Beppe Grillo

Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico (art. 615 ter c.p.). Ai domiciliari un appuntato della GdF per aver trasferito dati personali di VIP a un giornalista di Panorama (indagato per concorso nel medesimo reato)

Secondo quanto rivelato dagli organi di informazione, un giornalista di Panorama avrebbe attinto dati personali su personaggi famosi (tra cui alcuni componenti della famiglia Agnelli, Antonio Di Pietro, Luigi De Magistris, il giudice Mesiano, Beppe Grillo, Marco Travaglio, Patrizia D’Addario, Gioacchino Genchi), da un appuntato della Guardia di Finanza, accusato di aver effettuato ripetute interrogazioni del sistema informatico delle “Fiamme Gialle”, in violazione dell’art. 615 ter c.p. (Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico).

Come precisa l’articolo citato, il giornalista sarebbe indagato per concorso nel medesimo reato:

Fabio Diani, appuntato della Guardia di Finanza in servizio a Pavia, è stato posto agli arresti domiciliari su ordine del Gip presso il Tribunale di Milano, per una serie di accessi abusivi agli archivi informatici delle Fiamme Gialle, “in violazione dell’articolo 615 ter del codice penale”.

Il finanziere, secondo l’accusa, avrebbe poi passato informazioni riservate al giornalista di “Panorama” Giacomo Amadori, riguardanti una serie di noti personaggi. Amadori, stando a quanto si apprende, ha ricevuto un avviso di garanzia per concorso nello stesso reato: accesso abusivo a sistemi informatici.

La competenza del reato sarebbe stata individuata, dunque, in favore del Tribunale di Milano.

Ricordo il tenore dell’articolo citato:

Art. 615 ter c.p. – Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico

Chiunque abusivamente si introduce in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza ovvero vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, è punito con la reclusione fino a tre anni.

La pena è della reclusione da uno a cinque anni:

1) se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio, o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato, o con abuso della qualità di operatore del sistema;

2) se il colpevole per commettere il fatto usa violenza sulle cose o alle persone, ovvero se è palesemente armato;

3) se dal fatto deriva la distruzione o il danneggiamento del sistema o l’interruzione totale o parziale del suo funzionamento, ovvero la distruzione o il danneggiamento dei dati, delle informazioni o dei programmi in esso contenuti.

Qualora i fatti di cui ai commi primo e secondo riguardino sistemi informatici o telematici di interesse militare o relativi all’ordine pubblico o alla sicurezza pubblica o alla sanita’ o alla protezione civile o comunque di interesse pubblico, la pena e’, rispettivamente, della reclusione da uno a cinque anni e da tre a otto anni.

Nel caso previsto dal primo comma il delitto e’ punibile a querela della persona offesa; negli altri casi si procede d’ufficio.

Non v’è menzione delle violazioni relative alla disciplina in materia di protezione dei dati personali (privacy), ad esempio con riferimento all’art. 167 del d.lgs. 196/2003 (Illecito trattamento di dati personali), forse perché non sarebbe stato rinvenuto il nocumento richiesto dalla norma incriminatrice, ma non è detto che, tra i soggetti interessati al trattamento dei dati personali non vi sia chi abbia ricevuto un pregiudizio.

Tale circostanza potrebbe far ipotizzare anche eventuali richieste risarcitorie di tipo civilistico, anche in sede penale tramite costituzione di parte civile, in relazione a quanto previsto dall’art. 15 del Codice della privacy, che va a delinere una responsabilità civilistica di tipo oggettivo (e, comunque, fino al limite del caso fortuito e della forza maggiore) basata sul regime di cui all’art. 2050 c.c.  anche per il risarcimento del danno non patrimoniale.

Una considerazione, che rimane implicita, attiene alle modalità del reperimento delle fonti del giornalismo ed al rapporto tra forze dell’ordine e organi di informazione, che deve essere curato non solo tramite l’apposizione di un corpo normativo, che in realtà già c’è, ma tramite un più serio approccio alla deontologia ed al ricorso ai codici etici, che, per evitare che rimangano lettera norma, vanno veicolati in primo luogo attraverso la formazione e altra attività di sensibilizzazione.

Mi rendo conto che non è la risposta decisiva al problema, ma una delle possibili risposte al problema, le quali mirano a porre in essere azioni di tipo preventivo e contenitivo ai fenomeni in esame, da affiancare a quelle di tipo repressivo, per mano della magistratura ove si ravvisassero concretamente le responsabilità ipotizzate.

Il rapporto tra forze di polizia e giornalismo è un rapporto delicato, che si alimenta reciprocamente, in entrambe le direzioni.

Sul ruolo investigativo del giornalismo a favore dell’attività degli investigatori e degli inquirenti mi sono soffermato con un articolo recente, a proposito dell’esposizione mediatica sul caso di Sarah Scazzi e della famiglia Misseri.

Ora questa vicenda, insieme ad innumerevoli altrei, fornisce l’occasione per meditare sul ruolo informativo delle forze dell’ordine, a favore del giornalismo.

Si creano flussi di informazioni che vanno ricondotti ad equilibrio.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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