Privacy, foto di minore e Gruppo di Facebook che inneggia al tiro al bersaglio contro i bambini down. Prospettive risarcitorie

Ha fatto discutere molto in questi giorni il Gruppo di utenti attivato su Facebook con il titolo “Giochiamo al tiro a bersaglio con i bambini down”.

I media ne hanno dato molto risalto.

Vorrei condividere alcune riflessioni in proposito. Sono diverse, inizio dalla prima, rimandando ad altri post le ulteriori annotazioni sull’argomento.

Nel riportare la notizia del Gruppo su Facebook contro i bambini down, molti media (testate cartacee e on-line, blog, TG, etc.) hanno riportato la triste immagine che campeggiava sull’homepage del gruppo, in cui v’era un primissimo piano di un bambino down in tenera età, riconoscibile, con la scritta “scemo” in stampatello sulla fronte ed una didascalia: “E’ l’unica fine che meritano questi parassiti”.

L’ansia di dare notizia spesso trascura le norme poste a difesa dei diritti fondamentali della persona, tra i quali è da annoverare il diritto alla protezione dei dati personali (privacy), considerato spesso a torto un orpello eccesivo o un inutile impedimento di natura burocratica. Ovvio che la dignità di quel bambino, già profonadmente lesa, deve essere salvaguardata fino in fondo, anche dalle testate giornalistiche che riportano la notizia criticando pesantemente i fatti.

Tra i diversi illeciti perpetrati con la creazione del Gruppo in questione, v’è sicuramente anche quello relativo al trattamento illecito dei dati personali, che ha una sua primaria rilevanza in sede civile con il riconoscimento al risarcimento dei danni anche non patrimoniali ai sensi e per gli effetti dell’art. 15 Codice privacy.

Il trattamento illecito del dati relativi al minore ritratto il foto e denigrato pubblicamente con scritta diffamatoria, è però da apprezzare sotto diversi aspetti.

Innanzitutto l’illecito mi sembra perpetrato indiscutibilmente dai fondatori e amministratori del sito, per ora noti come “Il signore della notte” e “Il vendicatore mascherato”.

Non mi pare possibile, allo stato, ravvisare una responsabilità anche del provider (società americana che gestisce Facebook), dato che, salvo non emergano diversi elementi, la rimozione dei contenuti è avvenuta tempestivamente, nel giro di un giorno lavorativo se non erro.

C’è però dell’altro sotto il profilo risarcitorio.

Nel riportare la notizia, infatti, il diritto di cronaca non può spingersi fino alla reiterazione parziale dell’illecito, tramite la diffusione dell’immagine in questione, considerata come illecito maniera espressa anche dal codice deontologico dei giornalisti relativo al trattameno dei dati personali (cfr. art. 7), ma ovviamente già desumibile dall’impianto normativo primario posto a tutela i dati personali e, direi, anche dell’onore e della reputazione della persona, anche se minore.

La normativa penalcodicistica ha una parte importante con riferimento all’ipotesi della diffamazione, più che dell’ingiuria (a cui fa invece riferimento il Garante per la privacy nel comunicato stampa riportato di seguito).

Basti pensare che sull’argomento è stato necessario un intervento ad hoc del Garante per la privacy che ha invitato a non rendere visibile il volto o ad “oscurarlo” tramite alterazione dei pixel.

Mi sembra utile riportare l’intero comunicato del Garante per la protezioen dei dati personali, al fine di darne più ampio risalto, visto che ad oggi le immagini continuano a circolare in rete:

Gruppo choc su Facebook: Garante privacy, anche quella foto lede la dignità della persona

L’Autorità Garante per la privacy prende atto che il gruppo choc su Facebook contro i bambini down è stato doverosamente e tempestivamente oscurato.

Nello spazio utilizzato dal gruppo appariva anche la foto di un neonato con una scritta ingiuriosa sulla fronte. L’immagine è stata ripresa da alcune testate, seppur in un contesto di generale riprovazione di quanto accaduto, senza l’adozione di accorgimenti che la rendessero anonima.

A tale riguardo, l’Autorità invita i mezzi di informazione che intendano documentare questo grave episodio – agenzie di stampa, giornali, quotidiani on line, Tg – ma anche gruppi attivi su Internet, a non rendere in alcun modo riconoscibile il bambino oggetto dello sfregio, avendo l’accortezza di oscurarne o pixelarne adeguatamente il volto.

La foto, al di là della concreta possibilità di consentire l’identificazione del neonato, è in sé lesiva della dignità della persona.

Il Garante ha deciso, altresì, di inviare ai direttori di tutte le testate giornalistiche, sia dei quotidiani che delle tv, una lettera per richiamare al più scrupoloso rispetto dei principi sanciti dal Codice deontologico dei giornalisti e dalla Carta di Treviso, in particolare quando si tratta di dare notizie riguardanti minori e persone affette da problemi di salute.

Si evince chiaramente, dunque, anche la responsabilità di chi, per darne notizia o per esprimere la propria opinione, ha effettuato a propria volta il trattamento illecito di dati personali del minore ritratto nella foto da cui risulta, a parte lo stato di salute, la scritta denigratoria per di più associata al dato sensibile del soggetto riconoscibile, senza che siano apposte tecniche di oscuramento. Nel caso in cui si sia proceduto successivamente all’oscuramento del volto (anche tramite alterazione di pixel) o alla sostituzione della foto, è chiaro che le prospettive risarcitorie non vengono meno in relazione all’illecito venutosi comunque medio tempore a configurare.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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