P2P. Dopo Peppermint, il caso di Jammie Thomas Rassett. Emanata la sentenza di appello

Ricordate il caso italiano (ma non solo italiano) associato al nome Peppermint?

E’ noto come non sia un caso isolato.

La tracciabilità degli indirizzi IP porta all’uso di tecniche investigative legate al monitoraggio della rete ed al tracciamento dei dati.

 Tali tecniche, comunemente usate dalle forze dell’ordine per la repressione dei reati on-line, vengono però utilizzate anche da imprese private che, per conto delle major, individuano gli utenti finali (coloro che scaricano e condividono in file sharing opere protette dal diritto d’autore) al fine di proporre loro una “transazione” (con pagamento di somma elevata a fronte dell’azione illecita commessa, a volte in cambio di non denunciare l’accaduto alle forze dell’ordine o alla magistratura competente, per reati che tra l’altro sono spesso procedibili d’ufficio).

Per chi rifiuta la “transazione”, scatta la denuncia alle forze dell’ordine o all’autorità giudiziaria, con apertura di un procedimento penale e possibilità di costituzione di parte civile da parte della major, detentrice dei diritti esclusivi, che sarebbe danneggiata dall’operazione di file sharing di materiale autorale protetto.

La cronaca di questi giorni conferma che la prassi è reiterata, nonostante diversi dubbi, affrontati anche dal Garante per la privacy e da una più accorta giuriprudenza che, proprio sul caso Peppermint, re melius perpensa, alla fine ha negato al privato la possibilità di ottenere, dal provider, il nominativo associato all’IP di quei soggetti nei cui confronti v’è stata attività massiva di tracciamento on-line.

Ora il caso americano della Sig.ra Jammie Thomas Rassett, approdato alla sua decisione di appello, si è concluso con la condanna della stessa a pagare una multa di 1,9 milioni di dollari.

A parte l’importo esatto da versare, la storia di Jammie Thomas Rassett riapre il dialogo sulle modalità di acquisizione dei dati on-line, sulla liceità del tracciamento dei dati e sulle possibilità dei privati di organizzarsi per svolgere in proprio un’attività che normalmente, nel rispetto di determinate garanzie, spetta alle forze dell’ordine.

In questo articolo, che riporta la notizia di un primo processo annullato poi per vizi di forma, si leggono bene le circostanze che hanno portato all’apertura del procedimento a carico di Jammie Thomas Rassett:

(…) resta il fatto che Jammie Thomas, 30 anni, è la prima delle 256mila persone querelate dalla Recording industry of America (Ria) per non aver accettato un accordo che avrebbe permesso di risolvere la questione con una multa molto meno salata. La signora Thomas, nativa appartenente riserva di Mille Lacs Band of Ojibwe, ha sempre negato di aver scaricato illegamente musica utilizzando il software Kazaa e ha detto di essere stata per errore presa di mira da SafeNet, un’agenzia al servizio della major per monitorare il traffico su web di materiale protetto da copyright.

Tutto lascia presagire che anche in Italia la casistica su questi temi continuerà a far parlare presto di sè.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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