Berlusconi

Computer Ethics. Il caso Google Translate e il voto a Berlusconi

Mi ha meravigliato il caso riportato da Repubblica, su segnalazione di un lettore.

Così riporta Repubblica:

Bizzarrie di Google Translate, il servizio del motore di ricerca che permette di effettuare traduzioni in quasi tutte le lingue del mondo. Come ci segnala il lettore Davide Torri, se si scrive “Io non ho votato Berlusconi”, il servizio restituisce sempre la traduzione opposta: “Ho votato per Berlusconi”. L’errore si ripete in qualunque lingua: inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese. Curiosamente, sostituendo Berlusconi con il nome di qualunque altro leader politico, la traduzione ritorna corretta

Consiglio di scorrere tutti i fotogrammi proposti dalla nota testata nazionale (si veda anche il video pubblicato da La Stampa).

Il test era stato fatto sostituendo Berlusconi con Fini, Bersani, Casini e Vendola, ma il risultato era sempre il medesimo. La traduzione, quando riguardava Berlusconi, appariva “taroccata” e ciò anche ove si cambiava lingua, mentre con gli altri leader politici il risultato della traduzione veniva restituito corretto..

Mi sembra che ora il problema di traduzione su tale frase sia stato risolto, almeno ad una verifica che ho effettuato poco fa, ma la questione non è solamente di natura tecnica. C’è un problema di computer ethics, mi pare, che lascia riflettere sulle posizioni sostanzialmente monopolistiche o dominanti dei nuovi fornitori di servizi su Internet, in uno scenario in cui, con il passar del tempo, la rete soppianterà o affiancherà, anche nell’indice di gradimento, la televisione.

E’ un problema non tecnico, dunque, ma di computer ethics e, aggiungerei, di democrazia, dato che il “popolo sovrano” ha diritto ad avere, non solo in questo caso, ma anche in altri come questo, informazioni corrette per poter esercitare liberamnte il diritto di voto, senza codizionamenti.

Il servizio di traduzione di Google è comunemente usato all’estero, anche dai giornalisti, per poter facilmente apprendere i contenuti di articoli e post scritti in italiano. Qualcuno un po’ più smaliziato di me potrebbe avere il sospetto che i bug di traduzione così mirati possano servire, da un lato, a modificare la percezione dei fatti e dei sentimenti politici appresi all’estero leggendo on-line materiale in italiano, automaticamente tradotto con il Traduttore di Google; nonché, dall’altro lato, ad orientare gli elettori attraverso espedienti mediatici non cristallini, che vanno meglio ricercati, approfonditi e studiati, su cui la psicologia applicata al marketing avrebbe il suo ruolo. Ma noi non siamo così smaliziati.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Information Society & ICT Law

SUl DDL intercettazioni. La lettura critica di Zagrebelsky. Le dichiarazioni di Berlusconi sulla posizione di Fini e la visione di Fare Futuro (la democrazia non è un'azienda)

Il disegno di legge sulle intercettazioni è divenuta occasione di mobilitazione nazionale e internazionale (da ultimo ri ricorda il duro intervento dell’OSCE – Organization for Security and Co-operation in Europe), perché rischia di minare seriamente i principi democratici.

Al riguardo, mi ha colpito la lettura di Zagreberlsky, ex Presidente della Corte Costituzionale e Proferrore emerito di Diritto Costituzionale all’Università di Torino, in una recente intervista condotta da Marco Daminalo per l’Espresso, di cui nel prosieguo riporto qualche passaggio.

V’è la cosapevolezza che la legge sulle intercettazioni possa essere stravolta:

Come finirà la legge sulle intercettazioni?
“Chi può dirlo? Però, la mobilitazione in corso contro questo disegno di legge dimostra che si sta muovendo qualcosa di profondo. Il diritto non è fatto di “parole messe per iscritto”, quali che siano. Esistono principi che stanno ben prima dei pezzi di carta scritti da chiunque, sia anche una maggioranza parlamentare”.

Il DDL intercettazioni, politicamente, potrebbe rappresentare un prezzo altissimo in termini di consensi elettorali.

Il fondamento della mobilitazione non risiede nel colore politico, non v’è contrapposizione tra maggioranza e minoranza, tra destre e sinistre, ma v’è contrapposizione tra potere che non tollera controlli”, da una parte, e controlli giudiziari (uso delle intercettazioni per contrastare ipotesi di reato) e “diritti fondamentali ” (come il diritto ad informare e ad essere  informati), dall’altra parte.

Il contrasto si pone sul modo di intendere la democrazia e sui contrappesi che si reputano necessari come forme di controllo formale (giudiziario) ed informale (giornalismo, opinione pubblica) dell’esercizio del potere.

Chi governa, sia di destra che di sinistra, gestisce (dovrebbe gestire) il potere in rappresentanza (e nell’interesse) del popolo.

Nelle logiche democratiche è impensabile che l’esercizio del potere non sia scevro dai controlli.

Qual è il principio in gioco, in questo caso?
“La trasparenza del potere. Un potere avvolto nel segreto è un potere totalmente anti-democratico. Solo Dio nasconde il suo volto: ma non direi che Dio possa essere assunto come esempio di democrazia”.

Se il potere viene esercitato senza trasparenza, senza che possa essere osservato, raccontato, il rischio più grande (condiviso anche da Stefano Rodotà) è quello di approdare progressivamente ad una forma di governo solo formalmente democratica, ma che nella sostanza ha altri contenuti, altre logiche:

Siamo al punto: possiamo smettere di essere una democrazia senza accorgercene?
“La democrazia è un sistema molto accogliente, tollerante. Le sue procedure possono essere, e sono state utilizzate perfino per fini anti-democratici, come sappiamo dalla storia recente. Nelle società complesse, con apparati pubblici smisurati, il colpo di mano, il colpo di Stato, il golpe non sono più ipotizzabili. Creerebbero caos e il caos fa paura. Sono diventati strumenti della archeologia politica. Oggi la conquista del potere si fa dall’interno”.

(…)

“Lei mi chiede se la democrazia può essere svuotata dall’interno, senza un cambiamento formale delle regole. E la mia risposta è: sì”

(…)

“Gli ultimi decenni, non solo in Italia, ci consegnano un paradosso. Storicamente la democrazia è stata l’aspirazione di chi voleva essere incluso: l’obiettivo degli esclusi dal potere per accedere al potere. Oggi, invece, nessuno si proclama più democratico di chi è già al potere. E accusa gli altri, coloro che gli si oppongono, di essere anti-democratici. Chi un tempo chiedeva più democrazia oggi è disincantato e ciò si manifesta in molti modi, dall’astensionismo a quell’atteggiamento, “tanto sono tutti uguali!”, che esprime un grave distacco dalla democrazia. Mentre chi è al potere rivendica per sé la democrazia”.

(…)

Oggi stanno mutando proprio i paradigmi. C’è chi come Colin Crouch parla di post-democrazia, l’esule serbo Predrag Matvejevic ha coniato la parola “democratura”, che è la contrazione di democrazia e dittatura. Sono sintomi di un fenomeno nuovo: la convivenza di forme democratiche e sostanze non democratiche.

Ovunque, le democrazie sono esposte a tendenze oligarchiche: concentrazione dei poteri, insofferenza verso i controlli, nascondimento del potere reale e rappresentazione pubblica di un potere fasullo. In democrazia, il potere ha bisogno di esibirsi in pubblico, trasformandola in “teatrocrazia”. Con i veri autori che, come in una rappresentazione teatrale, restano dietro le quinte”.

La lettura è centra appieno le dinamiche politiche che stanno attraversando il nostro Paese.

Per rendersene conto basti leggere la prima pagina del Giornale on-line, in cui campeggia un articolo che, proprio con riguardo al tema delle intercettazioni ed al dibattito internazionale che sta sorgendo sul disegno di legge italiano, il Presidente del Consiglio, in missione a Bruxelles, dichiara di non accettare da Fini lezioni di democrazia (Berlusconi in missione a Bruxelles: “da Fini niente lezioni di democrazia”).

L’articolo del Giornale, firmato da Adalberto Signore, riferisce che, per il Premier,

l’insofferenza degli ultimi giorni non accenna a sopirsi. Anzi, aumenta di ora in ora con buona pace di un umore sempre più nero. La convinzione, infatti, è che ormai Fini abbia deciso di fare «il guastatore di professione». E – ragiona in privato il Cavaliere – non darà più tregua al governo finché non sarà riuscito a far saltare il banco. Il problema è che a breve soluzioni non ce ne sono, perché anche l’ipotesi elezioni anticipate deve essere messa nel cassetto almeno fino alla fine anno visto che è impensabile lasciare il Paese senza guida mentre la manovra economica viene discussa in Parlamento. Così, Berlusconi ha deciso di vedere «fino a che punto ha il coraggio di arrivare» l’ex leader di An. Che, spiega nelle sue conversazioni private, sulle intercettazioni si è messo a disposizione di opposizione e procure pur di boicottare. Arrivando a fare «un vero e proprio danno all’Italia», visto che il muro contro muro sulle intercettazioni ha oltrepassato i nostri confini. Insomma, «che io debba prendere patenti di democrazia da lui è veramente paradossale».

Si capisce che il tema della democrazia, più che quello sulle intercettazioni in sè, è al centro del dibattito politico interno alla destra.

Sul Web Magazine di Fare Futuro, si noti, appare in apertura “il Corsivo” di Filippo Rossi intitolato “Ma la democrazia non è un’azienda“, nel quale  se legge significativamente:

La democrazia? Non sono solo numeri. Certo, i numeri sono importanti. Eccome se sono importanti. Ma in democrazia, per intenderci, i numeri non sono importanti quanto in un consiglio di amministrazione di un’azienda. Lì è roba privata: se la maggioranza, così per paradosso, decidesse di cominciare a vendere frigoriferi al polo nord, o ghiaccioli all’equatore, non è che qualcuno si potrebbe opporre più di tanto. Questione di numeri, appunto. Ma la democrazia non funziona così. La forza dei numeri è comunque attenuata dalla forza dei diritti. E dalla forza di poteri alternativi. Non è che la maggioranza, per dire, può decidere che tutti dobbiamo andare in giro in mutande: o che tutti dobbiamo camminare all’indietro; o che tutti dobbiamo stare in religioso silenzio. E la maggioranza non può nemmeno imporre la rinuncia a quei diritti della persona che, appunto, vengono definiti “inviolabili”. Non violabili da tutti, anche da una maggioranza assoluta.

(…)

In una logica aziendale e “proprietaria,” il potere infatti assomiglia moltissimo a un assolutismo più o meno illuminato: oneri e doveri sono concentrati su una persona che ha la fiducia della maggioranza o che, ancora più semplicemente, è (ha) la maggioranza.

In una logica aziendale, le decisioni possono essere istantanee, impulsive, svincolate da ogni ricerca di un nuovo consenso. Decide la maggioranza (di capitale): punto. In fondo, basta una telefonata, un fax, una mail.

In una logica democratica, non funziona così. Le decisioni non sono mai “a prescindere”, devono tener presente il contesto, le altre forze in campo, le regole. Perché, in fondo, la maggioranza per essere davvero tale deve dimostrare di esserlo ogni sacrosanto giorno, deve ogni giorno conquistare il consenso con decisioni che non possono arrivare dalla luna, non possono essere imposte senza dialogo, senza confronto.

E’ sui diritti fondamentali e sui valori democratici che si sta giocando il destino politico e civile del nostro Paese.

La disciplina sulle intercettazioni è solamente la punta dell’iceberg.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Nuove regole per il controllo di Internet. I codici di autoregolamentazione dei providers

In un mio saggio dal titolo “Codici deontologici nel settore informatico” (pubblicato per la Giuffrè nel 2006 uniamente alle altre relazioni del Convegno “Codici deontologici e autonomia privata”, svoltosi presso la sede del Consiglio Nazionale Forense), incentravo l’attenzione sul tema dei codici di autoregolamentazione in ambito informatico.

Oggi il tema viene alla ribalta in ambito nazionale, a seguito dell’annuncio di nuove norme di controllo della Rete, diffuso dal Ministro Maroni sulla spinta emotiva dell’aggressione a Silvio Berlusconi da parte di Massimo Tartaglia.

Ricorderete che il Ministro Maroni aveva dapprima dichiarato che era allo studio un decreto legge, poi aveva mitigato l’intenzione dichiarando di voler procedere con discussione parlamentare tramite la presentazione di un più ragionato disegno di legge, non istitutivo di nuovi reati, che demandava alla magistratura le modalità di accertamento e repressione dei reati ravvisabili. Tuttavia, negli intenti, sembrava che si sarebbero dovute rafforzare le possibilità di intervento per la chiusura forzata delle pagine web contenenti i pretesi illeciti, senza badare al fatto che gli strumenti giuridici in realtà già esistono, compreso l’ipotesi del sequestro.

In una esternazione recente, però, il Ministro Maroni ha annunciato di voler far leva sui codici di autoregolamentazione, in grado di coinvolgere attivamente le parti interessate (i providers primi tra tutti), al fine di ottenere la loro collaborazione per giungere al risultato auspicato.

In un articolo di Alessio Balbi per la Repubblica (“Web e reati, no a nuove leggi. Verso un codice di autoregolamentazione“) viene precisato che:

Non si faranno nuove leggi contro chi istiga alla violenza o commette reati gravi su internet. Saranno invece i fornitori di servizi a dotarsi di un codice di autoregolamentazione per arginare minacce e insulti sul web. E’ il risultato dell’incontro al Viminale tra il ministro dell’Interno Maroni e i rappresentanti dei social network, incontro cui ha preso parte anche il responsabile delle politiche europee di Facebook, Richard Allan.

(…)

L’incontro, a cui sono stati invitati anche rappresentanti delle società che forniscono connettività e servizi internet e i rappresentanti delle associazioni di categoria, si era reso necessario dopo l’aggressione al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi lo scorso 13 dicembre. Alcuni esponenti della maggioranza di governo avevano individuato in internet la causa del clima di violenza che avrebbe portato all’attacco. Il presidente del Senato Renato Schifani aveva paragonato i social network, in particolare Facebook, ai gruppi extraparlamentari degli anni Settanta e lo stesso Maroni aveva ipotizzato l’introduzione di filtri per limitare l’accesso a contenuti controversi. Parole che avevano immediatamente scatenato la reazione di blogger e associazioni per le libertà in rete.

Il tema è molto delicato.

Infatti i codici di autoregolamentazione nel settore informatico possono portare al rischio che, tramite un’azione unilaterale del provider sulle spinte di più severe azioni di intervento da parte del governo o del parlamento, si finisca per incidere pesantemente sui diritti fondamentali degli utenti, compreso quello di manifestazione del pensiero.

Il rischio è che sia il settore industriale, dietro le pressioni del governo, a fare da filtro unilaterale (oserei dire da “valvola”, come meglio sostenuto nel saggio a mia firma richiamato in apertura di questo post) all’autonomia ed alla libertà individuali.

Un tipico esempio sono i gruppi su Facebook, che possono essere rimossi unilateralmente dalla società che gestisce il social network.

Un altro esempio potrebbe venire dall’eventuale apposizione di filtri alla navigazione da parte di società che gestiscono motori di ricerca o addirittura la connettività alla Rete.

Occorre che i codici di autoregolamentazione da emanare in questa materia vengano redatti in maniera molto oculata.

Sarebbe interessante se si potesse procedere, anche da parte del mondo industriale (immagino realtà sensibili come l’Associazione Italiana Internet Providers – AIIP) ad una pubblica consultazione capace di raccogliere anche le idee degli utenti o degli esperti di settore, prima di giungere alla redazione della bozza del codice di autoregolamentazione.

Gli strumenti non mancano, incluso il software gratuito di tipo “open source” licenziato in EUPL  (European Union Public Licence), denominato IPM – Interactive Policy Making, dedicato ai sondaggi ed alle consultazioni pubbliche in tempo reale. 

La consultazione del mondo industriale con gli esperti di settore e con il popolo della rete è molto importante nella selezione delle scelte per la redazione del codice di auoregolamentazione, in vista delle tape che scandiscono il dialogo con il governo.

V’è da riordare infatti che, come riportato da Balbi nell’articolo citato, il dialolo tra i providers ed il governo è già scandito:

“Ci siamo impegnati ad elaborare delle proposte e a costituire un tavolo con tutti i soggetti che sono intervenuti”, ha spiegato Maroni al termine del vertice. “Abbiamo avuto un incontro molto produttivo con il ministro”, ha detto Allan a Repubblica.it. “Valutiamo positivamente gli sforzi di industria e governo per lavorare insieme”.

Il tavolo sarà riconvocato a metà gennaio per discutere delle idee nel frattempo elaborate.

 L’evoluzione mi sembra interessante. Occorrerà verificare se, contenuti dei codici alla mano, si riesca o meno a colgiere effettivamente l’occasione per sperimentare un percorso positivo di “autonormazione” da parte degli internet service providers, su un tema che tocca da vicino il loro ruolo e le loro responsabilità, da un lato, e le libertà fondamentali degli utenti, dall’altro lato.

L’autoregolamentazione attraverso i codici di settore, se usati in maniera accorta, potrebbero portare ad un buon punto di equilibrio nel contemperamento delle opposte esigenze.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Le nuove norme per il controllo di Internet dopo l'aggressione subita da Berlusoni

Il caso relativo all’aggressione al Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi da parte dell’Ing. Massimo Tartaglia, che soffriva da tempo di disturbi psichici, ha acceso un dibattito sulle regole che devono governare Internet.

Qual è il passaggio logico?

L’aggressione è avvenuta fisicamente e non è stata annunciata tramite Internet. L’aggressore non pare essere l’autore di gruppi di discussione o simili apparsi su Internet.

Tuttavia Internet è stato posto al centro dell’attenzione, per via di un presunto collegamento tra ambienti digitali in cui si incitava all’odio verso il premier (ricordate il gruppo su facebook che ha fatto tanto discutere, intitolato “Uccidiamo Berlusconi”?) e il rischio che qualcuno possa tentare di portare a compimento, con gesti estremi come quello di Massimo Tartaglia, il deprecabile disegno di violenza fisica verso il bersaglio dell’aggressione mediatica.

V’è da rimarcare, ovviamente, che l’aggressione mediatica verso un personaggio o un altro non è tipicamente condotta sulla rete, dato che si registrano significativi episodi di attacchi mediatici  perpetrati da quotidiani o trasmissioni televisive (che appaiono espressioni di un potere ora politico, ora economico, a seconda dei casi, diversamente da quanto avviene su Internet, che riesce a dare voce anche a quei cittadini che non sono referenti di poteri forti).

Si percepisce, in questa fase, un disorientamento da parte della politica e dell’economia verso un veicolo di informazoni, un aggregatore sociale e di idee, qual è Internet, che ”dal basso”, con semplice passaparola, riesce a organizzare piazze, movimenti di opinione e di protesta, anche lontano dal potere politico ed economico che, tutt’al più, si accoda, quando non ne prende le distanze, senza essere in grado di esercitarne la direzione o il controllo.

Un tipico esempio è il No B Day, che pacificamente ha manifestato il 5 dicembre 2009. L’evento del 5 dicembre è stato organizzato da blogger indipendenti ed è nota l’adesione alla manifestazione di partiti come l’Idv e la mancata adesione ufficiale del PD di Bersani.

La manifestazione del “No B Day”, a quanto consta, non ha fatto riscontrare episodi di violenza, per cui il collegamento tra l’Internet antiberlusoniana e la violenza fisica nei cortei e nelle manifestazioni di piazza non è un dato pacifico.

C’è da capire, allora, quale sia il senso della reazione del Governo, che sembra preoccuparsi oltremodo di come riuscire a porre un argine alla contestazione mediatica che si propaga spontanemanete attraverso la Rete.

C’è chi teme, e forse non a torto, il rischio di un controllo censorio volto a imbrigliare la rete. 

Il rischio a mio avviso c’è, non tanto per la risposta immediata all’episodio grave che ha visto il ferimento del Premier, quanto per i segnali (in senso censorio o repressivo) registratisi ancor prima dell’isolato episodio di violenza pepetrato da Massimo Tartaglia.

I tentativi di porre strumenti di controllo sulla Rete si sono avuti anche prima , ora per motivi economici (legati soprattuto alla diffusione di materiale protetto da copyright), ora per motivi politici (legati al concreto esercizio della libertà di manifestazione del pensiero senza il filtro fino a poco fa creato dagli editori e dai redattori della carta stampata o delle testate televisive). In fin del cinti il controllo della rete potrebbe essere una soluzione per controllare anche il proliferare del dissenso nei confronti del Premier, che si amplifica di giorno in giorno attraverso il passaparola della blogosfera. Le misure di controllo sulla rete, che per sua natura si sottrae dai poteri che tradizionalmente controllano il flusso delle informazioni elargite al grande pubblico,  potrebbero apparire come misure per arginare la sicura detrazione di voti che si accompagna alla perdita di consenso associato alle campagne mediatiche antiberlusconiane.

L’occasione triste del gesto folle di Massimo Tartaglia sembra rilanciare un qualcosa che era già nell’aria da tempo.

Ci si muove su un terreno impervio. I poteri di intervento in occasione dei reati già consentono alle forze dell’ordine ed alla magistratura di opporre una reazione concreta in caso di ipotesi di reato.

Si ritiene, in sede politica, che ciò non basti?

Occorre prestare attenzione a come l’intervento normativo di controllo della Rete verrà posto in essere. Deve trattarsi di un intervento che non pregiudichi i diritti fondamentali, costituzionalmente garantiti, e sia effettivamente indirizzato a soddisfare esigenze di sicurezza concrete e non i timori legati alla percezione dell’insicurezza.

Le prime esternazioni del Ministro Maroni avevano fatto pensare ad immediati decreti legge liberticidi. Le esternazioni delle ultime ore, invece, sembrano destinati a smussare le preoccupazioni di una censura aleggiate intorno alle dichiarazioni che annunciavano nuove norme per il controllo della rete.

Il un articolo apparso oggi su la Repubblica si apprende, infatti, che il Ministro Maroni abbia rinunciato all’ipotei del decreto-legge, per abbracciare l’idea di una proposta di legge da presentare in Parlamento.

Al riguardo si legge, nell’articolo di Repubblica da ultimo citato:

Sarà un disegno di legge e non un decreto legge: il ministro Maroni annuncia la linea del governo sulle limitazioni a internet e alle manifestazioni. Maroni andrà oggi dal presidente della Repubblica Napolitano per illustrare i contenuti della legge.

Secondo il titolare del Viminale, non è previsto nessun reato speciale, nè interventi censori. Ma serve “una norma che consenta alla magistratura di rimuovere dal web le pagine in cui la magistratura stessa, e non il governo, ravvisi un reato ad esempio di apologia o di istigazione“.

Maroni ha avuto un colloquio con Dario Franceschini. Il capogruppo Pd alla camera aveva espresso forti dubbi sui contenuti del progetto. “Noi vogliamo rasserenare il clima eevitare forzature che non sono opportune in questo momento. Perciò, dopo aver ascoltato vari esponenti dell’opposizione, io non ho obiezioni a che si proceda con un disegno di legge e non con un decreto per consentire al Parlamento di discutere una materia così delicata”.

Le intenzoni sembrano buone, soprattutto là dove:

a) si vuole assegnare il ruolo centrale alla magistratura, evitando spinte censorie sulla liberta di espressione provenienti dall’esecutivo;

b) si vuole evitare l’introduzione di nuove ipotesi di reato, a quanto sembra;

c) si vuole rimettere la discussione al Parlamento.

Occorrerà però prestare la massima attenzione agli sviluppi per verificare le modalità di esercizio del controllo sulla rete ed i nuovi strumenti di intervento che verranno approntati.

Non basta il sequestro della pagina web, volto a togliere la disponibilità della stessa a chi l’ha utilizzata per commettere il reato (es. apologia o istigazione)? Di quale altro strumento abbiamo bisogno?

Oppure si vuole date una risposta più “politica” che “giuridica” all’intera nazione, attraverso l’uso politico della norma, bandiera del fare.

La remissione della proposta di legge al Parlamento non è, dopotutto, una garanzia di dibattito politico, come recentemente ha evidenziato il Presidente della Camera Gianfranco Fini in occasione dell’ennesimo utilizzo del voto di fiducia (definito “deprecabile” se usato strumentalmente per zittire il dibattito parlamentare) richiesto dal governo in occasione della finanziaria.

Avv. Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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