information society) sembra pronta ad abbracciare l’innovazione tecnologica, perché attratta da essa, ma non sembra altrettanto pronta ad affrontarla e a gestirne gli effetti.

 

L’esempio spagnolo sta per essere considerato seriamente anche in Francia, ove per la verità il braccialetto elettronico e’  già attivo dal 19 dicembre 1997 come pena alternativa alla detenzione in carcere, al fine di controllare i condannati che scontano la pena agli arresti domiciliari. 

 

Sulla scia della facilità con cui si cavalcano certe tendenze per farne cavalli di battaglia da sbandierare politicamente, è fin troppo evidente che l’argomento sarà ripreso anche in Italia, tra gli strumenti necessari per garantire la sicurezza.

 

Le politiche per la sicurezza si troveranno di nuovo a caldeggiare le tecnologie informatiche ed a scontrarsi con le esigenze di tutela dei diritti fondamentali. Qui il dibattito deve essere attento, perché non si può recepire l’innovazione tecnologica senza confrontarsi con l’impatto sociale e con le norme giuridiche.

 

A me sembra, ad esempio, che l’eventuale introduzione del braccialetto elettronico debba far correggere la disposizione relativa al divieto di avvicinamento, facendo in modo che il divieto operi con riferimento a luoghi determinati o determinabili a priori e non in relazione a dove di volta in volta si troveranno un insieme di soggetti, quali la persona offesa, i suoi prossimi congiunti, i conviventi e le persone ad essa legate da relazioni affettive.

 

Insomma, il dibattito è aperto.

 

Fabio Bravo

 

 www.fabiobravo.it

 

Offender Locator. Geolocalizzazione e fotografia dei sex offender sul cellulare tra sicurezza e violazione dei diritti fondamentali

Uno degli applicativi più gettonati per l’iPhone è il software Offender Locator. Si tratta di un geolocalizzatore di sex offender, in grado di fornire dati relativi a osggetti condannati per reati sessuali.

Il software fornisce una scheda con la foto del sex offender, i suoi dati personali e l’ubicazione della sua residenza.

Utilizzando le mappe digitali ed il sistema GPS del cellulare, poi, il sotware è in grado di fornire una mappa digitale in cui è segnata la presenza di tutti i sex offender di una determinata zona, ad esempio quella relativa al proprio indirizzo o all’indirizzo di un proprio conoscente.

L’applicativo rappresenta una novità, che deve far riflettere per le sue implicazioni, per via della possibilità di coniugare applicazioni tipiche del crime mapping (cfr., ad esempio, 1 e 2) alle caratteristiche fornite dal cellulare, che alla mobilità aggiunge la larga difusione del suo impiego e l’avere il dispositivo sempre a portata di mano.

La possibilità di visualizzare anche il volto del sex offender su un dispositivo tenuto in mano mentre si passeggia per strada o si va in un negozio, produrrà conseguenze drastiche per la nostra società.

Com’è noto, in Italia una simile possibilità è scongiurata dalle norme in materia di protezione dei dati personali. Il sistema americano è diverso. Le esigenze di sicurezza, attuate secondo politiche repressive che dovrebbero far discutere, hanno spinto il sistema americano a pubblicare liste di pedofili e di altri sex offender, anche se tali soggetti hanno già scontato la loro pena e tentano una risocializzazione dopo la punizione dei reati commessi.

Il malinteso senso di sicurezza americano ha portato invece a rendere pubblica la lista dei soggetti che si sono macchiati di reati sessuali, dai più gravi a quelli lievi, con lo scopo di creare allerta nella popolazione, consentendo ai cittadini di autodifendersi da possibili casi di recidiva.

C’è da chiedersi se il sistema sia corretto. Se non si violano in tal modo i diritti fondamentali della persona. Se non si creano stigmatizzazioni permenenti che vietano a priori ad una persona di cirolare per strada, di andare a fare la spesa, di trovare un lavoro, di avere amicizie, senza essere additati a vita per un passato che si può anche avere il diritto di rinnegare, dopo aver scontato il debito sociale che la giustizia ha ritenuto di infliggere.

L’articolo di Bruno Ruffili, pubblicato per La Stampa con il titolo «La gogna dello stupratore», fa riflettere e ne consiglio la lettura. In tale articolo viene riprodotta anche un’immagine che rende bene l’idea del funzionamento del software.

Come chiosa intelligentemente Ruffili, riportando le parole del sergente J. B Lawis: «(…) se davvero volete proteggere i vostri figli cominciate a interessarvi della loro vita e non lasciate che siano gli altri a educarli al vostro posto».

Offender Locator riproduce sul cellulare uno strumento che gli Stati Uniti hanno pensato di riservare ai cittadini per preservare la loro sicurezza e le loro possibilità di autodifesa, creando allerta (e allarmismo) verso persone che, a fronte degli illeciti commessi e delel pene espiate, vengono sottoposte ad processo irreversibile di stigmatizzazione continua e di costante frustrazione dei diritti fondamentali.

Il rischio è che sistemi di controllo sociale attraverso le nuove tecnologie per la sicurezza del territorio, particolarmente invasive come queste, finiranno per attecchire anche in Italia, sulla scia di facili proposte che possono essere politicamente percorse per accaparrarsi consensi o solamente l’attenzione mediatica, senza considerare le conseguenze devastanti che le politiche per la sicurezza hanno sui diritti fondamentali dell’uomo.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

L’art. 60 della «legge» sulla sicurezza. ISP, Internet e i decreti di oscuramento imposti ai fornitori di connettività

Il famigerato emendamento D’Alia, che aveva portato all’introduzione dell’art. 50-bis nell’originario disegno di legge n. 733 discusso in prima battuta al Senato, era andato a confluire, con l’aggiunta di un comma, nell’art. 60 del medesimo DDL, approdato alla Camera con il n. c.2180.

Ne avevo già ampiamente parlato in questo post ed in quest’altro.

Ora, tornato al Senato con il n. 733B, il DDL relativo alc.d. Pacchetto Sicurezza è stato approvato senza modificazioni in versione definitiva ed è in attesa di promulgazione e pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, per divenire definitivamente legge dello stato italiano (compreso l’attuale e discusso art. 60, nato dall’emendamento D’Alia).

Cerchiamo di comprendere cosa sta accadendo e quali effetti vengono prodotti sull’information society.

L’art. 60 in questione è stato previsto nel pacchetto sicurezza per assicurare la «repressione di attività di apologia o incitamento di associali criminose o di attività illecite compiuta a mezzo internet».

L’articolo, non originariamente previsto nel pacchetto sicurezza, veniva introdotto con un emendamento del Sen. D’Alia, cavalcando politicamente il clamore suscitato dalla notizia relativa all’istituzione, su Facebook, di gruppi di discussione inneggianti Reina e la mafia, che hanno attirato taluni «fan» e numerose perplessità presso l’opinione pubblica.

La «straordinaria» pensata politica, però, si è tradotto in un testo di legge a dir poco discutibile. Buoni gli intenti, non altrettanto buoni, mi sembra, siano gli strumenti per dare attuazione a tali intenti.

Rimando ad una pubblicazione scientifica di più ampio respiro e di più taglio più tecnico per gli approfondimenti reltivi agli «addetti ai lavori».

Non rinuncio però a rimarcare che, come già osservato in occasione dei precedenti lavori parlamentari:

1) la misura di contrasto agli illeciti presi in considerazione della norma (istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi e non solo apologia di reato), ove posti in essere «in via telematica sulla rete internet», consente al Ministro dell’interno di adottare con proprio decreto l’interruzione dell’attività indicata. Tale interruzione però, dice l’art. 60, co. 1, va realizzata «ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine».

Viene cioè adottato lo strumento di filtraggio a carico dei fornitori di connettività (ISP), senza agire sul soggetto che gestisce la piattaforma su cui i messaggi di istigazione a delinquere o di apologia di reato vengono diffusi. Se si pensa al fenomeno facebook e mafia, ove venissero ravvisate le ipotesi di reato in questione, il Ministro dell’interno potrebbe emanare un decreto non per chiedere alla società che gestisce il social network di inibire i messaggi incriminati, ma addirittura per chiedere a tutti i provider di connettività, di filtrare il traffico di rete impedire l’accesso a Facebook.

Gli effetti della norma, così, sono palesemente sproporzionati.

Per un verso c’è il forte rischio che vengano sacrificati i diritti di manifestazione del pensiero, di associazione e di svolgere attività relazionali di tutti i soggetti che fruiscono legittimamente e lecitamente della piattaforma di comunicazione (nell’esempio: Facebook), senza aver compiuto alcun reato.

Per altro verso si penalizza il soggetto che gestisce la piattaforma di comunicazione (nell’esempio: Facebook), introducendo l’obbligo sostanziale di controllare i contenuti, in contrasto con la direttiva sul commercio elettronico che consente ai fornitori dei servizi della società dell’informazione, a determinate condizioni, di svolgere i propri servizi senza l’obbligo di controllare a priori la liceità dei contenuti che gli utenti veicolano attraverso di loro.

2) Sotto altro profilo ancora, si va ad incidere pensantemente sugli Internet Service Providers (ISP) che forniscono connettività alla rete, gravando su tali soggetti per esercitare il controllo sulla rete.

Destinatari del decreto ministeriale di inibizione del traffico di rete, infatti, sono proprio coloro che forniscono connettività, e non gli autori dell’asserito illecito, nè i gestori delle piattaforme eventualmente utilizzate dagli utenti per l’immisione dei contenuti illeciti.

Sugli ISP grava l’obbligo di attivarsi ed anche sollecitamente, dato che l’art. 60, co. 4, stabilisce che

«I fornitori dei servizi di connettività alla rete internet, per l’effetto del decreto di cui al comma 1, devono provvedere ad eseguire l’attività di filtraggio imposta entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000, alla cui irrogazione provvede il Ministero dello sviluppo economico».

Come si vede sono gli ISP ad essere sanzionati in caso di mancata ottemperanza al decreto di inibizione emesso dal Ministro dell’interno.

3) Il meccanismo, si noti, è simile a quello utilizzato talvolta in caso di sequestro di siti Internet, ove si vuole assicurare l’indisponibilità dei contenuti agli utenti, o in caso di pedofilia.

C’è da chiedersi se sia legittimo, per le ipotesi di reato in questione (prese a base per l’emanazione del decreto ministeria voluto con l’emendamento D’Alia), che sia il Ministro a procedere e non l’Autorità giudiziaria.

Sì, il sistema prevede la possibilità di ricorrere all’autorità giudiziaria avvero il decreto ministeriale, ma non mi sembra sia una garanzia sufficiente, dato che si incide su diritti fondamentali dell’uomo e su libertà costituzionalmente protette, il cui sacrificio implica le garanzie più ampie, come avviene nelle ipotesi di sequestro.

Si tenga conto, però, che anche in caso di sequestro disposto dall’autoirtà giudiziaria, il filtraggio imposto agli ISP (Internet Service Providers) finisce per realizzare l’oscuramento dell’intero sito contenente i contenuti considerati illeciti. Ebbe, si ricorderà come il tema riproponga questioni già presentatesi tempo addietro allorché, in occasione dei sequestri di materiale illecito presente sui siti Internet (anche con riferimento ad articoli diffamatori), l’autorità giudiziaria disponeva erroneamente il sequestro dell’intero sito e non dei soli contenuti illeciti, inibendo di fatto la funzionalità di un intero servizio, incidendo su libertà costituzionalmente garantite di cittadini che nulla hanno a che fare con l’illecito in questione

Queste sono solamente alcune delle riflessioni che fanno denotare il grave vulnus che il nostro sistema giuridico rischia di apportare sia ai diritti fondamentali, sia ai principi comunitari.

La disposizione, che diventerà ormai legge dello Stato, è sicuramente criticabile.

Lascia intuire, però, come il controllo della tecnologia stia entrando a pieno regime nell’agenda politica (e legislativa) come strumento per il controllo sociale.

Ciò che perplime, però, è lo spostamento delle funzioni di controllo, in tema di repressione dei reati, dal potere giudiziario (autorità giudizaria) a quello esecutivo (Ministro dell’Interno e, in definitiva, Governo).

Come statuisce l’art. 60, co. 2, il

«Ministro dell’interno si avvale, per gli accertamenti finalizzati all’adozione del decreto di cui al comma 1, della polizia postale e delle comunicazioni (…)».

La politica sopperisce alla lentezza dell’autorità giudiziaria spostando le funzioni di accertamento e repressione della criminalità dal potere giudiziario a quello esecutivo, per poi relegare il primo a mera funzione di controllo dell’attività del secondo, dato che, come presegue l’art. 60, co. 2, citato,

«Avverso il provvedimento di interruzione è ammesso ricorso all’autorità giudiziaria (…)».

Per la sua rilevanza riporto di seguito il testo dell’art. 60 del DDL 733B, in attesa di promulgazione.

Qui, invece, è disponibile il testo integrale in PDF.

Art. 60.

(Repressione di attività di apologia o incitamento di associazioni criminose o di attività illecite compiuta a mezzo internet).

1. Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.

2. Il Ministro dell’interno si avvale, per gli accertamenti finalizzati all’adozione del decreto di cui al comma 1, della polizia postale e delle comunicazioni. Avverso il provvedimento di interruzione è ammesso ricorso all’autorità giudiziaria. Il provvedimento di cui al comma 1 è revocato in ogni momento quando vengano meno i presupposti indicati nel medesimo comma.

3. Entro sessanta giorni dalla data di pubblicazione della presente legge il Ministro dello sviluppo economico, con proprio decreto, di concerto con i Ministri dell’interno e per la pubblica amministrazione e l’innovazione, individua e definisce, ai fini dell’attuazione del presente articolo, i requisiti tecnici degli strumenti di filtraggio di cui al comma 1, con le relative soluzioni tecnologiche.

4. I fornitori dei servizi di connettività alla rete internet, per l’effetto del decreto di cui al comma 1, devono provvedere ad eseguire l’attività di filtraggio imposta entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000, alla cui irrogazione provvede il Ministero dello sviluppo economico.

5. Al quarto comma dell’articolo 266 del codice penale, il numero 1) è sostituito dal seguente: «1) col mezzo della stampa, in via telematica sulla rete internet, o con altro mezzo di propaganda».

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Polizia-hacker?

Secondo una notizia data dal quotidiano “La Stampa” qualche giorno fa, la polizia britannica lascerebbe parlare di sè per l’uso di tecniche investigative particolamente intrusive.

La notizia, ancora da verificare quanto al testo normativo, appare collidere con i diritti fondamentali dei cittadini, visto che, secondo il resoconto giornalistico, non occorrerebbe un mandato specifico per penetrare nel domicilio informatico dei presunti sospetti. Occorrerebbe avere accesso direttamente alla fonte normativa per rendersi bene conto dell’effettiva portata delle disposizioni a cui la stampa ha dato risalto.

Ecco il link all’articolo «Londra lancia la polizia-hacker», il cui sottotitolo recita: «Gli agenti potranno inviare mail con virus per controllare i computer di sospetti criminali».

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