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La condanna dei dirigenti di Google per il video del ragazzo disabile immesso dagli utenti della piattaforma di videosharing

Oggi si è celebrata l’ultima udienza nel processo di primo grado del noto caso Google / Vividown, in cui quattro dirigenti di Google erano stati tratti a giudizio per rispondere dei reati ipotizzati a seguito dell’asserita intempestiva rimozione del video immesso dai propri utenti sulla piattaforma di filesharing (GoogleVideo-YouTube), in cui veniva ripresa la vessazione ai danni di un ragazzo disabile e lesa la reputazione dell’associazioen Vividown.

Si procedeva sia per il reato di diffamazione (nei confronti di tutti e quattro i dirigenti), che per il reato connesso alla violazione delle norme in materia di protezione dei dati personali (nei confronti di tre soli imputati).

Sulla diffamazione v’è stata assoluzione per tutti e quattro gli imputati. Per l’altra ipotesi di reato, invece, il Tribunale ha sentenziato la condanna dei tre imputati.

Come si legge nell’articolo de Il Sole 24 ore e de la Repubblica

A tre imputati sono state inflitti sei mesi di reclusione con la condizionale. Un quarto dirigente che era imputato è stato assolto.

(…)

I dirigenti coinvolti sono David Carl Drummond, ex presidente del cda di Google Italy ora senior vice presidente, George De Los Reyes, ex membro del cda di Google Italy ora in pensione, e Peter Fleischer, responsabile delle strategie per la privacy per l’Europa di Google Inc. I tre sono stati condannati per il capo di imputazione di violazione della privacy, mentre sono stati assolti per quello relativo alla diffamazione. Per lo stesso motivo è stato assolto  Arvind Desikan, responsabile del progetto Google video per l’Europa, cui veniva contestata la sola diffamazione. Nei loro confronti l’accusa aveva chiesto pene comprese tra 6 mesi e un anno di reclusione.

Le opposte visioni dei condannati e dei pubblici ministeri che hanno condotto le tesi accusatorie sono ben sintetizzate nel medesimo articolo, a cui rimando anche per una sintetica illustrazione dei fatti riprodotti nel filmato in questione:

“Faremo appello contro questa decisione che riteniamo a dir poco sorprendente, dal momento che i nostri colleghi non hanno avuto nulla a che fare con il video in questione, poiché non lo hanno girato, non lo hanno caricato, non lo hanno visionato – dice il portavoce di Google – se questo principio viene meno, cade la possibilità di offrire servizi su internet”.

Opposta la reazione di pm milanesi. “Con questo processo abbiamo posto un problema serio, ossia la tutela della persona umana che deve prevalere sulla logica di impresa” affermano il procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo e il pm Francesco Cajani.

Occorrerà attendere le motivazioni per comprendere meglio l’inter logico che ha portato a tale pronunciamento.

Si nota subito il differente trattamento tra il reato di diffamazione e quello previsto dalla normativa in materia di protezione dei dati personali.

V’è da capire se, nella fattispecie, il giudice ha ritenuto sussistente la diffamazione ma non addebitabile, neanche a titolo di concorso, ai condannati, oppure se ha ritenuto in radice non configurato il reato.

Come avevo poi evidenziato in altri post su questo blog, la normativa dettata in materia di commercio elettronico (d.lgs. 70/2003 di recepimento della direttiva 2000/31/CE), correttamente invocata per sostenere l’esonero della responsabilità per i providers, fa tuttavia salva l’applicazione in materia di protezione dei dati personali.

Ciò significa che l’esonero di responsabilità, ove invocabile, non pare potersi applicare in ugual modo tra l’ipotesi della diffamazione e quella relativa all’illecito trattamento dei dati personali.

Tra l’altro la questione, più che in diritto, mi è sembrata una questione di merito, dato che la procura ha contestato la mancata rimozione immediata del video incriminato nonostante le segnalazioni degli utenti, che avrebbero comportato, anche in caso di iniziale esonero di responsabilità del provider, la reviviscenza della responsabilità, dal momento che questa riemerge qualora il provider sia a conoscenza dell’illecito nei confronti del quale non ha l’obbligo di prevenzione, né quello di sorveglianza.

Uno dei punti critici, pertanto, mi è sembrato quello volto ad individuare l’ipotesi del perdurare dell’irresponsabilità del provider allorché sia venuto a conoscenza dell’illecito tramite le segnalazioni degli utenti (prima delel sollecitazioni dell’autorità giudiziaria e delel forze di polizia).

Concettualmente distinto, poi, è il piano degli effetti che nascono da tale assetto normativo. Il sistema, infatti, porterà i providers a cautelarsi dalle responsabilità attivando meccanismi censori, comprimendo i diritti fondamentali di manifestazione del pensiero, di comunicazione, di informare e informarsi, al solo fine di evitare l’ipotesi di condanna.

E’ chiaro che la normativa va rivista, per ridelineare, ormai a 10 anni di distanza dalla direttiva del 2000, un quadro migliore, restituendo maggior equilibrio tra repressione degli illeciti, dignità della persona, diritto a fare impresa, diritti di comunicazione e manifestazione del pensiero, sviluppo tecnologico.

E’ su questa scia che vanno indirizzate le riflessioni per un dialogo costruttivo.  Su questo tema, lo avrete capito, ritornerò spesso su queste pagine.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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Un indizio sulle possibili motivazioni dei fondatori del Gruppo di Facebook contro i bambini down

In questi giorni è stato aperto e chiuso il “Gruppo” della vergogna, quello attivato su Facebook ed avente per titolo “Giochiamo al tiro al bersaglio con i bambini down”.

Ne avevo già parlato con riguardo alle prospettive di risarcimento del danno.

Il caso sta facendo molto clamore.

A leggere gli articoli apparsi on-line, ad esempio quello de La Stampa, viene riportato che

Il gruppo (…) si è collocato nella categoria “Salute e benessere”. Fondatori e amministratori: “Il signore della notte” e “Il vendicatore mascherato”. Indirizzo e dati, ovviamente, sono di fantasia, in linea con lo “stile” del gruppo.

I nickname, a mio avviso, sono importanti per tentare di capire qualcosa in più.

Il sito è stato aperto e chiuso in poco tempo, praticamente nel giro di un giorno lavorativo, come ha precisato Anna Masera, considerando la domenica in mezzo.

Dunque, tutto in un week-end.

Sembra che l’azione posta in essere sia un’azione mediatica, di comunicazione, volta ad esprimere qualcosa che vada oltre alla gratuita offesa alal dignità dei bambini down.

Innanzitutto v’è da considerare la collocazione temporale.

Il sito è apparso nei giorni immediatamente precedenti a quello in cui è prevista la celebrazione dell’ultima udienza nel processo penale a carico di quattro dirigenti di Google, innanzi al Tribunale di Milano (24 febbraio 2010). Nell’ambito di tale processo un ruolo centrale è stato svolto dall’associazione Vividown, costituitasi parte civile insieme al Comune di Milano.

Si ricorderà che la costituzione di parte civile era dovuta al fatto che nel video incriminato uno dei ragazzi che vessava il compagno disabile aveva citato l’associazione Vividown in un contesto ravvisato da quest’ultima come diffamatorio.

Ebbene, la costituzione di parte civile dell’associazione, così come quella del Comune, non è stata ritirata neanche dopo la decisione, da parte della famiglia del ragazzo vessato, di ritirarsi dal processo per non subire gli effetti connessi al clamore mediatico delal vicenda.

Il ruolo giocato dall’associazione Vividown ed il risalto dato dagli autori del video all’associazione medesima nel filmato mandato in onda sulla nota piattaforma di videosharing ha fatto sì che il ragazzo disabile venisse inizialmente indicato come un ragazzo down, benché in realtà sia un soggetto autostico.

Ebbene, il nickname “Il signore della notte” sembrerebbe qusi alludere alla collocazione temporale dell’evento mediatico, come se dovesse celebrarsi in una notte o, meglio, come se si dovesse agire di notte per assistere, nel giorno dopo, al clamore suscitato dall’azione mediatica, in attesa della rimozione che in fin dei conti anche gli autori si aspettavano.

Che l’interpretazione di un simile gesto possa essere ravvisato nel richiamo dell’attenzione mediatica sul caso Google / Vividown emerge con un indizio meno evanescente da un altro elemento.

Il secondo nickname è “Il vendicatore mascherato”.

Mascherato, si capisce, allude al fatto che si vuole celare la propria identità nella “vendetta” proclamata; ma vendetta per che cosa? Da chi? Per quale ragione?

L’uso del termine “vendicatore” sembra, cioè, in linea con l’ipotesi che si sia voluto esprimere il dissenso aperto verso il rischio di incriminazione di “Google”, emblema di Internet nel suo complesso e, nel caso specifico, realizzatore dei diffusissimi servizi di videosharing (GoogleVideo, YouTube), che con l’esito del giudizio penale in corso potrebbero essere drasticamente compromessi per il mercato penale, in caso di condanna.

Non è un caso, mi sembra, che il Gruppo del “signore della notte” e del “vendicatore mascherato” abbiano indirizzato l’attenzione verso i bambini down e non verso i down in generale.

Non mi sembra, cioè, che abbia pesato la disabilità connessa all’aterazione cromosomica, quanto invece il fatto che si volesse colpire un target specifico (il minore down) come vittima celebrata, ossia come icona simbolo, da prendere come bersaglio.

Il bersaglio mediatico, probabilmente, è il ragazzo “down”, così come rappresentato dai media nel caso Google/Vividown.

Probabilmente in tale bersaglio è stata individuata dagli ideatori del Gruppo di Facebook in questione, in maniera avventata, la causa di tutti i mali che gli utenti Internet potrebbero subire a seguito dell’accanimento della giustizia penale italiana nei confronti di Google, provider dei servizi di viodesharing. O, più semplicemente, l’individuazione di tale causa, da prendere come bersaglio, sfuggendo ad una reale ricerca eziologica, è solamente il frutto del risentimento verso un sistema che rischia di compromettere il futuro sviluppo della rete, attraverso la (asseritamente facile) incriminazione dei provider da parte dell’autorità giudiziaria italiana a cui consegue quella che è stata indicata come “La sindrome dell’Intermediario“.

Al di là dei nicknames utilizzati, dagli asticoli di stampa sono emersi alcuni contenuti nelle pagine ora oscurate.

Riporto gli stralci di una ricostruzione giornalistica:

Sul sito ora oscurato si leggeva: «È così difficile da accettare questa malattia… perchè dovremmo convivere con questi ingnobili creature (…) io ho trovato la soluzione: consiste nell’usare questi esseri come bersagli, mobili o fissi, nei poligoni di tiro al bersaglio».

Ed ancora:

Si chiama «Giochiamo al tiro al bersaglio con i bambini down», e in home page pubblica la fotografia di un bambino portatore di handicap bollato come «scemo». «È l’unica fine che meritano questi parassiti», si legge nella didascalia sotto l’immagine.

Non emergono, a quanto pare, elementi espressamente volti ad indirizzare in altre direzioni la vendetta del vendicatore mascherato. La ricostruzione legata alla possibile connessione con il caso Google / Vividown, in altre parole, resta un’ipotesi probabile, anche se non è detto che sia neccessariamente così.

La connessione con tale caso è apparsa naturale e spontanea anche nel pensiero di Anna Masera, per la Stampa, là dove, evidenziando il rischio del clamore mediatico di tale azioni (“Non bisogna fare pubblicità ai gruppi di provocatori su Facebook”) precisa che

“(…) Dar peso a iniziative di questo genere (…) rischia di essere solo controproducente: perchè si tratta di troll, ovvero (la definizione è di Wikipedia) “individuo che interagisce con la comunità tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente stupidi, allo scopo di disturbare gli scambi normali e appropriati”.

Il risultato è contribuire al rumore di fondo mediatico e politico mettendo in cattiva luce le aziende che operano su Internet, anzichè i responsabili individuali di eventuali reati, in un momento in cui tutti gli occhi sono puntati sulla sentenza attesa per dopodomani che vede imputata Google nel noto caso di bullismo che ha visto dei ragazzi pubblicare un video su YouTube di molestie contro un ragazzino down.

Con il rischio che escano proposte di legge demenziali contro la libertà su Internet, che se venissero accolte, danneggerebbero tutti”.

Il rischio di una reazione non equilibrata della politica e, per suo tramite, del legislatore, sulla spinta emotica del clamore mediatico, da cavalcare anche alla ricerca di facili consensi elettorali, effettivamente c’è.

Se questo è l’effetto che ci si può aspettare, l’azione del “signore della notte” e del “vendicatore mascherato” finisce per minare alle fondamenta le stesse ragioni per cui, probabilmente, è stata posta in essere.

In ogni caso rimane un’azione deplorevole, esempio da non imitare.

Cercherò di seguire, nei prossimi post, anche il discorso relativo alle modalità di oscuramento ed alle investigazioni in atto.

Rimando quindi alle successive pagine di questo blog per altri commenti.

Fabio Bravo

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Processo a Google. Udienza del 27 gennaio 2010 rinviata al 24 febbraio 2010

Il 27 gennaio 2010 ci si aspettava l’ultima udienza del processo di primo grado pendente innanzi al Tribunale penale di Milano, sul caso Google / Vividown, con lettura del dispositivo.

Tuttavia, come appreso dal Collega Avv. Giuseppe Vaciago, uno dei difensori degli imputati, il giudizio è stato rinviato all’udienza del 24 febbraio 2010, a causa dell’astensione degli avvocati proclamata per lo scorso 27 gennaio.

Salvo altri imprevisti, all’udienza del 24 febbraio p.v., dunque, il Giudice, sentite eventuali brevi repliche della procura e della difesa, dovrebbe emanare la sentenza, con lettura del dispositivo in aula, differendo probabilmente il deposito delle motivazioni, come consentito dalla legge.

Non rimane che attendere.

Fabio Bravo

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Processo a Google: oggi si attende la sentenza. Rinviata a giudizio anche l'insegnante

Nel celebre processo che vede contrapposto Google vs. Vividown innanzi al Tribunale penale di Milano è attesa per l’udienza di oggi (27/01/2010) la lettura del dispositivo della sentenza, leading case italiano in materia di responsabilità del provider.

Per chi volesse ripercorrere su Information Society & ICT Law le diverse fasi del processo a Google, che si è svolto a porte chiuse ( ed anche alcuni argomenti correlati), può leggere i diversi post che vi ho dedicato.

Merita essere ricordato che:

a) si è concluso anche il processo ai ragazzi autori delle vessazioni nei confronti del disabile, processati innanzi al Tribunale dei Minorenni. I reati ravvisati, tuttavia, per l’applicazione dell’istituto della messa alla prova, sono stati dichiarati estinti, come riporta la cronaca locale di Torino, città ove ha sede l’istituto in cui il video è stato girato:

i quattro responsabili di quelle violenze hanno superato la “messa alla pro­va” decisa dal Tribunale per i Minorenni, dopo aver prestato servizio in centri che si occupano di ragazzi con handicap. Ecco per­ché i reati di cui erano accusati (violenza privata, ingiurie, minacce) sono stati dichia­rati estinti.

b) si apre un nuovo processo (ed è il terzo dopo quello ai ragazzi autori degli illeciti e quello ai dirigenti di Google). Infatti, innanzi al Tribunale di Torino, è stata rinviata a giudizio anche l’insegnante, che ha abbandonato l’aula, consentendo agli alunni rimasti privi di controllo, lo svolgimento dei fatti ormai noti. Come riportato da CronacaQui.it, edizione di Torino, nell’articolo del 15/12/2009, infatti,

“Dopo due richieste di archiviazione pre­sentate dalla procura e altrettante opposizioni a quelle richieste avanzate dalla parte civile, il processo all’insegnante dell’Albe Steiner di Torino, colpevole di non aver impedito le violenze sullo studente disabile della III B, è finalmente approdato in un’aula di tribunale. La prima udienza del procedimento a porte chiuse nei confronti di Anna Mairino, ora in pensione, si è tenuta ieri mattina.

La donna è accusata di concorso omissivo in violenza privata e in­giurie (…).

La famiglia del ragazzino disabile si è costituita parte civile (…).

A rappresentare l’accusa in aula è il pubblico ministero Livia Locci. Il processo si svolge davanti al giudice Flavia Nasi, del­la quarta sezione penale”.

In tale articolo si precisa che

“(…) nei guai sarebbe finita anche l’insegnante Mairino, colpevole di aver lasciato la classe e di non aver impedito le violenze sul povero Francesco. Attraverso le immagini girate in aula – è la contestazione mossa all’imputata ­è infatti possibile constatare co­me l’insegnanti abbandoni la classe proprio nel momento in cui i bulli passano all’azione. Se Anna Mairino fosse rimasta al proprio posto, in aula – prosegue l’accusa -, le violenze ai danni di Francesco non si sarebbero pro­babilmente consumate. Da quan­do partono i primi insulti verso lo studente disabile – è ancora il punto di vista dell’accusa – tra­scorrono circa due minuti prima che l’insegnante abbandoni l’aula. Lei percepisce qualcosa, av­verte le frasi indirizzate al pove­ro Francesco. Ma anzichè inter­venire in difesa del disabile, si allontana dalla classe”.

Fabio Bravo

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Processo a Google. Non è solo un caso italiano (ovvero il caso Barrichello vs. Google innanzi al Tribunale di San Paolo in Brasile)

Il caso del c.d. “Processo a Google” che si sta celebrando presso il Tribunale di Milano (Vividown vs. Google), su cui siamo intervenuti passo passo, udienza per udienza, con i post di questo blog, non è un caso isolato.

Non è solo in Italia che il fenomeno della responsabilità di Google viene passata al vaglio dell’autorità giudiziaria, come sta avvenendo in quello che è stato definito come il caso “test”, senza precedenti negli scenari internazionali.

Per la verità la responsabilità di Google, con riferimento ai contenuti messi in rete dagli utenti, ha già un altro autorevole precedente in Brasile, ove si è celebrato il processo che ha visto protagonista Rubens Barrichello, noto pilota della Formula 1, contro Google.

Sul social network “Orkut” gestito proprio da Google, molto popolare in Brasile, erano stati immessi contenuti da parte degli utenti che, attivando un falso profilo del pilota, avevano accostato la sua immagine a quella di una tartaruga, per via dell’asserita sua lentezza.

Nel resoconto di Mauro Munafò per la Repubblica (“E’ lento come una tartaruga”. E Google deve risarcire Barrichello), si trova riportato infatti che Rbens Barrichello,

(…) arrivato terzo nell’ultimo campionato di Formula Uno, ha ottenuto da un tribunale di San Paolo che il motore di ricerca Google lo risarcisca di mezzo milione di dollari. Sul social network Orkut, proprietà di Google, ci sono infatti numerosi profili falsi del’ex pilota della Ferrari che ironizzano sulle sue capacità e lo paragonano a una tartaruga, animale di certo non famoso per la velocità.

(…) 

La causa contro Orkut, iniziata nel 2006, potrebbe arrivare a costare fino a 700 mila dollari a Google: il giudice ha infatti stabilito che la multa crescerà di 590 al giorno fino a quando i profili non verranno rimossi. I legali della società Californiana hanno però già annunciato ricorso in appello contro la decisione, affermando che Barrichello, essendo una figura pubblica, è sottoposta a critiche positive e negative, ma che queste non sono riconducibili al motore di ricerca che si limita ad ospitarle.

 

Il caso è interessante, perché ha portato alla individuazione di una responsabilità di chi gestisce la piattaforma su cui vengono ospitati i contenuti che, nella fattispecie che ha interessato Barrichello, riguardavano un social network e non una piataforma di file sharing.

Il quesito che ci si pone è però sempre il medesimo, anche se diverse sono le norme che si invocano nel caso di specie. Quelle relative  al nostrano Processo a Google (vs. Vividown), sono essenzialmente di derivazione comunitaria (tanto con riferimento alle disposizioni in materia di commercio elettronico invocate per regolare i confini della responsabilità del provider, quanto con riferimento alle disposizioni in materia di protezione dei dati personali, la cui applicazione è stata fatta comunque salva in maniera esplicita dalla disciplina in materia di commercio elettronico).

Nell’attesa della prossima udienza del 27 gennaio 2010, può notarsi come il problema della responsabilità dei provider per i contenuti immessi dagli utenti sia un problema percepito su scala mondiale, e probabilmente la casistica non si arresterà in Italia con la sentenza che verrà emessa dal Tribunale di Milano, comunque esso decida.

Avv. Fabio Bravo

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Processo a Google. Conclusioni della difesa all'udienza del 23 dicembre 2009

All’udienza del 23 dicembre 2009 il c.d. “processo a Google” [che si sta celebrando presso il Tribunale di Milano sul noto caso relativo alla diffusione tramite GoogleVideo (YouTube) di un filmato riproducente le vessazioni perpetrate ai danni di un ragazzo disabile da parte dei prorpi compagni di scuola], ha visto la difesa rassegnare le proprie conclusioni, con il deposito di una memoria scritta.

Le tesi difensive, diramate dalle società del gruppo che opera sotto il marchio Google, ed i contenuti della memoria sono stati riassunti in un articolo di Giacomo Dotta su WebNews, dal titolo “Vividown vs Google, chiude la difesa“.

Sull’udienza del 23 dicembre 2009 è apparso anche un post dell’ADUC, da cui emerge, come ho avuto modo di rimarcare più volte, che uno dei punti più controversi risiede proprio nell’accertamento di merito in ordine alle modalità ed alla tempestività della rimozione da parte di Google del filmato incriminato.

Google (e la sua difesa) sostiene che la rimozione sia avvenuta immediatamente. La procura è di diverso avviso, ritenendo al contrario che la rimozione dei contenuti illeciti sia avvenuta dopo numerose segnalazioni.

E’ questo, lo ripeto, un passaggio importante per la definizione delle responsabilità dei providers ai sensi della normativa in materia di commercio elettronico (d.lgs. 70/2003, di recepimento della direttiva 2000/31/CE), la quale, tuttavia, fa salva l’applicazione della disciplina in materia di protezione dei dati personali.

I rilievi giuridici sollevati dal caso in esame sono comunque moltissimi e mi riservo di commentarli approfonditamente in una pubblicazione scientifica di più ampio respiro. Non mancherò tuttavia di anticipare alcune riflessioni in queste pagine, dopo la lettura delle motivazioni che accompagneranno la sentenza, con deposito che è facile prevedere non avvenga contestualmente.

La sentenza, con lettura del dispositivo, è attesa per l’udienza del 27 gennaio 2010.

Fabio Bravo

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Processo a Google. Udienza del 25.11.09. Lezioni di etica? Presupposti e allineamento interdisciplinare

Sto seguendo dall’inizio su questo blog il caso noto come ”Processo a Google“, in modo da ricostruire i diversi step fino all’epilogo che si attende tra non molto.

Si tratta, come già evidenziato, di un processo che si svolge a porte chiuse, su richiesta degli imputati, dirigenti della società che gestisce il servizio GoogleVideo (e YouTube) su cui è stato caricato il noto video che riproduceva un caso di vessazione ai danni di un ragazzo down (o, secondo altri, autistico) perpetrato all’intenro di un istituto scolastico torinese, poi diffuso a livello planetario sulla nota piattaforma di videosharing.

Il 25 novempre 2009, come preannunciato, si è svolta l’ultima udienza, nella quale il p.m. ha chiesto la condanna di 3 dei 4 dirigenti di Google ad un anno di reclusione e, per il quarto, la condanna a sei mesi.

Più precisamente, come riporta un resoconto di la Repubblica,

Si tratta del primo processo a carico di dirigenti del più famoso motore di ricerca al mondo, relativo alla pubblicazione di contenuti sul web. In particolare, i pm hanno chiesto la condanna a un anno di reclusione per David Carl Drummond, ex presidente del Cda di Google Italy e ora senior vice presidente, per George De Los Reyes, ex membro del cda di Google Italy e ora in pensione, e per Peter Fleitcher, responsabile delle strategie per la privacy per l’Europa di Google Inc. Per Arvind Desikan, responsabile del progetto Google Video per l’Europa, invece, l’accusa ha chiesto una condanna a sei mesi di reclusione.

(…)

Il video  (…) venne girato a fine maggio 2006 e caricato su Google Video l’8 settembre 2006, dove rimase online fino al 7 novembre. Il filmato era inserito nella categoria ‘Video piu’ divertentì ed era arrivato al 29/o posto dei video più cliccati, con 5500 contatti

Come già rimarcato, uno dei punti critici dell’accertamento in fatto sembrerebbe essere quello relativo al tempo intercorso tra le prime segnalazioni e la rimozione definitiva del filmato.

Alla precedente udienza del 29 settembre 2009, in cui v’è stata la testimonianza dell’Ing. Jeremy Doig, si sarebbe discusso (a porte chiuse) anche in ordine al rapporto tra segnalazioni e rimozione del filmato, così come riportato da TG24 di SKY.it.

Sul punto, infatti, l’accusa ritiene che vi sarebbero state delle segnalazioni in precedenza da parte degli utenti e i  responsabili del servizio di GoogleVideo non le avrebbero inzialmente prese in considerazione.

Tale circostanza, se confermata, potrebbe incidere in maniera rilevante sul giudizio relativo alle responsabilità di Google.

Si tratta comunue di un accertamento nel merito, che deve essere demandato nell’aula in cui si celebra il processo. Trattandosi poi di processo a porte chiuse, si comprende bene che qualsivolgia giudizio in ordine alle modalità su come siano effettivamente andate le cose sembra fuori luogo. Così, anche una valutazione delle responsabilità giuridiche di Google sembra fuori luogo, almeno fino a quando non venga emanata la sentenza. Sinceramente mi sembra fuori luogo, a maggior ragione, anche un giudizio etico sull’operato di Google.

Recentemente è apparso, su La Stampa, un appassionato commento di Luciano Floridi, nell’articolo dal titolo “La Lezioni Etica di Google Vs. Vividown“, che ha il grande pregio di far riflettere, ma che mi sembra basato su un errore di impostazione.

L’impalcatura del discorso poggia infatti su un presupposto: che il video incriminato sia stato rimosso immediatamente, appena giunte le segnalazioni. Tutto ciò, come detto, non appare scontato ed, anzi, è proprio uno dei punti che deve essere affrontato nel merito, dato che l’accusa parrebbe ritenere, al contrario, che vi sia stata un”inerzia di Google protratta nel tempo, pur a fronte di diverse segnalazioni dell’abuso pepetrato mediante la propria piattaforma.

Floridi, infatti, testualmente afferma:

Il processo a carico di Google, per il reato di concorso in diffamazione aggravata ai danni dell’associazione Vividown, va considerato alla luce di questa cultura della rete e della sua etica dell’informazione. Si tratta della triste vicenda del filmato, poi caricato su Google Video, in cui sono ripresi i maltrattamenti contro un ragazzo disabile. Nel video, uno dei ragazzi diffama l’associazione Vividown. Appena allertata, Google ha rimosso il video, collaborato attivamente con le forze dell’ordine, e offerto le proprie scuse pubblicamente. I bulli sono stati puniti.La famiglia del ragazzo ha scelto di non prendere parte al processo. Le domande etiche che sorgono sono: Google si è comportata bene? Qual è la sua responsabilità morale? (…)

Dopo tre chiarimenti che invito a leggere con attenzione, che mostrano di poggiare le argomentazioni sui presupposti appena trascritti (che vengono dati per pacifici pur senza esserlo), Floridi giunge alla sua conclusione:

Questi chiarimenti mostrano che Google si è comportata giustamente e in modo moralmente responsabile, in senso positivo, a favore del miglioramento dell’ambiente informazionale e per il genere di esistenza che vi si conduce al suo interno. Nello specifico: il comportamento di Google nel caso Vividown è lodabile moralmente e universalizzabile eticamente: tutti dovrebbero prendere esempio dalla sua condotta, che soddisfa principi etici basilari.

 Mi chiedo però se, prima di esprimere una valutazione etica, non sia il caso di verificare i presupposti che sorreggono il giudizio etico. Potrà accadere che il giudizio penale, che si celebra a porte chiuse per volontà degli imputati, confermi i presupposti da cui muove Floridi, ma dato che sono in corso di accertamento in sede processuale, almeno fino alla sentenza sarebbe il caso di essere un po’ più cauti.

Mi chiedo (e lo chiedo anche a Luciano Floridi): se dovesse risultare confermata la tesi secondo cui il video sarebbe stato rimosso non immediatamente, a seguito delle prime segnalazioni, bensì solamente dopo un significativo lasso di tempo, la lezione etica nei confronti di Google rimarrebbe la stessa?

Vero è che il caso, che non pare abbia precedenti, è di estrema importanza, perché aiuta a ragionare sulla soluzione auspicabile in astratto, per giungere all’importante risultato di delinerare le migliori regole (anche giuridiche) per risolvere fattispecie analoghe a questa. Mi sembra importante arrivare presto ad un allineamento tra esigenze sociali, etica e diritto. In questo discorso interdisciplinare, l’apporto di Floridi, che è studioso attento e apprezzato, è indiscutibilmente prezioso. 

Fabio Bravo

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Google e la magistratura italiana nel dibattito sul ruolo e sulle responsabilità dei providers

In un articolo di Luigi Ferrarella per il Corriere della Sera è stata diffusa la notizia della presa di posizione amara di Google di fronte alle necessità sollevate dalle autorità giudiziarie italiane.

Il tema principale riguarda la conservazione dei dati e l’accesso agli stessi da parte della magistratura, al fine di individuare responsabili e responsabilità nei procedimenti relativi ad illeciti commessi su Internet.

In tempi relativamente recenti, però, non è un mistero che la Procura di Milano ha deciso di rinviare a giudizio quattro dirigenti di Google per i reati connessi alla divulgazione, su GoogleVideo/YouTube, di un filmato che riproduceva le vessazioni perpetrate ai danni di un ragazzo Down da parte dei propri compagni di classe. Ne abbiamo parlato ampiamente in questo blog e continuiamo a seguire da vicino la vicenda. 

La fornitura dei servizi approntati da Google, tuttavia, è particolarmente complessa e i dati trattati da Google, necessari per le indagini o per finalità probatorie, non si limitano solo a quelli relativi al videosharing.

Così, nella primavera di quest’anno, la Procura di Milano ha inviato a Google una specifica richiesta volta a conoscere le “procedures and policies” (le linee guida) osservate in relazione al trattamento dei dati acquisiti nello svolgimento dei servizi, al fini di verificare le possibilità di interazione per l’individuazione degli autori degli illeciti e per l’accertamento dei fatti su cui la magistratura di volta in volta intende procedere.

Ne sarebbe emerso un quadro inaspettato. Come riportato dal Corriere della Sera,

La risposta è quel­la che ora il procurato­re aggiunto della Re­pubblica di Milano, Cor­rado Carnevali, in una lettera, ha inoltrato a tutti i pm della Procura, indican­dola come «non conforme al diritto italiano sotto più profili».

Uno è che Google conser­va solo per 30 giorni i dati degli account@gmail, il che, scrive Carnevali, «non ha alcuna giustificazione in diritto e comporta, per la sua brevità, un evidente pre­giudizio agli accertamenti informatici a fini investigati­vi». Solo 30 giorni invece dei 12 mesi che la normati­va italiana (decreto legislati­vo 30 maggio 2008, n. 109 che ha attuato la direttiva comunitaria 2006/24) preve­de per la conservazione dei dati attinenti al traffico tele­matico. E per l’autorità giu­diziaria milanese, Google Inc. dovrebbe «essere sog­getta alla normativa italia­na, visto che rivolge i propri servizi (anche) verso cittadi­ni italiani e comunitari».

Così come «ugualmente incomprensibile e priva di fondamento in diritto» ap­pare alla Procura «la policy di Google che limita la co­municazione dell’Ip associa­to al sottoscrittore ove esso non sia relativo a un Paese dell’Unione europea, dal momento che costituisce circostanza notoria come un qualsiasi cittadino (an­che italiano) possa utilizza­re, nella sua azione crimino­sa, macchine cosiddette bu­cate, localizzate in Stati al di fuori dell’Unione euro­pea: anche qui ci troviamo di fronte a un ulteriore pre­giudizio per gli accertamen­ti informatici a fini investi­gativi».

Ma davvero ardita appare la dichiarazione di Google di subordinare alla «propria discrezione» la scelta se co­municare o no i dati ai magi­strati anche «in presenza di specifiche circostanze di emergenza che implicano imminente pericolo di mor­te»: una scelta di cui il pro­curatore Carnevali, nella let­tera, prende atto «con pro­fondo sconforto».

L’articolo di Luigi Ferrarella non è rimasto privo di effetti.

Subito Google ha replicato con perplessità, senza tuttavia smentire i contenuti, chiarando (come riportato su Sky.it da Gabriele De Palma):

“Non comprendiamo perché si  parli di braccio di ferro con le autorità giudiziarie italiane. Abbiamo sempre dimostrato piena cooperazione con le autorità nazionali di pubblica sicurezza fornendo le informazioni richieste con  estrema accuratezza e sollecitudine”. “Abbiamo sempre collaborato per l’individuazione di gesti criminosi e, nello stesso tempo, per la tutela della privacy dei cittadini onesti”.

Questo vivace confronto si sviluppa proprio a ridosso dell’udienza relativa al “Processo a Google”, rinviata dal 23 giugno scorso ad oggi per l’assenza dell’interprete. 

Il caso è di particolare interesse, perché le norme, generali ed astratte, necessitano di essere applicate, discusse, criticate (positivamente o negativamente) per vedere se portano in sè principi giusti e regole efficienti, ovvero se meritano di essere corrette, modificate o diversamente interpretate. Le pronunce giurisprudenziali fanno parte di questo meccanismo democratico di stabilizzazione nell’applicazione delle norme, processo nel quale interviene anche la dottrina che, a livello scientifico, si occupa del tema, oltre al mondo imprenditoriale, al mondo politico ed ai cittadini che, con il loro dibattito (in un confronto democratico reso possibile con il web 2.o), possono contribuire sensatamente alla maturazione delle idee, apportanto il proprio contributo.

Il processo a Google, in realtà, non è il primo caso in cui un provider è chiamato a rispondere in proprio, in sede penale, per ipotesi di reato connesse agli illeciti perpetrati da chi si avvale dei propri servizi.

Una recente sentenza, al riguardo, ha escluso il concorso del provider nel reato di sfruttamento della prostituzione, in una fattispecie in cui lo stesso aveva supportato la registrazione e la manutenzione del nome a dominio di un sito a luci rosse, ospitandolo sui propri server (anche tale caso, in realtà, meriterebbe di essere attentamente commentato. Le notizie reperibili, allo stato, non sono però di ampio respiro e sarebbe preferibile accedere al testo della sentenza, che sicuramente fa leva sull’applicazione del regime di responsabilità del provider delineato dal d.lgs. 70/2003 sul commercio elettronico. Sul punto mi ripopongo di tornare con riflessioni più diffuse).

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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Processo a Google. Udienza del 21 aprile 2009. La competenza resta a Milano

Il 21 aprile 2009, ieri, presso il Tribunale di Milano si è svolta l’udienza del c.d. caso «Google».

Tale caso, come ricorderete, è relativo alla contestata responsabilità penale dei quattro dirigenti della società che gestisce i servizi Internet offerti sotto il marchio «Google», invocata con riguardo al caso di diffusione del filmato vessatorio nei confronti del ragazzo down vittima di cyberbullismo e, delle contestuali azioni diffamatorie verso l’associazione Vividown. La fattispecie, come contestata dalla Procura, assumerebbe rilevanza anche in relazione ai reati connessi all’illecito trattamento di dati personali (privacy).

Per una riscostruzione della vicenza e delle precedenti fasi processuali si rinvia a quanto già scritto nei post precedenti [dal più recente al meno recente: 1, 2, 3, 4 e 5].

Per tale udienza si attendeva la pronuncia del Giudice innanzi al quale è pendente il procedimento, per dirimere le eccezioni relative al difetto di giurisdizione e di compentenza del Tribunale di Milano, in favore della giurisdizione statunitense o del Tribunale di Torino, ovvero di quello di Roma.

Apprendo che il Tribunale di Milano ha deciso di disattendere le eccezioni processuali finora avanzate dalla difesa, lasciando radicare a Milano la compentenza, salvo non emergano nel prosieguo ulteriori elementi.

Nell’ordinanza, come riportato da Federico Cella nel bog «Vita Digitale», osptitato sul sito del Corriere della Sera, il Giudice Dott. Magi ha statuito che

«al momento la competenza territoriale è a Milano, perchè per la struttura del reato (trattamento illecito dei dati personali) bisogna valutare non solo l’emissione dei dati, ma anche la distribuzione, la diffusione e l’organizzazione e le scelte decisionali dell’azienda. La sede legale di Google Italy è a Milano. Secondo il giudice inoltre è indicativo anche il fatto che le indagini siano state condotte a Milano.

Nella sua ordinanza Magi ha spiegato però anche che “tale valutazione è parziale e limitata” e potrebbe mutare nel corso della dialettica processuale»

Dalla medesima fonte si apprende anche che

«I Pm Alfredo Robledo e Francesco Cajani hanno depositato una nuova consulenza tecnica e i difensori dei dirigenti di Google hanno chiesto un termine per visionare la perizia e decidere se chiedere o meno il rito abbreviato».

L’esigenza del rito abbreviato, però, potrebbe essere dettata, olrte che da un più contenuto rischio in ordine all’entità della pena comminabile (che si ridurrebbe di un terzo), anche da altre esigenze, legate alla necessità di contenere l’impatto mediatico che l’apertura del dibattimento inevitabilmente produrrebbe.

La prossima udienza è fissata per il 5 maggio 2009.

Attendiamo gli sviluppi.

Fabio Bravo

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Processo a Google. Le eccezioni pregiudiziali

All’udienza celebratasi ieri (25.3.09) nel processo che vede il coinvolgimento di Google in sede penale, a seguito dell’episodio di cyberbullismo a danno di un ragazzo affetto dalla sindrome di Down, innanzi al  Tribunale di Milano, nella persona del giudice Oscar Maggi, sarebbero state nuovamente discusse le eccezioni pregiudiziali, tra cui quelle volte a far dichiarare:

a) il difetto della giuridisdizione italiana, in favore di quella statunitense ed in particolare della California (ove Google avrebbe i server su cui ospita i video caricati sulla piattaforma GoogleVideo e svolgerebbe, altresì, le operazioni di trattamento dei dati);

b) il difetto di competenza territoriale del Tribunale di Milano, in favore di quello di Torino (luogo ove sarebbe avvenuto l’uploading del file messo in condivisione sulla piatatforma GoogleVideo);

c) il difetto di competenza territoriale del Tribunale di Milano – in relazione all’ipotesi di concorso in diffamazione - in favore del Tribunale di Roma (luogo in cui sembrerebbe essere stato per la prima volta notato il video in questione da parte di un blogger).

Ricorderete che alla precedente udienza del 17 marzo 2009 era stata rigettata l’eccezione relativa ai vizi della querela sporta dall’associazione Vividown.

Il Giudice, nel riservarsi ogni decisione, ha comunque differito l’udienza al 21 aprile 2009, nella quale si attenderà la lettura dell’ordinanza con cui verranno decise le eccezioni pregiudiziali sollevate nel corso del processo ed ancora non risolte.

Sul punto si veda l’articolo «Internet, disabile vessato in rete. Google vuole processo a Torino», pubblicato senza firma su L’Unione Sarda.

Sconcerta, per la verità, la difficoltà di reperire molteplici fonti sull’argomento, come a registrare non solo un preoccupante calo di attenzione da parte delle testate giornalistiche on-line, ma anche dei blogger.

Eppure il caso in questione, per le implicazioni che ha sotto il profilo giuridico, riveste un’importanza notevole ed è bene che se ne parli.

Fabio Bravo

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