FAPAV contro Telecom all'udienza del 10 febbraio 2010 presso il Tribunale di Roma

Com’è noto, FAPAV (Federazione AntiPirateria AudioVisiva) ha promosso innanzi al Tribunale di Roma, Sezioni Specializzate per la Proprietà Intellettuale, un ricorso ex art. 700 contro la Telecom Italia Spa, deducendo l’inerzia di tale società (nel suo ruolo di Internet Service Provider) di fronte ad innumerevoli illeciti che la FAPAV sostiene di aver riscontrato ai danni dei titolari dei diritti su opere protette da copyright. Il 10 febbraio scorso si è celebrata la prima udienza.

Gli illeciti riscontrati (tramite la CoPeerRight Agency, a cui la FAPAV si è rivolta prima dell’instaurazione del giudizio cautelare) sarebbero addirittura 2 milioni e 200 mila, dal 2008 ad oggi, con riferimento all’attività generata da 11 siti posti sotto continuo monitoraggio.

Così viene rivelato da Aldo Fontanarosa, nel suo articolo per Repubblica dal titolo “Spiato chi scarica gratis. Il Garante: privacy violata”, ove viene riportata la sintesi dell’udienza del 10 febbraio 2010:

La conferma di questo “pedinamento” – che scatena ora la reazione del Garante per la Privacy – è arrivata ieri nella stanza del giudice Antonella Izzo, al Tribunale Civile di Roma. Qui si sono presentati gli avvocati della Fapav. E’ la Federazione che combatte la pirateria audiovisiva. Proprio Fapav ha incaricato una società francese (la CoPeerRight) di tenere d’occhio 11 siti che regalano film e canzoni. Nel mirino dei controllori sono finiti soprattutto i navigatori che hanno visitato questi siti. La Fapav – dal 2008 ad oggi – ha accertato 2 milioni 200 mila casi di scarico illegale. E subito ne ha chiesto conto a Telecom. Chi scaricava era un abbonato di Telecom “tra il 57 e il 65% dei casi”.

Emerge, così, un’attività di controllo sistematico su 11 distinti siti, condotta per circa due anni (dal 2008 ad oggi).

L’attività di monitoraggio, effettuata in via automatica dalla CoPeerRight per conto della FAPAV, avrebbe accertato delle violazioni.

Qui emergono i principali problemi di tutta la vicenda:

1) innanzitutto v’è l’inquietante scenario che denota un monitoraggio continuo della rete, probabilmente al di fuori dei limiti fissati dalla normativa sulla protezione dei dati personali (si noti, tra l’altro, che il monitoraggio non solo è sistematico, ma è anche preventivo rispetto alla conoscenza dell’ipotetico reato ed esplorativo, per cui, al momento in cui è stato posto, è dubbio che si possa invocare l’ipotesi di trattamento di dati personali effettuato per tutelare un diritto in sede giudiziaria e, comunque, è altresì dubbio che il diritto da tutelare in sede giudiziaria capace di limitare quello alla protezione dei dati personali sia “di pari rango” rispetto a quello che si intenderebbe sacrificare);

2) ammesso e non concesso che tale monitoraggio, per contenuti e modalità di effettuazione, possa rientrare astrattamente nei limiti della normativa sulla privacy, c’è da chiarire quale sia stata la necessità di protrarlo per tutto il 2008 e tutto il 2009, ossia per ben due anni (“dal 2008 ad oggi” recita l’articolo sopra citato). L’ampiezza dell’arco temporale non si giustifica;

3) con riguardo alle contestazioni degli illeciti, come si può esser certi che le modalità di monitoraggio sistematico della rete alla ricerca delle violazioni al copyright abbiano individuato effettivamente degli illeciti e non dei c.d. fake o, al di fuori del linguaggio gergale, dei falsi positivi?

4) che valenza probatoria possono mai avere i risultati ottenuto dalla CoPeerRight Agency o di qualsivoglia altro soggetto nello svolgimento dell’attività investigativa autonomamente ed unilateralmente condotta, in assenza di contraddittorio e al di fuori degli scenari investigativi affidati alle Forze di Polizia?

5) che modalità tecniche sono state adottate nell’acquisizione e conservazione dei dati? Sono state seguite le best practices della computer forensics?

L’articolo citato riporta dell’altro:

Nel suo atto di citazione [rectius: “Nel suo ricorso ex art. 700 c.p.c.”, n.d.r.], rivolto proprio contro Telecom, la Fapav chiede al colosso telefonico di comunicare alle “autorità di pubblica sicurezza tutti i dati idonei alla repressione dei reati”. Davanti al giudice Izzo – investito del caso con procedura urgente, articolo 700 del Codice di procedura civile – c’erano anche i legali di Telecom. La loro linea difensiva è chiara: la società telefonica si limita a fornire il servizio di collegamento a Internet; e certo non può segnalare quali dei suoi abbonati si siano presi “Avatar” o “Natale a Beverly Hills”, solo per citare alcuni dei film più scaricati. L’azienda, semplicemente, non può monitorare le navigazioni e archiviare i relativi dati.

Sorgono dunque altri rilevantissimi problemi, che riguardano il ruolo dei providers nella società dell’informazione, ruolo che si vorrebbe forzare spesso oltre misura a prescindere dalla valutazione in ordine alla conseguenza di tali forzature.

E’ un tema centrale nel dibattito attuale e reclama, a parer mio, dapprima una approfondita riflessione scientifica sul punto e, successivamente, un intervento normativo integrativo rispetto a quello contenuto nella direttiva 2000/31/CE sul commercio elettronico, recepita dall’Italia con il d.lgs. 70/2003.

Per comprendere la portata delle richieste avanzate dalla FAPAV contro la Telecom trascrivo di seguito le conclusioni formulate innanzi all’autorità giudiziaria, come comunicate dalla FAPAV medesima.

Ebbene, quest’ultima ha chiesto all’Autorità Giudiziaria, in via cautelare e d’urgenza, di:

i. Ordinare a Telecom Italia di comunicare alle Autorità di pubblica sicurezza tutti i dati idonei alla repressione dei reati di illecita riproduzione di opere protette p.p. dagli artt. 171 ss. l.d’a.

ii. Ordinare a Telecom Italia di adottare tutte le misure, sia tecniche che amministrative, per impedire ovvero ostacolare l’accesso ai siti – elencati nel ricorso – usualmente utilizzati per accedere a e riprodurre illecitamente contenuti audiovisivi non disponibili al pubblico.

iii. Ordinare a Telecom Italia di informare i propri utenti in ordine alla natura illecita delle condotte di riproduzione di opere audiovisive non disponibili al pubblico, comunicando altresì che tali condotte costituiscono condotte contrattualmente vietate ai sensi del contratto di accesso ad Internet e, per l’effetto che la prosecuzione di tali condotte potrà dare luogo alla risoluzione del contratto medesimo“.

Tali richieste mirano a reinterpretare e ridelineare il tradizionale ruolo dei provider, chiedendo all’autorità giudiziaria addiritura di interferire nel rapporto contrattuale provider-utenti. Francamente, ed a tacer d’altro, l’intervento autoritativo sulle dinamiche dei rapporti contrattuali mi sembra eccessivo ed è singolare il fatto che sia un soggetto terzo a pretendere di farlo valere.

Seguiremo insieme gli sviluppi.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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