Il Comitato Anti-Pirateria e la proposta di legge (della SIAE?)

Il Comitato “Anti-Pirateria”, com’è noto, è un’iniziativa presentata recentemente dal nuovo Governo. Istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, d’intesa con il Ministro per i beni e le attività culturali, ha come denominazione estesa ed ufficiale quella di “Comitato tecnico contro la pirateria digitale e multimediale”.

C’è stata una iniziale difficoltà a reperire on-line il decreto istitutivo di tale comitato, come rilevato da Marco Scialdone in questo suo post e nei relativi commenti, ma alla fine il Governo ha reso disponibile il provvedimento sul suo sito istituzionale ed ha approntato uno specifico dossier.

Il Comitato diversi compiti, tra cui quello di:

a) coordinare azioni per il contrasto al fenomeno della pirateria digitale e multimediale;

b) studiare e predisporre proposte normative;

c) analizzare ed individuare iniziative non normative, compresa l’eventuale stipula di appositi codici di condotta ed autoregolamentazione.

Dal decreto istitutivo del Comitato Anti-Pirateria (DPCM 15 settembre 2008, pubblicato in G.U. 13 ottobre 2008 n. 240) si evince subito l’impronta quasi esclusivamente istituzionale, che allarga il tavolo di confronto non a tutti i soggetti interessati al dialogo (come ad esempio le associazioni di categoria dei providers, quali l’Associazione Italiana Internet Providers – AIIP ed Assoprovider, o, per continuare nell’esempio, le associazioni degli utenti della rete o quelle dei consumatori), bensì solo ad alcune voci isolate e, come tali, in rappresentative dei molteplici interessi coinvolti, come rilevato ampiamente nella rete (si vedano, ad esempio, le osservazioni critiche di Luca Spinelli su Punto Informatico).

C’è stato, per la verità, un tentativo di delineare un approccio di coinvolgimento del “popolo della rete”, come per una democrazia elettronica converrebbe fare, tant’è che è stato inaugurato il forum moderato a cui chiunque può iscriversi, relativo al tema in questione, raggiungibile a questo indirizzo.

L’intento è buono, però alcune cose mi lasciano perplesso.

V’è infatti il rischio che il tavolo della discussione (instaurato attraverso il forum) sia solamente apparente.

Una conferma in tale direzione la si ha proprio analizzando la composizione del Comitato, che non lascia spazio, ad esempio, al settore industriale di chi si occupa di offrire i servizi di telecomunicazione e di accesso alla rete.

Un’altra conferma la si ha dal testo di una proposta di legge che, a pochi giorni dalla giornata celebrativa dell’insediamento del Comitato, sta già circolando in rete, attribuita alla SIAE che, guarda caso, ha una presenza significativa in tale Comitato.

Infatti, è stata diramata sul sito di Altroconsumo una bozza di proposta di legge, la cui parternità è stata attribuita proprio alla SIAE (che, è bene ricordarlo, prende parte al Comitato Anti-Pirateria). Per un sintetico commento si rimanda alle stimolanti osservazioni del collega Guido Scorza su Punto Informatico.

Per la verità la notizia è stata smentita dalla SIAE, che ne avrebbe disconosciuto la paternità.

Qualche dubbio, però, resta, visto che, come è stato commentato (su Punto-Informatico, ripreso anche da altra fonte), nelle “proprietà” del file in formato PDF diramato sul sito di Altroconsumo, l’autore risulterebbe essere proprio la SIAE (si legge “Author: siae”).

Di chiunque sia la proposta, c’è in ogni caso da riflettere.

A leggerne i contenuti c’è da rimanere un po’ perplessi, benché qualcosa di interessante possa essere recuperato, come ad esempio il punto n. 3 della “scaletta” iniziale, che contempla la necessità di rivedere l’intero sistema rendendo

“legittima e gratuita (per l’utente) la circolazione delle opere dell’ingegno nelle reti (occorre quindi disciplinare e non reprimere)”.

Tuttavia, il testo della proposta di legge sembra non tenere affatto conto del ruolo degli Internet Service Providers per lo sviluppo tecnologico.

La soluzione normativa che sembrerebbe essere stata caldeggiata dalla SIAE (a parte il ruolo che la stessa vorrebbe riservarsi ed accentuare con il testo proposto, da molti reputato anacronistico) penalizza drasticamente i fornitori dei servizi della società dell’informazione ed, in particolare, chi assicura agli utenti la connessione ad Internet e l’accesso alle informazioni.

Infatti, come si legge nella proposta di legge, il Parlamento dovrebbe dare al Governo la delega per emanare un provvedimento che preveda

l’attribuzione di specifici profili di diretta responsabilità civile, amministrativa e penale all’operato dei prestatori di servizi della società dell’informazione

e, cosa ancora più sconcertante, l’

attribuzione ai prestatori di servizi della società dell’informazione operanti su dette piattaforme telematiche di obblighi di controllo e rendicontazione ai fini di una corretta attribuzione delle remunerazioni ai corrispondenti titolari dei diritti sulle opere dell’ingegno

con

attribuzione di poteri di controllo alle Autorità di Governo ed alle Forze dell’ordine per la salvaguardia su tali piattaforme telematiche del rispetto di norme imperative (…)

tra le quali, ovviamente, quelle relative all’assolvimento degli obblighi da parte dei prestatori di servizi della società dell’informazione.

E’ chiaro che la proposta di legge deve essere emendata per tener conto del quadro comunitario, con particolare riferimento al principio delineato dalla Direttiva 2000/31/CE su taluni aspetti relativi alla prestazione dei servizi nella società dell’informazione (c.d. Direttiva sul commercio elettronico).

In particolare, tale direttiva, recepita dal nostro ordinamento con il D.Lgs. 70/2003, prevede espressamente un diverso livello di responsabilità a seconda del grado di coinvolgimento del provider nell’effettuazione del servizio, con obblighi di vigilanza che cono commisurati a tale livello di responsabilità.

Riporto di seguito gli articoli della direttiva che più interessano, per far comprendere meglio entro quali limiti rigorosi il testo di legge proposto dalla SIAE possa eventualmente trovare accoglimento, dovendo essere cassato per il resto.

Sezione 4: Responsabilità dei prestatori intermediari

Articolo 12 – Semplice trasporto (“mere conduit”)

1. Gli Stati membri provvedono affinché, nella prestazione di un servizio della società dell’informazione consistente nel trasmettere, su una rete di comunicazione, informazioni fornite da un destinatario del servizio, o nel fornire un accesso alla rete di comunicazione, il prestatore non sia responsabile delle informazioni trasmesse a condizione che egli:

a) non dia origine alla trasmissione;

b) non selezioni il destinatario della trasmissione;

c) non selezioni né modifichi le informazioni trasmesse.

2. Le attività di trasmissione e di fornitura di accesso di cui al paragrafo 1 includono la memorizzazione automatica, intermedia e transitoria delle informazioni trasmesse, a condizione che questa serva solo alla trasmissione sulla rete di comunicazione e che la sua durata non ecceda il tempo ragionevolmente necessario a tale scopo.

3. Il presente articolo lascia impregiudicata la possibilità, secondo gli ordinamenti degli Stati membri, che un organo giurisdizionale o un’autorità amministrativa esiga che il prestatore impedisca o ponga fine ad una violazione.

Articolo 13 – Memorizzazione temporanea detta “caching”

1. Gli Stati membri provvedono affinché, nella prestazione di un servizio della società dell’informazione consistente nel trasmettere, su una rete di comunicazione, informazioni fornite da un destinatario del servizio, il prestatore non sia responsabile della memorizzazione automatica, intermedia e temporanea di tali informazioni effettuata al solo scopo di rendere più efficace il successivo inoltre ad altri destinatari a loro richiesta, a condizione che egli:

a) non modifichi le informazioni;

b) si conformi alle condizioni di accesso alle informazioni;

c) si conformi alle norme di aggiornamento delle informazioni, indicate in un modo ampiamente riconosciuto e utilizzato dalle imprese del settore;

d) non interferisca con l’uso lecito di tecnologia ampiamente riconosciuta e utilizzata nel settore per ottenere dati sull’impiego delle informazioni;

e) agisca prontamente per rimuovere le informazioni che ha memorizzato, o per disabilitare l’accesso, non appena venga effettivamente a conoscenza del fatto che le informazioni sono state rimosse dal luogo dove si trovavano inizialmente sulla rete o che l’accesso alle informazioni è stato disabilitato oppure che un organo giurisdizionale o un’autorità amministrativa ne ha disposto la rimozione o la disabilitazione dell’accesso.

2. Il presente articolo lascia impregiudicata la possibilità, secondo gli ordinamenti degli Stati membri, che un organo giurisdizionale o un’autorità amministrativa esiga che il prestatore impedisca o ponga fine ad una violazione.

Articolo 14 – “Hosting”

1. Gli Stati membri provvedono affinché, nella prestazione di un servizio della società dell’informazione consistente nella memorizzazione di informazioni fornite da un destinatario del servizio, il prestatore non sia responsabile delle informazioni memorizzate a richiesta di un destinatario del servizio, a condizione che detto prestatore:

a) non sia effettivamente al corrente del fatto che l’attività o l’informazione è illecita e, per quanto attiene ad azioni risarcitorie, non sia al corrente di fatti o di circostanze che rendono manifesta l’illegalità dell’attività o dell’informazione;

b) non appena al corrente di tali fatti, agisca immediatamente per rimuovere le informazioni o per disabilitarne l’accesso.

2. Il paragrafo 1 non si applica se il destinatario del servizio agisce sotto l’autorità o il controllo del prestatore.

3. Il presente articolo lascia impregiudicata la possibilità, per un organo giurisdizionale o un’autorità amministrativa, in conformità agli ordinamenti giuridici degli Stati membri, di esigere che il prestatore ponga fine ad una violazione o la impedisca nonché la possibilità, per gli Stati membri, di definire procedure per la rimozione delle informazioni o la disabilitazione dell’accesso alle medesime.

Come si vede bene, il regime applicabile relativo alla responsabilità di chi offre Servizi della società dell’informazione, è articolato in maniera «scalare», nel senso che non garantisce automaticamente un’esenzione da responsabilità dell’Internet Service Providers (sia esso Access Service Providers; Content Service Providers; etc.). Prevede diversi livelli di attività e per ciascun livello stabilisce le condizioni entro le quali il Provider non può ritenersi responsabile delel informazioni trattate . È chiaro che, ove non vengano rispettate le anzidette condizioni, la responsabilità torna ad essere configurabile. Non c’è pertanto una esenzione tout court.

In ogni caso, però, la direttiva comunitaria, che è volta ad uniformare le legislazioni nazionali di tutti gli Stati membri della Comunità europea, stabilisce che in nessuna delle tre modalità di svolgimento dei servizi previste (mere conduit, caching, hosting) gli Stati membri possano imporre ai Providers un «obbligo generale» di sorveglianza sulle ingormazioni che trasmettano o memorizzano, né un obbligo di farsi parte attiva nella ricerca di fatti o circostanze che possano far rilevare la presenza di illeciti compiuti tramite i loro servizi.

Anche qui occorre fare un distinguo.

La direttiva, si noti bene, non vieta agli Stati membri di introdurre un qualsiasi obbligo di sorveglianza ai Providers, ma solamente di introdurre un «obbligo generale» di sorveglianza. Per come è articolato il testo della direttiva, l’obbligo di sorveglianza potrebbe essere introdotto per esigenze puntuali e specifiche.

È chiaro che, nonostante l’astratta possibilità giuridica di introdurre obblighi specifici di soverglianza, occorre ponderare bene se ciò convenga o no, dato che gli effetti potrebbero essere destabilizzanti per il sistema delle telecomunicazioni e disincentivanti per il progresso tecnologico.

Un obbligo del genere costringerebbe i provider a sopportare costi eccessivi e responsabilità per omessa vigilanza, con relative sanzioni, che potrebbero portare al collasso l’intero sistema delle telecomunciazioni, stante l’estrema difficoltà, se non l’impossibilità, di un controllo volto a prevenire tutte le ipotesi di illecito o ad individuarle qualora commesse.

Se un obbligo di sorveglianza dovesse essere posto certo è difficile condividere che debba essere posto a favore dell’industria che acquisisce dagli autori la titolarità dei diritti sulle opere dell’ingegno, essendoci ben altre priorità, prime tra tutti quella relativa alla tutela dei minori ed al rischio che gli stessi possano essere vittima di abusi.

Alcune scelte normative vanno ponderate bene. Può infatti continuare a farsi buon uso della possibilità offerta agli Stati membri, stabilita al comma 2 del medesimo art. 15 della Direttiva 2000/31/CE sul commercio elettronico, di imporre ai Providers l’obbligo di informare con immediatezza le pubblica autorità in ordine a «presunte attività o informazioni illecite dei destinantari dei loro servizi», oltre all’obbligo di comunicare, a richiesta delle autorità competenti, le informazioni che permettano «l’identificazione dei destinatari dei loro servizi con cui hanno accordi di memorizzazione dei dati».

Ecco di seguito la trascrizione dell’articolo in questione.

Articolo 15 – Assenza dell’obbligo generale di sorveglianza

1. Nella prestazione dei servizi di cui agli articoli 12, 13 e 14, gli Stati membri non impongono ai prestatori un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni che trasmettono o memorizzano né un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite.

2. Gli Stati membri possono stabilire che i prestatori di servizi della società dell’informazione siano tenuti ad informare senza indugio la pubblica autorità competente di presunte attività o informazioni illecite dei destinatari dei loro servizi o a comunicare alle autorità competenti, a loro richiesta, informazioni che consentano l’identificazione dei destinatari dei loro servizi con cui hanno accordi di memorizzazione dei dati.

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