Internet e Human flesh search engine

Mi ha colpito l’articolo di Emanuela Di Pasqua per il Corriere della Sera, ove si denunciano gli effetti di quel particolare fenomeno denominato «Human flesh search engine», definito come

«l’abitudine di investigare sulle persone e di perseguitarle utilizzando informazioni reperite in una rete dove l’odio esplode in maniera virale e gli scritti rimangono (scripta manent) in modo molto più indelebile che fuori dalla rete».

La pagine presenti su Internet possono contenere informazioni e riferimenti personali, mettendo in luce, nel bene e nel male, anche storie e soggetti che altrimenti non avrebbero avuto nessuna visibilità.

La possibilità di pubblicare informazioni e contenuti sul web è ormai alla portata di tutti ed è operazione semplicissima, sotto il profilo tecnico, ed a bassissimo costo.

La possibilità di esprimere liberamente le proprie opinioni e di manifestare l’iberamente il proprio pensiero (ex art. 21 Cost.) diviene ora concreta e non più, come un tempo, limitata dalle possibilità di accesso ai media televisivi e alla stampa.

Non c’è, il più delle volte, una vera selezione dei contenuti da parte di una redazione giornalistica. Chi vuole scrive, pubblica, manda e diffonde notizie, opinioni, fatti, episodi, racconti.

Blog, social network, forum, chat ed altri mezzi consentono di veicolare informazioni che rimangono nel tempo, non si cancellano, permangono nel grande contenitore che è la rete e vengono facilmente recuperati dai motori di ricerca.

E’ capitato così che un post pubblicato in un blog abbia messo in evidenza le emozioni rivelate da una donna disperata per il tradimento del marito, prima di togliersi deliberatamente la vita (le emozioni erano state raccolte da un amico della donna in alcune confidenze fattegli prima del suicidio).

Il caso è rimbalzato da un blog ad un altro, da un sito ad un altro, da una pagina della rete all’altra, producendo una vera e propria mobilitazione di massa che, per mezzo della rete, si è tradotta in una vera e propria ossessione per il marito della donna, trovatosi di fronte all’accanimento della gente, producendo un vero e proprio fenomeno di cyberviolenza collettiva.

Sulla storia e sulle modalità di attuazione della cyberviolenza collettiva, che merita di essere più attentamente esaminata sotto il profilo criminologico e vittimologico, rimando all’articolo di Emanuela Di Pasqa, già citato.

Vorrei però porre l’attenzione su un aspetto particolare di tale fenomeno, quello della mobilitazione dell’opinione pubblica, che ora ha i mezzi non solo per reperire ossessivamente notizie ed informazioni su una determinata persona, dai blog ai social networks, ma anche per colpirla nella sua immagine, nella sua identità sociale, nella sua vita lavorativa ed in quella personale.

E’ un fenomeno, quello dello «Human flesh search engine», che probabilmente sarà destinato ad aumentare. Fa parte del mutamento sociale che stiamo viveno nella nostra società dell’informazione (information society) e che dovremo imparare a riconoscere e gestire, anche sotto il profilo giuridico.

E’ un fenomeno, mi piace sottolienarlo, che attiene alla protezione dei dati personali e che evoca a gran voce l’iniziale percorso che aveva portato all’affermazione del «diritto alla privacy» originariamente inteso come «The Right to be let alone», teorizzato da Warren e Brandeis nell’articolo apparso sulla Harvard Law Review nel 1980, ed ora come diritto al controllo ed alla protezione dei propri dati personali, fatti oggetto di trattamento da parte di terzi.

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