Art. 615-ter c.p.

Accesso abusivo a sistema informatico: la sentenza della Cassazione a Sezioni Unite

Con sentenza del 27 ottobre 2011 la Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, sciogliendo la questione rimessa con ordinanza n. 11714 del 2011 (già segnalata in questo post), avrebbe consacrato l’indirizzo giurisprudenziale secondo cui il reato di accesso abusivo a sistema informatico o telematico ex art. 615 ter c.p. sussisterebbe anche qualora l’autore acceda o si mantenga nel sistema in violazione dei limiti o delle condizioni di abilitazione fissate dal soggetto che ha il diritto di escluderlo.

Nell’attesa di leggere il testo integrale della sentenza, mi pare che la soluzione sia da accogliere con favore, sia perché in linea con le osservazioni rese dalla dottrina maggioritaria, sia perché maggiormente aderenti al dettato normativo.

Fabio Bravo

www.fabiorbavo.it

Rimessa alle Sezioni Unite della Cassazione l’interpretazione sul reato di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico

Al fine di  risolvere un contrasto interpretativo tra le diverse sezioni della Corte di Cassazione penale, recentemente è stata rimessa all’attenzione delle Sezioni Unite la questione in ordine alla corretta interpretazione del reato di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, contemplato all’art. 615 ter c.p.

In particolare, il quesito sottoposto all’attenzione delle Sezioni Unite è il seguente:

“Se costituisca il reato previsto dall’art. 615 ter c.p. l’accesso di soggetto abilitato ad un sistema informatico protetto per scopi e finalità estranee a quelle per le quali la chiave di accesso gli era stata attribuita”.

Dal provvedimento reperibile al link sopra riportato, segnalato gentilmente dal Prof. Giovanni Ziccardi che ringrazio, è possibile ripercorrere i contrapposti orientamenti giurisprudenziali sull’interpretazione del reato in questione.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico (art. 615 ter c.p.). Ai domiciliari un appuntato della GdF per aver trasferito dati personali di VIP a un giornalista di Panorama (indagato per concorso nel medesimo reato)

Secondo quanto rivelato dagli organi di informazione, un giornalista di Panorama avrebbe attinto dati personali su personaggi famosi (tra cui alcuni componenti della famiglia Agnelli, Antonio Di Pietro, Luigi De Magistris, il giudice Mesiano, Beppe Grillo, Marco Travaglio, Patrizia D’Addario, Gioacchino Genchi), da un appuntato della Guardia di Finanza, accusato di aver effettuato ripetute interrogazioni del sistema informatico delle “Fiamme Gialle”, in violazione dell’art. 615 ter c.p. (Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico).

Come precisa l’articolo citato, il giornalista sarebbe indagato per concorso nel medesimo reato:

Fabio Diani, appuntato della Guardia di Finanza in servizio a Pavia, è stato posto agli arresti domiciliari su ordine del Gip presso il Tribunale di Milano, per una serie di accessi abusivi agli archivi informatici delle Fiamme Gialle, “in violazione dell’articolo 615 ter del codice penale”.

Il finanziere, secondo l’accusa, avrebbe poi passato informazioni riservate al giornalista di “Panorama” Giacomo Amadori, riguardanti una serie di noti personaggi. Amadori, stando a quanto si apprende, ha ricevuto un avviso di garanzia per concorso nello stesso reato: accesso abusivo a sistemi informatici.

La competenza del reato sarebbe stata individuata, dunque, in favore del Tribunale di Milano.

Ricordo il tenore dell’articolo citato:

Art. 615 ter c.p. – Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico

Chiunque abusivamente si introduce in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza ovvero vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, è punito con la reclusione fino a tre anni.

La pena è della reclusione da uno a cinque anni:

1) se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio, o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato, o con abuso della qualità di operatore del sistema;

2) se il colpevole per commettere il fatto usa violenza sulle cose o alle persone, ovvero se è palesemente armato;

3) se dal fatto deriva la distruzione o il danneggiamento del sistema o l’interruzione totale o parziale del suo funzionamento, ovvero la distruzione o il danneggiamento dei dati, delle informazioni o dei programmi in esso contenuti.

Qualora i fatti di cui ai commi primo e secondo riguardino sistemi informatici o telematici di interesse militare o relativi all’ordine pubblico o alla sicurezza pubblica o alla sanita’ o alla protezione civile o comunque di interesse pubblico, la pena e’, rispettivamente, della reclusione da uno a cinque anni e da tre a otto anni.

Nel caso previsto dal primo comma il delitto e’ punibile a querela della persona offesa; negli altri casi si procede d’ufficio.

Non v’è menzione delle violazioni relative alla disciplina in materia di protezione dei dati personali (privacy), ad esempio con riferimento all’art. 167 del d.lgs. 196/2003 (Illecito trattamento di dati personali), forse perché non sarebbe stato rinvenuto il nocumento richiesto dalla norma incriminatrice, ma non è detto che, tra i soggetti interessati al trattamento dei dati personali non vi sia chi abbia ricevuto un pregiudizio.

Tale circostanza potrebbe far ipotizzare anche eventuali richieste risarcitorie di tipo civilistico, anche in sede penale tramite costituzione di parte civile, in relazione a quanto previsto dall’art. 15 del Codice della privacy, che va a delinere una responsabilità civilistica di tipo oggettivo (e, comunque, fino al limite del caso fortuito e della forza maggiore) basata sul regime di cui all’art. 2050 c.c.  anche per il risarcimento del danno non patrimoniale.

Una considerazione, che rimane implicita, attiene alle modalità del reperimento delle fonti del giornalismo ed al rapporto tra forze dell’ordine e organi di informazione, che deve essere curato non solo tramite l’apposizione di un corpo normativo, che in realtà già c’è, ma tramite un più serio approccio alla deontologia ed al ricorso ai codici etici, che, per evitare che rimangano lettera norma, vanno veicolati in primo luogo attraverso la formazione e altra attività di sensibilizzazione.

Mi rendo conto che non è la risposta decisiva al problema, ma una delle possibili risposte al problema, le quali mirano a porre in essere azioni di tipo preventivo e contenitivo ai fenomeni in esame, da affiancare a quelle di tipo repressivo, per mano della magistratura ove si ravvisassero concretamente le responsabilità ipotizzate.

Il rapporto tra forze di polizia e giornalismo è un rapporto delicato, che si alimenta reciprocamente, in entrambe le direzioni.

Sul ruolo investigativo del giornalismo a favore dell’attività degli investigatori e degli inquirenti mi sono soffermato con un articolo recente, a proposito dell’esposizione mediatica sul caso di Sarah Scazzi e della famiglia Misseri.

Ora questa vicenda, insieme ad innumerevoli altrei, fornisce l’occasione per meditare sul ruolo informativo delle forze dell’ordine, a favore del giornalismo.

Si creano flussi di informazioni che vanno ricondotti ad equilibrio.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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Caso Laziogate. L’intrusione nei computer dell’anagrafe: ecco il testo integrale della sentenza

Sul caso Laziogate, che ha portato alla condanna di Francesco Storace ed all’insolito ritiro della costituzione di parte civile dal sindaco subentrato Alemanno, è stata pubblicata dal collega Fulvio Sarzana il testo integrale della sentenza n. 9122 del 5 maggio 2010 di condanna resa dal Tribunale penale di Roma (Giudice Dr.ssa Maria Bonaventura), riassunta in queste righe da un articolo della Stampa (pubblicato nel medesimo giorno di pronuncia del provvedimento di condanna):

Responsabile dell’incursione illecita nel sistema informatico del comune di Roma, tra il 9 e 10 marzo del 2005, un’azione delittuosa che puntava ad interferire sul regolare svolgimento delle elezioni regionali e, in particolare, a penalizzare il movimento Alternativa Sociale guidato da Alessandra Mussolini. Per questo Francesco Storace oggi, al termine di un processo durato circa tre anni, è stato condannato ad 1 anno e 6 mesi di reclusione.

L’allora governatore del Lazio (ndr era presidente della regione all’epoca dell’illecito, ma ministro della Salute al momento dell’avvio dell’inchiesta, carica da cui si dimise) è stato giudicato «promotore o istigatore» di questa iniziativa.

Con lui, il giudice monocratico della IV sezione del Tribunale di Roma, ha condannato altre sette persone coinvolte, a vario titolo, nel Laziogate. Per tutti la pena è sospesa.

L’incursione, secondo quanto ricostruito dai magistrati capitolini, fu effettuata materialmente dal suo ex portavoce Nicolò Accame, condannato a due anni di reclusione, dall’ex direttore di Laziomatica (ora Lait Spa), Mirko Maceri, condannato ad un anno di reclusione, così come Nicola Santoro, un militante di An.

Gli altri reati contestati, a vario titolo, sono quelli di concorso in accesso abusivo in un sistema informatico, di interferenza illecita nella vita privata e favoreggiamento personale.

L’interferenza illecita nella vita privata era attribuita ad Accame e ai detective privati Pierpaolo Pasqua, condannato oggi ad un anno di reclusione, e Gaspare Gallo (che ha già patteggiato la pena a dieci mesi), questi ultimi due materialmente introdottisi il 28 febbraio del 2005 negli uffici romani di Azione Sociale, che aderiva al cartello di Alternativa Sociale, per girare dei filmati non autorizzati.

Ovviamente si tratta di sentenza non definitiva, che probabilmente verrà appellata dagli interessati.

E’ comunque interessante la lettura integrale del testo della sentenza, depositata con tanto di motivazioni in cancelleria il 4 ottobre 2010, perché rappresenta un caso di condanna per reati informatici commesso per finalità politiche.

Nella sentenza, oltre ai profili di responsabilità penale, c’è anche la condanna civilistica al risarcimento del danno in favore delle parti civili costituite (“Lait” e “Alternativa Sociale per Mussolini”), da liquidarsi in separata sede, ma non per il Comune di Roma che ha ritirato la costituzione di parte civile sul presupposto, da quanto ho capito dalle esternazioni del Sindaco Alemanno, della innocenza, da dimostrarsi in grado di appello, di Storace e degli altri coimputati condannati.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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