Responsabilità dei Providers. L'emendamento al disegno di legge in tema di sicurezza

Il fenomeno sociale di esternazione di favore alla Mafia riscontrato sui social network (in particolare da gruppi di utenti su Facebook) ha attirato prima l’attenzione della magistratura e di quella dell’opinione pubblica, ora quella della politica e del legislatore.

Qual è il risultato?

È stato discusso al Senato il disegno di legge in tema di sicurezza (DL733), che riguarda svariati temi.

In seno alla discussione parlamentare, come si apprende anche dall’articolo apparso qualche giorno fa su La Stampa, il senatore dell’udc Gianpiero D’Alia ha proposto un emendamento a dir poco discutibile:

«Art. 50-bis. (Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet)

1. Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.

2. Il Ministro dell’interno si avvale, per gli accertamenti finalizzati all’adozione del decreto di cui al comma 1, della polizia postale e delle comunicazioni. Avverso il provvedimento di interruzione è ammesso ricorso all’autorità giudiziaria. Il provvedimento di cui al comma 1 è revocato in ogni momento quando vengano meno i presupposti indicati nel medesimo comma.

3. I fornitori dei servizi di connettività alla rete internet, per l’effetto del decreto di cui al comma 1, devono provvedere ad eseguire l’attività di filtraggio imposta entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000, alla cui irrogazione provvede il Ministro dell’interno con proprio provvedimento.

4. Entro 60 giorni dalla pubblicazione della presente legge il Ministro dell’interno, con proprio decreto, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e con quello della pubblica amministrazione e innovazione, individua e definisce i requisiti tecnici degli strumenti di filtraggio di cui al comma 1, con le relative soluzioni tecnologiche.

5. Al quarto comma dell’articolo 266 del codice penale, il numero 1) è cosı` sostituito: “col mezzo della stampa, in via telematica sulla rete internet, o con altro mezzo di propaganda”.».

Secondo quanto riportato dall’articolo de La Stampa già citato, l’emendamento sarebbe stato proposto

per la repressione dei casi di apologia e incitamento via internet di associazioni mafiose, criminose, eversive, terroristiche, oltre che di violenza sessuale, discriminazione, odio etnico, nazionale, razziale e religioso.

In caso di accertata apologia o incitamento, «il ministro dell’Interno – si legge nel testo – dispone con proprio decreto l’interruzione dell’attività indicata, ordinando ai fornitori di servizi di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine, applicando sanzioni pecuniarie per gli inadempienti».

«In questo modo – commenta D’Alia – diamo concretezza alle nostre iniziative per ripulire la rete, e in particolare il social network ’Facebook’, dagli emuli di Riina, Provenzano, delle Br, degli stupratori di Guidonia e di tutti gli altri cattivi esempi cui finora si è dato irresponsabilmente spazio. Non possiamo accettare su internet ciò che combattiamo nella realtà: ora sta a Facebook adeguarsi e dimostrare di non essere una giungla virtuale senza regole nè rispetto».

L’idea che si ha è che si sia voluto cavalcare politicamente l’onda smossa dal clamore della notizia dei gruppi di interesse per la Mafia apparsi su Facebook, ma i costi sociali di scelte politiche non meditate (per non dire avventate) sono tropo alti.

Ci sono chiari indirizzi, rilevabili su più fronti, volti a determinare politiche di controllo sociale basate sull’azione dei Providers e si finisce per temere che la facile via di addossare obblighi di controllo ai Provider (con relative levate sanzioni per omesso controllo) sia in realtà una strada comoda da percorre politicamente, ma gravemente infelice.

Tra le altre cose stupisce infatti, nell’emendamento dell’ultima ora, che l’attenzione sia sempre ed esclusivamente rivolta ai «Fornitori di servizi di connettività alla rete Internet» e non al Content Service Provider, ossia al fornitore del servizio di gestione della piattaforma di social network contenente le informazioni ed i dati contestati.

Tra l’altro, nelle dichiarazioni di D’Alia riportate nell’articolo di La Stampa, l’equivoco sembra evidente, visto che il riferimento è direttamente ed esplicitamente rivolto a Facebook, che non è affatto un fornitore di connettività.

L’emendamento, per come è formulato, è scritto male, non merita alcun plauso e meriterebbe di esserte cassato nel suo passaggio alla Camera, prima che diventi legge dello Stato.

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