Dove sta andando la RAI? Il TG1 fa pubblicità a Panorama

Una recente bozza di proposta di legge caldeggiata da FLI (Futuro e Libertà per l’Italia) vorrebbe la privatizzazione della RAI. In questo dossier vengono spiegate le ragioni.

Sinceramente non mi sembra una buona idea.

Certo, il servizio pubblico appare un po’ alla deriva e registra pesanti critiche a cui è difficile sottrarsi, ad iniziare dal TG1.

Sonora è stata la protesta sull’erronea informazione relativa al servizio giornalistico sul caso Mills, là dove si è parlato “erroneamente” di assoluzione in luogo di “prescrizione”.(cfr. anche speciale di Repubblica TV)

La deriva del servizio pubblico è stata registrata anche in altre occasioni.

Come valutare l’incomprensibile pubblicità del TG1 a Panorama denunciata da Repubblica?

Questa la critica:

Il TG1 fa pubblicità a Panorama (15 ottobre 2010)

Nell’edizione delle 20 di ieri il telegiornale lancia un servizio del settimanale (“in edicola domani”, informa il conduttore) di proprietà della famiglia Berlusconi. Il Pd protesta: “E’ inaccettabile”

Questo il servizio contestato:

Siamo sicuri che la privatizzazione della RAI sia una soluzione opportuna per il bene del Paese?

Abbiamo bisogno di un altro soggetto privato sulle TV nazionali, al tempo del Digitale Terrestre, della TV Satellitare e delle WEB TV? Ed in mano a chi andrebbe la RAI privatizzata?

Oppure abbiamo bisogno di una maggiore ed effettiva qualità del servizio pubblico?

Se FLI intende “privatizzare” la RAI per sottrarla al controllo dei partiti, occorre osservare che il medesimo risultato si può ottenere anche lasciando la stessa in mao pubblica, ma riformando le modalità ed i criteri di governance e di funzionamento.

Più di qualcuno invoca da parecchio un ridimensionamento o l’eliminazione del controllo dei partiti dalla RAI.

Tra le due posizioni illustrate nel servizio proposto da Valigia Blu, sopra riprodotto, penso sia preferibile la prima rispetto alla seconda: ridimensionare il ruolo dei partiti e affiancare ad essi altre voci, espressioni di esigenze culturali e sociali non solamente di espressione e provenienza politica, mi sembra la soluzione ottimale.

Mi pare che la privatizzazione non serva a risolvere il problema, perché comporterebbe la fine di un servizio pubblico che, ancorché attualmente in parte censurabile, potrebbe ben essere portato a livelli qualitativi migliori, con maggiore indipendenza nei confronti di quell’indice di ascolto che condanna la televisione ad una strategia regressiva.

In questa direzione segnalo l’interessante analisi di Manlio Cammarata (“Privatizzare la RAI: un progetto poco ‘futurista’ “), il quale osserva che

si vuole trasformare la Rai in una società privata, come Mediaset o Sky, tesa al profitto e basta. Il che significa prima di tutto il livellamento in basso della qualità della programmazione e quindi la fine di tanti programmi di eccellente livello che l’azienda di viale Mazzini continua, nonostante tutto, a produrre.

Non basta. Nel momento in cui, finita la missione del servizio pubblico, la Rai dovesse essere gestita con criteri esclusivamente privatistici, i proprietari si renderebbero conto della sua relativamente scarsa produttività, derivante dal rapporto tra il fatturato e il numero dei dipendenti. Con la conseguenza di licenziamenti di massa.

Si sostiene che l’azienda potrebbe fare la fine dell’Alitalia. Non è vero, perché i conti sono sostanzialmente in ordine. Basterebbe agire seriamente per ridurre l’evasione del canone, per dare alla Rai le risorse per svolgere un servizio ancora più efficace e rispondere senza problemi alle sfide poste dagli sviluppi tecnologici e del mercato.

Cammarata conclude, poi, che

Il problema è uno solo: sottrarre l’azienda all’influenza della politica, resa ancora più pesante dal conflitto di interessi del Presidente del consiglio. Le soluzioni possibili sono molte, molte proposte sono state avanzate. Basti ricordare l’abortito progetto di legge di iniziativa popolare e il disegno di legge “Gentiloni”, ambedue del 2006. Che non risolvevano del tutto il problema dell’influenza della politica, ma mantenevano intatte le potenzialità e la missione del servizio pubblico.

In quest’ottica la titolarità delle azioni è un problema secondario. L’obiettivo principale deve essere l’imparzialità (e non solo il “pluralismo”) del servizio pubblico. Il che comporta la presenza di un organismo di controllo neutrale, imparziale, indipendente (non come l’autorità attuale, che rispecchia gli equilibri parlamentari ed è indipendente solo di nome).

L’esempio di una soluzione possibile viene dalla patria del servizio pubblico radiotelevisivo, la Gran Bretagna. Con l’ultima Royal Charter è stata costituita un’autorità di controllo separata dalla governance, proprio per mantenere la leggendaria indipendenza della BBC.

Dunque, se è ovvio che l’indirizzo generale debba restare nelle mani del Parlamento, il controllo non può essere affidato a una commissione che riproduce la maggioranza parlamentare. E nello stesso tempo governa l’azienda attraverso la cinghia di trasmissione costituita dal consiglio di amministrazione e da un direttore generale che, di fatto, è nominato dal Governo. Con l’aggravante, in questa lunga fase, che il governo stesso è presieduto dal proprietario della principale azienda concorrente.

Questo è il nodo da sciogliere. Tutto il resto viene di conseguenza.

Mi sembra un’analisi condivisibile.

Fabio Bravo

www.fabiobravo.it

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