Sul sequestro dei post di un blog in fase di indagini per reato di diffamazione

Un articolo di Alessandro Giglioli, dal titolo “Se sui blog arriva la censura di Polizia“, prende in buona fede una discutibile posizione sul tema dei poteri di intervento da parte del P.M. e/o della Polizia Giudiziaria in sede di indagine, nel caso in cui si proceda per l’ipotesi di reato prevista e punita dall’art. 595 c.p.: la diffamazione.

Giglioli segnala un caso molto interessante, portando all’attenzione della blogosfera il caso del blog “Sul romanzo”, illustrato da Morgan Palmas nel suo post “Esistono azioni fasciste online?“.

Giglioli, riprendendo la tesi di Palmas,riassume così la fattispecie:

Qualche tempo fa il blog di letteratura Sul Romanzo pubblicò un’intervista  a un’ex studentessa dell’università di Sassari, Antonietta Pinna, la quale sosteneva che la sua tesi di laurea era stata saccheggiata da una sua docente, che l’avrebbe utilizzata per un suo libro senza citare neppure la fonte.

Anche L’espresso on line riprese la vicenda, ripubblicando l’intervista e quindi ospitando la successiva replica della docente chiamata in causa.

La cosa sembrava finita lì, invece l’altro giorno Morgan Palmas, il titolare di Sul Romanzo, ha ricevuto una notifica da parte di Google (il suo sito si appoggia a Blogger), nella quale si spiega che la Polizia di Stato ha chiesto a Google di cancellare due articoli in merito («per accertamenti») in quanto vi sarebbe un reato di diffamazione ai sensi dell’articolo 595 del codice penale.

Google si è immediatamente adeguata e gli articoli del 26 febbraio e del 3 marzo sono stati quindi eliminati d’imperio dal sito senza che il titolare del blog potesse farci nulla ma soprattutto senza che il reato di diffamazione fosse discusso ed eventualmente provato in un’aula di tribunale. Uno è poi riapparso mentre l’altro è rimasto oscurato.

Poi fa queste considerazioni, che riporto per intero al fine di evitare involotarie distorsioni:

Ho chiesto un parere in merito all’amico giurista Guido Scorza. Ecco quello che mi ha risposto:

«Il provvedimento – credo raro, se non unico nel suo genere – è a mio avviso illegittimo. Un PM, evidentemente, non può da un lato ordinare l’acquisizione di elementi di prova utili a verificare se via stata una diffamazione e, contemporaneamente, ordinare la “cancellazione” degli articoli asseritamente diffamatori dei quali ha domandato l’acquisizione proprio allo scopo di verificare se SONO O MENO diffamatori».

Chiaro no? Prima si censura, poi si decide se andava censurato.

E’ una schifezza, che ovviamente non si può tecnicamente applicare ai giornali cartacei ma viene usata tranquillamente sul Web, con la complicità dei fornitori di servizi.

E questo post è rivolto anche ai molti amici e conoscenti che ho a Google: davvero, ragazzi, non avevate alcuna alternativa a sdraiarvi come zerbini alla prima lettera, anziché aspettare una sentenza di merito, almeno di primo grado?

I punti che entrano in gioco sono diversi.

La conclusione, con gli interrogativi, è in fin dei conti perfettamente condivisibile. Suona come una critica rivolta a chi si affida a piattaforme di blogging, come “blogger.com”, di Google, ma, in fin dei conti, anche come “wordpress.com” o altre. Se si dipende da un provider per usare il proprio blog, il rischio è che il provider, anche su sollecitazione di terzi (non necessariamente della procura), potrebbe decidere unilateralmente di rimuovare alcuni post o di renderli inaccessibili, sacrificando il diritto fondamentale tutelato all’art. 21 Cost. (libertà di manifestazione del pensiero con qualunque mezzo, incluso quello telematico).

Tuttavia, va osservato che l’intervento di Google non è del tutto arbitrario. Anzi, è un intervento che risponde ad un invito che sembra provenire dall’autorità giudiziaria.

Ecco il testo della comunicazione con cui Google avvisa il blogger della rimozione dei due post su cui si sta indagando per il reato di diffamazione secondo la ricostruzione di Morgan Palmas:

Blogger – Complaint Received”  (14 settembre 2010)

“Hello,
We’d like to inform you that we’ve received a court order regarding your blog http://sulromanzo@gmail.com. In accordance with the terms of the court order, we’ve been forced to remove the following posts:
http://sulromanzo.blogspot.com/2010/02/malauniversità-baroni-e-furbizie.html
http://sulromanzo.blogspot.com/2010/03/maria-antonietta-pinna-turrini-brizzi.html
A copy of the court order we received is attached.
Thank you for your understanding.
Sincerely,
The Blogger Team”
E in allegato un documento ufficiale della Polizia di Stato (Compartimento dell’Emilia Romagna, sezione di Ferrara), nel quale l’oggetto è una richiesta di accertamenti. Per indagini in corso la Polizia di Stato chiede a Google di cancellare due post (26 febbraio 2010 e 3 marzo 2010) perché v’è un reato di cui all’art. 595 del Codice Penale per diffamazione con pubblicazione di articoli postati sul sito internet www.sulromanzo.blogspot.com.

L’allegato, riportato da Giglioli in partura del suo post, è praticamente illegibile.

Con sforzo si legge qualcosa. Sono individuabili, ad esempio, oltre al’intestazione ed ai destinatari:

a) le parole di apertura: “Per indagini di P.G.”;

b) le parole a cavallo tra la prima e la seconda riga: “File LOG”;

c) quelle disposte tra la seconda e la terza riga: “Procura della Repubblica del Tribunale di Ferrara in data …”;

d) parte dell’indirizzo e-mail, forse quello fornito per eventuali chiarimenti o per fornire i riscontri (si legge “…@poliziadistato.it”).

Non si legge l’indirizzo del blog, né quello dei due post “incriminati”, ma neanche la data e la firma della missiva, il che lascia presumere che la riproduzione del provvedimento sia solo parziale e c’è dunque dell’altro.

Dalla trascrizione che Giglioli fa delle riflessioni del collega Guido Scorza, che probabilmente ha avuto in visione il provvedimento in forma leggibile e forse per intero, sembrerebbe evincersi che vi sarebbe stato da parte del P.M., contestualmente:

a) un ordine di acquisizione di elementi di prova utili a verificare se via stata una diffamazione (ed in questo caso pertinenti sarebbero i riferimenti ai LOG-FILE);

b) un ordine di acquisizione dgli articoli asseritamente diffamatori;

c) un ordine di “cancellazione” degli articoli asseritamente diffamatori.

Sulla base di tali elementi, non vedo quale sia l’anomalia. La procura ha disposto probabilmente un sequestro, probatorio o conservativo, e ha chiesto al provider di adottare i necessari provvedimenti, come del resto prevede la disciplina sul commercio elettronico, il d.lgs. 70/2003, spesso invocata per affermare l’asserita irresponsabilità dei providers.

L’art. 17 del d.lgs. 70/2003, ruricato “Assenza dell’obbligo generale di sorveglianza”, dopo aver chiarito che il provider

non è assoggettato ad un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni che trasmette o memorizza, né ad un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite

precisa, che questi è comunque tenuto non solo

ad informare senza indugio l’autorità giudiziaria o quella amministrativa avente funzioni di vigilanza, qualora sia a conoscenza di presunte attività o informazioni illecite riguardanti un suo destinatario del servizio della società dell’informazione;

ma anche

a fornire senza indugio, a richiesta delle autorità competenti, le informazioni in suo possesso che consentano l’identificazione del destinatario dei suoi servizi con cui ha accordi di memorizzazione dei dati, al fine di individuare e prevenire attività illecite.

Peraltro, senza scomodare la disciplina sul commercio elettronico, la Procura della Repubblica o direttamente la P.G. ha chiesto l’acquisizione di informazioni ed elementi probatori  (Log File) e nel contempo ha (probabilmente) disposto un sequestro, che va eseguito, in linea generale, acquisendo la res e rendendola indisponibile agli interessati ed ai terzi.

Concordo con le osservazioni rese dal collega Francesco Paolo Micozzi in un commento prontamente lasciato in calce al post di Giglioli, anche se delle tre possibilità che il medesimo prospetta non me la sento di escluderne a priori alcuna. Micozzi precisa che:

Purtroppo non si vede chiaramente il provvedimento di cui si parla però ritengo che non sia un atto particolarmente “strano”.
Le ipotesi sono:
1) il PM non è ancora intervenuto e la PG agisce di propria iniziativa. In questo caso si applica l’art. 55 del c.p.p. nella parte in cui si dice che “la polizia giudiziaria DEVE … impedire che i reati vengano portati a conseguenze ulteriori”. Evidentemente la polizia giudiziaria ha ritenuto che – per impedire che il reato venisse portato ad ulteriori conseguenze – la pagina “incriminata” (per la quale ritengo si proceda per diffamazione aggravata) dovesse essere rimossa.

2) il PM è intervenuto ed ha delegato alla PG di sottoporre a sequestro probatorio il sito in questione

3) il PM è intervenuto, ha richiesto un sequestro preventivo al GIP che ne ha disposto l’esecuzione mediante la PG.

Escluderei le ipotesi 2 e 3 perché così mi pare di capire dall’articolo.

Ma nella prima ipotesi trova applicazione l’art. 354 c.p.p. secondo cui “in relazione ai dati o ai sistemi informatici o telematici gli ufficiali di polizia giudiziaria adottano le misure tecniche o impartiscono le prescrizioni necessarie ad assicurarne la conservazione e ad impedirne l’alterazione e l’accesso”… e provvedono alla “immediata duplicazione su adeguati supporti mediante una procedura che assicuri la conformità della copia all’originale e la sua immodificabilità”.
Probabilmente la PG ha richiesto a BigG (o meglio ha impartito le prescrizioni necessarie) di assicurarne la conservazione ed impedirne l’accesso.

Non è assolutamente detto, quindi, che un blog messo offline non sia ripristinabile o ne sia andato definitivamente perso il contenuto.

A questo punto, se vi è stata attività di iniziativa della PG, sarà il PM a dover convalidare o meno questo “sequestro” entro 48 ore (art. 355 cpp). Se si ha la convalida… solo contro quest’ultimo provvedimento del PM potrà proporsi riesame entro 10 giorni.

Ricordo, infatti, che l’art. 354 c.p.c., dopo la novellazione avvenuta con la famosa legge n. 48/2008 di recepimento della Convenzione di Budapest sul cybercrime, prevede ora quanto segue:

Art. 354.

Accertamenti urgenti sui luoghi, sulle cose e sulle persone. Sequestro.

1. Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria curano che le tracce e le cose pertinenti al reato siano conservate e che lo stato dei luoghi e delle cose non venga mutato prima dell’intervento del pubblico ministero.

2. Se vi è pericolo che le cose, le tracce e i luoghi indicati nel comma 1 si alterino o si disperdano o comunque si modifichino e il pubblico ministero non può intervenire tempestivamente, ovvero non ha ancora assunto la direzione delle indagini, gli ufficiali di polizia giudiziaria compiono i necessari accertamenti e rilievi sullo stato dei luoghi e delle cose. In relazione ai dati, alle informazioni e ai programmi informatici o ai sistemi informatici o telematici, gli ufficiali della polizia giudiziaria adottano, altresì, le misure tecniche o impartiscono le prescrizioni necessarie ad assicurarne la conservazione e ad impedirne l’alterazione e l’accesso e provvedono, ove possibile, alla loro immediata duplicazione su adeguati supporti, mediante una procedura che assicuri la conformità della copia all’originale e la sua immodificabilità. Se del caso, sequestrano il corpo del reato e le cose a questo pertinenti.

3. Se ricorrono i presupposti previsti dal comma 2, gli ufficiali di polizia giudiziaria compiono i necessari accertamenti e rilievi sulle persone diversi dalla ispezione personale.

Si noterà, nella dizione dell’art. 354 c.p.p. dianzi trascritto, che le operazioni di accertamento eseguite dalla P.G. sono finalizzate, in ambito informatico, non solo alla acquisizione degli elementi su cui verte l’accertamento e alla loro conservazione, ma anche a rendere tali elementi inaccessibili  (“impedirne … l’accesso”), fino a sequestrare la res, quale corpo del reato o comunque cosa pertinente al reato per cui si procede.

Trattandosi di attività in fase di indagine preliminare, è normale che non si aspetti l’accertamento definitivo in ordine alla sussisntenza o meno del reato. E’ tipico del nostro sistema penale che il provvedimento avvenga prima dell’accertamento sull’effettiva esistenza del reato.

Sono atti disposti nel corso dell’indagine sulla base del fumus criminis (ossia su un giudizio probabilistico sulla verosimile sussistenza del reato), per i quali sono pur sempre previsti, nel nostro ordinamento giuridico, strumenti di opposizione o di impugnazione. Si pensi ad esempio alla richiesta di riesame contro i provvedimenti di sequestro.

Non vedo come possa trattarsi di censura o, per usare le parole riportate nei post citati, di “schifezze”.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

Information Society & ICT Law

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2 risposte a Sul sequestro dei post di un blog in fase di indagini per reato di diffamazione

  • Ottimo commento!
    Ho avuto modo di prendere visione del provvedimento e ho ridimensionato anche il mio commento iniziale.
    Incollo di seguito per comodità.

    —————–
    Il provvedimento è stato preso formalmente dalla PG, ma sostanzialmente dal PM di Ferrara nell’ambito di un procedimento penale iscritto a registro lo scorso anno.

    Ciò che il PM ha delegato alla PG è stato di richiedere a Google di fornire i “file log e i caller id”. Questo, probabilmente, per capire con certezza quale soggetto (attraverso quale IP) abbia inserito il testo oggetto di indagine. Questo è quello che risulta dal documento.
    In effetti parrebbe che non ci sia stato un provvedimento di sequestro: né probatorio né preventivo. E ciò perché il contenuto della pagina era – probabilmente – già stato acquisito dalla PG.

    Riterrei, quindi, che l’oscuramento non sia da riferirsi all’attività del PM o della PG.

    Probabilmente Google, interpretando il contratto intercorrente tra lei e la signora Pinna, ha ritenuto di dover oscurare la pagina “incriminata”. Forse anche per i timori suscitati – come dice giustamente l’amico e collega Marco Scialdone – dal d.lgs. 70/2003 in tema di responsabilità degli intermediari della società dell’informazione.

    Ritengo e auspico che in sede processuale la signora Pinna possa dimostrare la sussistenza del suo diritto di critica.

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