Produrre "macchine genetiche" (viventi). Concorso del MIT

L’Università di Bologna, rivelandosi ancora una volta tra le più attente all’innovazione ed al progresso tecnologico e scientifico, parteciperà alla nuova edizione del concorso per la realizzazione di «Macchine di ingegneria genetica» («International Genetically Engineered Machine competition» – iGEM), organizzato dal MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston.

Nell’edizione del 2008 l’Università di Bologna aveva conseguito un ottimo posizionamento (terzo posto nella categoria «Best Model»).

La notizia, oltre che sul sito dell’Università, è apparsa anche su Panorama e su la Repubblica.

Nell’articolo di Panorama vengono evidenziati gli obiettivi del concorso, volto a costruire «macchine genetiche»:

«due obiettivi: progettare e fabbricare componenti e sistemi biologici non ancora esistenti in natura oppure riprogettare e produrre sistemi biologici già presenti in natura. Per fare qualche esempio concreto, con la biologia sintetica si possono produrre farmaci di ultima generazione in grado di curare in modo mirato malattie resistenti ma allo stesso tempo, ed è l’altra faccia della medaglia, si possono addirittura ridisegnare patogeni potentissimi come ad esempio il vaiolo».

Il lavoro consisterà, dunque, nella produzione di

«una macchina genetica. Una struttura ingegneristica fatta non di ferro e mattoni, come li immaginiamo noi, ma di biobricks, mattoncini della vita, autentici organismi biologici le cui combinazioni possono portare a risultati utilissimi anche per la vita quotidiana.

Tutti i progetti in gara, compreso quello degli italiani, sono top secret come da regolamento. Ma c’è da ben sperare. Nelle precedenti edizioni, infatti, con questo tipo di macchine della vita si è prodotto in vitro betacarotene, fondamentale per prevenire la cecità nei paesi in via di sviluppo o lattasi, un enzima chiave per chi è allergico al lattosio».

L’articolo riporta anche le parole dei Prof. Silvio Cavalcanti:

«Questo concorso così prestigioso – spiega a Panorama.it il Silvio Cavalcanti, professore di bioingegneria elettronica e informatica all’Università di Bologna nonché responsabile del team selezionato per il concorso – è importantissima per i ricercatori e gli studenti italiani per confrontarsi a livello internazionale su una disciplina nuovissima, affrontando con uno spirito di squadra anche le implicazioni etiche che essa inevitabilmente comporta».

Molto interessante anche l’articolo di Sara Ficocelli per la Repubblica, ove, oltre alle caratteristiche del concorso, vengono prospettate anche le perplessità che accompagnano l’iniziativa.

Quanto alle caratteristiche del concorso:

«La gara vede in competizione oltre 100 team di ricerca provenienti da tutto il mondo. Questa è l’ultima settimana in cui scienziati e studenti possono iscriversi con il loro team al concorso: da giugno avranno tre mesi di tempo per terminare il progetto e per farlo dovranno utilizzare i componenti ordinati nel registro del Mit, che contiene circa 3.200 pezzi di ricambio biologici.

(…)

Per gli scienziati coinvolti, la competizione rappresenta una sfida eccezionale: tutte le parti della loro creazione dovranno infatti essere costituite da esseri viventi. Al posto di viti e bulloni dovranno usare microparticelle di cellule biologiche e le formule abitualmente applicate alla meccanica dovranno essere adattate all’ingegneria genetica. Paul Freemont, co-fondatore dell’Institute of Systems and Synthetic Biology dell’Imperial College London, sta ad esempio lavorando con il suo team per creare vestiti usando batteri. Un’idea interessante, che potrebbe risolvere il problema dell’inquinamento da agenti chimici. Già negli anni passati sono stati proposti progetti importanti, come il batterio “detective” capace di scoprire la presenza di arsenico nell’acqua, una delle principali cause di avvelenamento della popolazione nei paesi in via di sviluppo.

Ma la competizione di quest’anno chiederà agli scienziati di andare oltre e trasformare la vita in tecnologia. Il premio che verrà dato al vincitore, assegnato i primi di novembre, sarà un simbolico mattoncino Lego grosso come una scatola di scarpe. Quello vero, la soddisfazione di passare alla storia».

Quanto alle aspettative alle aspettative ed alle contrapposte perplessità, l’articolo di Sara Ficocelli ben illustra che

«Alla base della competizione c’è la speranza di stimolare la scienza a creare meccanismi che abbiano le stesse utilità di quelli artificiali e al tempo stesso la capacità di biodegradarsi e rigenerarsi propria degli esseri viventi. Una risposta affascinante alla progressiva autodistruzione del pianeta, ma che desta perplessità in parte dell’opinione pubblica, soprattutto considerando la possibilità che certi meccanismi sfuggano di mano a chi li progetta. Una delle paure sollevate dagli esperti che finora si sono espressi sull’iniziativa è che da queste invenzioni possano nascere organismi pericolosi. C’è addirittura chi insinua che nuove tecnologie complesse potrebbero venire utilizzate fuori da ogni controllo a fini terroristici: la creazione di virus mortali da usare come armi di distruzione di massa è insomma uno dei veleni che ammorbano l’atmosfera del concorso, ma per il momento si tratta unicamente di ipotesi».

Fabio Bravo

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