Cassazione

Accesso abusivo a sistema informatico: la sentenza della Cassazione a Sezioni Unite

Con sentenza del 27 ottobre 2011 la Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, sciogliendo la questione rimessa con ordinanza n. 11714 del 2011 (già segnalata in questo post), avrebbe consacrato l’indirizzo giurisprudenziale secondo cui il reato di accesso abusivo a sistema informatico o telematico ex art. 615 ter c.p. sussisterebbe anche qualora l’autore acceda o si mantenga nel sistema in violazione dei limiti o delle condizioni di abilitazione fissate dal soggetto che ha il diritto di escluderlo.

Nell’attesa di leggere il testo integrale della sentenza, mi pare che la soluzione sia da accogliere con favore, sia perché in linea con le osservazioni rese dalla dottrina maggioritaria, sia perché maggiormente aderenti al dettato normativo.

Fabio Bravo

www.fabiorbavo.it

Rimessa alle Sezioni Unite della Cassazione l’interpretazione sul reato di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico

Al fine di  risolvere un contrasto interpretativo tra le diverse sezioni della Corte di Cassazione penale, recentemente è stata rimessa all’attenzione delle Sezioni Unite la questione in ordine alla corretta interpretazione del reato di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, contemplato all’art. 615 ter c.p.

In particolare, il quesito sottoposto all’attenzione delle Sezioni Unite è il seguente:

“Se costituisca il reato previsto dall’art. 615 ter c.p. l’accesso di soggetto abilitato ad un sistema informatico protetto per scopi e finalità estranee a quelle per le quali la chiave di accesso gli era stata attribuita”.

Dal provvedimento reperibile al link sopra riportato, segnalato gentilmente dal Prof. Giovanni Ziccardi che ringrazio, è possibile ripercorrere i contrapposti orientamenti giurisprudenziali sull’interpretazione del reato in questione.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Ancora sul caso The Pirate Bay. Alcuni link per riflettere meglio

La notizia relativa alla pronuncia della Cassazione sul caso relativo al sequestro del sito The Pirate Bay merita un percorso di riflessione che non può esaurirsi in poche righe di commento.

In questo percorso di ampio respiro, che vorrei fare insieme a voi, preferisco procedere per gradi.

Partendo dalla pronuncia della cassazione, di cui attendiamo le motivazioni per esprimerci in diritto con maggiore cognizione di causa, cerchiamo di affrontare il discorso soffermando l’attenzione su alcune tessere del più grande mosaico, che rappresenta ciò che sta avvenendo. Si tratta di un mosaico disegnato a più mani, dove istituzioni (procure e organi giudicanti in primis, fino alla cassazione), associazioni di categoria (discografici in prima linea) e providers (tenuti comunque ad adottare le misure tecniche “necessarie” per il sequestro) concorrono in qualche modo, talvolta senza un vero e proprio dialogo, a scrivere le regole per l’attuazione delle misure di contrasto ai fenomeni di illiceità legati alla fruzione culturale su Internet, facilmente etichettati come “pirateria”.

E’ noto il problema su quale sia il business model da applicare ad Internet ed al fenomeno del reperimento e della fruizione on-line di opere dell’ingegno coperto da diritti. Gli studi sul DRM, che ho avuto occasione di approfondire in un progetto di ricerca presso l’Università di Bologna, offrono un importante contributo. Emerge tttavia la necessità di un approccio nuovo, sostenuto da più voci, capace di fronteggiare i nuovi scenari tecnologici senza cercare a tutti i costi soluzioni incriminatorie. De jure condendo la soluzione migliore è quella di cercare modelli di business alternativi ai tradizionali modi di sfruttamento economico delle opere digitali, capaci di eliminare alla radice, come nei “sostitutivi penali” di ferriana memoria, la configurazione del reato.

Le modalità con cui viene affrontato il caso The Pirate Bay sono singolari ed è per questo che ho deciso di portarlo anche all’attenzione dei miei studenti.

Con la pronuncia della Cassazione il caso si arricchisce di nuove considerazioni, come in una realtà magmatica, in continuo divenire, che cerca un suo assestamento e che, anche con la definitiva pronuncia, lascia aperta la porta a commenti e riflessioni che costituiscono il necessario bagaglio su cui poi si andranno a definire le decisioni successive.

Giusta o sbagliata, una sentenza (compreso quella della Cassazione) si confronta con le riflessioni della dottrina e con quella di altri commentatori. Non sono riflessioni tardive, che vanno perdute, perché ritornano ciclicamente allorché di dovranno affrontare casi analoghi ed allora i giudici chiamati ad esprimersi avranno una più solida base per sorreggere i propri convincimenti o rivederli alla luce di considerazioni più mature. Il diritto è così, in continua evoluzione. Il mito della certezza del diritto lascia il posto alla certezza dell’evoluzione del diritto. La società, come la tecnologia che la società usa, è in continua evoluzione e non basta un caso, ancorché significativo come il caso The Pirate Bay, a cristallizzare l’interpretazione delle norme. Il diritto, che ha la sua funzione principale nel governare in maniera stabile i rapporti umani, risente necessariamente dell’evoluzione che la società affronta ogni giorno. 

Così, a brevi pennellate gettate di qua e di là, cerchiamo di ridisegnare con uno stile diverso, come in un quadro impressionista, quel mosaico a cui ho fatto riferimento poc’anzi.

Le prime pennellate sono di natura tecnica.

Al riguardo faccio rinvio alle significative riflessioni di Matteo Flora, contenute nei suoi post dal titolo “Perché il PM di Bergamo fa intercettare gli utenti di ThePirateBay?” e “Perché il PM di Bergamo permette che si rubino le password di ThePirateBay?“, ove è stato notato che, in esecuzione del provvedimento di sequestro illo tempore predisposto, veniva di fatto realizzato il dirottamento degli IP di The Pirate Bay su un sito riconducibile all’industria discografica, con la conseguente possibilità, per chi gestisce il sito, non solo di apprendere i dati di navigazione relativi all’utente che cercata il sito The Pirate Bay, ma anche di leggere e manipolare i suoi cookie, fino a “impersonare l’utente e a loggarsi sul sito a suo nome” (per gli approfondimenti potete seguire i link).

Il provvedimento di sequestro, com’è noto, è stato censurato in sede di gravame dal Tribunale del riesame. Tuttavia, la pronuncia della Cassazione, che ancora non ho letto giacché le motivazioni devono essere ancora depositate, rimette in gioco la possibilità di una sua reviviscenza.

Qui occorre prestare molta attenzione.

Dalla notizia diffusa sulla stampa, infatti, si legge che la Cassazione ha annullato con rinvio, il che significa, a quanto sembra, che l’ordinanza resa dal Tribunale del riesame, annullata, dovrà essere adottata nuovamente dal Tribunale del riesame, in diversa composizione, per emanare una nuova decisione alla luce delle motivazioni indicate dalla Cassazione nella propria pronuncia. Occorrerà pertanto analizzare le motivazioni rese dalla Cassazione per rendersi ben conto della portata dell’intervento del Supremo Collegio. Se, tanto per fare un esempio, l’annullamento dell’ordinanza del Tribunale del riesame dipendesse da una carenza di motivazione su un punto decisivo della decisione cassata, il nuovo Tribunale del riesame potrebbe adottare la medesima decisione, motivandola adeguatamente, senza con ciò sovvertire necessariamente la pronuncia con cui è stato travolto il sequetro, resa dal primo Tribunale del riesame.

Viceversa, ove l’annullamento con rinvio operato dalla Cassazione ammetta la necessità del sequestro, il discorso muta radicalmente, perché il Tribunale che dovrà pronunciarsi nuovamente sarà tenuto a conformare la propria decisione nella direzione voluta dalla Suprema Corte.

E’ chiaro che se così fosse, la reviviscenza del sequestro imporrà di prestare attenzione alle modalità di esecuzione del sequetro, evitando le storture evidenziate sotto il profilo tecnico, traducentesi in rischi gravissimi per i diritti dei cittadini.

Ritornerò con altre pennellate sul caso The Pirate Bay.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

The Pirate Bay. La cassazione annulla con rinvio l'ordinanza di dissequestro del Tribunale del Riesame di Bergamo

Sul celebre caso che ha visto come protagonista The Pirate Bay, per ora mi limito a segnalarvi questa notizia, riassunta nel titolo di questo post. A breve seguiranno, nei prossimi post, alcune osservazioni di approfondimento, in materia di sequestro dei siti Internet.

Le atipiche modalità con cui è stato eseguito inizialmente il sequestro nei confronti di The Pirate Bay, infatti, sono state censurate in sede di riesame. Ora la Cassazione sembra aver riconsiderato il tutto, lasciando spazi per l’applicazione del sequestro di siti attraverso un provvedimento sostanzialmente inibitorio rivolto ai Providers, che neghi tecnicamente agli utenti ogni possibilità di accesso al sito considerato sotto sequestro, a prescindere dall’effettiva rimozione dello stesso, talvolta impossiible da realizzare concretamente se il sito è collocato su server ubicati all’estero.

Fabio Bravo

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Equiparazione dei siti Internet alla stampa. Risposta a Stefano Quintarelli

Con l’acume che da sempre lo contraddistingue, Stefano Quintarelli ha postato in maniera ironica, sul suo blog, l’interrogativo sul senso della sentenza della Cassazione n. 10535/2009 alla luce della lettura dei disegni di legge sull’equiparazione dei siti Internet alla stampa, tra i quali, da ultimo, il disegno di legge c.881, proposto per iniziativa dei parlamentari Pecorella-Costa.

Su tale DDL, oggetto del mio precedente post, mi è sembrato utile ragionare procedendo per gradi, soffermando inizialmente l’attenzione:

a) sulla proposta di modifica dell’art. 1 della legge sula stampa, contenuta nel DDL c.881 Pecorella-Costa, secondo cui

«Le disposizioni della presente legge [sulla stampa, n.d.a.] si applicano, altresì, ai siti Internet aventi natura editoriale»;

b) sulla relazione illustrativa del predetto disegno di legge, al fine di comprendere meglio lo spirito con cui è stato proposto e consentire una breve rassegna dei contenuti, per una visione generale, secondo ciò che i proponenti hanno voluto mettere in evidenza.

Ora, procedendo con il confronto corale, come in un dialogo che esige il contraddittorio, c’è da replicare (costruttivamente e senza partito preso) al disegno di legge ed alla relazione illustrativa, con l’obiettivo di una interazione serena, a più livelli (dalla blogosfera al mondo imprenditoriale ed istituzionale, compreso quello universitario) che possa far giungere ad una maturazione di idee utile a chi ancora può intervenire per correggere eventuali distonie del testo normativo, prima che assuma la sua forma definitiva e diventi legge della Repubblica italiana.

In questo confronto Stefano Quintarelli richiama, giustamente, la sentenza della Cassazione n. 10535/2009, stimolando il mondo dell’avvocatura a fornire una risposta (a cui non mi sottraggo, dato che il tema mi interessa molto).

Alcune riflessioni sui contenuti di questa sentenza, per la verità, le avevo già formulate in un mio post dal titolo «Sequestro di Forum e legge sulla stampa», a cui rimando, per non allungare eccessivamente il discorso (n.b.: il commento all’equiparazione tra siti Internet e stampa, alla luce della sentenza della Cassazione, è nella seconda parte del post).

I rischi dell’equiparazione tra siti Internet e stampa (e nella conseguente applicazione della legge sulla stampa alle manifestazioni del pensiero su Internet) risiedono nella forte compressione della possibilità di manifestare il proprio pensiero ove facciano ingresso adempimenti (anche di natura meramente burocratica e inefficaci sotto il profilo della tutela sostanziale) che scoraggiano l’apertura ed il mantenimento degli attuali strumenti di comunicazione ed espongono a responsabilità penali e sanzioni pecuniarie chi altro non fa che affacciarsi su Internet per comunicare il proprio pensiero, a prescindere dai contenuti e dalla forma. I rischi sussistono a fronte dell’attuale disciplina sulla stampa, variamente articolata e troppo vetusta per adagiarsi facilmente ai nuovi scenari tecnologici dell’information society, sicché la sua interpretazione finisce per essere non univoca e il cittadino può incappare nella sua violazione senza neanche accorgersene.

Emblematico, al riguardo, è il caso riferito da Articolo 21.

Tuttavia, l’eventuale mancata equiparazione del sito Internet alla stampa porta anche alla perdita di evidenti garanzie costituzionali, incluso:

a) quella contenuta nell’art. 21, co. 2, della Costituzione, ove viene stabilito che

«La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure»;

b) quella contenuta nell’art. 21, co. 3, della Costituzione, ai sensi del quale, ove i reati siano commessi a mezzo stampa,

«Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi».

Ovviamente, l’autorizzazione prevista ex lege funziona da filtro sulla possibilità di sequestro, dato che, per maggior garanzia della libertà di stampa (fondamentale in una società libera e democratica), il sequestro con atto motivato dell’autorità giudiziaria diviene possibile non per tutti i reati previsti dalla legge, ma solo per quei delitti per i quali la legge sulla stampa autorizza espressamente a procedere con il sequestro. Si profila dunque un doppio regime in ordine al sequestro dei siti Internet:

- se questi sono equiparabili alla stampa, il sequestro in presenza di reato è possibile solamente quando, oltre all’atto motivato dell’autorità giudiziaria, vi sia anche una espressa previsione normativa, nella legge sulla stampa o in altra sede, che autorizzi a procedere con il sequestro per quel determinato reato;

- se i siti Internet non vengono equiparati alla stampa, il sequestro in presenza di reato è possibile con atto motivato dell’autorità giudiziaria, e ciò senza alcuna necessità che vi sia l’autorizzazione ex lege a procedere per tali reati con la misura cautelare reale (il sequestro, appunto).

Su questo tema, si noti, si è scontrata l’ADUC nel caso affrontato con la sentenza della Cassazione 10535/2009, dato che l’Associazione degli utenti e dei consumatori rivendicava l’equiparazione del proprio sito Internet alla stampa ai fini dell’applicazione della garanzia di cui all’art. 21, co. 3, Cost., per far caducare il sequestro dei messaggi presenti sul forum ospitato nel suo sito, pur in presenza dei reati ravvisati dall’autorità giudiziaria procedente in capo ad alcuni utenti del forum.

L’equiparazione del sito Internet alla stampa avrebbe comportato l’applicazione delle maggiori garanzie, con possibilità di sottrarsi al sequestro voluto dall’autorità giudiziaria in ragione della tutela della libertà di manifestazione del pensiero a mezzo stampa. L’inapplicabilità del sequestro, è ovvio, non avrebbe fatto venir meno le responsabilità penali eventualmente ravvisabili per i reati commessi.

Come si vede, l’equiparazione dei siti Internet alla stampa porta in sé al contempo vantaggi e svantaggi. Pertanto occorre riflettere oculatamente sulla portata effettiva dell’innovazione che si vorrebbe apportare con la modifica dell’art. 1 della legge sulla stampa e con l’applicazione, ai siti Internet aventi natura editoriale, della disciplina tutta in essa contenuta.

Ebbene, riassumendo i termini di un possibile ragionamento si può osservare questo percorso di riflessione:

1) il punto di partenza, da cui muove anche la recente sentenza della Cassazione n. 10535/2009 sopra richiamata, è la nozione di stampa;

2) l’art. 1 della legge n. 62/2001, richiamato dalla sentenza della Cassazione e da questa dunque tenuto ben a mente, ha esteso l’applicabilità delle disposizioni di cui all’art. 2 della legge sulla stampa al «prodotto editoriale», stabilendo che per tale deve intendersi, ai fini della legge sulla stampa, anche il

«prodotto realizzato (…) su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico»;

3) la definizione di «prodotto editoriale» contenuta nell’art. 1 della legge n. 62 del 2001 non è, tuttavia, immediatamente applicabile ad ogni manifestazione del pensiero che avviene su Internet. Va scongiurata, cioè, l’interpretazione restrittiva dell’art. 1 della legge 62/2001, la quale deve lasciare il passo ad un’interpretazione estensiva, capace di far evitare l’equiparazione automatica tra stampa e diffusione del pensiero su Internet;

4) si noti che il rischio dell’interpretazione restrittiva è dietro l’angolo, come emerge anche dall’interessante commento dell’amico e collega Guido Scorza nel suo articolo su Punto-Informatico, il quale osserva (proprio in riferimento al combinato disposto tra l’art. 1 delle legge 62/2001 sulla definizione di «prodotto editoriale» e l’art. 1 della legge sulla stampa nella sua modifica proposta dal DDL c.881) che

«Tutti i siti internet attraverso i quali vengono diffuse al pubblico notizie, informazioni o opinioni, dunque, appaiono suscettibili, in caso di approvazione del DDL Pecorella-Costa, di dover soggiacere alla vecchia disciplina sulla stampa»

Per la verità mi sembra che il rischio c’è ma deve essere affrontato dando una giusta interpretazione del concetto di «natura editoriale» del sito, terreno sul quale la formulazione del DDL Pecorella -Costa sembra destinato a muovere interminabili discussioni;

5) La sentenza della Cassazione n. 10535/2009, avendo a mente la definizione di «prodotto editoriale» contenuta nella legge 62/2001, chiarisce infatti, in maniera significativa, che

«Il semplice fatto che i messaggi e gli interventi siano visionabili da chiunque, o almeno da coloro che si siano registrati nel forum, non fa sì che il forum stesso, che è assimilabile ad un gruppo di discussione, possa essere qualificato come un prodotto editoriale, o come un giornale online, o come una testata giornalistica informatica. Si tratta quindi di una semplice area di discussione, dove qualsiasi utente o gli utenti registrati sono liberi di esprimere il proprio pensiero, rendendolo visionabile a tutti gli altri soggetti autorizzati ad accedere al forum, ma non per questo il forum resta sottoposto alle regole ed agli obblighi cui è soggetta la stampa (quale quello di indicazione di un direttore responsabile o di registrazione) o può giovarsi delle guarentigie in tema di sequestro che l’art. 21, comma 3, Cost. riserva soltanto alla stampa, sia pure latamente intesa, ma non genericamente a qualsiasi mezzo e strumento con cui è possibile manifestare il proprio pensiero»;

6) in altre parole, va esaminata la modalità di manifestazione del pensiero tramite Internet per verificare se, in concreto, l’equiparazione tra sito Internet e stampa sia possibile nel caso di specie che di volta in volta viene in considerazione. La Cassazione, con riferimento al caso dei commenti sul forum dell’ADUC, ragiona così:

- «D’altra parte, nel caso in esame, neppure si tratta di un forum strutturalmente inserito in una testata giornalistica diffusa per via telematica, di cui costituisca un elemento e su cui il direttore responsabile abbia la possibilità di esercitare il controllo (così come su ogni altra rubrica della testata)».

- «Acutamente il difensore del ricorrente sostiene che la norma costituzionale dovrebbe essere interpretata in senso evolutivo per adeguarla alle nuove tecnologie sopravvenute ed ai nuovi mezzi di espressione del libero pensiero. Ma da questo assunto, non può farsi derivare che i nuovi mezzi di comunicazione del proprio pensiero (newsletter, blog, forum, newsgroup, mailing list, chat, messaggi istantanei, e così via) possano, tutti in blocco, solo perché tali, essere inclusi nel concetto di stampa ai sensi dell’art. 21, comma 3, Cost., prescindendo dalle caratteristiche specifiche di ciascuno di essi».

7) al riguardo, ribadendo quanto osservavo in un mio precedente commento:

a) per la Corte è da escludere un giudizio aprioristico che voglia accomunare in un’unica categoria tutte le modalità di manifestazione del pensiero per assimilarle in blocco alla stampa;

b) nelle parole della Corte di Cassazione può tuttavia nascondersi un’insidia. Infatti, è vero che la valutazione deve essere fatta distinguendo tra mezzo di comunicazione e mezzo di comunicazione (es. tra forum e blog, tra blog e mailing list, tra newsgroup e chat, etc.), ma occorre anche valutare, caso per caso, come si presenta la singola modalità di manifestazione del pensiero, evitando che si possa arrivare alla conclusione, ad esempio, che il blog costituisca di per sè sempre una modalità di manifestazione del pensiero coincidente con un prodotto «editoriale», senza badare ad esaminare quali siano gli elementi che rendono il prodotto accostabile alla stampa (es. periodicità; contenuti informativi; esistenza di una redazione; etc.) e se concretamente tali elementi possono essere ravvisati nella fattispecie di volta in volta considerata.

c) occorre, mi sembra ovvio, che si proceda ad una valutazione caso per caso.

8) ancora, la sentenza n. 10535/2009 aggiunge un’importante precisazione:

«In realtà i messaggi lasciati su un forum di discussione (che, a seconda dei casi, può essere aperto a tutti indistintamente, o a chiunque si registri con qualsiasi pseudonimo, o a chi si registri previa identificazione) sono equiparabili ai messaggi che potevano e possono essere lasciati in una bacheca (sita in un luogo pubblico, o aperto al pubblico, o privato) e, così come quest’ultimi, anche i primi sono mezzi di comunicazione del proprio pensiero o anche mezzi di comunicazione di informazioni, ma non entrano (solo in quanto tali) nel concetto di stampa, sia pure in senso ampio, e quindi ad essi non si applicano le limitazioni in tema di sequestro previste dalla norma costituzionale».

Quindi, non basta che vi siano contenuti informativi comunicati ad un pubblico affinché tale comunicazione possa rientrare nel concetto di stampa;

9) alla luce di questo primo percorso di riflessione, l’equiparazione tra siti Internet e stampa non può essere automatica, neanche a fronte della formulazione introdotta nella proposta di legge Pecorella-Costa, giacché, nel testo da questi proposto, l’equiparazione non è automatica per tutti i siti Internet, ma solamente per quelli aventi «natura editoriale».

Ove passasse il DDL c.881, dunque, l’applicazione della legge sulla stampa non sembra possa essere affermata per tutti i siti Internet, dato che occorrerà distinguere tra quelli aventi natura editoriale e quelli non aventi natura editoriale.

La definizione di «prodotto editoriale» di cui all’art. 1 della legge 62/2001, ancorché ampia, va interpretata restrittivamente, secondo le indicazioni offerte dalla sentenza della Cassazione n. 10535/2009;

10) rassegnando una prima conclusione, mi sembra dunque possibile sostenere che:

- è decisivo interrogarsi su cosa abbia, in Internet, «natura editoriale» e cosa no, dato che i confini semantici sulla nozione della «natura editoriale» andranno a delimitare l’applicazione della legge sulla stampa alla manifestazione del pensiero su Internet (non solo ove passasse il DDL Pecorella-Costa, ma anche in relazione all’attuale contesto normativo, con riferimento all’art. 1 della legge 62/2001);

- è da escludere un ragionamento volto ad individuare aprioristicamente se abbia natura editoriale o meno una tipologia di manifestazione del pensiero o un determinato strumento di comunicazione (es.: blog, CMS, forum, etc.), dato che occorre fare un accertamento caso per caso sulle caratteristiche, sulle modalità, sui contenuti e sugli aspetti organizzativi del fare informazione tramite Internet;

- l’accertamento caso per caso può essere fatto verificando l’esistenza o meno di determinati parametri nel «sito Internet» genericamente inteso, sia esso un sito statico o dinamico, un blog, un CMS, un forum, una pagina su facebook, etc.;

- i parametri da prendere in considerazioni potrebbero essere, ad esempio, i seguenti:

a) esistenza o meno di una redazione;

b) presenza o meno di più autori;

c) presenza o meno di un direttore (genericamente inteso);<

d) presenza o meno di un controllo editoriale;

e) eventuale periodicità;

f) presenza o meno di contenuti sistematicamente informativi (e non di mera opinione);

g) eventuale raccolta sistematica di pubblicità commerciale;

h) etc.

Non basta, cioè, che vi siano contenuti informativi comunicati ad un pubblico tramite Internet affinché tale comunicazione possa rientrare nel concetto di stampa e a tal riguardo la sentenza della Cassazione n. 10535/2009 su cui Stefano Quintarelli ha voluto riproporre l’attenzione mi sembra fin troppo chiara.

La mia idea, quindi, è quella di portare l’attenzione sull’individuazione di parametri quanto più possibile certi per chiarire la natura editoriale o meno del sito Internet genericamente inteso, evitando la disordinata e caotica applicazione di norme che rischiano di sovvertire quel principio costituzionale della libertà di informazione di cui all’art. 21 Cost., il cui primo comma, è bene ricordarlo, afferma che «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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