Foto scattate da medici e infermieri sul posto di lavoro. Privacy e Facebook

Nel precedente post ho segnalato la guida divulgativa del Garante per la privacy sull’uso corretto dei social network, nonché sugli ammonimenti relativi agli «effetti collaterali».

Mi voglio soffermare sulla casistica significativa, al fine di comprendere meglio il rischio connesso all’uso disinvolto di facebook e di altri social networks.

Il 14 maggio 2009, con una notizia richiamata in prima pagina corredata di foto parzialmente oscurata, il Corriere della Sera (edizione cartacea), con un articolo a firma Germano Antonucci, dal titolo «I pazienti intubati finiscono su Facebook», segnalava il caso dell’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine, che ha visto protagonista un’infermiera.

Quest’ultima, infatti, avrebbe pubblicato su Facebook, nel proprio profilo, fotografie scattate nell’ambito del servizio svolto in detto ospedale. Oltre ad altri colleghi infermieri e a medici in servizio, però, le foto riprendono anche pazienti, alcuni dei quali addirittura intubati.

La segnalazione sarebbe giunta ad un lettore del Corriere.it

I risvolti sono tanti.

C’è la palese violazione della privacy dei pazienti, con diffusione on-line di dati sensibili, relativi allo stato di salute. C’è un problema di tutela della dignità delle persone, ritratte nel momento in cui sono particolarmente vulnerabili.

Ci sono poi ulteriori aspetti.

Alcune foto ritraggono, per esempio, anche medici che si sono visti pubblicare le proprie foto on-line, accanto alle altre foto con i pazienti intubati. Sorge dunque un problema legato alla loro reputazione, considerando il clamore e l’indignazione che la notizia suscita.

Nel quotidiano, si pensi, Antonucci riporta le dichiarazioni di un medico dell’Ospedale di Udine, il quale precisa:

«Io mi sono lasciato fotografare con piacere, ma non avrei mai permesso che le mie immagini finissero in Rete. Volevo soltanto che fossero conservate dalla collega o dal collega. Chi ha deciso di mettere tutto in Rete ha fatto un torto anche a me. Ma soprattutto lo ha fatto ai nostri pazienti. Se fossi uno dei loro familiari, sarei incavolato nero».

C’è poi un’altra questione, sottolineata dal medesimo medico, il quale puntualizza:

«Questo è un reparto ad altissima intensità di lavoro. Spero soltanto che il responsabile non abbia utilizzato i computer dell’ospedale per i suoi passatempi personali».

Si può vedere che la questione attiene anche alla connessione tra privacy, informatica e rapporti di lavoro.

La notizie diffusa dal Corriere della Sera ne richiama un’altra ancora più grave, che ha visto protagonista un’infermiera del pronto soccorso dell’ospedale piemontese delle Molinette.

La notizia, diffusa agli inizi del 2009, ha fatto molto scalpore perché l’infermiera ha caricato fotografie che la ritraevano con una collega sorridente accanto ad un paziente ubriaco disteso a pancia scoperta sul lettino di ospedale e sulla fotografia appare una scritta aggiunta con un programma fotoritocco, nella quale si legge «son ciucco perso».

L’alternarsi di episodi analoghi, che passano alla ribalta della stampa a distanza di qualche mese, rende evidenza della assoluta noncuranza (ovvero della profonda sottovalutazione) degli «effetti collaterali» di facebook e di altri social network.

Proprio il caso delle Molinette ci lascia spunti di riflessioni in più, soprattutto per quanto emerge dalla significativa intervista, pubblicata su La Stampa, che Marco Accossato ha rivolto all’infermiera che ha caricato tali foto sul proprio profilo attivato su Facebook.

Merita di essere riportata nei suoi passaggi più importanti, rinviando agli altri articoli di Accossato [1, da cui è possibile vedere la foto in questione, parzialmente oscurata – 23] per un commento:

Come le è venuto in mente di pubblicare l’immagine commentata di un paziente in sala visita?

«Credevo che nessuno potesse vederla, oltre ai miei “amici di Facebook”, quello che ho selezionato».

Sbagliato. E comunque non è una giustificazione.

«Deve essere colpa di un hacker che l’ha rubata dal mio profilo e l’ha pubblicata. Mi ricordo di averla tolta, alcuni giorni fa. Hanno leso la mia privacy».

Sosterrà questo, in commissione disciplinare? Sarà la sua difesa?

«Dirò semplicemente che ho sbagliato e chiederò scusa. Non c’è altro da aggiungere. E poi non ho fatto nulla di nascosto: altri, in ospedale, sapevano che scattavo foto, e altri sapevano che mettevo anche quell’immagine su Facebook. Chiedo scusa davvero, a tutti. Io lavoro alle Molinette da quindici anni, mi reputo una brava infermiera, non ho mai ricevuto un rimprovero né un richiamo ufficiale. Mai una denuncia. Mi creda, sono brava».

Anche una brava fotografa, direi. Ha caricato lei quell’immagine dell’ubriaco?

«Non ricordo… non so… forse sì».

Come può non ricordare?

«Ne ho scattate altre».

L’ha ritoccata lei? Ha scritto “Son ciucco perso” sull’immagine incriminata?

«Non so che cosa risponderle».

La verità.

«Non so, non vorrei mettere in difficoltà qualcuno. Non le rispondo».

Il Garante della privacy ha disposto un’inchiesta. Manderà gli ispettori a Torino.

«Mai avrei pensato a tutto questo pasticcio. Sono così sconvolta che ho subito cancellato il mio profilo da Facebook. Non ci sono più, sul sito».

Da un eccesso all’altro, non pensa? Sarebbe bastato non pubblicare quelle foto chiaramente offensive. O toglierle.

«Giuro che non metterei mai l’immagine di un malato su Internet. Mai».

Scusi, come giudica un uomo ubriaco? Come lo definirebbe?

«Lei non sa come ci trattano, in pronto soccorso, i pazienti di questo genere. Ci dicono di tutto».

Il che l’autorizza a offenderli? Magari quell’uomo era «ciucco perso» per qualche ragione che non è l’alcolismo. Forse era disperato per qualcosa. In ogni caso: come può giudicare? Lei è un soccorritore e lui una persona che aveva bisogno di aiuto…

«Ha ragione, è vero. Non so che cosa dire. Ripeto che ho sbagliato, io sono una brava infermiera».

Lo dicono anche in ospedale. Anche il suo primario.

«Nessun paziente si è mai lamentato di me».

Che cosa pensa dell’infermiera che, sulla foto finita ieri sul giornale, ride accanto a quell’uomo ubriaco in barella?

«Non dico cose che riguardano altri colleghi. Penso a me stessa».

Settanta foto sono una discreta collezione online. Si rende conto che si espone a un’altra critica? Il tempo per scattare non sarà tempo tolto ai pazienti?

«Ci sono momenti in cui l’afflusso di pazienti in pronto soccorso è tale, e la nostra attività è talmente piena, che si cerca di tirarsi su. Siamo ogni giorno a rischio burn-out, alleggerire la tensione è fondamentale. Non dico che ridiamo dei pazienti e delle loro disgrazie, ma una foto un po’ ridicola tra noi, uno scatto a sorpresa che fa sorridere, aiuta ad allentare la tensione. E’ importante».

Entro un certo limite. Che lei ha superato.

«Ne pagherò le conseguenze»

L’esempio della casistica illustra bene le preoccupazioni del Garante per la privacy.

L’impatto sociale dei social network è impressionante e pieno di implicazioni sotto il profilo del diritto delle nuove tecnologie, a cui da sempre mi rivolgo con attenzione.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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