democrazia

I segreti della Casta. Il web, la trasparenza, la democrazia, la paura della censura (aggiornamento: una questione di metodo)

Spidertruman è il nickname dell’autore della pagina Facebook intitolata “I segreti della Casta di Montecitorio“.

Ha fatto clamore l’interesse che ha suscitato l’operazione trasparenza di un precario che, dopo 15 anni di lavoro come portaborse a Montecitorio, si è ritrovato da un giorno all’altro “in cerca di occupazione”, come può capitare a tutti i precari.

Spiredtruman, nei suoi 15 anni di lavoro, è venuto a conoscenza di molte notizie sui privilegi o sui benefici di cui gode la Casta, nonché di molti retroscena che solo stando dal di dentro si possono osservare.

Sostanzialmente, l’esprienza di Spiredtruman è quella che scientificamente si chiama “osservazione partecipante“. E’ uno degli strumenti di ricerca di tipo qualitativo usata in ambito sociologico e criminologico. Si tratta, involontariamente, di un’esperienza di ricerca senza precedenti, dato che l’osservazione partecipante è durata ben 15 anni e riguarda un settore solitamente coperto da tanto riserbo, a tal punto che generalmente non trapela poi molto alla società civile.

Ora i 15 anni di osservazione partecipante sono finiti e sta iniziando, purtroppo in maniera non ristematica ma comunque significativa, la fase della organizzazione e diffusione della conoscenza appresa nell’osservazione partecipante. Sarebbe interessante se poi seguisse un’analisi scientifica dei risultati.

Comunque, l’operazione (scevra da intenzioni di ricerca) ha un indubbio interesse pubblico, tanto che in pochissime ore la pagina facebook di Spidertruman ha avuto un numero impressionante di adesioni. I cittadini vogliono sapere di quali reali condizioni di favore la Casta gode in questo periodo in cui il popolo è chiamato a fare sacrifici mostruosi in nome di una crisi che ormai comprime stipendi pubblici e privati, pensioni e utili di impresa.

Il popolo vuole sapere, perché è con la trasparenza che può prendere atto delle situazioni che gli consentono di esercitare la propria sovranità, garantitagli dalla costituzione, nelle forme che la legge consente. E’ conoscendo le cose che i cittadini possono organizzare il dissenso, far sentire la propria volontà, ad esempio tramite la reazione di protesta, tramite referendum abrogativo o, più semplicemente, trovando rappresentanti responsabili che, anche solo per tornaconto elettorale, possano accogliere le istanze della popolazione reclamante.

L’operazione trasparenza di Spidertruman, con “I Segreti della Casta“, è in questo senso strumento di democrazia, che aiuta i cittadini a prendere coscienza come popolo, presupposto fondamentale per l’esercizio della sovranità popolare.

Colpiscono molto, però, le frasi di Spidertruman che campeggiano sulla propria pagina Facebook, ove, per timore che gli venga chiusa, dichiara di aver aperto anche un blog e poi un account Twitter, ponendo in essere una chiara strategia di comunicazione anti-censura, per mantenere disponibili le informazioni in canali alternativi di diffusione.

Oggi le adesioni su Facebook, in continuo aumento, arrivano a 204.775 (fan).

L’enfasi mediatica è stata forte. Tra tutti v’è l’azione portata avanti dal Fatto Quotidiano con una serie di articoli, che addirittura hanno indotto la risposta di Gianfranco Fini nella qualità di Presidente della Camera, a fronte di una esplicita richiesta di intervento.

Vedremo gli sviluppi.

***  (Aggiornamento: 19 luglio 2011) ***

Gli sviluppi hanno portato a far emergere, a quanto sembra, un’operazione di comunicazione politica volta a catalizzare le attenzioni dei netcitizens verso i privilegi della casta, attraverso un espediente basato non su una storia non vera.  In altre parole, il fantomatico precario Spidertruman non esiste in quanto tale, ma come tipologia.

Le considerazioni che possono farsi sono diverse.

La prima viene spontanea: non importa chi vi sia dietro l’operazione di comunicazione, se un precario in carne ed ossa o un politico o un giornalista o un attivista.

L’importante è che venga alimentata l’attenzione dei cittadini verso l’insostenibile situazione che si sta vivendo nel periodo di crisi, ove i tagli interessano le fasce più deboli o i settori (ad esempio quello della ricerca e dell’università) a torto ritenuti di fatto di importanza secondaria dalle politiche di governo, mentre la classe politica non accenna a tagliare là dove invece si potrebbe (vogliamo ripensare a cosa è avvenuto recentemente in Parlamento a proposito dell’abolizione delle province).

L’escamotage mediatico che si cela dietro la comunicazione di “Spidertruman”, in altre parole, servirebbe per creare la reazione, mantenere alta l’attenzione mediatica ed arrivare al risultato politico concreto di un taglio dei costi che interessi anche “la Casta”.

V’è però un’altra reazione, che merita di essere valutata con attenzione. L’escamotage mediatico, infatti, è finzione che rischia di svilire la bontà degli intenti. Come è stato ben osservarto, alla fine l’effetto che si ha è quello di muovere il consenso delle masse ingannandole, ossia facendo leva sull’alterazione della realtà al fine di catalizzare e dirottare gli umori del popolo. Insomma, è una questione non solo di contenuti, ma anche di metodo, in quanto lo stesso intento poteva essere realizzato partendo da una storia vera, che di sicuro non era impossibile da trovare.

Sintetizza bene il concetto Valigia Blu in un interessante post, ove viene messo in dubbio il modo con cui si vuole cercare il consenso della massa per ottenere una partecipazione di protesta in piazza, cone se il popolo in Rete, senza gli escamotage mediatici, non sapesse organizzarsi democraticamente.

 

Ecco il paradosso: l’operazione di comunicazione anti-casta invocava la trasparenza per mettere a nudo i privilegi della classe politica, ma aveva il vizio genetico essa stessa del difetto di trasparenza.

A mio avviso il tema proposto da Spidertruman è importante e non va abbandonato neanche a fronte del “peccato originale” con cui pare sia nato “I Segreti della Casta di Montecitorio”.

La sfida democratica, ora, è quella di vedere un popolo che sappia organizzarsi in maniera trasparente tramite la rete per esprimere le proprie idee e farle valere, in maniera altrettanto trasparente, anche fuori dalla rete, senza bisogno di ingannare il lettore e di abusare a priori della fiducia, in quanto è proprio sulla fiducia che si costruisce un consenso duraturo.


Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Delibera AGCOM sulla rimozione selettiva: mobilitazione 2.0 ed eco della politica (la Protesta dei Palloncini e la Notte della Rete)

Sulla delibera AGCOM 668/2010/CONS, con la quale si intende operare una rimozione selettiva in via amministrativa introdotta d’imperio (escludendo il parlamento dall’attività di normazione e l’auorità giudiziaria in ordine alla soluzione della controversia), abbiamo già dimostrato il nostro disappunto appoggiando l’iniziativa di “sito non raggiungibile” (qui l’homepage): la scelta non è condivisa e andrebbe meditata.

Sia chiaro, ciò che non si condivide non è la scelta di operare una rimozione dei contenuti illeciti, di per sè praticabile ed il linea con la direttiva europea sul commercio elettronico, ma le modalità con cui la si vuole introdurre ed eseguire nel nostro Paese.

La blogosfera, grazie all’iniziativa di sito non raggiungibile e, in particolare, agli amici Fulvio Sarzana e Marco Scialdone e l’associazione Agorà Digitale, ha avuto un’eco crescente.

Sono stati organizzati incontri e convegni, anche presso la Camera, con presentazione di un e-Book, è stato lanciato il tam tam su Internet e si è ottenuta anche presenza televisiva (AnnoZero).

Dalla blogosfera la campagna di sensibilizzazione, proprio perché condivisa nei contenuti, ha portato a sensibilizzare giornalisti e politici.

Alle prime voci di Di Pietro ed altri, ora si aggiungono quelle del Presendente della Camera Gianfranco Fini e del Ministro della Giorventù Giorgia Meloni, nonché quella di Pier Luigi Bersani ed altri ancora.

Fulvio rimarca l’eco internazionale che ha la vicenda.

Partita dalla Rete, la mobilitazione si fa anche al di fuori, nel mondo fisico. Le iniziative sono diverse, cocnentrare per il 4 luglio (la Protesta dei Palloncini) e per il 5 luglio (la Notte della Rete) nell’ambito delle quale l’attivitsmo di Agorà Digitale e di Valigia Blu ha un ruolo decisivo.

E’ un esempio bello di democrazia. Riporto un passaggio significativo di un post firmato da Arianna Ciccone di Valigia Blu:

Che sta succedendo?
Succede che la Rete ha dettato l’agenda e la politica in ritardo e a fatica ha risposto. Il Presidente della Camera Gianfranco Fini con un intervento su La Stampa ha detto: “No a troppi paletti…”, avrei preferito proprio no paletti ma va bene anche così; il segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani con una dichiarazione ufficiale sostiene che l’AgCom deve fermarsi: nessun bavaglio alla nostra democrazia; il deputato del PDL Roberto Cassinelli, in solitaria nel suo partito, si augura che l’AgCom sospenda immediatamente l’esame del provvedimento e lasci al Parlamento l’incombenza di predisporre gli strumenti più idonei alla tutela del diritto d’autore; il leader dell’Italia dei valori Antonio Di Pietro, sul suo profilo Facebook fa sapere che: ”La Rete è l’ultimo baluardo per la libera informazione e non deve subire censure. Per questo, abbiamo già presentato un’interrogazione parlamentare contro la delibera dell’Agcom”.
L’Agcom ha comunicato – si vede che la pressione sta salendo – che dopo il 6 luglio ci saranno altri 15 giorni per le osservazioni e poi l’approvazione. Che significa secondo me? Che ci stanno provando. Il 6 faranno calmare le acque e poi in piena estate quando l’attenzione sarà calata potranno far passare liberamente e senza tante polemiche la delibera che farà del nostro Paese un vero e proprio laboratorio per la censura “globale” alla Rete.

 

A parte la considerazione che nel PDL la questione inizia a far breccia da più parti, se si considerano le esternazioni del Ministro Meloni (PDL), riportate da Anna masera unitamente a quelle di Fini, la cosa interessante è come il web inizia a costruire i processi democratici.

Se ne è avuta forte la percezione con le recenti amministrative e, soprattutto, con il referendum.

L’informazione di stato vacilla e si rende sempre meno credibile. L’inchiesta di RE (Repubblica e l’Espresso) sulla Struttura Delta in RAI ha svelato i retroscena raccapriccianti.

La Rete consente di far passare l’informazione senza il controllo del potere. Non è tutto, però. Ha una forza in più, perché consente anche di commentarla, di aggiungere opinioni, di replicare e di dissentire, nonché di organizzare il dissenso anche con la mobilitazione civile. E’ un processo che va sorretto con convinzione e tenacia, perché percorre una strada in salita e controvento.

L’Italia non poteva scegliere il modo migliore per festeggiare i suoi 150 anni.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

AGCOM e web content. La procedura di rimozione selettiva dei contenuti on-line sarà approvata entro il 6 luglio 2011

La discussa Delibera AGCOM 668/2010/CONS, delinea un possibile scenario volto ad introdurre, in sede regolamentare, una procedura di “notice and take down” (all’italiana), definita di “rimozione selettiva” dei contenuti web protetti dal diritto d’autore, ritenuti illeciti.

Su tale delibera l’Authority ha avviato una pubblica consultazione, che ha portato alla ribalta numerose criticità evidenziate da più parti. Ci si sarebbe aspettato un ripensamento o, quantomeno, che il dibattito venisse approfondito e che le posizioni critiche mosse da numerosi stakeholders fossero oggetto di studio.

Se le istituzioni avviano una consultazione pubblica con la società civile, bisognerà poi tener conto dei risultati e, in caso di divergenze tra scelte istituzionali e quelle prospettate dagli stakeholders, occorrerà che le decisioni adottate siano supportate da argomentazioni ben motivate.

Dall’avvio della consultazione sono emerse però vicende poco chiare, a cominciare dalla discutibile eliminazione delle voci critiche interne all’Authority. Mi riferisco alla sostituzione senza preavviso del Commissario D’Angelo, prima relatore del provvedimento in seno all’AGCOM, poi sollevato dall’incarico senza neanche alcun avviso, solamente perché aveva espresso una posizione critica, segnatamente nella parte in cui si intendeva rimuovere in via amministrativa (e non giudiziaria) i siti Internet ed i loro contenuti.

La consultazione pubblica si è svolta e ne è scaturito un incontro con la società civile, il cui epilogo ha lasciato di stucco chi vi ha partecipato, che denuncia come in realtà le regole del gioco erano già scritte da parecchio, a fronte di una consultazione che avrebbe avuto lo scopo di inscenare un apparente dialogo democratico nel teatrino delle logiche di potere. Sarebbe stato già tutto deciso, senza alcuna concessione da parte dell’AGCOM, e l’adozione delle nuove regole sarebbe attesa per il 6 luglio 2011.

 

Chi è ad agire: il potere economico di chi detiene i diritti d’autore sulle opere che vengono illecitamente diffuse in formato digitale è il potere politico che, con il pretesto del diritto d’autore, vuole mettere in atto strumenti agevoli di controllo del flusso di informazioni in rete, per rimuovere contenuti scomodi, estromettendo al contempo  la magistratura dalle procedure di rimozione?

Su questo dubbio si snoda una pagina importante della democrazia italiana e dei nostri valori costituzionali.

Per passare da una lettura meta-giuridica a quella tecnico-giurica, riporto di seguito i contenuti della Delibera AGCOM 668/2010/CONS che sono apparsi più invisi, aventi ad oggetto la procedura di rimozione selettiva.

 

Si tratta di una

 

(…) procedura articolata nelle seguenti fasi:

 

1. segnalazione del titolare del diritto al gestore del sito o al fornitore del servizio di media audiovisivo

 

2. in caso di mancata rimozione del materiale, segnalazione all’Autorità

 

3. verifica dell’Autorità in contraddittorio con le parti

 

4. adozione da parte dell’ Autorità del provvedimento di ordine alla rimozione

 

5. monitoraggio successivo del rispetto dell’ordine e applicazione di sanzioni in caso di reiterata inottemperanza

(…)

 

La delibera citata analizza le caratteristiche di ciascuna fase:

1. segnalazione del titolare del diritto al gestore del sito o al fornitore del servizio di media audiovisivo - I titolari dei diritti e tutti gli altri soggetti autorizzati a disporne (in particolare, i titolari di licenze di sfruttamento, in proprio o attraverso le loro associazioni per la tutela di interessi collettivi), possono inviare un avviso di violazione del copyright al gestore del sito o al fornitore del servizio di media audiovisivo, il quale ha l’obbligo di individuare, ai fini della corretta applicazione della procedura di notice and take down, un punto di contatto per la ricezione di tali richieste. La segnalazione deve essere

redatta secondo un modello predisposto conformemente alle linee-guida dell’Autorità e disponibile sul sito del gestore del sito o del fornitore di servizio

di media audiovisivo. Il gestore del sito, se la richiesta appare fondata, deve rimuovere il contenuto entro il termine di 48 ore dalla ricezione della richiesta, eventualmente contattando il soggetto che ha caricato il video, il quale può a sua volta effettuare una contronotifica.

 

2. Segnalazione all’Autorità - Decorse le 48 ore dalla richiesta inoltrata senza che il contenuto sia stato rimosso, il titolare del diritto può rivolgersi all’Autorità,anche per via telematica, secondo il modello che sarà reso disponibile sul sito dell’Autorità, sottoponendole la richiesta di rimozione.

 

3. Verifica dell’Autorità in contraddittorio – L’Autorità, ricevuta la richiesta circostanziata di cui sopra, effettua una breve verifica in contraddittorio con le parti (titolare del diritto, gestore del sito, soggetto che ha effettuato la contro notifica) da concludere entro cinque giorni, comunicando l’avvio del

procedimento al gestore del sito (o, nel caso non fosse possibile individuarlo, al fornitore del relativo servizio di hosting), all’operatore di telecomunicazione o a quello televisivo, alla cui sfera risulti oggettivamente ascrivibile la violazione della normativa rilevante. La comunicazione d’avvio conterrà una sommaria

descrizione dei fatti contestati, nonché l’indicazione della disposizione normativa o regolamentare che si presume violata. Nel corso del lasso temporale previsto per il contraddittorio, il gestore del sito (o, in subordine, il fornitore del servizio di hosting), l’operatore di telecomunicazione o quello televisivo individuati come versanti in apparente violazione delle norme in tema di diritto d’autore, potrebbero in teoria anche porre subito fine alla condotta violativa segnalata (ad es., provvedendo alla rimozione dei file “incriminati” dal proprio server o dei link a siti esterni dal proprio sito; cessando l’attività di ritrasmissione non autorizzata del segnale televisivo, etc.).In tale ipotesi, l’Autorità, verificata l’avvenuta compliance dell’operatore, potrebbe disporre l’archiviazione del procedimento.

 

4. Adozione del provvedimento di ordine alla rimozione - Se l’Autorità, all’esito delle verifiche in contraddittorio, ritiene violata la normativa in tema di diritto d’autore, ordina senza ritardo al gestore del sito o al fornitore del servizio di media audiovisivo, anche per via telematica, l’immediata rimozione del materiale trasmesso in violazione.

 

5. Monitoraggio successivo del rispetto dell’ordine e applicazione di sanzioni in caso di reiterata inottemperanza – L’Autorità monitora il rispetto dell’ordine impartito e, in caso di inottemperanza reitera l’ordine avvertendo che il suo mancato rispetto comporterà l’applicazione delle sanzioni previste dalla legge (articolo 1, comma 31 della legge 249/97).

 

Come spesso avviene per le autorità amministrative indipendenti di settore, siamo di fronte al paradosso critico dell’ordine democratico, in cui in un medesimo soggetto viene a concentrarsi il potere di emanare le normative, il potere di decidere sulla violazione e sull’applicazione delle norme, il potere di farle eseguire, con buona pace del principio di suddivisione dei poteri che è alla base di ogni democrazia.

Il problema è che in questo caso le regole emanate in sede amministrativa dall’Authority finiscono per incidere gravemente sulle libertà di rango costituzionale ed hanno l’effetto di sottrarre all’autorità giudiziaria le sue prerogative, senza che vi sia una legge che lo preveda.

Se è pru vero che i provvedimenti resi in sede amministrativa sono in linea teorica impugnabili innanzi al TAR, è altrettanto vero che si costringe il cittadino a rincorrere ex post la tutela nella sede giudiziaria contro un provvedimento amministrativo richiesto da una controparte per scavalcare la tutela (anche d’urgenza) attivabile in sede giudiziaria. Sarebbe stato meglio che il cittadino risponda direttamente in sede giudiziaria nei confronti di chi assume una violazione ai suoi diritti d’autore.

Si noti che, ove la questione attiene al diritto civile (perché si chiede l’inibitoria all’uso non autorizzato di materiale protetto dal diritto d’autore e il risarcimento del danno e dunque concerne rapporti inter cives) non si comprende come mai della questione debba essere interessata un’autorità amministrativa indipendente, la quale, quando interviene nei rapporti inter cives (come ad esempio il Garante per la protezione dei dati personali), lo fa per funzioni di Garanzia in ragione di esigenze di tutela di un soggetto (l’interessato al trattamento dei dati personali), ritenuto “debole” rispetto al suo interlocutore (il titolare del trattamento, che esercita la sua attività per scopi professionali, imprenditoriali o istituzionali, ma non per finalità di carattere meramente personale). Notoriamente, nella normativa sul diritto alla protezione dei dati personali, l’esigenza di istituire il Garante nasce, tra l’altro, per l’impossibilità, da parte dell’interessato, di esercitare da solo i propri diritti nei confronti del titolare, con la conseguente necessità di un soggetto che possa rendere effettiva la sua tutela a fronte della complessità assunta dalla società civile nel settore del trattamento dei dati personali.

Con riguardo ai temi affrontati dalla delibera dell’AGCOM, invece, quali esigenza di tutela dovrebbe assolvere l’Authority, in favore di chi e perché? Sinceramente non si comprende il motivo per cui la controversia inter cives in ordine alla liceità dei contenuti presenti on-line debba essere affidata e risolta, in via d’urgenza, dall’AGCOM e non, invece, dall’autorità giudiziaria che tra l’altro, come si è potuto riscontrare nei casi R.T.I. vs. Google e R.T.I vs. Italia On Line, rispettivamente pendenti innanzi al Tribunale di Roma ed al Tribunale di Milano, non fa sconti a favore dei providers o degli utenti, né in sede cautelare, né nel merito.

Ove la questione, invece, attiene al diritto penale, per via della violazione della normativa penale emanata a protezione del diritto d’autore, non si vede come possa un’autorità amministrativa sostituirsi all’attività della polizia giudiziaria e della magistratura (anche con riferimento all’attività del P.M.) in ordine all’accertamento della violazione delle norme di rilevanza penale ed alla rimozione delle conseguenze dell’illecito, scavalcando l’applicazione di strumenti cautelari (si pensi al sequestro in sede penale) che sono di compentenza della magistratura e che, di fatto, finiscono per essere deferiti ad un’autorità amministrativa indipendente, che concentra, in subiecta materia, i tre poteri dello Stato, da tenere scissi in un ordinamento democratico.

Occorre un serio ripensamento. Il Presidente dell’AGCOM avrebbe argomentato che l’Italia, con questo emanando quadro normativo, si presta ad essere un “esperimento” nel panorama internazionale, che però ora, per molti, ha il sapore della censura. Sarebbe bello se l’esperimento vero fosse quello della dimostrazione della capacità di reazione della società civile tramite la mobilitazione collettiva che la Rete ora consente, conquistando l’attenzione progressiva dei media e delle forze politiche.

A mio avviso non è sbagliato pensare ad una procedura di rimozione dei contenuti diffusi on-line in caso di illecito (la cui mancata esplicitazione nella Direttiva 2000/31/CE sul commercio elettronico e nel D.Lgs. 70/2003 ha posto grandi problemi applicativi), ma, per dirla con un’espressione latina, “est modus in rebus”.

Fabio Bravo

http://www.fabiobravo.it

C'è privacy e privacy. Stefano Rodotà, le intercettazioni e la privacy del potere

Sul ddl di riforma della disciplina sulle intercettazioni Stefano Rodotà più volte si è già espresso con parole dure.

Tuttavia, nota l’illustre giurista, il biasimo sulla privacy usata come schermo per altri fini ha portato all’ececsso opposto: quello di negare dignità alla privacy.

L’uso strumentale della privacy, in altre parole, avrebbe prodotto in gran parte dell’opinione pubblica uno svilimento del valore che la privacy intende proteggere.

L’insidia si cela dietro il ritornello, che abbiamo sentito molte volte, secondo cui chi non ha nulla da nascondere non deve temere di essere intercettato, controllato, monitorato. Ossia, è solo chi ha qualcosa da nascondere che invoca il diritto a non essere controllato.

Ma l’argomento è fallace e bisogna prestare attenzione per evitare equivoci interpretativi.

Per questo Vi ripropongo l’articolo di Stefano Rodotà dal titolo “Se si usa la privacy per difendere il potere“, di cui riporto di seguito i passaggi più significativi.

Con riguardo alle reazioni dell’opinione pubblica che manifestava contro il disegno di legge del Governo sulle intercettazioni, Rodotà dice:

Quando ho visto in piazza Montecitorio un cartello che proclamava “Non ho nulla da nascondere. Intercettatemi”, sono stato preso da un vero scoramento, mi sono chiesto il perché di quella protesta estrema e mi è sembrato subito evidente che la nostra fragile cultura della privacy è a rischio proprio a causa di una legge che proclama di volerla proteggere.

Ancora, si sofferma a riflettere sul perché:

Non è un esito paradossale. È il risultato di una riflessione sociale.

Un´opinione pubblica sempre più larga si è resa conto che quella non era una legge a tutela della riservatezza delle persone, ma uno scudo protettivo per un ceto di cui si scoprivano l´immoralità civile, i mille traffici, la corruzione come regola.

Da qui la reazione estrema, “intercettateci tutti”, che ricorda il grido disperato dei ragazzi di Locri dopo l´ennesimo delitto della ´ndrangheta, “ammazzateci tutti”.

Occorre stare attenti, perché da un eccesso si può giungere all’estremo opposto.

Rodotà prosegue così il suo attento ragionamento, ammonendo sul rischio che si percorrano strade che conducano nella direzione sbagliata:

Ma questa esasperazione ci porta nella direzione sbagliata.

Dico per l´ennesima volta che l´“uomo di vetro” è immagine nazista, è l´argomento con il quale tutti i regimi totalitari vogliono impadronirsi della vita delle persone.

Se non avete nulla da nascondere, non avete nulla da temere.

E così, appena qualcuno vuole rivendicare un brandello di intimità, diventa un “cattivo cittadino” sul quale lo Stato autoritario esercita le sue vendette.

Chi rivendica per sè la propria intimità diviene oggetto di sospetto. Per il solo fatto di volere la riservatezza o la discrezione della dimensione privata, lontana dagli occhi e dalel orecchie degli altri, un soggetto rischia di diventare sospettato o indiziato.

È un argomento, dunque, da non usare mai, così come mai si deve ricorrere al suo opposto, all´uso strumentale della difesa della privacy per occultare comportamenti illegali o socialmente inaccettabili, per negare la trasparenza e la controllabilità dell´esercizio d´ogni potere.

Entrambi questi atteggiamenti screditano la privacy agli occhi dei cittadini e occultano la realtà.

Ricorda Rodotà che la privacy dei cittadini ha subito duri colpi, senza che la realtà sia emersa in tutta la sua essenza.

Una realtà che, in questi anni, ha conosciuto gravi limitazioni della privacy dei dipendenti pubblici e il capovolgimento dell´impostazione con la quale si era cercato di mettere le persone al riparo dai disturbatori telefonici che invadono con pubblicità sgradite la sfera privata.

Pur a fronte della pesante limitazione della tutela della “privacy dei cittadini”, la forza politica di governo ora intende tutelare con rigore la “privacy del potere”.

Ecco come prosegue il nostro giurista:

Dopo aver ridotto la privacy di milioni di persone, ora la maggioranza si fa paladina di quella di un ceto indifendibile, cercando di cancellare quanto già è scritto nell´art. 6 del Codice sull´attività giornalistica: «La sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilevo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica».

Per Stefano Rodotà, queste sono

Parole chiarissime, così come è chiara la ragione di questa ridotta “aspettativa di privacy” per tutti quelli che hanno ruoli pubblici.

In democrazia non bastano i controlli istituzionali (parlamentari, giudiziari, burocratici), serve il controllo diffuso di tutti i cittadini, dunque la trasparenza.

E la Corte europea dei diritti dell´uomo ha sottolineato con forza che questa essenziale esigenza democratica può rendere legittima anche la pubblicazione di notizie coperte dal segreto.

Insomma, occorre tener pretesente che

La privacy (…) conosce diversi livelli di protezione.

Quindi, privacy dei cittadini e privacy di chi esercita ruoli di potere sono su piani diversi, dal momento che in democrazia sono i governanti a dover rendersi trasparenti ai cittadini e non vioceversa, giacché l’opposto è tipico dei regimi totalitari ed antidemocratici.

Servono, dunque, strategie adeguate per contrastare la bulimia informativa di poteri pubblici e privati, per sottrarsi allo “tsunami digitale” che si sta abbattendo sulle persone.

Tra le strategie in questione una campeggia sulle altre:

La prima mossa riguarda l´osservanza del principio che limita la raccolta delle informazioni personali a quelle strettamente necessarie per raggiungere una determinata finalità.

In ogni caso, conclude Rodotà,

(…) dobbiamo uscire dalla trappola allestita da chi vuole trasformare la privacy in difesa del nudo potere.

Tuttavia, non bisogna fare lo sbaglio di sacrificare la privacy dei cittadini per fronteggiare la privacy del potere, usata strumentalmente come scudo per negare all’opinione pubblica la trasparenza sull’operato dei pubblici poteri, trasparenza di cui uno stato democratico si alimenta.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

SUl DDL intercettazioni. La lettura critica di Zagrebelsky. Le dichiarazioni di Berlusconi sulla posizione di Fini e la visione di Fare Futuro (la democrazia non è un'azienda)

Il disegno di legge sulle intercettazioni è divenuta occasione di mobilitazione nazionale e internazionale (da ultimo ri ricorda il duro intervento dell’OSCE – Organization for Security and Co-operation in Europe), perché rischia di minare seriamente i principi democratici.

Al riguardo, mi ha colpito la lettura di Zagreberlsky, ex Presidente della Corte Costituzionale e Proferrore emerito di Diritto Costituzionale all’Università di Torino, in una recente intervista condotta da Marco Daminalo per l’Espresso, di cui nel prosieguo riporto qualche passaggio.

V’è la cosapevolezza che la legge sulle intercettazioni possa essere stravolta:

Come finirà la legge sulle intercettazioni?
“Chi può dirlo? Però, la mobilitazione in corso contro questo disegno di legge dimostra che si sta muovendo qualcosa di profondo. Il diritto non è fatto di “parole messe per iscritto”, quali che siano. Esistono principi che stanno ben prima dei pezzi di carta scritti da chiunque, sia anche una maggioranza parlamentare”.

Il DDL intercettazioni, politicamente, potrebbe rappresentare un prezzo altissimo in termini di consensi elettorali.

Il fondamento della mobilitazione non risiede nel colore politico, non v’è contrapposizione tra maggioranza e minoranza, tra destre e sinistre, ma v’è contrapposizione tra potere che non tollera controlli”, da una parte, e controlli giudiziari (uso delle intercettazioni per contrastare ipotesi di reato) e “diritti fondamentali ” (come il diritto ad informare e ad essere  informati), dall’altra parte.

Il contrasto si pone sul modo di intendere la democrazia e sui contrappesi che si reputano necessari come forme di controllo formale (giudiziario) ed informale (giornalismo, opinione pubblica) dell’esercizio del potere.

Chi governa, sia di destra che di sinistra, gestisce (dovrebbe gestire) il potere in rappresentanza (e nell’interesse) del popolo.

Nelle logiche democratiche è impensabile che l’esercizio del potere non sia scevro dai controlli.

Qual è il principio in gioco, in questo caso?
“La trasparenza del potere. Un potere avvolto nel segreto è un potere totalmente anti-democratico. Solo Dio nasconde il suo volto: ma non direi che Dio possa essere assunto come esempio di democrazia”.

Se il potere viene esercitato senza trasparenza, senza che possa essere osservato, raccontato, il rischio più grande (condiviso anche da Stefano Rodotà) è quello di approdare progressivamente ad una forma di governo solo formalmente democratica, ma che nella sostanza ha altri contenuti, altre logiche:

Siamo al punto: possiamo smettere di essere una democrazia senza accorgercene?
“La democrazia è un sistema molto accogliente, tollerante. Le sue procedure possono essere, e sono state utilizzate perfino per fini anti-democratici, come sappiamo dalla storia recente. Nelle società complesse, con apparati pubblici smisurati, il colpo di mano, il colpo di Stato, il golpe non sono più ipotizzabili. Creerebbero caos e il caos fa paura. Sono diventati strumenti della archeologia politica. Oggi la conquista del potere si fa dall’interno”.

(…)

“Lei mi chiede se la democrazia può essere svuotata dall’interno, senza un cambiamento formale delle regole. E la mia risposta è: sì”

(…)

“Gli ultimi decenni, non solo in Italia, ci consegnano un paradosso. Storicamente la democrazia è stata l’aspirazione di chi voleva essere incluso: l’obiettivo degli esclusi dal potere per accedere al potere. Oggi, invece, nessuno si proclama più democratico di chi è già al potere. E accusa gli altri, coloro che gli si oppongono, di essere anti-democratici. Chi un tempo chiedeva più democrazia oggi è disincantato e ciò si manifesta in molti modi, dall’astensionismo a quell’atteggiamento, “tanto sono tutti uguali!”, che esprime un grave distacco dalla democrazia. Mentre chi è al potere rivendica per sé la democrazia”.

(…)

Oggi stanno mutando proprio i paradigmi. C’è chi come Colin Crouch parla di post-democrazia, l’esule serbo Predrag Matvejevic ha coniato la parola “democratura”, che è la contrazione di democrazia e dittatura. Sono sintomi di un fenomeno nuovo: la convivenza di forme democratiche e sostanze non democratiche.

Ovunque, le democrazie sono esposte a tendenze oligarchiche: concentrazione dei poteri, insofferenza verso i controlli, nascondimento del potere reale e rappresentazione pubblica di un potere fasullo. In democrazia, il potere ha bisogno di esibirsi in pubblico, trasformandola in “teatrocrazia”. Con i veri autori che, come in una rappresentazione teatrale, restano dietro le quinte”.

La lettura è centra appieno le dinamiche politiche che stanno attraversando il nostro Paese.

Per rendersene conto basti leggere la prima pagina del Giornale on-line, in cui campeggia un articolo che, proprio con riguardo al tema delle intercettazioni ed al dibattito internazionale che sta sorgendo sul disegno di legge italiano, il Presidente del Consiglio, in missione a Bruxelles, dichiara di non accettare da Fini lezioni di democrazia (Berlusconi in missione a Bruxelles: “da Fini niente lezioni di democrazia”).

L’articolo del Giornale, firmato da Adalberto Signore, riferisce che, per il Premier,

l’insofferenza degli ultimi giorni non accenna a sopirsi. Anzi, aumenta di ora in ora con buona pace di un umore sempre più nero. La convinzione, infatti, è che ormai Fini abbia deciso di fare «il guastatore di professione». E – ragiona in privato il Cavaliere – non darà più tregua al governo finché non sarà riuscito a far saltare il banco. Il problema è che a breve soluzioni non ce ne sono, perché anche l’ipotesi elezioni anticipate deve essere messa nel cassetto almeno fino alla fine anno visto che è impensabile lasciare il Paese senza guida mentre la manovra economica viene discussa in Parlamento. Così, Berlusconi ha deciso di vedere «fino a che punto ha il coraggio di arrivare» l’ex leader di An. Che, spiega nelle sue conversazioni private, sulle intercettazioni si è messo a disposizione di opposizione e procure pur di boicottare. Arrivando a fare «un vero e proprio danno all’Italia», visto che il muro contro muro sulle intercettazioni ha oltrepassato i nostri confini. Insomma, «che io debba prendere patenti di democrazia da lui è veramente paradossale».

Si capisce che il tema della democrazia, più che quello sulle intercettazioni in sè, è al centro del dibattito politico interno alla destra.

Sul Web Magazine di Fare Futuro, si noti, appare in apertura “il Corsivo” di Filippo Rossi intitolato “Ma la democrazia non è un’azienda“, nel quale  se legge significativamente:

La democrazia? Non sono solo numeri. Certo, i numeri sono importanti. Eccome se sono importanti. Ma in democrazia, per intenderci, i numeri non sono importanti quanto in un consiglio di amministrazione di un’azienda. Lì è roba privata: se la maggioranza, così per paradosso, decidesse di cominciare a vendere frigoriferi al polo nord, o ghiaccioli all’equatore, non è che qualcuno si potrebbe opporre più di tanto. Questione di numeri, appunto. Ma la democrazia non funziona così. La forza dei numeri è comunque attenuata dalla forza dei diritti. E dalla forza di poteri alternativi. Non è che la maggioranza, per dire, può decidere che tutti dobbiamo andare in giro in mutande: o che tutti dobbiamo camminare all’indietro; o che tutti dobbiamo stare in religioso silenzio. E la maggioranza non può nemmeno imporre la rinuncia a quei diritti della persona che, appunto, vengono definiti “inviolabili”. Non violabili da tutti, anche da una maggioranza assoluta.

(…)

In una logica aziendale e “proprietaria,” il potere infatti assomiglia moltissimo a un assolutismo più o meno illuminato: oneri e doveri sono concentrati su una persona che ha la fiducia della maggioranza o che, ancora più semplicemente, è (ha) la maggioranza.

In una logica aziendale, le decisioni possono essere istantanee, impulsive, svincolate da ogni ricerca di un nuovo consenso. Decide la maggioranza (di capitale): punto. In fondo, basta una telefonata, un fax, una mail.

In una logica democratica, non funziona così. Le decisioni non sono mai “a prescindere”, devono tener presente il contesto, le altre forze in campo, le regole. Perché, in fondo, la maggioranza per essere davvero tale deve dimostrare di esserlo ogni sacrosanto giorno, deve ogni giorno conquistare il consenso con decisioni che non possono arrivare dalla luna, non possono essere imposte senza dialogo, senza confronto.

E’ sui diritti fondamentali e sui valori democratici che si sta giocando il destino politico e civile del nostro Paese.

La disciplina sulle intercettazioni è solamente la punta dell’iceberg.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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