art. 600-quater.1

Cass. Pen., sent. 11997/2011. Caso di pedopornografia tra ragazzi

Una recente sentenza della Corte di Cassazione (Cass. Pen. 11997/2011) interviene su un caso di detenzione di materiale pedopornografico, confermando la decisione di merito che aveva condannato un ragazzo di 25 anni per aver ripreso con telecamera le effusioni di un suo amico in intimità con una compagna minorenne, per poi mostrare le immagini ad una cerchia ristretta di conoscenti.

Come riportato in un articolo su La Stampa,

la Cassazione (sentenza 11997/11) (…) ha confermato la condanna inflitta ad un 25enne milanese colpevole di avere realizzato, insieme ad altri due amici, riprese filmate di effusioni amorose a sfondo sessuale tra un’amica minorenne e il ragazzo che lei frequentava all’epoca.

(…)

I tre amici avevano marinato la scuola: con una loro compagna e il ragazzo di questa erano andati a casa dell’imputato dicendo che li avrebbero lasciati soli e di mettersi a loro agio. In camera da letto avevano predisposto una telecamera che ha filmato le effusioni fra i due giovani, poi mostrate ad altri amici. Il fatto aveva causato un grave disagio alla ragazza, che aveva accusato disturbi psichici e alimentari. Da qui la denuncia.

 

La sentenza, come precisato nell’articolo citato,

non fa sconti, nemmeno se «la condotta incriminata sia posta in essere nell’ambito di una struttura rudimentale e non idonea alla diffusione del prodotto su vasta scala». Non bisogna creare una «zona franca caratterizzata dall’impunità per quei comportamenti nei quali lo sfruttamento del minore per la produzione del materiale pornografico, nonchè la sua diffusione, avvengano in maniera artigianale e per una cerchia limitata di soggetti». Altrimenti si finirebbe per rendere inefficace una norma che assicura una tutela anticipata, ampia e progressiva dello sviluppo fisico, psicologico, spirituale, morale e sociale dei minori, con particolare riguardo alla sfera sessuale. Quindi «non vi è dubbio che una condotta apparentemente minima come quella dell’imputato, sia pure inquadrabile nell’ambito della ragazzata, possa rappresentare un’aggressione al bene giuridico»

 

V’è comunque da osservare che il reato ipotizzato risulterebbe essere quello di detenzione di materiale pornografico concernente minori.

Ciò che rileva, dunque, è la detenzione consapevole del materiale, penalmente rilevante a prescindere dalla diffusione che se ne fa del materiale e indipendentemente dalla destinazione o meno di tale materiale. La norma incriminatrice sulla detenzione di materiale pornigrafico concernente minori trova infatti applicazione anche nel caso di specie, ove, come ricorda la sentenza citata,

“l’assenza di prove di altre condotte analoghe, la mancata replica su supporti informatici del filmato rendono evidente che lo scopo perseguito dai prevenuti era quello di invadere la privacy e diffamare al parte lesa, ma non già di realizzare materiale pornografico destinato al mercato dei pedofili”.

Per tale fatto, già in sé lesivo della riservatezza e sfera sessuale della parte lesa (che è tanto più fragile perché minore), è, quindi, corretto irrogare la sanzione (…).

 

Come chiarisce la Corte di Cassazione, nel provvedimento de quo,

corretto è stato il sanzionare l’agire di L.F. per il solo fatto di avere detenuto quel materiale.

D’altro canto, la chiara finalità della disposizione in esame di non lasciare varchi di impunità alle molteplici modalità di lesione del bene della integrità psicofisica-sessuale del minore è costituita anche dal ricorso alla previsione di condotte alternative (ma che possono anche coesistere) come il “procurarsi” (inteso in varie accezioni) o, comunque, “disporre” del materiale pedo-pornografico (sez. III, 20.9.07, rv. 238079).

Siffatto comportamento – nel senso dell’aver avuto la “disponibilità” – è sicuramente riconoscibile nell’azione del L.F. e non vi è neanche dubbio che detta condotta sia stata sostenuta dalla coscienza circa il tipo di materiale detenuto e dalla volontà di disporne (indipendentemente da qualsiasi specifica finalità di diffusione 0 dalla sussistenza o meno di qualsivoglia pericolo in tal senso – non essendo, né l’uno né l’altro, elementi richiesti dalla norma per la integrazione della fattispecie-).

Inoltre, v’è da rilevare nel caso di specie anche la portata del concetto di “materiale pornografico” concernente minore. In questo caso pare sia stata ravvisato come materiale pornografico quello risultante dalla ripresa di effusioni tra fidanzati, di cui una minorenne.

Nella sentenza, in particolare, si parla di immagini

riproducenti scene di effusioni e toccamenti trai due ragazzi solo in parte denudati [di cui una minorenne]

La sentenza è interessante anche per un altro passaggio motivazionale, ove, nel delineare il rapporto con la diversa fattispecie punita dall’art. 600 ter c.c., tratta in maniera differente l’ipotesi in cui si rinvenga materiale pedopornografico ottenuto a seguito di ripresa con telecamera (senza che entri in rilievo ulteriore strumentazione idonea potenzialmente alla diffusione delle immagini), dall’ipotesi in cui il rinvenimento del materiale derivi da riprese effettuate con cellulare, in quanto con tale strumento ricorre il concreto pericolo di una vasta ed indiscriminata diffusione del materiale prodotto.

In altre parole, la medesima condotta (videoriprese di materiale pornografico concernente minori, nella fasstispecie le effusioni tra fidanzati) finisce per assumere rilevanza penalmente diversa, nell’interpretazione della Suprema Corte di Cassazione, a seconda dello strumento usato: videocamera o un cellulare.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

 

La prima condanna in Italia per pornografia minorile virtuale. Un chiarimento sui cartoni e sui fumetti e sui limiti di applicabilità dell’art. 600-quater.1 c.p.

E’ stata data notizia dai quotidiani nazionali (cfr.,  per es., il Corriere della Sera e il Giornale) della prima condanna in Italia per pornografia minorile virtuale (ma vedi anche l’articolo su Punto-Informatico).

Così recita il citato articolo del Corriere della Sera:

Nel corso di una perquisizione avvenuta nei mesi scorsi nell’abitazione del 47enne, gli inquirenti avevano trovato nel suo computer una ingente quantità di video e file pedopornografici.

In seguito a una consulenza disposta dal pm di Milano, Giancarla Serafini, che ha coordinato l’inchiesta, l’accusa aveva contestato la detenzione e la diffusione di un video e 1.635 file (che erano cancellati), con immagini reali.

Inoltre, il pm aveva contestato la detenzione di 6.990 immagini e 36 video di carattere pedopornografico ma virtuale. In sostanza, si trattava di scene stilizzate e disegnate come cartoni animati, ma a tal punto elaborate da apparire vere, anche se non reali.

Stando alle indagini l’uomo avrebbe scaricato le immagini virtuali condividendole in alcuni siti di file sharing.

Nei giorni scorsi, la nona sezione del tribunale di Milano lo ha condannato a due anni e due mesi con rito abbreviato, riconoscendo anche il reato di pornografia virtuale, introdotto dalla legge 38 del 6 febbraio 2006.

Dall’articolo del Giornale si legge, in apertura:

Anche i cartoni animati, se di carattere pedopornografico, configurano un reato a carico di chi li conserva sul proprio computer. Si chiama pornografia virtuale ed è stato introdotto nel nostro ordinamento nel 2006. Ora a Milano è arrivata la prima condanna – a 2 anni e 2 mesi di reclusione oltre a 6mila euro di multa – a carico di un 47enne trovato in possesso di quasi 7mila immagini e una quarantina di video raffiguranti atti sessuali tra adulti e bambini che tuttavia non riproducono persone reali, ma virtuali. (…)

Sarà interessante vedere le motivazioni della sentenza per comprendere meglio come il Tribunale ha accertato i confini della fattispecie delineata dalla norma incriminatrice.

Occorre infatti un chiarimento rispetto a quello che è apparso sui quotidiani.

A leggere gli articoli di stampa, infatti, sembrerebbe che l’ipotesi di reato di pronografia virtuale sussista per qualsivoglia immagine dai contenuti pornografici riguardanti soggetti minori non reale, realizzata con la fantasia, come nei cartoni animati o nei disegni.

In realtà non è sufficiente la sola immagine pornografica virtuale dei minori ad integrare il reato, dato che la norma richiede, per la configurazione del reato, che le immagini pornografiche virtuali vengano “realizzate utilizzando immagini di minori di anni 18 o parti di esse” (quindi, per la configurazione del reato è necessario che il “cartone animato” o il “fumetto” o comunue l’immagine virtuale di carattere pornografico venga realizzata utilizzando, come base del processo di elaborazione dell’immagine,  una immagine reale di un minore o una parte dell’immagine reale del minore.

La precisazione contenuta nell’altra parte dell’articolo reso in materia di pornografia virtuale, nel precisare che “per immagini virtuali si intendono immagini realizzate con tecniche di elaborazione grafica non associate in tutto o in parte a situazioni reali, la cui qualità di rappresentazione fa apparire come vere situazioni non reali”, inserisce ulteriori elementi per la configurazione del reato, dato che lo stesso viene a concretizzarsi allorché le immagini di cui al primo comma, realizzate utilizzando (a base del processo di elaborazione dell’immagine virtuale) in tutto o in parte un’immagine “reale” di un minore,  facciano ricorso a tecniche di elaborazione grafica in grado di far apparire vere, per “qualità di rappresentazione grafica”, “situazioni non reali”.

Insomma, il reato non pare possa configurarsi se l’immagine virtuale, ancorché verosimile per qualità di rappresentazione grafica, è frutto per intero di mera fantasia e non è stata elaborata ricorrendo, almeno in parte, ad un’immagine reale di un minore di anni 18.

Il reato in questione, poi, non si configura neanche se l’immagine di fantasia, pur realizzata utilizzando in tutto o in parte l’immagine reale di un minore come base del processo di elaborazione grafica, non abbia una qualità di rappresentazione grafica tale da far apparire vere una situazione non reale. Insomma, la detenzione di cartoni animati o di fumetti, anche ove realizzati a partire, in tutto o in parte, da immagini vere di minori di anni 18, non pare affatto che possa integrare di per sè il reato di pornografia minorile virtuale, dato che, in quanto trattasi di cartoni o fumetti, gli stessi non possono, per la loro qualità grafica, far apparire come vere delle situazioni non reali.

Ecco la trascrizione per intero dell’art. “600-quater.1″ (e non “600-quater”) del codice penale:

Art. 600- quater .1. (Pornografia virtuale) .

1. Le disposizioni di cui agli articoli 600- ter e 600- quater si applicano anche quando il materiale pornografico rappresenta immagini virtuali realizzate utilizzando immagini di minori degli anni diciotto o parti di esse, ma la pena è diminuita di un terzo.

2. Per immagini virtuali si intendono immagini realizzate con tecniche di elaborazione grafica non associate in tutto o in parte a situazioni reali, la cui qualità di rappresentazione fa apparire come vere situazioni non reali”.

Ovviamente diverso è il discorso etico (anche di computer ethics) e quello morale rispetto al discorso giuridico, visto che quest’ultimo, ma non i primi, si basa esclusivamente sulla formulazione del dettato normativo e, si sa, nel diritto penale l’interpretazione analogica non è ammessa.

Sarebbe interessante leggere le motivazioni della sentenza. Aspettiamo.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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