Censura

I segreti della Casta. Il web, la trasparenza, la democrazia, la paura della censura (aggiornamento: una questione di metodo)

Spidertruman è il nickname dell’autore della pagina Facebook intitolata “I segreti della Casta di Montecitorio“.

Ha fatto clamore l’interesse che ha suscitato l’operazione trasparenza di un precario che, dopo 15 anni di lavoro come portaborse a Montecitorio, si è ritrovato da un giorno all’altro “in cerca di occupazione”, come può capitare a tutti i precari.

Spiredtruman, nei suoi 15 anni di lavoro, è venuto a conoscenza di molte notizie sui privilegi o sui benefici di cui gode la Casta, nonché di molti retroscena che solo stando dal di dentro si possono osservare.

Sostanzialmente, l’esprienza di Spiredtruman è quella che scientificamente si chiama “osservazione partecipante“. E’ uno degli strumenti di ricerca di tipo qualitativo usata in ambito sociologico e criminologico. Si tratta, involontariamente, di un’esperienza di ricerca senza precedenti, dato che l’osservazione partecipante è durata ben 15 anni e riguarda un settore solitamente coperto da tanto riserbo, a tal punto che generalmente non trapela poi molto alla società civile.

Ora i 15 anni di osservazione partecipante sono finiti e sta iniziando, purtroppo in maniera non ristematica ma comunque significativa, la fase della organizzazione e diffusione della conoscenza appresa nell’osservazione partecipante. Sarebbe interessante se poi seguisse un’analisi scientifica dei risultati.

Comunque, l’operazione (scevra da intenzioni di ricerca) ha un indubbio interesse pubblico, tanto che in pochissime ore la pagina facebook di Spidertruman ha avuto un numero impressionante di adesioni. I cittadini vogliono sapere di quali reali condizioni di favore la Casta gode in questo periodo in cui il popolo è chiamato a fare sacrifici mostruosi in nome di una crisi che ormai comprime stipendi pubblici e privati, pensioni e utili di impresa.

Il popolo vuole sapere, perché è con la trasparenza che può prendere atto delle situazioni che gli consentono di esercitare la propria sovranità, garantitagli dalla costituzione, nelle forme che la legge consente. E’ conoscendo le cose che i cittadini possono organizzare il dissenso, far sentire la propria volontà, ad esempio tramite la reazione di protesta, tramite referendum abrogativo o, più semplicemente, trovando rappresentanti responsabili che, anche solo per tornaconto elettorale, possano accogliere le istanze della popolazione reclamante.

L’operazione trasparenza di Spidertruman, con “I Segreti della Casta“, è in questo senso strumento di democrazia, che aiuta i cittadini a prendere coscienza come popolo, presupposto fondamentale per l’esercizio della sovranità popolare.

Colpiscono molto, però, le frasi di Spidertruman che campeggiano sulla propria pagina Facebook, ove, per timore che gli venga chiusa, dichiara di aver aperto anche un blog e poi un account Twitter, ponendo in essere una chiara strategia di comunicazione anti-censura, per mantenere disponibili le informazioni in canali alternativi di diffusione.

Oggi le adesioni su Facebook, in continuo aumento, arrivano a 204.775 (fan).

L’enfasi mediatica è stata forte. Tra tutti v’è l’azione portata avanti dal Fatto Quotidiano con una serie di articoli, che addirittura hanno indotto la risposta di Gianfranco Fini nella qualità di Presidente della Camera, a fronte di una esplicita richiesta di intervento.

Vedremo gli sviluppi.

***  (Aggiornamento: 19 luglio 2011) ***

Gli sviluppi hanno portato a far emergere, a quanto sembra, un’operazione di comunicazione politica volta a catalizzare le attenzioni dei netcitizens verso i privilegi della casta, attraverso un espediente basato non su una storia non vera.  In altre parole, il fantomatico precario Spidertruman non esiste in quanto tale, ma come tipologia.

Le considerazioni che possono farsi sono diverse.

La prima viene spontanea: non importa chi vi sia dietro l’operazione di comunicazione, se un precario in carne ed ossa o un politico o un giornalista o un attivista.

L’importante è che venga alimentata l’attenzione dei cittadini verso l’insostenibile situazione che si sta vivendo nel periodo di crisi, ove i tagli interessano le fasce più deboli o i settori (ad esempio quello della ricerca e dell’università) a torto ritenuti di fatto di importanza secondaria dalle politiche di governo, mentre la classe politica non accenna a tagliare là dove invece si potrebbe (vogliamo ripensare a cosa è avvenuto recentemente in Parlamento a proposito dell’abolizione delle province).

L’escamotage mediatico che si cela dietro la comunicazione di “Spidertruman”, in altre parole, servirebbe per creare la reazione, mantenere alta l’attenzione mediatica ed arrivare al risultato politico concreto di un taglio dei costi che interessi anche “la Casta”.

V’è però un’altra reazione, che merita di essere valutata con attenzione. L’escamotage mediatico, infatti, è finzione che rischia di svilire la bontà degli intenti. Come è stato ben osservarto, alla fine l’effetto che si ha è quello di muovere il consenso delle masse ingannandole, ossia facendo leva sull’alterazione della realtà al fine di catalizzare e dirottare gli umori del popolo. Insomma, è una questione non solo di contenuti, ma anche di metodo, in quanto lo stesso intento poteva essere realizzato partendo da una storia vera, che di sicuro non era impossibile da trovare.

Sintetizza bene il concetto Valigia Blu in un interessante post, ove viene messo in dubbio il modo con cui si vuole cercare il consenso della massa per ottenere una partecipazione di protesta in piazza, cone se il popolo in Rete, senza gli escamotage mediatici, non sapesse organizzarsi democraticamente.

 

Ecco il paradosso: l’operazione di comunicazione anti-casta invocava la trasparenza per mettere a nudo i privilegi della classe politica, ma aveva il vizio genetico essa stessa del difetto di trasparenza.

A mio avviso il tema proposto da Spidertruman è importante e non va abbandonato neanche a fronte del “peccato originale” con cui pare sia nato “I Segreti della Casta di Montecitorio”.

La sfida democratica, ora, è quella di vedere un popolo che sappia organizzarsi in maniera trasparente tramite la rete per esprimere le proprie idee e farle valere, in maniera altrettanto trasparente, anche fuori dalla rete, senza bisogno di ingannare il lettore e di abusare a priori della fiducia, in quanto è proprio sulla fiducia che si costruisce un consenso duraturo.


Fabio Bravo

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Lo Schema di Regolamento allegato alla Delibera AGCOM sulla tutela del diritto d’autore on-line (testo integrale)

L’AGCOM (dopo gli esiti della discussa Delibera 668/2010/CONS contenente la disciplina degli strumenti di tutela del diritto d’autore on-line con procedura di rimozione dei contenuti digitali) ha pubblicato la Delibera 398/11/CONS (intitolata “CONSULTAZIONE PUBBLICA SULLO SCHEMA DI REGOLAMENTO IN MATERIA DI TUTELA DEL DIRITTO D’AUTORE SULLE RETI DI COMUNICAZIONE ELETTRONICA“), accompagnata dall’Allegato Schema di Regolamento.

Rimandando ad altro momento i commenti analitici su entrambi i testi, consultabili sul sito dell’AGCOM in versione integrale. Preme qui rimarcare ancora una volta che, a mio sommesso avviso, le procedure di rimozione del materiale illecito vanno disciplinate, perché previste dalla normativa in materia di commercio elettronico, ma non con queste modalità.

Innanzitutto non convince l’estromissione del Parlamento, sede appropriata per disciplinare il settore in esame, e il pericoloso effetto dell’accentramento dei poteri in capo all’Authority (stabilisce le norme, decide sulle norme che stabilisce e le fa attuare, con buona pace degli elementari principi di suddivisione die poteri tipici di un ordinamento democratico).

Non convince il sostanziale effetto espropriante delle prerogative della magistratura, dato che con Regolamento di un’autorità amministrativa indipendente (e non per legge) le controversie sull’utilizzo del materiale coperto da diritto d’autore e sulla sua eventuale rimozione dalla Rete vengono sottratte alle sezioni specializzate dell’autorità giudiziaria ordinaria (giudice naturale precostituito per legge) e affidate prima all’AGCOM e poi al TAR in caso di impugnazione. Non convince l’idea che non se ne possa occupare la magitratura, dal momento che il codice di rito prevede già una procedura d’urgenza, quantomeno con il procedimento di cui all’art. 700 c.p.c. (che, se si ritenesse “lento”, potrebbe essere oggetto di modifica).

Non convince neanche la sostanziale disparità di trattamento tra chi si trova a chiedere la rimozione dei contenuti per violazione del copyright e chi invece si trova vittima di altri illeciti on-line (ad esempio, chi è diffamato). La rimozione dei contenuti diffamatori segue infatti altri percorsi e la tutela per il cittadino sarebbe diversa da quella di chi ha interesse alla rimozione delle violazioni della disciplina sul diritto d’autore. Tale diversità di trattamento è a dir poco inconcepibile, se si pensa che la disciplina in materia di commercio elettronico di cui al d.lgs. 70/2003, così come la Direttiva 2000/31/CE, affrontano il tema della rinmozione dei contenuti illeciti o della inizione all’accesso dei medesimi in maniera trasversale, senza distinguere se si tratti di un illecito in violazione delle norme sul diritto d’autore, sul diritto alla reputazione e così via.

Sarebbe invece opportuno che la disciplina venisse affrontata in sede parlamentare, ragionata e valutata in relazione alle norme sul commercio elettronico e alle prerogative della magistratura (visto il rischio di compromissione dei diritti costituzionali di libertà e manifestazione del pensiero), tenendo altresì conto dell’esigenza di normare le procedure di rimozione dei contenuti illeciti non solo con riferimento al diritto d’autore, ma trasversalmente anche con riferimento ad altre tipologie di illecito.

 

Fabio Bravo

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Delibera AGCOM sulla rimozione selettiva: mobilitazione 2.0 ed eco della politica (la Protesta dei Palloncini e la Notte della Rete)

Sulla delibera AGCOM 668/2010/CONS, con la quale si intende operare una rimozione selettiva in via amministrativa introdotta d’imperio (escludendo il parlamento dall’attività di normazione e l’auorità giudiziaria in ordine alla soluzione della controversia), abbiamo già dimostrato il nostro disappunto appoggiando l’iniziativa di “sito non raggiungibile” (qui l’homepage): la scelta non è condivisa e andrebbe meditata.

Sia chiaro, ciò che non si condivide non è la scelta di operare una rimozione dei contenuti illeciti, di per sè praticabile ed il linea con la direttiva europea sul commercio elettronico, ma le modalità con cui la si vuole introdurre ed eseguire nel nostro Paese.

La blogosfera, grazie all’iniziativa di sito non raggiungibile e, in particolare, agli amici Fulvio Sarzana e Marco Scialdone e l’associazione Agorà Digitale, ha avuto un’eco crescente.

Sono stati organizzati incontri e convegni, anche presso la Camera, con presentazione di un e-Book, è stato lanciato il tam tam su Internet e si è ottenuta anche presenza televisiva (AnnoZero).

Dalla blogosfera la campagna di sensibilizzazione, proprio perché condivisa nei contenuti, ha portato a sensibilizzare giornalisti e politici.

Alle prime voci di Di Pietro ed altri, ora si aggiungono quelle del Presendente della Camera Gianfranco Fini e del Ministro della Giorventù Giorgia Meloni, nonché quella di Pier Luigi Bersani ed altri ancora.

Fulvio rimarca l’eco internazionale che ha la vicenda.

Partita dalla Rete, la mobilitazione si fa anche al di fuori, nel mondo fisico. Le iniziative sono diverse, cocnentrare per il 4 luglio (la Protesta dei Palloncini) e per il 5 luglio (la Notte della Rete) nell’ambito delle quale l’attivitsmo di Agorà Digitale e di Valigia Blu ha un ruolo decisivo.

E’ un esempio bello di democrazia. Riporto un passaggio significativo di un post firmato da Arianna Ciccone di Valigia Blu:

Che sta succedendo?
Succede che la Rete ha dettato l’agenda e la politica in ritardo e a fatica ha risposto. Il Presidente della Camera Gianfranco Fini con un intervento su La Stampa ha detto: “No a troppi paletti…”, avrei preferito proprio no paletti ma va bene anche così; il segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani con una dichiarazione ufficiale sostiene che l’AgCom deve fermarsi: nessun bavaglio alla nostra democrazia; il deputato del PDL Roberto Cassinelli, in solitaria nel suo partito, si augura che l’AgCom sospenda immediatamente l’esame del provvedimento e lasci al Parlamento l’incombenza di predisporre gli strumenti più idonei alla tutela del diritto d’autore; il leader dell’Italia dei valori Antonio Di Pietro, sul suo profilo Facebook fa sapere che: ”La Rete è l’ultimo baluardo per la libera informazione e non deve subire censure. Per questo, abbiamo già presentato un’interrogazione parlamentare contro la delibera dell’Agcom”.
L’Agcom ha comunicato – si vede che la pressione sta salendo – che dopo il 6 luglio ci saranno altri 15 giorni per le osservazioni e poi l’approvazione. Che significa secondo me? Che ci stanno provando. Il 6 faranno calmare le acque e poi in piena estate quando l’attenzione sarà calata potranno far passare liberamente e senza tante polemiche la delibera che farà del nostro Paese un vero e proprio laboratorio per la censura “globale” alla Rete.

 

A parte la considerazione che nel PDL la questione inizia a far breccia da più parti, se si considerano le esternazioni del Ministro Meloni (PDL), riportate da Anna masera unitamente a quelle di Fini, la cosa interessante è come il web inizia a costruire i processi democratici.

Se ne è avuta forte la percezione con le recenti amministrative e, soprattutto, con il referendum.

L’informazione di stato vacilla e si rende sempre meno credibile. L’inchiesta di RE (Repubblica e l’Espresso) sulla Struttura Delta in RAI ha svelato i retroscena raccapriccianti.

La Rete consente di far passare l’informazione senza il controllo del potere. Non è tutto, però. Ha una forza in più, perché consente anche di commentarla, di aggiungere opinioni, di replicare e di dissentire, nonché di organizzare il dissenso anche con la mobilitazione civile. E’ un processo che va sorretto con convinzione e tenacia, perché percorre una strada in salita e controvento.

L’Italia non poteva scegliere il modo migliore per festeggiare i suoi 150 anni.

Fabio Bravo

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Censurati i Simpson sui rischi della centrale nucleare di Springfield

Un articolo di denuncia del Corriere della Sera avverte che, a seguito del disastro giapponese e di quanto sta avvenendo alla Centrale Nucleare nipponica di Fukushima, in Svizzera si è pensato di vietare la diffusione di un episodio in cui Homar, nel panico di fronte ad un allarme nucleare, non sapendo quale tasto premere per far fronte all’emergenza, pigia miracolosamente un tasto a caso: quello giusto. In tal modo sventa il processo di fusione del nocciolo, salvando la comunità di Springfield (e l’umanità intera) dall’esplosione.

L’episodio non è affatto nuovo. Rivisto oggi allarma qualcuno. Perché?

Così inizia l’interessante articolo del Corriere della Sera dal titolo “Effetto Fukushima, Simpson censurati“:

Intoppo nel settore 7G. Homer Simpson, ispettore alla sicurezza presso la centrale nucleare di Springfield, viene svegliato di colpo dalla sirena d’allarme. Centinaia di tasti sulla sua postazione di controllo lampeggiano a intermittenza. È iniziato il processo di fusione del nocciolo.

«Devo pensare, ora concentrati», dice Homer in evidente stato di panico. «Ci deve essere un coso da qualche parte che ti dice come far funzionare questa roba». E poi esclama: «Il manuale, il manuale!», che però è grosso quanto un elenco telefonico. Mancano pochi secondi alla fusione del nocciolo ma Homer, premendo a casaccio uno dei bottoni, riesce a sventare la catastrofe.

Dopo l’incidente nucleare di Fukushima I, la televisione svizzerotedesca SRF non trasmetterà più gli episodi dei Simpson che trattano di sicurezza atomica.

Tutte le puntate verranno attentamente analizzate dai responsabili di rete, quelle «inopportune», tagliate.

«Per quale motivo? Proprio ora che sarebbe interessante capire», si lamentano i fan della serie.

 

E’ sconcertante. La satira sociale dei Simpson, in grado questa volta di destare l’attenzione dell’opinione pubblica su un tema attuale, facendo in modo che i cittadini reclamino e pretendano di comprendere come si svolge la sicurezza delle centrali nucleari, viene fatta tacere.

Ci vorrebbe quella trasparenza che da un po’ di tempo in Italia è assente in materia di centrali nucleari.

Sinceramente, anche prima del disastro nipponico, avevo manifestato il mio impegno apartitico a favore dell’abrogazione della legge sul nucleare, nella convinzione che le scelte tecnologiche devono muovere passi in altra direzione.

In vista della tornata referendaria vi invito a consultare il sito www.referendumnucleare.info ove è possibile reperire anche materiale di approfondimento.

Di seguito riporto ancora una volta il video CSR di ReferendumNucleare.info:

 


 

Report e l’inchiesta sulla Villa ad Antigua. Censura preventiva? Su Internet la Rai ha già diffuso il servizio

Report e Milena Gabanelli sono l’icona del giornalismo investigativo italiano. Oggi, domenica 17 ottobre 2010, alle 21:30, dovrebbe riprendere il corso della programmazione e ne siamo tutti contenti, o quasi.

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La valigia blu di Facebook e le libertà dell’utente. Libertà e giustizia?


Fattispecie: un utente, in qualità di amministratore, attiva un gruppo su Facebook e decide di chiamarlo “Ridateci la nostra democrazia”, esercitando il diritto di associazione e di riunione in luoghi virtuali e il diritto fondamentale di manifestare liberamente il proprio pensiero, tutti tutelati dalla nostra carta costituzionale.

Il pensiero che si vuole manifestare è quello politico, di opposizione alla attuale legge elettorale ed, in particolare, al c.d. “porcellum”. Si chiede, in altre parole, che i parlamentari vengano scelti dai cittadini con il sistema delle preferenze e non secondo gli arbitri di chi fa le nomination politiche, componendo la lista elettorale.

Le ragioni sono tante, ma in questa sede soprassiedo perché il tema centrale della discussione vuole essere un altro.

Pochi giorni fa, Facebook ha impedito agli amministratori del gruppo di intervenire sulla piattaforma, senza rimuovere il gruppo, che rimane visibile agli utenti.

Dopo numerosi tentativi da parte degli amministratori del gruppo volti a richiedere spiegazioni al provider ed il ripristino integrale del servizio e dopo misteriori silenzi da parte di quest’ultimo, si hanno due riscontri.

Il primo è interlocutorio e viene inoltrato da Facebook solamente per rompere il silenzio ed allentare la tensione che si era spostata sul piao mediatico.

Come riporta Alberto Giuffrè per TG24 su Sky.it,

La prima risposta di Facebook arriva lunedì sera. “Stiamo valutando la situazione”, si legge in una mail.

Il secondo riscontro arriva diverse ore dopo e cerca di fornire una motivazione che non solo non è perfettamente comprensibile nella sostanza, ma che lascia inquietanti interrogativi sotto il profilo giuridico.

Così prosegue Alberto Giuffrè, nel suo articolo:

Poi, nella notte, lo sblocco della pagina con la richiesta agli amministratori di specificare l’appartenenza. “La mail di ieri sera diceva che non si può fare una pagina con titolo vago, come ‘La cucina’ bisogna specificare ‘La Cucina di Amelia’ – dice Olga Piscitelli di Libertà e Giustizia -. Ma sono condizioni aggiunte, perché in realtà quando crei una pagina non c’è scritto da nessuna parte che nel titolo devi specificare, c’è scritto invece che nelle info deve essere chiaro chi è il promotore e questo era chiaro fin dall’inizio“.

La vicenda è capitata a due associazione, “La Valigia Blu” e “Libertà e Giustizia“, impegnate per l’affermazione pacifica della democrazia, lontano dagli schieramenti politici ed a prescindere dall’appartenenza partitica.

Il Gruppo è stato riattivato dopo sette giorni con riprostino di tutti i “diritti di amministrazione”, dopo la modifica del titolo da “Ridateci la nostra Democrazia” a “Ridateci la nostra Democrazia di valigiablu.it”.

Ma non è un’ingerenza arbitraria nella scelta del titolo, spazio di comunicazione, ambiente virtuale in cui si attua il diritto di associazione e di riunione e quello di manifestazione del pensiero? Perché un utente non può scegliere il titolo che vuole, visto che non è ravvisabile (né è stata contestato) alcun illecito nella scelta delle parole che lo compongono? E’ forse vietato parlare di democrazia in un paese democratico? Oppure è vietato alludere che la democrazia non c’è? Il discorso, si noti, ha fatto pensare che vi siano state pressioni a livello istituzionale per bloccare la campagna mediatica e di protesta contro la legge elettorale vigente e il c.d. porcellum, grande “comodità” nelle mani di chi forma le liste, ma che rende l’eletto debitore di chi lo ha inserito nelle liste e non di chi, invece, ha espresso il voto.

Si è invocato lo spettro della censura e, a prescindere dall’idea di Facebook come longa manus (consapevole o inconsapevole) di portatori di interessi di parte, il discorso merita molta attenzione per vae dei meccanismi di funzionamento che vi sono dietro, dato che il provider, l’intermediario prestatore dei servizi della società dell’informazione, dispone di un potere forte che di fatto potrebbe gestire anche arbitrariamente, senza che gli utenti abbiano la forza o gli strumenti concreti per potervisi opporre e per poter reagire, quantomeno in tempi rapidi e con sforzi contenuti, al di là della diatriba che potrebbe instaurarsi sul piano giudiziario.

Fino a che punto arriva il potere dei providers (la società che gestisce Facebook, in questo caso) e fino a che limite si spingono i diritti degli utenti?

Sono quesiti che non devono riguardare solo “La Valigia Blu” e “Libertà e Giustizia”, ma vanno estesi a tutti gli utenti.

Possono gli utenti rivendicare “a casa altrui” la libertà e la giustizia che si pretende da un’istituzione pubblica o, aderendo alla piattaforma privata per intessere relazioni sociali, ci si assoggetta al potere contrattuale sperequato del fornitore del servizio? Fino a che punto può arrivare tale potere e quali sono gli strumenti dell’utente per assicurare l’esercizio di quelle prerogative che l’utente ritiene violate? Quando viene attivato un gruppo su Facebook, lo spazio assegnato diviene “casa propria”, come un conduttore in affitto nella casa che rimane in proprietà di altri ma che conserva prerogative specifiche e specifiche forme di tutela nei confronti del proprietario e dei terzi, o si rimane assoggettati del tutto all’impari potere contrattuale del gestore della piattaforma, intermediario che mostra di esercitare un ruolo attivo negli spazi virtuali da lui allestiti in questa nuova società transnazionale e trans-statale?

Facebook, il social network, conta un numero impressionante di utenti che stringono relazioni sociali, come fosse una città o un piccolo stato, ma dove la gestione dei net-citizens è in mano privata, segno del mutare dei tempi.

La scommessa che si gioca nel prossimo futuro è quella sul ruolo che deve avere il provider, il gestore di piattaforme (Facebook, YouTube, etc.) o, per dirla con il linguaggio tecnico del diritto privato europeo, l’intermediario prestatore di servizi della società dell’informazione.

La casistica aiuta a riflettere, per fare in modo che le regole di domani possano essere riscritte in maniera equilibrata, al passo con i nuovi scenari a cui stiamo assistendo ogni giorno.

Ritornerò sul tema, che merita approfondimenti costanti e che segna un importante settore della mia attività di ricerca.

Fabio Bravo

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Information Society & ICT Law

Censurato su YouTube il video di Saviano "Saviano: La legge bavaglio difende la privacy del potere"?

Sono sorti dubbi sulla censura del videoappello di Milena Gabanelli su Facebook. Ora noto che il video di Roberto Saviano dal titolo “Saviano: La legge bavaglio difende la privacy del potere” è stato rimosso da YouTube. Al suo posto si vede una schermata nera accompagnata dalla seguente scritta:

“Questo video è stato rimosso a causa della violazione dei termini e condizioni d’uso”.

Rimane in calce all’immagine il testo che originariamente accompagnava il video:

“La legge bavaglio non è una legge che difende la privacy del cittadino, al contrario, è una legge che difende la privacy del potere repubblica.it”

Il video in questione era ospitato anche sulla piattaforma “apni community – video internet search“. Clickando sull”immagine, sopra riprodotta, si apre il link che avrebbe dovuto riconduce al video originariamente caricato su YouTube. Aspettando il caricamento della pagina ci si trova, invece, di fronte alla pagina di YouTube che reca questa scritta:

Il video è stato riproposto, sempre con YouTube, modificando leggermente il titolo, mediante l’aggiunta del nome “Roberto” prima del cognome “Saviano” e della parola “solo” prima di “privacy”:

Ritornerò sul tema in questione, di intersezione tra diritto fondamentale della privacy, intercettazioni e tecniche investigative, giornalismo d’inchiesta, politica e potere, con altri post.

Fabio Bravo

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Censurato su Facebook l'appello della Gabanelli contro la legge-censura?

La Repubblica riferisce che “E’ sparito da Facebook il videoappello della Gabanelli“, tratto dalla trasmissione Report del 25 maggio scorso.

Nell’articolo citato si legge:

Il videoappello di Milena Gabanelli contro la Legge Bavaglio scompare da Facebook. Da ieri, infatti, il messaggio tratto da Report del 25 maggio scorso non è più accessibile dalle pagine personali di migliaia di utenti.

(…)

Da Facebook assicurano che da parte del social network “non c’è stata alcuna censura” e che se il post è scomparso dalle pagine personali degli utenti è solo per “un problema tecnico”. Fatto sta che il video (disponibile su YouTube) è scomparso e che se viene di nuovo postato, il link non si apre.

Nel suo videoappello la Gabanelli critica i punti della legge sulle intercettazioni che le appaiono inaccettabili:

“Se fosse in vigore ora (…) non sapremmo nulla dello scandalo che riguarda i grandi appalti”. Inoltre, secondo la norma in discussione, solo i giornalisti professionisti possono effettuare riprese e registrazioni senza il consenso dei diretti interessati. “Una buona parte dei giornalisti televisivi che lavorano nei programmi d’inchiesta – osserva la conduttrice di Report – sono iscritti all’albo pubblicisti”. Il risultato? Non potranno più entrare negli ospedali per testimoniare come i medici trattano i pazienti o quali sono le condizioni di lavoro nei cantieri. “Se non siete d’accordo” conclude la giornalista “fatevi sentiere nelle sedi competenti”.

Se effettivamente si tratta solo di problemi tecnici, come è auspicabile che sia (ma le coincidenze potrebbero indurre qualcuno a pensare male: perché proprio quell’appello, in un cliema così delicato per l’approvazione del ddl sulle intercettazioni?), c’è da ipotizzare un pronto ripristino del link al video in questione, stante la presa d’atto da parte di Facebook. Vedremo.

Fabio Bravo

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Internet e TV. L'esperimento di Mentana Condicio e la televisione via web

L’anomalia della campagna elettorale per le elezioni regionali del 2010 è vistosa se si tiene bene a mente la sospensione dei talk show di approfondimento e di confronto disposta dalla RAI ad un mese dalle votazioni (cfr. Quando la società della politica dice no alla società dell’informazione. L’anomala chiusura dei talk show della RAI in campagna elettorale).

Di fronte alla compressione dei diritti di informazione attiva e passiva (libertà di informare e libertà di essere informati, ovvero di ricercare le informazioni), va ricordato che la stessa è garantita non solo dall’art. 21 della Carta Costituzionale italiana, ma anche dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, il cui art. 19 prevede che 

“Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere“.

Di fronte al silenzio imposto a programmazioni in grado di far circolare idee e informazioni, mettere a confronto interlocutori, promuovere lo sviluppo di coscienze critiche, una risposta concreta doveva essere data.

Ci ha pensato la rete, che finisce per sopperire al deficit creato dal servizio pubblico. L’esperimento mediatico di “Mentana Condicio” (con il content provider Corriere.it), che si inserisce nel vuoto venutosi a creare nel media televisivo, è sicuramente pregevole, perché è una utile reazione, costruttiva, capace di dare un segnale forte e qualitativamente pregevole.

E’ una significativa risposta agli accadimenti dell’ultimo periodo.

Vi invito a consultare la programmazione offerta, al fine di contribuire a votare esprimento un consenso informato, a prescindere dal colore, dal simbolo o dal candidato che ciascuno, in cuor suo, preferisce.

Unica pecca di Mentana Condicio è che non possa contare sul volume di ascolti attualmente garantiti dalle trasmissioni televisive. E’ dunque uno strumento a disposizione, per ora, di un numero relativamente esiguo ma crescente di ascoltatori.

Si tratta però di ascoltatori attenti, che vanno a ricercare l’informazione, non di ascoltatori passivi, che finiscono per subire con maggior passività le informazioni imposte dalla programmazione televisiva.

Questo è, a mio avviso, un elemento significativo da prendere in considerazione.

Lo sviluppo di questi strumenti di comunicazione, che segnano il cammino verso l’integrazione progressiva e sempre più penetrante tra Internet e TV, è destinato a progredire incessantemente ed il vecchio modo di fare programmazione, nel medio lungo periodo, sarà destinato a soccombere di fronte alla disponibilità di una programmazione on-demand, già proposta, per altre esigenze, secondo i crismi della Pay-TV.

La società dell’informazione reagisce alla società della politica, dunque; ma c’è da aspettarsi che la società della politica tenti di replicare reclamando esigenze di controllo.

Sono pagine di storia, quelle che stiamo vivendo. Reclamano un’attenzione forte da parte di tutti, evitando l’assuefazione ad ogni cosa possa accadere e l’erosione progressiva dei diritti fondantali, che ora la Rete riesce a garantire.

Fabio Bravo

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Quando la società della politica dice no alla società dell'informazione. L'anomala chiusura dei talk show della RAI in campagna elettorale

Questo blog (Information Society & ICT Law), essendo interamente dedicato alla società dell’informazione ed alle regole giuridiche che la sorreggono, non può rimanere indifferente all’anomala chiusura dei talk show disposta dal Consiglio di Amministrazione della RAI in coincidenza con la campagna elettorale, ad un mese di distanza delle votazioni regionali previste a fine marzo 2010.

Non è un problema legato solamente alla grave perdita di occasioni economiche per la RAI, visto che le trasmissioni televisive in questione catalizzano un numero considerevole di telespettatori e la loro sospensione finisce per dirottare pubblico e introiti pubblicitari su altre emittenti. Non è questo che mi preme rimarcare.

Ciò che più stupisce, invece, è il segnale di un taglio all’informazione proprio nel momento in cui l’informazione è fondamentale per la la scelta del voto in prossimità delle elezioni. Ed il taglio dell’informazione colpisce a prescindere dagli orientamenti politici (la sospensione colpisce, ad esempio, sia Annozero, sia Porta a Porta, oltre che Ballarò e L’Ultima Parola).

Il 10 febbraio 2010 veniva emanata dall’AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) la discussa Delibera N. 24/10/CSP che dispone nuove regole per gestire la Par Condicio in vista del confronto politico relativo alle prossime elezioni regionali.

A fronte di tale delibera, prima che il Consiglio di AMministrazione della RAI prendesse le proprie determinazioni, c’era già il timore che la politica fagocitasse l’informazione, con un atteggiamento e con conseguenze mai viste prima. Un allarme veniva lanciato da Giovanni Floris in una sua audio-intervista riportata sul sito del Corriere della Sera.

A seguito della decisione adottata dal CdA della RAI, Floris riprende il suo stupore. Tra tutte le espressioni di commento usate dal giornalista, mi ha colpito quella con cui rimarca come nessuna legge sopprime ciò che invece si propone di regolamentare.

E’ chiaro il riferimento all’eccessiva “premura” del CdA della RAI, che finisce per cogliere l’occasione della Delibera restrittiva dell’AGCOM cancellando dal dibattito politico trasmissioni di rilevanza nazionale che permettono agli italiani di formare i propri convincimenti in vista dell’appuntamento elettorale.

Ancora, la preoccupazione corale è che si vada davvero verso lo spettro della censura. Molti sono intervenuti ad esprimere perplessità verso il clima che si sta creando e i segnali, mi pare di cogliere, sono tutt’altro che rassicuranti.

Tra le tante voci che si sono sollevate rimando a quella di Manlio Cammarata, perché contiene un passaggio importante là dove sottolinea che è sempre stato restio a parlare disinvoltamente di censura, ma che, alla fine, ha dovuto ricredersi.

Nel suo post (di cui consiglio la lettura integrale) dedicato alla sospensione dei talk show disposta dalla RAI, infatti, ha premesso che

Chi ha avuto la pazienza di seguire queste pagine negli ultimi mesi, sa che sono stato molto prudente nell’usare la parola “censura”. Perché la censura è una cosa molto seria. In Italia, fino a due giorni fa, si poteva lamentare una forte compressione del “diritto di essere informati”, ed era giusto protestare contro questo o quel bavaglio. Ma nessuno aveva ancora soppresso formalmente la quasi totalità degli spazi dell’informazione televisiva non omologata, non ossequiosa del potere.

Mi sembra di assistere ad un’erosione grave dei principi democratici (in cui il giornalismo gioca – o meglio dovrebbe giocare – un ruolo fondamentale per il controllo dei pubblici poteri, tramite l’opinione pubblica) e dei diritti fondamentali (che ricomprendono non solo il diritto di informare, ma anche il diritto ad essere informati).

Per ricordare un’espressione di Giovanni Floris,

“Quello che sta accadendo è qualcosa di unico nella storia della realtà occidentale”.

Occorre tenere vigile l’attenzione, facendo in modo che sulla blogosfera, sui social network, sul web 2.0, non cali la soglia dell’interesse verso il diritto ad informare e ad essere informati, caposaldo di ogni democrazia.

Il senso di questa pagina è di dare il mio contributo in tal senso e di stimolare chiunque legga a fare altrettanto.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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